Lo stupido intento di essere umani

17 Aprile 2026

“Ho intrappolato la mia prigione nella carta. Sono di nuovo libero, e triste”. Questa battuta potrebbe averla detta un Amleto qualsiasi, un artista qualunque che abbia conosciuto quel profondo senso di malinconia che si accompagna a ogni atto di creazione, di messa in forma delle proprie ferite in una scrittura, una danza, una pittura, un fotogramma. Ma a parlare stavolta non è un principe danese e neppure un poeta esistenzialista. È un animale, una faina speciale cresciuta con quel fastidioso difetto dei se e dei ma, della percezione del prima e del dopo, che di animale non ha niente. La sua storia è raccontata ne I miei stupidi intenti (Sellerio Editore) romanzo d’esordio con cui nel 2022 Bernardo Zannoni vinse il Premio Campiello. Se torniamo a parlarne è perché dopo aver girato in lungo e in largo l’Italia con La Ferocia, tratta dall’omonimo romanzo Premio Strega di Nicola Lagioia (valso alla compagnia ben quattro Ubu nel 2024), VicoQuartoMazzini attinge ancora alla narrativa per il suo nuovo lavoro teatrale, con cui ha appena debuttato al LAC di Lugano. Tra l’iperrealismo politico del primo e l’esistenzialismo allegorico del secondo sembra esserci un abisso, ma in realtà nel percorso di Michele Altamura e Gabriele Paolocà, fondatori, registi e attori della compagnia, c’è un filo rosso che tiene insieme tutto: le grandi domande sul senso della vita, che il loro teatro predilige rispetto allo svolgimento di temi di stretta attualità.

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La storia è quella di un cucciolo di faina di nome Faina (nell’adattamento per la scena firmato con Linda Dalisi gli animali perdono i nomi propri che avevano nel romanzo) che rimasto orfano di padre e azzoppatosi durante una caccia alle uova di pettirosso viene venduto dalla madre a Volpe, un usuraio, in cambio di una gallina e mezzo. La vita a casa di Volpe, assieme al suo scagnozzo Cane, non è facile: Faina viene sfruttato nel lavoro, subisce violenze, ricatti, viene costretto a diventare complice di un sistema di sopraffazione. Ma a un certo punto Volpe, intuito il potenziale del suo giovane servo, decide di mostrargli un grande segreto che tiene nascosto anche al più antico e fedele servo Cane: un libro sacro, la parola di Dio, un’idea di mondo che va oltre il qui e ora dell’animalità. Volpe insegna a Faina a leggere e a scrivere. E così il giovane allievo scopre la percezione del tempo, il potere della scrittura, la meraviglia e il dolore della consapevolezza di sé. In poco tempo assimila tutto: impara il potere del linguaggio, il valore della memoria, ma insieme scopre la morte, il dolore e la perdita. Diventa a sua volta una creatura che ha lo “stupido intento” di andare oltre la propria natura. Proprio come alcuni umani che scrivono, dipingono, creano opere per fare i conti con i propri limiti, con la morte che assieme dà senso alla vita e gliela toglie, per superarsi e immortalarsi, ovvero rendersi immortali. Faina sperimenta sulla sua pelle il valore della conoscenza come emancipazione e come ferita, la scrittura come libertà e come condanna al tempo. Quando Volpe si ammala e muore, l’allievo eredita i suoi strumenti – il libro, la scrittura – e inizia a usarli per raccontare la propria storia. Ed è proprio qui che lo troviamo in scena all’inizio dello spettacolo, intento a raccontarsi e a raccontarci, tra punti e virgole detti ad alta voce, mentre a sua volta trasmette il “dono” a un nuovo allievo, Istrice. In un eterno ritorno del principio della trasmissione che si riassume a un certo punto nell’immagine di maestri e allievi di un prima e di un dopo riuniti attorno allo stesso tavolo.

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Animali parlanti, discorsi sui massimi sistemi e andirivieni continui tra passato e presente potrebbero far pensare a complessi sistemi di messa in scena. Ma Altamura e Paolocà vanno proprio da un’altra parte. Al massimo dell’astrazione e del simbolico rispondono con il massimo della teatralità artigianale. Nessun effetto speciale, nessuna proiezione, nessun cambio di scena sorprendente, un’ambientazione tutto sommato molto concreta (una tana, disegnata da Daniele Spanò e illuminata da Giulia Pastore), un cane che si chiama Cane, una volpe che si chiama semplicemente Volpe – ma senza mascheramenti, costumi o trucchi. E soprattutto l’intelligenza incarnata in stili diversi di un cast splendido (oltre ai due registi e autori in scena ci sono Leonardo Capuano, Giuseppe Cederna, Jonathan Lazzini, Arianna Scommegna). Da svariati secoli questa cosa si chiama patto di sospensione del dubbio, ovvero credere a quello che hai davanti e che ti viene detto, anche se sai che reale non è. E succede solo se l’universo di finzione creato è interamente coerente, coeso nella sua peculiare semantica.

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Questa coerenza, che fa capo a regia e scrittura ma coinvolge tutto il piano dell’espressione scenica, cioè tutto quello che ci viene messo davanti tra luci, suoni voci e volti, (quella cosa che in letteratura chiamiamo stile) essenzializza e rende ancora più leggibili i nuclei di senso della parabola raccontata. Come succede nelle favole: pochi elementi, ma capaci di produrre significati all’infinito. E di raccontarci che imparare a nominare il mondo significa anche entrare in un sistema di dominio, di colpa e di memoria. Che la trasmissione è un dono, ma bisogna volerlo accettare. Che l’umanizzazione non libera Faina, perché le insegna una violenza diversa da quella animale, la crudeltà gratuita. Che la consapevolezza non porta mai consolazione, non salva dalla finitudine, la rende solo più evidente. Che si scrive per intrappolare il dolore nella carta e alla fine il dolore è sempre lì, come risvolto della medaglia dell’essere nel tempo. Che saper leggere e scrivere è uno strumento di potere, di liberazione, ma anche di manipolazione. Che ogni sapere è sapere della violenza, e da quella violenza sembra impossibile emanciparsi. Che saper leggere, saper scrivere, saper riconoscere il tempo che passa non impedisce a Faina, in un momento di fame estrema, di avventarsi sulla sua creatura appena nata per provare a sbranarla. Che ogni sapere è anche saper mentire, saper ingannare – anche se a fin di bene, come quando Faina s’inventa una storia per restituire a Cane il senso del futuro che aveva perso dopo la morte di Volpe. E che la morte smaschera ogni illusione (religiosa o filosofica che sia) e riporta tutto a una dimensione radicalmente animale: il non voler morire, perché ogni cosa che vive prova fino alla fine, ostinatamente, a continuare a vivere. E che se sei stato umano anche solo per un attimo, tornare animale “ti sconvolge e ti fa disperare”.

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Il teatro non conosce spoiler quindi possiamo già raccontare come va a finire: la figlia che Faina non è riuscito a divorare (grazie all’intervento della madre) torna ormai adulta a fare i conti con il padre morente. “Guarda: il cielo è immenso più del tuo dolore, e le fronde dell’albero, piene di foglie gialle ci fotografano insieme. Nonostante tutto”. Un’altra possibilità di stare nelle cose del mondo, meno antropocentrica forse, un’idea di futuro che si dischiude. Ma non c’è niente di didascalicamente edificante in questo finale come nel testo intero. Ci sono le miserie umane, il lato in ombra delle coscienze. C’è la letteratura e c’è il teatro. Che quando sono sinceri non risolvono con falsa coscienza l’inquietudine di esistere, ma danno senso all’esperienza. Mi pare più attuale di tante cose che marcano il cartellino estetico e tematico dell’attualità e poi mancano l’appuntamento.

Prodotto da LAC Lugano Arte e Cultura, in coproduzione con Scarti centro di produzione teatrale di innovazione, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, TSU – Teatro Stabile dell’Umbria, Teatro Nazionale di Genova, I miei stupidi intenti, dopo il debutto di Lugano, replicherà dal 17 al 19 aprile al Teatro degli Impavidi di Sarzana, dal 21 al 26 aprile al Teatro Gustavo Modena di Genova, il 28 e il 29 aprile al Teatro Verdi di Pordenone; la tournée proseguirà nella stagione 2026/27.

Le fotografie sono di Masiar Pasquali.

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