“Quando ricorda, muore”: La Grazia di Sorrentino

29 Gennaio 2026

Quello tra Paolo Sorrentino e Toni Servillo è senza dubbio uno dei sodalizi più fruttuosi del cinema italiano contemporaneo. Tutto è iniziato nel 2001 con L’uomo in più, in cui Servillo – che veniva dalla lunga esperienza dei Teatri Uniti di Napoli e da una serie di ruoli secondari nei primi film di Mario Martone – interpreta il cantante neomelodico Antonio “Tony” Pisapia.

Da lì una serie di ruoli cinematografici che vale la pena di ripercorrere in questa sede. Non solo perché hanno contribuito a far brillare il talento di quello che è di gran lunga uno dei migliori attori italiani in circolazione, ma soprattutto perché sembrano riecheggiare tutti nel protagonista di La Grazia, undicesimo film di Sorrentino e il settimo con Servillo protagonista, che per questo ruolo ha ottenuto la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile (premio meritatissimo, a parere di chi scrive) all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.

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Toni Servillo e Paolo Sorrentino sul set (ph. Andrea Pirrello).

I ruoli, dicevamo. Il mesto Titta Di Girolamo, uomo di mezza età condannato a una vita grigia e monotona in un hotel svizzero in Le conseguenze dell’amore (2004), il sulfureo Giulio Andreotti di Il Divo (2008), il meditabondo viveur Jep Gambardella di La grande bellezza (film spartiacque, che ha consacrato l’ingresso di entrambi nell’immaginario collettivo grazie anche alla vittoria dell’Oscar al miglior film straniero nel 2014), un beffardo e quasi vulnerabile Silvio Berlusconi in Loro (2018). Infine, in È stata la mano di Dio (2021), il più esplicitamente autobiografico dei film di Sorrentino, il sodalizio diventa a tal punto simbiotico da affidare a Servillo il ruolo del padre, morto tragicamente durante una vacanza quando il regista era adolescente.

Più che un padre, forse Servillo (classe 1959) è per Sorrentino (classe 1970) un fratello maggiore. In ogni caso, la questione della paternità – come molte altre, in un gioco di rimandi e autocitazioni continuo – torna centrale in questo ultimo film, dove un presidente della Repubblica, Mariano De Santis, giunto al semestre bianco, si trova a dover decidere se concedere la grazia a due persone che stanno scontando una pena per omicidio e, soprattutto, se firmare una legge sull’eutanasia.

Sorrentino ha dichiarato in più di un’occasione che lo spunto iniziale per il personaggio gli è venuto da un insieme di dati reali. Due sono stati i presidenti della Repubblica vedovi e con una figlia che li accompagnava nelle occasioni ufficiali: Oscar Luigi Scalfaro e Sergio Mattarella, entrambi giuristi ed entrambi cattolici come il protagonista del film. Protagonista che si chiama Mariano (come Rumor) e che, a scanso di equivoci, ha chiamato la figlia Dorotea, trasparente allusione alla storica corrente democristiana. Infine, come ha spiegato lo stesso Sorrentino al Corriere della Sera, in De Santis c’è anche un po’ della sua “fascinazione” nei confronti del concittadino Giorgio Napolitano, evidente nella scelta dell’accento partenopeo e nel cappello che il personaggio indossa durante le sue passeggiate.

Mariano De Santis è padre due volte. Padre della Patria, in quanto ne ha assunto con dignità e granitico senso di responsabilità – il suo soprannome è “Cemento armato” (una coincidenza che non può lasciare indifferenti, pensando al finale di Le conseguenze dell’amore) – la guida, traghettando il Paese fuori da una serie di crisi di governo particolarmente delicate. Ma soprattutto è padre nella vita: di Dorotea (una bravissima Anna Ferzetti, che di padri ingombranti se ne intende: è figlia di un grande interprete del passato, Gabriele Ferzetti), giovane ma già valente giurista, che divide la sua vita fra la cura e gli impegni del padre e lo studio del diritto.

In entrambe queste paternità, De Santis sembra aver commesso delle mancanze (“io non vi conosco”, dice alla figlia guardandola durante una delle tante “ipotesi di cena” a base di sogliola al vapore e quinoa che i due consumano insieme), ma non certo per disinteresse; al contrario, dichiara di amare la burocrazia perché consente di prendere più tempo per ogni decisione. E se un senso vogliamo dare a questo suo continuo indugiare, è proprio quello di una estrema responsabilità. “L’etica è una cosa seria”, scrive Sorrentino nelle note di regia. “Tiene in piedi il mondo. E Mariano De Santis è un uomo serio.”

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ph. Andrea Pirrello.

“La grazia è la bellezza del dubbio”: questa è la conclusione a cui giunge il protagonista, in uno di quei folgoranti aforismi che costituiscono, al solito, l’ossatura delle sceneggiature di Sorrentino. Dubbio che, come leggiamo ancora nelle note di regia, è necessario praticare “soprattutto in politica, soprattutto oggi, in un mondo dove i politici si presentano troppo spesso col loro ottuso pacchetto di certezze che provocano solo danni, attriti e risentimenti, minando il benessere collettivo, il dialogo e la tranquillità generale.” Torna in mente quel bel sonetto di Franco Fortini nel quale – pensando a Brecht e alla sua Lode al dubbio – il poeta si interrogava su sette operai cinesi che lo guardavano da una foto alla parete. “Il loro dubbio qualche volta mi ha chiesto più candide parole o atti più credibili. / A loro chiedo aiuto perché siano visibili / contraddizioni e identità fra noi. / Se un senso esiste, è questo.”

Non c’è traccia, in questo anti-Divo che si aggira al tempo stesso principe e prigioniero delle proprie stanze, di velleità o piacere nell’esercizio di un potere; c’è invece l’immagine di un uomo stanco, appesantito dal senso del dovere, che vorrebbe vivere (e sognare) in assenza di gravità e che sembra concedersi come unico momento d’irrazionalità il rifugio nell’ossessione per un tradimento che l’amatissima e defunta moglie, Aurora, ha consumato quarant’anni prima senza mai confessargli con chi.

Un dubbio, o meglio, un sospetto, che avvelena i suoi giorni, lo fa litigare con uno dei suoi amici di più lunga data, il ministro della Giustizia e aspirante successore alla presidenza della Repubblica Ugo Romani (Massimo Venturiello) e gli vale i coloriti “non mi rompere il cazzo” e (forse) una bugia, da parte della sua migliore amica Coco Valori (Milvia Marigliano alle prese con uno dei personaggi più riusciti del film).

Uomo di fede e di diritto – noto fra gli addetti ai lavori per averne scritto uno dei più insormontabili manuali – in questo frangente il presidente si rivela per quel che in fondo è: un uomo vecchio che “quando ricorda, muore”.

Torna dunque un altro dei temi ricorrenti di Sorrentino: la riflessione sulla senilità, su quell’“odore delle case dei vecchi” che era la risposta data da uno dei suoi più brillanti alter ego, Jep Gambardella, alla domanda “cosa ti piace di più, veramente, nella vita?”

E di La grande bellezza questo film sembra una sorta di copia al negativo, a partire dalla locandina: la figuretta di Servillo-Jep che veniva verso lo spettatore nel suo elegante completo bianco su sfondo porpora nella prima, il presidente nerovestito di spalle che guarda un orizzonte brumoso che vira al giallo nella seconda. “Io non sono mai stato uno di quegli uomini che abbina la giacca rossa al pantalone bianco”, confessa in un’accorata intervista al telefono con la direttrice di Vogue mentre, appena rientrato a casa propria al termine del settennato, annusa i vestiti che portano ancora l’odore della moglie nella cabina armadio. Il suo grigiore cementizio si contrappone al ricordo dell’esplosione dei colori indossati con grande eleganza dalla sua ragazza, unico amore della sua vita.

Anche quella Roma della quale ci aveva mostrato le feste notturne, le terrazze gaudenti, la magniloquenza ecclesiastica appare più come uno sfondo: istituzionale, normalizzata, quasi sabauda (parte del film è infatti girata a Torino e dintorni).

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Servillo con Anna Ferzetti (ph. Andrea Pirrello).

Una solita antica questione dei vecchi e i giovani, verrebbe (pirandellianamente) da dire. Se per lui, come ha sentenziato il Papa (un avveniristico pontefice con i dreadlock che va in giro in motorino, interpretato dall’attore ivoriano Rufin Doh Zeyenouin) “il passato è un peso e il futuro è un vuoto”, forse vale la pena di accogliere le istanze innovatrici della sua miglior consigliera. Risiede in questo snodo la chiave di sblocco del finale. “Noi, grazie a voi, siamo migliori di voi”, gli ha risposto Dorotea in un momento di esasperazione davanti ai suoi continui rinvii: per l’ennesima volta, in un film di Sorrentino, la sensibilità pragmatica e battagliera del femminile si contrappone alla lentezza insicura del maschio, rivelandosi vincente.

“Di chi sono i nostri giorni?” è la frase leitmotiv che torna a casa con lo spettatore. Insieme all’impressione di aver assistito a un film più sentito, più lento e misurato, meno ipertrofico e grottesco rispetto agli ultimi girati dal cineasta napoletano. È come se nella scelta di mostrare, per una volta, la grazia e l’affidabilità di una politica fatta da persone serie in una democrazia agonizzante ma che non sa morire (fin troppo didascalica la scena del cavallo malato che il presidente non vuole decidersi ad abbattere), Sorrentino fosse riuscito a ripulire e smontare quegli stessi dispositivi che nel precedente lungometraggio, Parthenope, sembravano aver raggiunto un parossismo quasi fine a se stesso.

“Non siamo stati bravi, siamo stati eleganti”, dice De Santis al suo segretario (Roberto Zibetti), al momento del congedo. Che piaccia o meno la consueta cifra stilistica di Sorrentino – la composizione barocca delle immagini, il gioco delle inquadrature, l’andamento sentenzioso dei dialoghi – una cosa è certa: nessun altro avrebbe potuto girare questo film al posto suo. Men che meno il rapper Guè Pequeno che in un brano del 2015 cantava “Sorrentino non avrebbe fatto un ciak migliore / chiedo dopo perdono non prima per favore”. Sorrentino, con la consueta ironia sorniona, lo ha convocato per un cameo, utilizzando Le bimbe piangono per la sequenza più spassosa e potenzialmente memetica di tutto il film. Per farci sapere, insomma, che lui quel ciak lo poteva fare, eccome.

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