Poppies! (and cornflowers)

Paradossi del paesaggio postmoderno: per ritrovare insieme fiordalisi e papaveri bisogna andare all’Expo. Per l’universale occasione li hanno seminati negli spazi verdi intorno ai padiglioni, mentre in centro vestono a nuovo le aiuole del Castello Sforzesco con il compito di richiamare alla memoria i campi di grano. Quelli di una volta, quelli ritratti da Claude Monet nei suoi celebri en plein air, vittime oggi di un’agricoltura noiosa, armata di diserbanti e volta al massimo profitto, ma che non sa (non vuole) sfamare l’intero pianeta. E pensare che mia madre raccoglieva le giovani rosette basali dei papaveri – le chiamava, chissà perché, “madonnine” – per dar gusto e consistenza alle misticanze.

 

 

Erbacee annuali, con radici a fittone, gambi nudi e pelosetti, fiori solitari, inodori ma dai colori squillanti, rosolacci e garofani dei prati (questi i loro nomi volgari) approfittavano volentieri dei coltivi per dar forma con le spighe dorate all’emblematico bouquet estivo. Scacciati dalle colture, quanti cappelli di paglia orfani! Quanti fiordalisi in crisi d’identità, in cerca di terreni sarchiati dove proliferare per dar senso all’attributo scientifico (Cyanus segetum) avuto in sorte, e riecheggiato dal termine inglese cornflower. In pianura, soltanto nei campi didattici allestiti in alcune aree protette, (come nel brianzolo Parco del Curone) è loro consentito tornare a inazzurrare le messi con le tubolose corolle. O si devono accontentare di piccoli vasi su balconi cittadini, dove nostalgiche signore ricompongono, con gli acquisti delle fiere vivaistiche, i quadri della campagna perduta.

 

 

Più intraprendenti, i papaveri (Papaver rhoeas) s’arrangiano da sé, e si prendono vistose rivincite. Corrono lungo ferrovie e cigli stradali, colonizzano cantieri abbandonati, conquistano terreni incolti. Hanno conquistato anche Andrea Zanzotto che alla loro invasiva follia dedica i versi divertiti e innamorati di Tu sai che (in Meteo):

 

La città dei papaveri

così concorde e gloriosa

così di pudori generosa

così limpidamente inimmaginabile

nel suo crescere,

così furtiva fino a ieri e così,

oggi, follemente invasiva…

 

Voi cresciuti in monte su un monticello

di terra malamente smossa

ma ora pronta alla vostra voglia rossa

di farvi in grande-insieme vedere

insieme notare in pura

partecipazione e

naturalmente, naturalmente adorare

 

Che ridere che gentilezze che squisitezze

di squilli e vanti per la sorpresa infusa

a chi nella notte ottusa

non poté vedervi aggredire-blandire

il monticello che fu le vostre mire!

 

 

 

Infestanti, certo, i papaveri. Eppure, mai che ne venga uno nel prato di casa. Per godere della loro effimera bellezza, setosa e sfacciata, in giardino ho puntato non sul poco raccomandabile Papaver somniferum, bensì sul perenne e generoso Papaver orientale, dalle grandi stropicciate corolle, tinte di vermiglio, viola, o rosa pallido, sempre unghiate di nero perso.

 

 

Allegri, certo, i papaveri. Ma rappresentano pure i fiori dei caduti in battaglia: in Inghilterra, l’11 novembre, giorno dell’armistizio della Grande Guerra, tutti ne portano uno (finto, of course) sul bavero. Piero, il soldato di De André, dorme sepolto in un campo di grano all’ombra di «mille papaveri rossi». Zanzotto li chiama «stragiferi papaveri», «sanguinose potenze dilaganti», anch’essi «soldatini», falciati, «perduti ed abbattuti».

 

Per Sylvia Plath, invece, sono «piccole fiamme d’inferno», «sanguinarie damine» (Papaveri a luglio); sono i fiori delle sue private, autoinferte, ferite, grida di bocche tardive tra fiordalisi sboccianti su giorni nuovi:

 

Nemmeno le nubi assolate possono fare stamane

gonne così. Né la donna in ambulanza,

il cui rosso cuore sboccia prodigioso dal mantello –

 

Dono, dono d’amore

del tutto non sollecitato

da un cielo

 

che in un pallore di fiamma accende i suoi

ossidi di carbonio, da occhi

sbigottiti e sbarrati sotto cappelli a bombetta.

 

Oh Dio, chi sono mai

io da far spalancare in un grido queste tarde bocche

in una foresta di gelo, in un’alba di fiordalisi.

(Papaveri in ottobre, traduzione di Giovanni Giudici)

 

Il rosso del sangue, il blu del cielo: forse per questo papaveri e fiordalisi devono stare insieme in un campo di grano: le ferite e i medicamenti.

 

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