Fiammante

Dopo otto anni Christian Raimo torna a pubblicare un libro in proprio. Che è poi anche il suo primo romanzo. Non un esordio dunque, ma – diciamo, alla maniera di Stanley Cavell – un “ri-esordio”. L’esordio vero e proprio (a ventisei anni, nel 2001) aveva i connotati della frammentarietà, del virtuosismo ritmico e metaforico, di un’ironica allusività. Di quel giocoliere scatenato e malinconico, oggi, qualcosa è rimasto – e qualcosa s’è capovolto (ma come mantenendo il calco di quanto non c’è più).

 

Resta per esempio uno scrittore ironico (e anzi un vero talento comico), Raimo, senza essere più uno scrittore obliquo. Al contrario ha preso il partito d’un realismo emotivo che di recente – riprendendo David Foster Wallace – ha paragonato alla pittura iper-realistica di Simon Estes o Mark Goings. Questo anche se uno stile emotivo – per dirla con Tondelli – gli appartiene da sempre (a partire dall’abuso di puntini di sospensione portato, qui, a un parossismo fastidioso). L’allusività d’un tempo, però, rinviava al fondo (anche autobiografico) delle vicende solo per cenni e intermittenze; mentre ora la vicenda – la più archetipica: boy meets girl – è tutta detta, anzi gridata. Un abbandono che convince (e a tratti commuove, anzi) nelle pagine d’amore felice, mentre resta troppo indifeso in quelle del disamore disperato. Convince a metà pure l’altro “fuoco” del romanzo (la dedizione del protagonista, Giuseppe Del Moro ahilui detto Peppe, ai casi di un polacco dal formidabile eloquio, Lubo, che lo trascina in un “lato B” di Roma descritto in pagine eccellenti, certo memori di Walter Siti): divertente il lato picaresco, poco credibile quello “maledetto”.

 

Il ritmo resta indiavolato: il che è tanto più ammirevole (e necessario) laddove così poco succede. Difficile insomma che una fabula così minimalista possa sostenere il peso, è il caso di dire, di tutte queste pagine. Eppure le si legge con piacere: grazie appunto a una scioltezza narrativa, oltre che di scrittura, che ha del miracoloso. Soprattutto resta felice il metaforismo di Raimo (quella che, nella koinè minimum fax, s’è fatta a un certo punto maniera), a sua volta concentrato su due “fuochi”: quello delle fiamme (Peppe è un fisico precario che studia come tenere sotto controllo la loro turbolenza) e quello della vista. Il problema di Peppe è che si distrae di continuo: la sua vita, come quella di tanti suoi coetanei, è frammentaria perché continuamente interrotta. Impossibile dedicarsi a Qualcosa Di Importante (un lavoro, una ricerca, un sentimento) se nel frattempo la nostra turbolenza emotiva, o “bulimia percettiva”, s’imbatte in Tutto Il Resto. L’incontro con Fiora, che è un’oculista, gli dona appunto la vista: ossia la capacità di concentrarsi su quello che lo merita. La forma del fuoco è adynaton che impiegò già, una volta, Manganelli; e concentrare il fuoco in una forma, a pensarci bene, è davvero tutto: per lo stile non meno che per il sentimento. Per la vita insomma.

 

Di una celebre dicotomia di Simone Weil, il titolo fa un’endiadi: così capovolgendo gli esiti del suo bizzarro scientismo morale. Il peso della grazia (Einaudi, pp. 455, € 21) è un libro profondamente religioso (con un pre-finale, però, aduggiato da un interminabile pistolotto dottrinario), proprio perché pieno di cautele nei confronti delle certezze dei mistici. E da questo fondo cristiano viene pure il suo anti-esistenzialismo. La “vita contemplativa a basso budget” potrebbe fare di Peppe, coscienza infelice e anzi “nevrastenica” (mood ben colto dal risvolto di copertina), un nuovo Roquentin della Nausea. Ma, capovolgendo Sartre, Raimo vuole appunto mostrarci che “gli altri non sono l’inferno”: bensì l’unica salvezza possibile. Agli altri, infatti, il suo personaggio si dedica senza risparmio.

 

In modo non diverso, del resto, ha scelto di vivere – specie negli ultimi anni – il suo autore: con generosità che non mi stanco di ammirare. Ma non necessariamente, forse, le virtù di un uomo rappresentano, nella sua opera, un pregio.

 

 

Questo articolo è uscito sabato 29 settembre su “Tuttolibri”.

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