Porpora che cammina. A Bologna nel Terzo Paesaggio

14 Luglio 2023

Poi a un tratto, camminando insieme a un gruppo di persone al centro di via Zamboni, scansando biciclette e studenti che passeggiano, ci accorgiamo che i portici stanno risuonando. Non capiamo, forse è dai muri stessi che proviene una canzone, parla di una donna sola. È la città che suona: i vuoti dei portici sono una grande cassa armonica che spande le vibrazioni negli archi, sulle volte, nelle pavimentazioni. Siamo per strada insieme ad altri che si sono dati appuntamento all’Autostazione di Bologna, stiamo seguendo Porpora Marcasciano, scrittrice, attivista, oggi consigliera comunale a Bologna, presidentessa del Movimento Identità Trans. Porpora che cammina è una performance del collettivo DOM-, quasi cinque ore e 15 km di cammino, prodotta con la cura dell’Associazione Danza Urbana e presentata nel contesto del progetto PON del comune Bod/y-z Bologna Dance Y&Z generations.

Entriamo all’autostazione, saliamo scale che non avevamo mai notato, attraversiamo un dedalo di stanze vuote e umide, in una sta appesa una mappa di Bologna, arriviamo in una sala d’attesa sopraelevata, da una vetrata osserviamo le partenze e gli arrivi, il brulicare delle persone. Sotto alle vetrate giacciono i resti di api disseccate, ridotte a esoscheletri. Da una cassa audio sentiamo una voce, è Porpora; ora la vediamo comparire dalle pensiline, indossa una t-shirt porpora-acceso. Sta riflettendo su gli ultimi quarant’anni passati, sulla necessità di «non stare mai ferme, non solidificare mai niente, trattenere il meno possibile», si interroga sulla sensazione di ostilità che la pervade se pensa al presente e al futuro; una seconda voce la invita a a dismettere il tono contemplativo e a immergersi nel mondo. Partiamo con lei.

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Fotografia di Daniele Mantovani.

Sono solo le 18 e ancora la stazione delle corriere non è affollata, è di notte che qui sosta un’umanità che parte e arriva, dormendo su sedili che spezzano la schiena. Ci mischiamo in mezzo agli altri corpi nel piazzale dove, a vedere noi venti spettatori itineranti, alcuni ragazzi ci scambiano per turisti. L’esperienza è straniante: chi ci vede da fuori potrebbe in effetti pensare di incrociare un insolito insieme di individui che cammina in silenzio, senza sapere né poter fare esperienza delle sensazioni che stiamo attraversando. Non stiamo semplicemente seguendo una persona che cammina, bensì ci stiamo immergendo nella sua realtà: lei indugia, si ferma a guardare, legge scritte sui muri e noi osserviamo la città con i suoi occhi e la sua biografia, in una particolarissima condizione di trasmissione e condivisione del reale tra performer e pubblico. È come se ci trovassimo in un’altra dimensione, qui ma non qui, in una specie di interzona che ci fa attraversare una città che conosciamo attraverso i ricordi e l’esperienza dell’altro, facendo così sembrare ogni luogo del tutto diverso. È questo il particolare modo di percepire e percepirsi che non ci abbandona mai per tutto il viaggio, così come il pensiero di cosa potrebbero pensare i bambini che giocano, i pensionati sulle panchine e gli spacciatori che ci incrociano e ci additano ad alta voce come turisti, perché è la spiegazione più semplice e immediata per giudicare questo gruppo di persone disciplinate in fila con zaini in spalla.
Da dietro l’autostazione si sale al parco pubblico della Montagnola, come Porpora buttiamo un occhio nel cantiere dei padiglioni in costruzione, con i cartelli di chi protesta per l’ennesima cementificazione nel verde. Siamo pronti a scendere in città, assecondando un cammino diviso in tre parti: prima attraversiamo la città storica, la Bologna degli studi, delle proteste, degli echi della Storia; dal Ponte Stalingrado andiamo verso le torri Kenzo della Regione Emilia-Romagna e arriviamo per la seconda parte in Bolognina, camminando in piazze con targhe partigiane e playground, sostando nelle aree lasciate vuote dall’edilizia per benestanti; ci facciamo largo fra erbacce alte e spighe lambendo il canale Navile, infilandoci nelle corti di grandi caseggiati popolari. La terza parte punta verso il rione Pescarola fino al lungo fiume Reno, all’autostrada A14 Adriatica e ai recinti dell’aeroporto Marconi. In questo racconto procederemo camminando seguendo Porpora, aprendo le digressioni che il tragitto ci suggerirà.

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Fotografia di Daniele Mantovani.

Porpora attraversa il centro della città come una persona qualunque, ma da ogni suo piccolo gesto comprendiamo un pezzo del suo carattere e del suo portato biografico: la questione del genere («Io la mia eterosessualità a Bologna la sto vivendo come una debolezza» è una delle scritte sui muri davanti alla quale si sofferma), la controcultura (il mercato in Montagnola, il sex shop e l’hotel per transgender), la nostalgia (imbuca una lettera, stacca pezzi di corteccia da un albero, cammina in equilibrio sul ciglio di un marciapiede), la militanza. Da via Righi entriamo nella zona universitaria e da uno dei tanti e tutti uguali esercizi di ristorazione esce fugace un motivetto, è una voce dolce roca che canta di una persona ferma davanti a uno specchio. Camminiamo, in via delle Moline anche il vecchio libanese ha alzato i prezzi, ora per un kebab bisogna prendere il numero come alle vicine poste, dato che da mesi il fast food è in cima alle classifiche di Tripdavisor. Da una storica birreria esce ancora quella voce, è Nada che canta che «lei non parla mai, lei non dice mai niente». Coincidenze che ci fanno sospettare dell’affidabilità del tessuto della realtà, reartificializzato con caratteri lievemente più marcati del quotidiano. Ecco il Teatro Comunale, i cantieri dei Pnrr che stanno cambiando volto alle città, i manifesti con concerti, eventi, festival, raduni, eventi, feste, manifestazioni, ritrovi, eventi. Sul fondo di via Zamboni vediamo una figura (o saranno due?) che ci scorta, porta uno zaino con una cassa acustica, sul lato di Piazza Puntoni una donna sta intessendo un filo su un manifesto di Cheap, progetto di poster diffuso negli ultimi anni in città, operazione che cammina sul confine fra Guerrilla Art e Advertising etico. In via Irnerio saliamo le scale dell’Istituto Universitario di Anatomia, osserviamo in silenzio teche che inventariano corpi e sezioni anatomiche colpiti da patologie. Sarà l’aria condizionata, ma ci assale il freddo della classificazione scientifica. Dentro a una saletta s’accende e si spegne un neon, dentro scorgiamo una donna, forse un’impiegata del museo, un po’ alchimista un po’ lavoratrice precaria, camminando ancora l’occhio cade sulla teca dello «pseudo-ermafroditismo», riflettiamo sulla logica binaria che spesso ci accomoda, poi Porpora si gira, alza le suole delle Converse e inforca occhiali scuri: torniamo in città.

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Fotografia di Gino Rosa.

Prima di dirigerci verso via Stalingrado Porpora porta un fiore alla targa di Francesco Lorusso, in via Mascarella. Segnali della Storia che riecheggiano in un pomeriggio di giugno, nella Bologna iperraccontata: le radici dei movimenti, la frattura dei partiti e della sinistra, il degrado (e i negozi di alimentari, i divieti di vendere alcolici e i giovani che si spaccano le sedie in testa di fronte ai bar). Questo e altro ci passa per la mente, ma nulla di tutto questo viene detto, perché Leonardo Delogu e Valerio Sirna s’immergono nel presente e abitano le fratture scansando quanto di esausto ci sarebbe nel puntare il dito, ma evitando anche quell’incanto che spesso promana dalle azioni che guardano al sociale. Porpora cammina nel mezzo, transita senza fermarsi, che è quanto potrebbe fare l’arte dentro alle città, specchiandoci senza cercar consenso, prendendo posizioni senza vietarsi al dialogo. Tornano in mente, qui a Bologna, i racconti sul “passaggio” di persone e generazioni in Bologna, 900 e Duemila proposti qualche anno fa da Andrea Adriatico (2016), i percorsi Lapsus Urbano di Enrico Baraldi per Kepler-452 (2018), camminate audioguidate nei pieni e nei vuoti dell’incipiente riurbanizzazione, della città che sfrutta turismo e studenti, nei tempi sospesi del post-pandemia; torna in mente anche un’opzione “mitica”, la comparazione per distanza mitica proposta nel Pilade/Pasolini di Archivio Zeta (2015), un lavoro che con Pasolini sanciva la sconfitta della democrazia proprio nei pressi dello scomparso centro Sociale Xm 24. Ma la memoria potrebbe giocare con echi ancora più lontani e rievocare le collettività degli anni ‘70 dell’animazione, o i percorsi di ricostruzione della memoria nei percorsi della narrazione (ripensando alla strage della stazione, su tutti Antigone delle Città, 1991, di Marco Baliani).

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Fotografia di Gino Rosa.

Grazie a questa forma di “teatro che entra nel reale” osserviamo la città con una particolare forma di percezione intermediata, nella quale basta poco per generare cambi di atmosfera: una figura che ci accompagna diffondendo musica dalla cassa che tiene sulle spalle, il passaggio da un luogo all’altro, l’ascolto della voce di Porpora che condivide le sue inquietudini, filosofie e turbamenti legate al suo essere «né uomo né donna», o meglio, «non solo uomo e non solo donna». La connessione con la performer è così forte che, quando si ferma a osservare, ci sembra quasi di leggerle nel pensiero; ma in tutto ciò sembriamo degli intrusi, sia nella vita di Porpora che nella quotidianità dei cittadini che ci incrociano e ci guardano in modo strano, lo stesso sguardo che lei deve essersi sentita addosso spesso. Ora siamo alle porte del centro, con la naturalezza di un incontro casuale, Porpora incontra un’amica che porta a passeggio un cane.

È l’attrice e attivista Nicole De Leo. Seguiremo la coppia lungo il ponte Stalingrado, entrando in un supermercato dove ci guardano tutti strani (una musica italiana viene dagli altoparlanti del market: sapevano tutti che saremmo entrati?), per istanti siamo dunque vittime di quello stesso sguardo sociale che gettiamo sulle persone non conformi, su chi ha scelto di “mettersi in scena” per contestare le scelte imposte dalla società borghese (lo racconta la stessa Marcasciano in diverse pubblicazioni, fra le quali l’appassionante L’aurora delle trans cattive, Alegre Edizioni, 2018). Poi, è in un dedalo di palazzoni che costeggiano una circonvallazione che la vediamo per la prima volta, celata in un’intercapedine tra i muri: è una figura che pare un’astronauta, non abbiamo tempo di scrutarla con attenzione, o forse sono i paramenti degli apicoltori? Entriamo alla Gotham City di Bologna, i palazzi della Regione, preludio ai casermoni del Fiera District. Camminiamo, seguiamo e ascoltiamo la voce di Porpora dalle casse audio, sempre restando a distanza, lei non ci guarda ma udiamo i suoi pensieri, ricorda di case vicine dove dormirono in quaranta, per la manifestazione del 77, accenna di una Bologna ancora accogliente quando già Roma si stava chiudendo, sfoglia un quaderno, parla del corpo:

“Parto sempre dal corpo
Lo ascolto mentre sono per strada, a letto, sul ciglio del giorno, da dentro le
lotte e quando sono nei guai
Il mio corpo è la mia festa
È dal corpo oppresso che sorridiamo
È su questo corpo che piangiamo, sanguiniamo, amiamo, godiamo
La nostra storia disforica preferisco definirla euforica
Amore amore fammi venire con la rivoluzione!
E come filo conduttore, innervato sotto la pelle, il vuoto di quello che non
siamo riuscite a fare: la Rivoluzione, la luce del futuro che non cessa un solo
istante di ferirci.
Oggi la Rivoluzione non basta più, come non è mai bastata.
Ci vuole, ci vorrebbe, un’insurrezione di specie, una metamorfosi di specie”.

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Fotografia di Daniele Mantovani.

Ci vengono a prendere con un pulmino, la seconda parte si sposta in Bolognina, abbandonando il centro anche il tessuto della realtà e del racconto si sposta verso l’immaginale, verso una forma di realtà tanto concreta quanto quella che tutti i giorni ci richiama a scadenze e incombenze. Da un’auto esce una ragazza slanciata, indossa scarpe con alti tacchi di gomma, una minigonna, un fazzoletto le copre la testa di biondi capelli lunghi. Non sappiamo decidere se sia un ragazzo o una ragazza. È la Porpora di quando aveva 30 anni? A “interpretarla” è Valerio Sirna. Nei libri di Marcasciano, si diceva, l’autrice chiarisce in più passaggi la necessità della rappresentazione: mettersi in scena nella vita quotidiana per salvarsi da norme sociali strette. Non emulazione, ma messa in rilievo delle forme borghesi, per metterle in scacco. Rappresentarsi per vivere (meglio). Fa impressione la coincidenza, anche temporale, con alcune scritture teatrali napoletane degli anni 80 e 90: mentre Porpora e le “favolose” lottavano per un’autodeterminazione che garantisse anche uguali diritti civili (la legge 164, che riconobbe l’identità transessuale, è del 1982), artisti come Annibale Ruccello (Le cinque rose di Jennifer, 1980) e Enzo Moscato (Ragazze sole con qualche esperienza, 1985) raccontavano la mutazione di un mondo che restringeva gli spazi del rito, imponendo ai femminielli i contorni della devianza e della criminalità. E così anche il “comportamento sociale recitato” di cui ha scritto l’antropologo Stefano De Matteis, una iperrappresentazione del sé per resistere all’omologazione proveniente dall’esterno, si incamminava verso la posa della monetizzazione fictional. Porpora, oggi, è allora un personaggio uscito dalle pagine di testi teatrali, accolto non dentro ai teatri ma nelle strade di un teatro che cammina, in uno spettacolo che ha avuto diverse versioni a Terni, a Santarcangelo (con Maurizio Lupinelli), a Cagliari, a Milano (con Antonio Moresco). Leonardo Delogu e Valerio Sirna hanno fondato DOM - nel 2013, progettualità curatoriale mobile che sonda la relazione fra antropizzazione e intervento performativo. Il gruppo, con solide radici nella ricerca teatrale, collabora abitualmente con architetti, paesaggisti, teorici ed esperti della performance allestendo accampamenti in quello che Gilles Clément chiama Terzo Paesaggio, organizzando camminate, indagini botaniche, conferenze, feste, convivi popolari, da ultimo ideando podcast. Porpora qui s’incammina per farci vedere ciò che è in transizione, ci prende per mano insegnandoci le strade che danno cittadinanza alla non fissità identitaria, partendo da una città che forse eccessivamente si crogiola nell’autonarrazione di progresso e apertura, accompagnandoci in aree non solo marginali ma anche emarginate, invitandoci a camminare fuori dalle mappe di interesse turistico e urbanistico, insegnandoci anche qui ad andare in cerca di fantasmi, perché ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne abbia sognata la filosofia che ha generato questo mondo.

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Fotografia di Gino Rosa.

Camminiamo. La direttrice per chi vive a Bologna è chiara: puntiamo verso il vuoto che divide la nuova Piazza Lucio Dalla, spazio per eventi e piazza pubblica coperta, e l’ex Xm 24, sgomberato e chiuso da anni. Camminiamo fra i palazzoni della cosiddetta Trilogia del Navile, una teoria di torri con trilocali venduti a 300 mila euro, appena dietro c’è una zona di incolto, erbe alte e strane spighe che strisciano la pelle; ci camminiamo dentro per un tempo che pare lunghissimo e i contorni della città svaniscono, ricordiamo di avere visto entrare qui delle persone, mesi fa, forse degli abitanti temporanei degli spazi che i terrapieni nascondono, vivendo negli interstizi, come in un racconto di Ballard, come nel teatro. Le zone di terzo paesaggio sono solitamente piccole e invisibili, sono rifugi per la conservazione della biodiversità grazie all’assenza di attività antropica, e anche questa area verde è abbandonata o non curata dall’uomo. Qui la temperatura è molto più fresca rispetto al calore che sale dal suolo urbano impermeabilizzato, alimentando il forte contrasto dell’improvviso cambio di ambiente: dopo un paio d’ore di immersione in città, sembra incredibile che esistano queste fessure e interstizi vegetali. Il sole ci tramonta in faccia e camminiamo a lungo fra l’erba alta, in una condizione che appare più piacevole e naturale rispetto ai tratti di cammino in città, tanto che il ritorno in mezzo al cemento è quasi traumatico. Qui ci sono le erbacce a dividerci, ma poco distanti si aggirano le apicoltrici, ormai una presenza che ci accompagna dietro alla favolosa Porpora. Costeggiamo un polo didattico universitario, leggiamo una scritta sull’amore intessuta a filo di maglia su di una rete, ora prendiamo una viuzza dopo una rotatoria, Porpora inciampa cadendo (per davvero o per finta?), passiamo sotto a un ponte e vediamo una ragazza che armeggia con il motore in un’auto parcheggiata. Assomiglia moltissimo all’impiegata del Dipartimento di Anatomia. Dalle casse-zaino è Kae Tempest a ritmare i nostri passi, in un flow poetico su coste salate e vite sacrificate. Attraversiamo caseggiati popolari con cortili incolti e muri scrostati, le finestre sono chiuse, le aiuole secche. Qualche villetta coi balconi curati giace prima della grande arteria, via Marco Polo, rombano in cielo gli aerei sempre più vicini in atterraggi che si compiono sopra la nostra testa. Siam pronti a lasciarci alle spalle la città della gentrificazione, con i bar eritrei sostituiti da costosi forni fighetti; lasciamo la città della crisi abitativa, le sue stanze costosissime negli hotel per studenti; scorre via la città degli affitti impossibili, la città delle banche, cioè di chi concede i mutui. Una città assediata dalla privatizzazione? Camminiamo nel mezzo, da qui giungono flebili le contromisure di democrazia partecipativa e sono tutti ancora da misurare gli imponenti piani casa proposti dal governo della città. Camminiamo ai margini, dietro edifici non lambiti da nessuna movida.

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Fotografia di Gino Rosa.

Nella terza parte, è davanti una sbarra che veniamo scaricati. Questa volta davanti a noi c’è un bambino, cerchiamo di tenere il passo del suo sgambettare e proviamo a proiettarci nel suo sguardo.  Il suolo di terra è crepato, grande è stata la quantità di acqua caduta di recente e all’improvviso. Compaiono le prime canne, tracce di una vegetazione ripariale, poi passiamo sotto l’Autostrada, sfiorando i piloni in cemento armato sentiamo il rombo dei mezzi pesanti, sul fondo gli apicoltori eseguono un rituale in gruppo, come una danza propiziatoria, poi da una stradina si schiude un piazzale immenso con cumuli di ghiaie, ci sono gru e carrucole arrugginite, è un cementificio, forse in disuso o forse no. Il bambino corre, saltella, cade a terra esattamente come la Porpora trentenne. Sui cumuli di ghiaia c’è una scritta di filo di maglia: «il tempo resta in me». Da qui in avanti la memoria si confonde, accompagnata dalle onde elettroniche di Daydreaming dei Radiohead. Non si sa come accade, ma ci si ricorda una lunghissima camminata sul sommitale di un argine, a sinistra il Reno, a destra i confini dell’aeroporto, a sinistra le apicoltrici che camminano spedite, a destra le lingue di asfalto con le auto, a destra il sole che tramonta, in alto le scie di carburante degli aeromobili, a fianco fiori e fiorellini spontanei.

Finora abbiamo attraversato molti territori liminali, né pubblici né privati, poco calpestati, ignorati e inesistenti per la maggior parte delle persone; territori che eppure esistono e fanno parte del nostro ambiente, così come Porpora nel suo essere «non solo uomo e non solo donna», nella sua condizione marginale e da sempre censurata e rinnegata dalla società moderna. In questo senso c’è una profonda connessione fra certi luoghi che attraversiamo durante la camminata e la protagonista che ci accompagna: Porpora che cammina ci mostra la biodiversità dell’ambiente, composto non solo dalla parte addomesticata – ovvero città e parchi – bensì anche dai terzi paesaggi, e non solo da persone lavoratrici normodotate quali siamo noi spettatori e i cittadini che incrociamo nel centro città, ma anche da individui ai margini, poveri come quelli dei quartieri popolari o queer come i performer che ci accompagnano. Qui sta l’ecologismo di questa esperienza teatrale, che nelle sue cinque ore di cammino genera un effetto sovversivo per illuminarci sulla complessità dell’ambiente in cui viviamo, sia urbano che naturale, e per farcene riappropriare nella sua interezza e libertà anziché solo secondo i canoni previsti da qualcun altro e a cui siamo abituati. Lo straniamento acquisito dopo questa esperienza totalizzante è proprio la necessaria consapevolezza della “questione ecologista” di cui abbiamo bisogno in questi tempi: Porpora che cammina ci turba nel darci la libertà di posare il nostro sguardo e la nostra mente su ogni dettaglio che ci sfiora mentre passeggiamo, per darci occasione di “immaginarlo altro”, ma anche nell’innestare nel paesaggio che attraversiamo certe questioni identitarie legate al genere, all’inclusione, alla biodiversità. Un cerchio che si chiude al termine della performance, quando approdiamo sulle rive fangose di un fiume dove calpestiamo i segni ancora freschi delle recenti esondazioni alluvionali di maggio (e non c’è altro modo migliore per invitarci, con Donna Haraway, a stare a contatto col problema). Sopra il fiume che scorre lentamente passa veloce il People Mover con le sue luci e, in mezzo a questo paesaggio crepuscolare su cui ci affacciamo, per una volta è la costruzione artificiale della monorotaia a sembrare una presenza estranea.

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Fotografia di Gino Rosa.

Ora siamo arrivati in fondo all’argine, di nuovo c’è Porpora Marcasciano ad aspettarci. Ci salutiamo, applaudiamo? La seguiamo ancora, verso l’aeroporto. Ma no, pensiamo, noi non ci vogliamo andare là dentro! In quel container atto al consumo di merci, in attesa dei voli. In fila irregimentati ai controlli prima delle nostre partenze. Al cospetto di quegli ammassi di ferraglie che funestano i sonni di chi vive nei quartieri limitrofi. Non ci vogliamo andare, ora che abbiamo appena sudato fra specie compagne, scoprendo l’esistenza della sabbia nel greto del fiume, ora che abbiamo preso coscienza delle condizioni abitative della piccola Scampia bolognese. Non ci vogliamo entrare all’aeroporto. E invece eccoci qui, a salutarci applaudendo, addirittura dopo avere preso le scale mobili delle partenze. Noi che, è vero, da turisti quegli aerei li prendiamo spesso, o comunque saliamo su Frecce, automobili, autobus, facendo viaggi in cui sorvoliamo migliaia di chilometri anziché immergerci in ogni dettaglio dell'ambiente da vicino come abbiamo appena fatto, toccandolo con le suole delle scarpe. Noi che come tutti abbiamo approfittato dei prezzi bassi grazie allo sfruttamento del lavoro, noi che amiamo i capi firmati, noi che compriamo a chilometro zero perché ce lo possiamo permettere.

Siamo qui, in un aeroporto divenuto teatro. C’è un addetto che viene a chiedere di abbassare la musica sugli applausi, altrimenti non si sentono gli annunci delle partenze, dice, ma a questo punto la voce sua e quella di Nada si confondono nella stessa emozione. Siamo qui, torna in mente l’impiegata ad Anatomia, il suo armeggiare con un’auto, ripensiamo alle misteriose presenze impegnate in un lavorio contro l’estinzione, dal momento che senza insetti impollinatori non ci sarà più vita. Torna in mente l’amica di Porpora, la sorellanza amicale, il generare parentele. Abbiamo camminato quasi cinque ore, insieme ma soli, vicino al fiume abbiamo ascoltato una storia con protagonista un coyote e una rana, una competizione di velocità e resistenza risolta grazie alla solidarietà e all’astuzia collettive. «Ci vorrebbe una metamorfosi di specie», diceva Porpora. E ora che vi abbiamo portato fino a qui, attraversando l’incanto e il disincanto del margine, sperimentando la fatica del definirsi, ora che siete in un terminal delle partenze, per dove andrete, voi spettatori?

L’ultima fotografia è di Gino Rosa.

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