Un fusto svedese

Fu a Parigi il primo incontro: alto, forte, aria decisa, portamento sicuro. Era svedese. Un sorbo svedese che svettava in fondo a un viale della Cité Universitaire. Da allora non me lo sono più levato dalla testa. Lo riconosco a colpo d’occhio anche quando compare nei rigogliosissimi, sin troppo curati, giardini dell’Inghilterra del Nord. In Italia è raro vederlo. Mi devo accontentare dei simili, più alla mano, sorbi montani (sorbus aria) detti anche farinacci.

 

Lo svedese (sorbus intermedia) si distingue dall’autoctono per un dettaglio non trascurabile delle foglie. Caduche in entrambi, ovoidali e picciolate, di colore verde scuro in superficie, grigie e tomentose nella lamina inferiore. Ma l’elegante scandinavo invece che seghettate le porta lobate: per ogni lamina si contano fino a quindici lobi regolari, seppure poco profondi. Albero dal fusto eretto, dalla chioma folta e globosa, si è diffuso come essenza ornamentale per l’effetto estetico garantito e per la rustica tempra.

 

A maggio i fiori bianchi riuniti in corimbi ne accrescono l’appeal. Ma il culmine della loro bellezza è l’autunno, quando i frutti sfoggiano colori dall’ocra al rosso e annunciano, come dice il poeta, l’ora dell’addio: “Ebereschen [...] zu einem Strauβ gebunden / ankündigend halbtief die Abschiedsstunden/ vielleicht nie mehr, vielleicht dies letzte Mal” (G. Benn, Ebereschen: “Cespugli di sorbo [...] legati già in un mazzo/ ad annunciare a fior di labbra le ore dell’addio/ forse mai più, forse quest’ultima volta”).

 

Montani sono i sorbi milanesi della Bicocca. Costeggiano una laterale di viale dell’Innovazione dedicata al fisico Piero Caldirola. Sembrerebbe un destino di seconda categoria rispetto a quello dei tigli e degli aceri che sfilano nell’arteria principale di questo decentrato blocco universitario. A ben pensarci, però, quale maggior prestigio ricevono dall’ombreggiare la strada intitolata a un illustre scienziato del secolo scorso piuttosto che a un’astratta entità. Uno che l’innovazione l’ha attuata per davvero nella meccanica quantistica e in ricerche avanzate sul plasma. Non quello ematico, bensì il gas ionizzato dei fulmini e delle aurore boreali.

 

E chi se l’aspettava che gli alberi sollecitassero curiosità toponomastiche rispolverando neglette glorie cittadine!

 

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