Architettura e fascismo

Più passa il tempo di sua vita, meno uno si trova in grado di confezionar nuove metafore. Questo gli accade per aver saccheggiato ogni metafora ereditata? Il mondo del reale sembra divenire sempre più diafano, si trasferisce dunque sull’arido altipiano del pensato?

Se si potesse contare l’enorme quantità di metafore prodotte nel breve correre di due o tre secoli da profeti, tragedi, commediografi, filosofi, oratori, politici, si comprenderebbe perché le due sponde del Mediterraneo, l’Attica e la Mezzaluna “fertile”, sono state ridotte alle aride brughiere d’oggidì.

 

Fascismo e nazismo erano fratelli gemelli ma forse non omozigoti. Diversi soprattutto in un particolare: il nazismo si abbeverava di sangue e sofferenza come il fascismo, ma, a differenza di questi, rinviava la felicità al futuro, al termine delle guerre di sterminio che aveva ordito. Il fascismo invece, nella medesima fossa di orrori e lordura, ingannava se stesso con guerre truffaldine combattute per finta dalla parte di chi già le aveva vinte, e perciò depositava subito nel mondo del reale le proprie uova di sogno: il futuro fascista, la modernità fascista, la romanità imperiale fascista. Metteva in essere opere di architetti, scultori, urbanisti, pittori, per illudersi di aver già dato alla luce il futuro sognato. “Forse non tutto ciò che è fascista è bene, ma tutto ciò che è bene è fascista” questo era il pensiero di quegli sciagurati che non potevano tormentare gli artisti dato che ne avevano tanto bisogno.

 

Ho visto foto della vecchia via Roma prima che cadesse nelle mani dell’architetto pazzo Piacentini. Era una via barocca, raffinata senza supponenza, un frac elegante e consunto, che, a colpi irrevocabili di bisturi e colate di cemento, si trasformò in una via marmorea, lucida di vetrine curve, di gigantesche colonne, lucida di pavimenti marmorei per incedere al riparo di portici giganti di marmo attraverso l’intera città. Fu appunto in una gelida giornata, tutta torinese, di ghiaccio, nasi rossi e raffiche di neve, che venne inaugurata la fulgente strada del futuro fascista.

Ma purtroppo la neve si appiccica sotto le scarpe e, una volta entrati nei portici, si compatta in una terrificante suola senza attrito. E così, quando le famiglie (tutte iscritte al Partito fascista, e lo si sapeva dal distintivo all’occhiello soprannominato “la cimice”) incedevano estasiate di tanta glaciale lucidità, come pervenivano agli scivoli voluti dall’arcipiacentini per non interrompere con banali gradini l’incedere sontuoso, tutti scivolavano come perognocchi, battendo culate da far spavento.

Il papà e la mamma (oh mio dio, quant’erano giovani!) tenendo per mano Aldo e Roberto, ridevano fino alle lacrime per il fatto di vedere la sconfinata boria fascista sconfitta da una delle solite cavolate architettoniche, e ancor più ridevano all’ululato delle sirene che correvano a soccorrere i fratturati, mentre la Gioventù del Littorio, coi fiocchettoni neri dei fez ondulanti sulle fronti corrusche, facevano da balaustra umana da una parte e dall’altra degli orridi scivoli. Via Roma era come il Canal Grande. Invece di camminare si andava in gondola. Nei giorni seguenti intervennero rapide le maestranze con martelli e scalpelli per picchettare di strisce raspose i ferali scivoli.

 

 

Buttare giù nel ’45 la nuova via Roma per ricostruirla in neobaroccolibertyumbertino senza portici sarebbe stata un’infamia e tutti, anche i più furibondi antifascisti, si rassegnarono a tenerla com’era. Come un parente un po’ mongoloide.

Oggi gli italiani perbene, sinonimo di antifascista, dividono le opere figurative del ventennio in brutte e belle, e sperano si salvino quelle belle, mentre quelle brutte vengano affidate ai Mostri palazzinari.

 

La città di Sabaudia è un sommo capolavoro architettonico fascista, tenuto fino a ora in piedi da un complotto segreto che unisce tutti, dall’estrema destra all’estrema sinistra mentre la mafia sogna palazzoni di 10 piani così anonimi e scrostati da fare invidia a quelli di Ostia Nuova.

Il Colosseo rotondo degli antichi Romani e quello quadrato degli antichi Fascisti, sono ambedue giganteschi capolavori architettonici, ma derivati da un unico orrore: “Panem et circenses”.

Poco si parla degli sfondamenti, quello di via dell’Impero è irrimediabile, ma potrebbe essere medicato da un’aiuola fiorita nel mezzo, mentre le strade carraie, ai due lati, potrebbero ospitare, a cura dell’antiterrorismo, colonne smozzicate e capitelli slabbrati da cercare fra i tanti reperti che in Italia non si sa mai dove mettere.

 

Invece, per via della Conciliazione, cedo gratis per patriottismo un progetto meraviglioso. Quando, più di mezzo secolo fa, giunsi nella Città Eterna, molti mi esaltavano le meraviglie della Spina di Borgo: si percorrevano vicoli tortuosi e si sfociava paralizzati dalla radicalità spaziale di Piazza San Pietro e del suo colonnato. Per ricostruire quel magico effetto potrebbe essere sufficiente un complotto con la mafia palazzinara: lasciar costruire palazzine all’impazzata, senza alcun vincolo urbanistico dentro Via della Conciliazione. Ne risulterebbero vicoli e vicoletti, bui, sudici e maleodoranti, superati i quali tornerebbe l’oh! di meraviglia per l’immenso ovoidale di San Pietro.

 

Questo testo è già uscito su “Pagine ebraiche” di febbraio 2018.

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