Tra ricalco e invenzione: Call My Agent – Italia

18 Marzo 2023

Chi è che, dopo aver guardato un film o una serie TV straniera particolarmente riuscita, non ha mai fatto quel giochetto: “E se l’avessero girata in Italia…”? 

Ammettiamolo: spesso il risultato è grottesco quando lo immaginiamo e deludente quando viene messo in pratica. Un esempio su tutti, il goffo remake RAI di This is Us, drammone in sei stagioni creato da Dan Fogelman, incentrato sui legami familiari e sulla storia di tre gemelli, avanti e indietro dagli anni Ottanta ai giorni nostri. Una serie che – a partire da titolo – era così intrinsecamente americana da risultare del tutto improbabile in un contesto italiano. E difatti Noi, prodotto tanto fuori fuoco da sembrare una parodia (involontaria, purtroppo), è andato in onda all’inizio del 2022 ed è stato cancellato dopo la prima stagione.

Non è sempre così, per fortuna. Verso la fine del 2020, Nanni Moretti dichiarava in un’intervista a “Repubblica” che persino lui, durante il lockdown, aveva guardato un’intera serie TV (per la cronaca: Mad Men, 7 stagioni, 92 episodi); soprattutto, ammetteva che,  pur non essendo un appassionato, alcune gli erano proprio piaciute. Per esempio, Call My Agent, all’epoca interamente su Netflix con il titolo, non molto attraente, di Chiami il mio agente! 

Seguendo il consiglio di Moretti, divorai con grande entusiasmo le quattro stagioni di Dix pour cent (questo il titolo originale, che allude alla percentuale che l’agente prende sul contratto della star). Una strepitosa serie francese sul mondo del cinema, scritta da Dominique Besnehard, Michel Vereecken, Julien Messemackers e Fanny Herrero, in cui le vite degli agenti e relativi assistenti di un’agenzia parigina si intrecciano ai capricci e alle stranezze degli artisti che si trovano a rappresentare.

 

La trovata è che le star sono interpretate, con grande autoironia, da se stesse: da Isabelle Huppert a Juliette Binoche, da Gérard Depardieu a Charlotte Gainsbourg, fino a Monica Bellucci, insieme a nomi sicuramente molto più noti al pubblico d’Oltralpe che a quello internazionale. Tutti colti nei loro vizi (molti) e virtù (molte meno), in un gioco continuo di ammiccamento fra finzione e realtà, fra allusioni per cinefili e curiosità da amanti del gossip. 

Veniva subito da chiedersi quali potessero essere i corrispettivi italiani, gli attori o i registi capaci di mettersi in gioco reggendo meglio la concorrenza coi colleghi transalpini. Alla fine è successo: diretta da Luca Ribuoli, già regista – ebbene sì! – di Noi, ma anche di Speravo di mori’ prima, la simpatica miniserie sulla vita di Francesco Totti, Call My Agent – Italia, sei puntate prodotte da Sky Serie, è arrivata su Sky e Nowtv e funziona alla grande. 

“Una volta c’erano i ruoli per gli attori, adesso li fa tutti Favino”: era una delle battute più riuscite di Boris (correva l’anno 2010). E se la notevole prova d’attore di Favino, alle prese con una divertentissima confusione d’identità, non poteva mancare, a interpretare (bene) se stessi sono chiamati anche Paola Cortellesi, Stefano Accorsi, Matilda De Angelis, Corrado Guzzanti e Paolo Sorrentino, vero pontefice del cinema italiano, nell’episodio di gran lunga più riuscito, con tanto di monologo scritto da lui stesso e divenuto subito virale, al pari del suo cammeo nella terza stagione di Boris.

L’adattamento, a cura di Lisa Nur Sultan e Federico Baccomo, mescola elementi creati ex novo e situazioni che funzionavano anche con gli attori francesi: giusto per fare qualche esempio, la puntata che ha per protagonista Paola Cortellesi vedeva in origine Cecile de France, Favino è l’omologo italiano di Jean Dujardin, ed è divertente pensare a Stefano Accorsi come a una “nostra” Isabelle Huppert. In ogni caso, Call My Agent – Italia lascia pressoché inalterate le dinamiche nelle vite degli agenti e dei loro assistenti. Un elemento molto positivo, considerando che la sceneggiatura da commedia brillante era uno dei punti di forza dell’originale. Di più: il calco, riuscitissimo, non si limita al decòr degli ambienti, ma si spinge addirittura all’aspetto fisico e all’attitudine dei quattro agenti della Carlo Maiorana Agency; e gli italiani Michele Di Mauro, Sara Drago, Maurizio Lastrico e Marzia Ubaldi, non fanno rimpiangere gli ottimi interpreti francesi.

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Pierfrancesco Favino.

Certo, almeno qui da noi è inevitabile il raffronto con Boris; ma laddove la satira del trio Ciarrapico-Torre-Vendruscolo era chirurgicamente feroce nel mettere alla gogna i malcostumi delle produzioni “molto italiane”, Call My Agent Italia mutua dall’originale un tono diverso, magari non proprio rispondente alla realtà, ma dal risultato armonico e comunque divertente. 

Su quest’ultimo aspetto conviene poi aprire una parentesi. Gli spettatori di Boris ricorderanno la gag del comico romano Martellone (Massimiliano Bruno): in Italia riscuote gran successo con il tormentone “bbusciodeculo”, ma quando tenta di sfondare in Francia con una formula identica (“busdelcùl”), nessuno ride. Qui l’operazione è inversa – e fa ridere davvero, soprattutto – ma in ogni caso fa riflettere. In Call My Agent Italia sono del tutto assenti quella cifra di romanità macchiettistica che siamo abituati a collegare al mondo del cinema italiano, il sottobosco di mestieranti fellinian-pasoliniani che forse non esistono neanche più; così come manca la retorica in stile Grande Bellezza, fino a un paio di anni fa onnipervasiva. Più che proporre una satira metariflessiva sulle magagne dell’industria italiana dello spettacolo, Call My Agent Italia ha il tono neutro e vagamente internazionale della serie ambientata in un luogo di lavoro, un macrogenere che accoglie prodotti anche diversissimi fra loro, da The Office a Emily in Paris. Allo sguardo impietoso e dissacrante che ci si sarebbe potuti aspettare, la serie sostituisce un piglio più delicato, leggero, che prende in giro bonariamente i volti noti dello spettacolo, senza forzare troppo la mano e puntando semmai sulle storie personali degli agenti che sono il vero filo conduttore della serie.

In questo senso, stona un po’ il personaggio di Luana Pericoli, giovane attrice romana mezza sciroccata e impegnata in una piccola produzione teatrale indipendente, notata dai produttori di Tarantino che vogliono farne una nuova “spaghetti Fleabag”. Malgrado sia chiaro l’ammiccamento autoironico alla figura dell’interprete (Emanuela Fanelli, che in Una pezza di Lundini si prendeva gioco tanto dei manierismi e delle manie di un certo teatro italiano off quanto di quelli della fiction generalista), il meccanismo non appare del tutto efficace. Soprattutto se confrontato – il modello è ancora Boris – con il rovesciamento tra il Guido di Un medico in famiglia e lo Stanis di Gli occhi del cuore, entrambi interpretati da Pietro Sermonti.

Sarà vero che “le serie TV sono morte”, come dice Paolo Sorrentino alla fine dell’episodio che lo vede protagonista? A giudicare dalla riuscita di Call My Agent – Italia, sembrerebbe piuttosto che godano di buona salute, e che lui lo sappia benissimo. D’altronde, pare aver sviluppato un potere contrario a quello del suo Jep Gambardella: non vuole soltanto partecipare alle serie, vuole avere il potere di farle riuscire. 

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