Nei labirinti della storia dell’architettura

Di recente sono usciti due libri, tra di loro molto diversi e ciò nondimeno accostabili: Vita di Giorgio Labò di Pietro Boragina (Aragno 2011) e Dentro il labirinto di Andrea Camilleri (Skira 2012). Ciò che li accomuna è il fatto di essere dedicati entrambi alla vita di personaggi che hanno attraversato in modo fugace, troppo fugace, il panorama della cultura – e in special modo dell’architettura – italiana, entrando altresì in contatto – loro malgrado – con la politica negli oscuri e tragici tempi del fascismo. Altro elemento comune ai due libri è di essere entrambi scritti da autori non appartenenti elettivamente al mondo dell’architettura: il primo essendo laureato in lettere, e avendo un passato di attore e regista, nonché un’attività di pittore e di organizzatore di mostre; il secondo essendo uno dei massimi scrittori italiani, dopo avere svolto a sua volta l’attività di regista e di sceneggiatore teatrale e televisivo.

 

È curiosa questa doppia coincidenza: come se l’architettura – quantomeno nei suoi riflessi biografici – uscendo per una volta dai recinti entro cui di consueto è confinata, si rivelasse improvvisamente portatrice di una potenzialità scenica che, se comprende in sé la dimensione tragica, è però capace anche di sospingersene oltre, divenendo materia drammaturgica.

 

Partiamo dal primo dei due libri in ordine di uscita: Vita di Giorgio Labò di Pietro Boragina. Nato a Modena nel 1919, figlio unico di Mario Labò e di Enrica Morpurgo – il primo architetto e storico dell’architettura, la seconda in seguito traduttrice di libri fondamentali per la cultura architettonica del Novecento quali Spazio, tempo e architettura di Sigfried Giedion e Architettura della prima età della macchina di Reyner Bahnam – Giorgio Labò prende a sua volta la via dell’architettura, iscrivendosi alla Facoltà di architettura del Politecnico di Milano. Non riuscirà tuttavia a laurearsi a causa dello scoppio della guerra e della sua militanza nelle file partigiane contro il regime nazi-fascista, che lo porterà, il 1° febbraio 1944, all’arresto e alla fucilazione, avvenuta il 7 marzo a Forte Bravetta, Roma.

 

Nel corso di questa sua breve vita (quando viene ucciso non ha ancora compiuto 25 anni), Giorgio Labò riesce a produrre diversi scritti di critica d’arte e di architettura, pubblicati su giornali come Il Secolo XIX e Il Resto del Carlino, e riviste come Corrente e Campo di Marte, mentre suoi saggi su Antonio Sant’Elia e Alvar Aalto (la cui uscita era prevista su Casabella) rimangono inediti in vita.

 

Quella scritta da Pietro Boragina è una biografia ricca, una biografia ampia, una biografia lunga – viene da dire –, a petto di un’esistenza tanto breve e pur tanto intensa. La vita di Giorgio Labò, nella quale s’intrecciano frequentazioni culturali, passione politica e competenza nella preparazione di ordigni esplosivi (maturata nel genio artificieri), è affrontata da Boragina raccogliendo e offrendo al lettore lettere autografe, fotografie, quadri e documenti di vario genere. È una biografia polifonica, in cui viene data voce ai molti personaggi che si attorniano al giovane Giorgio – e dunque, oltreché una biografia di una persona dal destino nel bene e nel male straordinario, lo è anche di una generazione e di un intero ambiente culturale altrettanto straordinari, in un periodo della storia italiana in cui s’incrociano in modo fatale grandi personalità e contingenze altamente drammatiche.

 

Il secondo libro, Dentro il labirinto di Andrea Camilleri, è dedicato invece a Edoardo Persico. Di nuovo gli estremi biografici sintetizzano, nel loro essere estremamente ravvicinati, la tragicità di un destino: nato a Napoli nel 1900, Persico muore a Milano nel 1936. Nel suo caso, anche in grazia della maggior quantità di tempo avuta a disposizione, più ampia è l’articolazione delle attività: da quella pubblicistica (come caporedattore e co-direttore di Casabella, in ordine d’importanza, ma anche come critico d’arte, saggista di attualità e romanziere), a quella di architetto allestitore e di grafico, nella quale riscuoterà non meno successi che nella precedente.

 

Personalità eclettica – quantomeno – quella di Persico, fino al punto da risultare, agli occhi del lettore, sapientemente guidato da Camilleri, fortemente ambigua. Difficile valutarne per intero i “mezzi” (benché dietro l’apparenza di una certa improvvisazione e ars simulatoria se ne scorgano distintamente i talenti, comprovati del resto dai fatti), e ancora più difficile afferrarne per intero i fini. Ed è qui che Camilleri, mettendo in evidenza tutta la sua capacità narrativa, a fianco di una del resto non insospettabile capacità nel condurre un’“indagine” storica, riesce a ricomporre il quadro apparentemente “infranto” della vita – e della morte – di Edoardo Persico: facendo e disfacendo la “tela” dei fatti, e accostando fra di loro proprio quegli elementi che parrebbero più dissonanti.

 

È in particolare intorno al mistero della morte di Persico che il “giallista” Camilleri – come prevedibile – si concentra. Facendo di questo “episodio” imperscrutabile, misterioso, enigmatico – molte volte letto nelle scarne narrazioni che ne hanno fatto gli storici dell’architettura di turno –, un intreccio fatale di tutti gli elementi dell’esistenza breve e tormentata di Persico. Così quella scena sinistra che abbiamo già “visto” in precedenza senza averla mai davvero capita – il bagno di quell’appartamentino in Piazza Santa Maria del Suffragio, e dentro un corpo senza vita “immortalato” in una posizione improbabile – diventa adesso, per prima volta, la scena di un delitto: e non importa neanche tanto, in fondo, se si sia trattato di omicidio, o di suicidio, o ancora di morte accidentale.

 

Il delitto consumatosi ai danni di Edoardo Persico (anche volendo lasciare da parte le persecuzioni poliziesche di cui è stato vittima accertata) è quello di un destino che si è accanito su un personaggio per molti versi straordinario, facendolo incontrare con un’epoca e con una serie di circostanze oscure. Per alcuni aspetti, le stesse in cui si è imbattuto, qualche anno più tardi, Giorgio Labò.

 

Fossero vissuti, forse Persico e Labò si sarebbero potuti incontrare. In fondo, diciannove anni di differenza non sono poi così tanti, nella vita dei vivi. Difficile dire cosa sarebbe potuto sortire da quest’incontro. Di certo, tra tanti elementi accumunabili, massimamente diverse e distanti appaiono le personalità dei due: sotto il profilo caratteriale, politico e fors’anche architettonico. Eppure, fossero vissuti, avrebbero potuto fare quello che fanno tutti i vivi nei rapporti tra loro: avrebbero potuto trovare un piano su cui dialogare, o avrebbero potuto scontrarsi, oppure semplicemente avrebbero potuto ignorarsi. Ciascuno però a partire dal fatto di poter scegliere, di essere vivo.

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