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Internet

Riferiscono i quotidiani che Anders Behring Breivik, l’autore degli attentati in Norvegia, stava preparando la sua azione almeno dall’autunno del 2009, secondo quanto scritto in un documento di 1500 pagine da lui stesso pubblicato su internet. Inoltre – viene precisato ­– nel memoriale da lui redatto in inglese e intitolato A European Declaration of Independence - 2083, egli spiega nei dettagli i preparativi della spedizione.

 

Questa è una dimostrazione – l’ennesima, se mai ce ne fosse bisogno – che su internet c’è tutto, ma che del pari quel tutto che sta lì, a nostra disposizione, per essere osservato, analizzato, indagato nel caso, noi non lo guardiamo affatto. Non lo hanno guardato gli organismi preposti alla sicurezza norvegese, nella fattispecie, che pure, vivendo in un Paese rinomato per la sua tranquillità, si può immaginare non abbiano moltissimo da fare, e ai quali invece quel memoriale avrebbe avuto qualcosa da dire.

 

Ma allo stesso modo, tutti noi non vediamo ciò che pure abbiamo quotidianamente sotto gli occhi su internet. Si dirà: la rete è grande, e tutto è sempre troppo. Certamente. Eppure la sensazione è quella che quanto più tempo passiamo connessi, quanto maggiore è l’importanza che attribuiamo a internet, quanto più ci lasciamo risucchiare dentro il suo vortice apparentemente infinito, e tanto meno siamo in grado di farvi attenzione, siamo capaci leggervi dentro.

 

Ciò nondimeno, la nostra speranza è sempre quella, stando su internet, di essere letti, visti, capiti. Ed è naturalmente frustrante la sensazione che, nella gran parte dei casi, non ci siano occhi abbastanza attenti per vedere e capire. Forse era questa anche l’aspirazione di Anders Behring Breivik. Nel suo caso, però, non aver visto e capito è costato molto caro.

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