Hong Kong: poeti, artisti e blogger

La scena

 

Come si può scrivere di attualità politica senza cadere entro l’orizzonte chiuso della notizia? Evitare la coazione a riprendere e rielaborare ciò che già vive di vita propria sui mezzi di informazione? Non mi accontento di un racconto rimasticato, di storie che occhieggiando agli archetipi e facendo leva sulla sensazione buchino il video – come si diceva solo pochi anni fa – plasmandosi in prodotti per un mercato. 

La mia risposta è: resta alla larga dall’attualità. Narra una faccenda quando è ancora in divenire, o quando è lontana e divenuta. E infila nella tua storia pezzi di realtà purissima: incontra persone comuni, evitando i personaggi pubblici che, appunto, già personaggi sono e già hanno costruito narrazioni in proprio. Fai emergere, così, i temi, le questioni. Una sintesi forte da molte voci leggere.

Un anno e mezzo fa seguivo da lontano, giorno dopo giorno, la rivolta di Hong Kong. Un’inattesa mobilitazione di giovani e non solo, dentro a una piazza finanziaria che si riteneva a torto algida e distaccata, in un paese dove le persone si posizionano in file ordinate e rispettose, dove il concetto di autorità si integra con quello di armonia: armonia del corpo sociale e armonia dell’individuo, dentro a una tradizione orientale che rischia di trasfigurarsi in oppio dei popoli.

Il popolo in oggetto è quello di Hong Kong, minima porzione di un immensamente più vasto popolo cinese che negli ultimi due decenni ha goduto come di un oppiaceo della crescita economica travolgente, che ha portato – non senza strappi, certo – centinaia di milioni di contadini a urbanizzarsi e a entrare dentro all’enclave di una vita migliore, più lunga, meglio nutrita di alimenti e di consumi. Un popolo, quello cinese, soggetto a un regime dittatoriale – e qui prego i molti commentatori di non stare a sottilizzare: regime autoritario preferisce scrivere qualcuno, ma qui c’è un' oligarchia ben piantata dentro ai gangli dell’economia di stato, che tutto fa e disfa secondo logiche interne a sé stessa, e senza possibilità di critica dal basso. Azzerata è la libera espressione. 

In Cina sono censurati i social media globali – facebook, twitter e molto altro – e il social media autoctono, weibo, subisce cancellazioni automatiche per tag da parte delle macchine del cosiddetto Grande Firewall cinese. Il presidente Xi Jinping pochi mesi fa ha visitato i media più importanti del paese sentenziando ineffabile che compito loro è sostenere lo sforzo del Partito nel cosiddetto processo di riforme. E quando accade qualcosa nella realtà – la protesta a Hong Kong ne fu un esempio lampante – chi sgarra e ne riferisce viene arrestato, e perfino i giornalisti occidentali vengono espulsi dal paese, i siti scomodi oscurati.

 

Con garbo, magari. Senza quelle atrocità sguaiate che portano altri regimi sulle prime pagine: qui si preferisce viaggiare a luci spente, non provocare risentimento in opinioni pubbliche lontane. Se per i cinesi è oppio, per noi occidentali è cloroformio alla cinese. E noi, tanto, abbiamo altro a cui pensare: ISIS, migranti, crisi economica. Ma prima o poi questo passerà, e ci accorgeremo di come è fatto il mondo: noi e loro, gli occidentali e l’Asia delle superpotenze.

Un anno e mezzo fa Hong Kong ha sfidato apertamente il gigante. Forte degli accordi siglati da Deng Tsiaoping e dalla Thatcher negli anni novanta, Pechino supervisiona la trasformazione della ex colonia britannica in provincia cinese. Il passaggio deve compiersi in cinquant’anni, la data fatale è il 2046, titolo di un noto film di Wong Kar Wai. Nel periodo di interregno, sono previste libere elezioni del Governatore e del Parlamento. Si definisce questa situazione ibrida come “One country, two systems.” Per la verità la One country si articola con visti di ingresso obbligatori per la Cina da Hong Kong e viceversa, e dei due sistemi il secondo (democratico, si supponeva) a Hong Kong fatica a imporsi: in parlamento solo una parte dei seggi è elettiva e non nominata. Quanto all’elezione del governatore One Man One Vote, prevista per il 2017, ecco il fattaccio: Pechino nel 2014 redige uno White Paper chiarendo che i candidati dovranno passare il vaglio del Partito Comunista Cinese. Scoppiano le proteste dell’autunno 2014, il cosiddetto Movimento degli Ombrelli.

 

Mi interessa

 

 È’ straordinario che in una ridotta dove vive lo 0,5% della popolazione cinese sia nato il movimento che potrebbe scuotere il gigante. La Cina è da anni un paese di rivolte. Scioperano gli operai nelle fabbriche e nelle miniere, o meglio innescano jaquerie ignorate dall’agenzia di stampa di stato ma di cui filtrano tracce. Protestano, spesso, gli abitanti di aree i cui livelli di inquinamento del territorio si fanno insostenibili: e di queste proteste si sa di più forse perché la mediasfera globale è più disposta a rilanciarle (ovvero: i fabbricatori di notizie a comporle per benino, i consumatori a godersele davanti a un caffè o sul divano).

Ma una richiesta di democrazia e libertà di espressione tanto esplicita ancora non si era vista. Mi sono domandato perché. Perché proprio lì. Il passato ancora recente di Hong Kong come colonia britannica non contemplava alcuna forma di democrazia rappresentativa. Però la libertà di espressione era assodata: e forse qui sta la risposta. Un’abitudine consolidata a poter dire, raccontare, leggere, conoscere e muoversi liberamente che per molti individui oggi conta forse di più che non la democrazia in quanto tale - l’esercizio del potere da parte del popolo, cioè. Cos’è per questa gente la libertà? Questo mi interessa, mi provoca domande.

 

 

Hong Kong si svegliava nel momento in cui perfino in occidente qualche voce, affascinata dalla crescente potenza cinese, commentava che un regime ‘autoritario’ ha più agilità di movimento, più capacità di programmazione, più possibilità di reagire alla grande crisi economica globale di quanta ne abbia un regime democratico. Commentatori di fama, ad esempio, scrissero della morte dello storico padre padrone ‘autoritario’ di Singapore magnificando un regime dal pugno di ferro perché capace di pianificare crescita economica e di azzerare la corruzione: un modello che qualcuno vorrebbe esportare perché, ci dicono, mollare qualche cosina dal lato della libertà di espressione e della trasparenza del potere ci consente di essere più ricchi, o meno poveri: più sereni, alfine.

(Serenità: eh, questa sì è una categoria della politica e del sociale che sta divenendo chiave di volta dalle nostre parti). 

 

A Hong Kong, pur da lontano, assistevo a un risveglio naïf, come è tipico di una rivolta giovanile, centrato sulla richiesta di libertà di espressione (“La Cina censurerà la mia pagina Facebook?” si domandavano molti ragazzi) tanto disperata quanto ingenua nella sua articolazione. Si formò in me una domanda altrettanto ingenua: cos’è la libertà, per loro? Cosa è tanto importante? È ingenua la domanda, ma non può che sorgere là dove la libertà è minacciata: per noi è talmente scontata, che non ci ricordiamo più di cosa si tratti.

E allora il progetto, mai portato a termine, divenne quello di scriverne un libro. Andare a Hong Kong. Ma intendevo incontrare le persone comuni, non i leader. Perché me lo spiegassero loro, il movimento degli ombrelli, e non i personaggi già costruiti dai media. Cercavo gli studenti, i giovani, ma anche gli insegnanti, i professionisti, perfino i venditori di strada e i commercianti che a quella rivolta poi si erano uniti. E che ancora oggi, a un anno e mezzo di distanza, si risvegliano con regolarità, perché le ragioni della rivolta sono ben lontane dall’essere domate. 

 

Janice Wasabi

 

Conservo un legame – amici di penna? – con questa giovane ricercatrice universitaria. Suo il racconto per me più vivido delle giornate di ottobre. Ci si vede su twitter, su facebook: per lei sono mezzi di espressione fondamentali. Ho l’età di suo padre, e suo padre mi resta ben impresso per come me lo ha descritto. Un uomo emigrato dalla Repubblica Popolare Cinese a Hong Kong. Un esiliato dunque, anche se non conosco i dettagli della sua storia. Un uomo che ha cresciuto Janice circondandola, lui cinese, della sua musica occidentale: i Sex Pistols, i Pink Floyd. Che l’ha formata attorno al suo desiderio di libertà e l’ha poi frustrata, il giorno dei primi scontri con la polizia, demolendo come molti padri le sue emozioni, deridendo la sua angoscia riempita del fumo acre dei lacrimogeni, del suo vomito per strada, un rito di passaggio all’età adulta che in occidente ha ormai il sapore della farsa, della ripetizione coatta dei modelli imposti dalle generazioni che precedono, e che a Hong Kong ha la cifra della novità assoluta, dello stupore di sé stessi e degli altri – il Governo – e ben presto anche delle reazioni dei genitori, inattese, discordanti con le immagini che i ragazzi ne avevano. Lo scontro di piazza, a Hong Kong, è per ora leggero nelle forme – poca la violenza – ma denso nella sua sostanza – è in gioco la libertà, roba vera.

 

Chiamami Wasabi, mi dice, è un soprannome che mi permette di nascondermi dalla polizia. È anche, da manuale, un occultamento del cognome paterno. E infatti più che dei Sex Pistols e poi dell’inatteso riflesso d’ordine davanti agli ombrelli, del padre non so altro. Forse Janice ne rimuove la storia, i ricordi. Ci interessano rimuginamenti facili o psicologismi sulla figura paterna? No. 

Vien fuori invece uno zio che non c’è più. Janice racconta quel che si è sentita raccontare fin da bambina. Lo zio è uno di quelli che hanno nuotato. Attraversavano la baia tra la terraferma e i New Territories di Hong Kong, là dove è più ampia: più facile, di notte, sfuggire agli occhi di bue che spazzavano la baia. Scappavano dalla Cina della Rivoluzione Culturale. Molti erano evasi dai villaggi posti sotto il controllo delle Guardie Rosse, e attraversando mezza Cina giungevano alle acque nere sulle quali guizzavano i riflessi delle luci di Hong Kong, dei suoi grattacieli a chilometri di distanza. Il freddo, la fatica, la paura di non farcela, la disperazione: molti la raccontano così, li vedi nell’acqua esausti. Dimenticano i dettagli dell’approdo, il luogo esatto. Ricordano solo quanto fossero stremati.

Lo zio è il mito fondante di Janice Wasabi, succedaneo di un padre che non c’è più. Il padre biologico e quello sociale: quel Governo di Hong Kong che li ha traditi, accoltellati metaforicamente, rispondendo a una lapalissiana richiesta di libertà con una violenza per questi ragazzi mai esperita. A noi occidentali fa sorridere. Vennero sparati 89 candelotti lacrimogeni.

 

La polizia usava gli spray al peperoncino, urticanti: i manifestanti, nel caldo afoso e nella pioggia di quell' estate al tropico del Cancro, aprivano gli ombrelli per difendersi e gli ombrelli furono il simbolo del movimento. Perché quella violenza, a Hong Kong, non l’avevano mai vista. Quantomeno, mai l’avevano vista i più giovani.

 

Si comincia

Il racconto di Janice rende la cifra di quelle giornate. Sotto il grattacieli del business district da tempo stazionava una tenda. Un pugno di esponenti del campo democratico – adulti, magari politici di professione e membri del parlamento di Hong Kong, intellettuali – in vertenza con il Governatore su molti aspetti: tra questi i programmi scolastici, perché Pechino intendeva istituire i corsi di ‘patriottismo’, un’irreggimentazione che metteva in subbuglio anche gli universitari, nei campus a nord.

La pubblicazione dello White Paper cade dunque dentro a un bugliolo di sentimenti già in movimento. Gli universitari si riuniscono subito. Decidono di scendere in città. Dirigono sulla tenda di Occupy, sull’isola, dentro a un piccolo parco nel quartiere di Central.

I momenti cardine di quelle prime giornate sono non pianificati, occasionali. Onde che si propagano a partire da un centro – lo White Paper che istituisce la regola insopportabile, offensiva: i candidati all’elezione di governatore devono passare il vaglio di Pechino – e che vanno a frangersi sugli scogli che trovano, a casaccio.

 

Gli universitari sono sul marciapiede della grande arteria che scorre lungo la baia, quasi un' autostrada dove passa la parte più rilevante del traffico dell’isola. Il marciapiede è quello opposto all’area del palazzo del governo, ci si tiene a rispettosa distanza. Una rivolta educata, gentile. La massa di persone preme, nessuno azzarda quello che sarebbe un reato grave: l’occupazione della highway, la rottura dell’ordine sociale, della regola. Un vulnus, a Hong Kong.

Ma è inevitabile che qualcuno si trovi a scendere dal marciapiede anche solo per la pressione della folla. Un piede sulla strada, due. Il traffico rallenta, si forma il primo imbuto, la coda. Altri scendono sull’asfalto, i leader della protesta li ammoniscono a ritornare sul marciapiede. Oramai è fatta, in quella direzione il traffico è bloccato.

Come si riempivano di ansia quei petti, cosa stringeva quegli sterni? Quale euforia dilagava dentro alle vie sanguigne dei pacifici hongkonghesi? Quali ormoni spingevano alla battaglia? 

 È uno strappo vissuto con incredulità. La prima carreggiata è presto bloccata, i più coraggiosi, o forse i più ansiosi, passano all’atto e bloccano l’altra. Hong Kong è ferma.

 

I personaggi e le persone

 

Questo è il racconto di Janice, che però non ne ha esperienza diretta: lei arriva solo il giorno dopo. Anche Eddie Tay, uno dei suoi docenti in università, è arrivato dopo. E così Tammy Ho, poetessa, editor di "Cha", rivista letteraria online. Il giornalista Chen Lee invece è subito sul posto a fare il suo mestiere: ma le sue parole non differiscono da quelle degli altri, ormai quei primi giorni sono un mantra che tutti ripetono e si ripetono: ciascuno con una sua specifica intonazione, ciascuno provando un' emozione singolare che va a trovare il suo posto entro a una polifonia univoca.

Diffido delle emozioni, quando si tratta di render conto di fatti reali, passati alla storia. L’emozione tradisce, deforma. Stiracchia la realtà a seconda dei bisogni e del piacere del lettore: e il mondo dell’informazione lo sa, e sa che le storie sono adattabili per questo. Sa che raccontare una storia avvincente equivale a essere letto, seguito: acquistato. I giornalisti seri invece cercano il modo migliore per mettere in fila i fatti.

 

 

Io non sono un giornalista, e non ho fatti da mettere in fila, raccolti da fonti autorevoli. Io racconto brandelli di realtà: che però non ha nulla di virtuale, non fa parte dello show, e vorrebbe conservare una sua frigidità. Ma a Hong Kong le mie convinzioni sbandano. Colgo un fatto chiave: che l’emozione è la protagonista. Il sentimento, la percezione individuale dell’accaduto e soprattutto del tema: la libertà. Un desiderio che a Hong Kong travalica, è evidente, la nostra capacità di interpretazione razionale, e impedisce la presa di distanza altrimenti necessaria.

Per questo vorrei ascoltare le parole di persone differenti: per ora ho una ricercatrice, un docente, un’artista, un giornalista. Cercavo poi un professionista, che so, l’avvocato, l’architetto, il commercialista. Poi un lavoratore manuale, un portuale, un operaio, e infine un piccolo imprenditore, anche negoziante, tipografo, autotrasportatore.

Proprio queste ultime ‘figure sociali’ hanno avuto una sede propria: non solo a Central si sono formati in modo spontaneo i blocchi stradali. E altrove non erano gli studenti i protagonisti. Vale per il blocco a Causeway Bay, in pieno quartiere degli acquisti, tra i centri commerciali e i fast food, a poca distanza dai bar delle puttane. Vale ancor più per Mong Kok dall’altra parte della baia a Kowloon, dove la protesta è stata guidata da venditori di strada e commercianti, e abitanti di un quartiere popolare. Di sicuro meno naïf degli studenti accampati sotto il palazzo del governo.

 

Chen Lee

 

L’urlo di Chen sconvolge l’oriente: era questo il titolo di un vecchio film di arti marziali? Bruce Lee, attore mito. La sua statua è sul lungomare dei divi, terraferma, dall’altra parte della baia, dove si passeggia la sera di fronte ai giochi di luci dei grattacieli di tante diverse forme e colori, sull’isola.

Assegno il nome fittizio di Chen Lee a un giovane giornalista che ho visto intimidito e spaventato il giorno del nostro primo incontro. Ha un account twitter piuttosto attivo, con nome e cognome, eppure davanti a un occidentale che gli annuncia di voler scrivere un libro, dice chiaramente: non citarmi.

Qualche mese fa da Hong Kong sono scomparsi cinque librai. Vicenda ancora misteriosa: quando ricompariranno non vorranno e non potranno rivelare esattamente la loro storia. Prelevati in territorio cinese, uno forse in Thailandia, o sequestrati a Hong Kong da uomini dei servizi? O, come affermano in cinesi, arrestati sul loro suolo? So solo che la casa editrice collegata alla nota libreria di Causeway Bay aveva pubblicato un libro inchiesta sul Segretario del Partito Comunista Cinese. Forse, avevano tentato di venderlo in Cina. 

 

Insomma: qui bisogna stare attenti. Chen Lee ha testimoniato da reporter le prime giornate del movimento, ma seduto davanti a me ben presto capisco che vuole parlarmi di sé. Quelle giornate, dice, lo hanno scosso. Qualcosa si è rimesso in movimento dopo sei anni. 

Il momento culmine della sua giovinezza è il 2008, l’anno delle olimpiadi a Pechino. Perché gli occhi del mondo si puntano finalmente sulla Cina, e a Hong Kong sentono che è il momento buono: perché si parli di democrazia. 

Fin dall’anno prima, lui giovanissimo, aveva avuto parte nelle proteste contro la costruzione di un nuovo porto che avrebbe cambiato la geografia della città. Il nuovo scalo cargo era voluto da Pechino. A Hong Kong lo si viveva come una sorta di espropriazione: la prima grossa zampata del nuovo padrone dopo gli accordi del 1996, dopo il take over, il passaggio di consegne tra Gran Bretagna e Cina comunista. 

Anche perché appariva occultata ogni decisione sulle elezioni one man one vote, parte integrante degli accordi del ‘96. Il movimento perse la sua battaglia, il porto fu costruito, ma si cementò quella fetta di opinione pubblica che premeva per la democrazia, e che vedeva gli spazi di libertà di espressione restringersi in modo graduale e irreversibile. Un giornalista viene picchiato da manifestanti pro Pechino: Chen Lee decide di diventare giornalista. 

 

 

Avevo poco meno di vent’anni: è quando si comincia a pensare, e io l’ho fatto, mi dice.

Mi dice che a Hong Kong il numero degli elettori prodem è sicuramente superiore a quello dei pro Pechinesi. E non importa che il nuovo porto avesse portato più lavoro, e che anche l’isola stato abbia goduto della crescita economica cinese: è in ballo la tua identità, mi dice. 

Da anni, mi dice, ho la mia pagina facebook, leggo i blog: se non si discute c’è qualcosa di sbagliato. In Cina Internet è pesantemente censurato: accadrà anche qui? E che cos’è la Public Security Law di cui tanto si parla?

 

Ma il movimento degli ombrelli ha cambiato qualcosa. Paradossalmente, parte dell’opinione pubblica si è spaventata: i sondaggi danno ora la parità tra chi è a favore e chi è contro, conteranno gli indecisi. Conteranno quando, gli chiedo. Conteranno nel 2017, quando le elezioni ci saranno davvero.

Il movimento, dice Chen Lee, ha però cambiato lo scenario: la sua espressione concreta, i blocchi stradali, i ragazzi che dormono nelle tende sull’asfalto per 7 giorni, gli spray al peperoncino della polizia e i lacrimogeni sono diventati l’oggetto del dibattito. Il tema originario viene velato, anziché svelato, dall’azione diretta. Dagli avvenimenti come sono stati vissuti da ciascuno. Passa in primo piano l’esperienza personale. Prima, lo sdegno per le violenze della polizia, più tardi purtroppo la noia per gli inconvenienti di un blocco così lungo, e di una lotta che pare senza prospettive di vittoria. 

 

La realtà e i suoi specchi

 

Davvero è strano. Che tanto fosse in gioco in quei giorni e lo sia stato in seguito, e ancora lo sia, e che invece l’attenzione delle persone si sposti su aspetti che a me paiono secondari. Analogamente a quanto accadde in quei nostri lontani giorni di Genova: tutti ricordiamo l’assassinio di Giuliani, le botte della Diaz: chi ricorda per cosa si manifestava?

Qui l’aggressione poliziesca è uno shock che sposta emozioni, sentimenti. È la prima volta, certo. Ma questo è un posto dove si arrivava a nuoto, la notte, fuggendo dalla carneficina (altro che la Diaz…) della Rivoluzione Culturale: che iato rispetto a pochi lacrimogeni, a pochi studenti che vomitano per strada una notte. Come cambia in fretta questa parte del mondo. Un cambiamento che travolge l’intimità delle persone, e che la mette in prima fila, ne fa il soggetto della storia, della politica.

 

Janice Wasabi

 

La libertà di parola, mi dice. Aggiunge: la libertà di pensiero! Questo vuole dirmi, e vuole che io lo capisca per bene: la libertà di essere la persona che voglio essere. Anche lei perentoria: non mi nominare. Scrivi solo: Wasabi. I miei amici conoscono questo soprannome. Teme che io ne faccia un libro, pensa di diventare un personaggio pubblico e si cautela come Chen Lee. Ma i suoi account social sono chiari: Janice Wasabi. C’è la sua faccia, in fotografia, e una mitragliata di tweet o di post nei quali il suo pensiero è espresso senza vincoli. Ma non c’è verso: mi chiede di nascondere il suo cognome: “Non voglio che lo vedano i miei genitori”. 

 

Eppure sono di fronte a una persona che, per gli standard del continente, è abbondantemente adulta: ha 25 anni, sta scrivendo una tesi di dottorato in lettere, un docente già le prepara un futuro prossimo da ricercatrice universitaria. Ma vive ancora con i genitori.

Quel che studi, dice, ti forma. E negli ultimi anni avanzano inarrestabili i corsi di morale, di politica, di storia cinese. "Voglio diventare insegnante: sarà il mestiere più importante."

 

I giorni degli ombrelli, soprattutto i primissimi, hanno lasciato un segno forte. "Non c'è, non ci sarà mai una strada verso la democrazia." E, come se questa fosse la cifra che interpreta meglio di altre l'attuale sentimento degli Hongkonghesi: "I miei genitori sono contro." Le hanno detto quelle frasi: voi distruggete l'armonia, l'economia. Se il governo non vuole la democrazia, avrà le sue ragioni.

 

Quel che più la destabilizza è che "a casa non puoi esprimere la paura, la disperazione. Torni in strada perché li sei libera di restare a contatto con le tue emozioni. È successo, lo so, anche dopo i primi arresti. Le famiglie non fanno niente per i loro figli, non gli trovano avvocati, magari non vanno neppure a visitarli in guardina. Gli hongkonghesi adulti vivono la tipica vergogna cinese di chi è alla gogna perché non ha rispettato la regola".

 

Janice sta su un versante opposto: ha rotto la teca, ha oltrepassato la lastra di vetro. E’ all’esterno. "Ogni giorno ti domandavi: cosa succederà oggi? E non potevi parlarne con i genitori. Tornavi nelle strade, ma avevi paura. Nessuno ti difendeva, c'erano anche delle divisioni nel movimento difficili da capire. Ero sola." Il ricordo degli eventi è forte. Siamo seduti davanti a un tè leggero, e le vedo un leggero tic su una palpebra. È emozionata.

 

Il 26 settembre, la folla degli studenti viene aggredita con gli spray al peperoncino. "Eravamo arrabbiati!" Quasi lo urla. 

L'hanno anche picchiata, più avanti, a fine novembre. "Avevamo circondato il palazzo del governo, impedivamo l'ingresso agli uffici. Volevamo uno stop generale. Loro erano in assetto da battaglia, anche gli studenti avevano portato qualche casco," ma lei no! Lei si era messa nel gruppo dei reporter, tra microfoni e telecamere. Eppure l'hanno spinta, è caduta, l'hanno picchiata. Ha finto di essere svenuta.

 

"Chiudi gli occhi, senti picchiare, senti i colpi dei manganelli sulle gambe, i calci sull'anca. Non mi sono mossa." Quando apre gli occhi, il gas degli spray pervade l'aria attorno. Gli occhi le bruciano. Non vede niente.

 

 

Eddie Tay

 

Docente universitario, a Hong Kong da quindici anni (“Sono honkonghese perché lo sono i miei figli.”) singaporeano di origine, quindi abituato a confrontare i due sistemi: le due dittature leggere. Mentre si democratizza Singapore, la morsa si chiude su Hong Kong. Poeta pubblicato in ambedue i paesi – in lingua inglese – fotografo per passione con un blog su "Cha", rivista letteraria online. Mi mostra i suoi scatti, più che altro in un bel bianco e nero: amava fotografare la gente di strada, poi ha trovato le strade occupate di gente di tutti i ceti, di tutte le età, di tutti i colori, e allora è passato al colore, il giallo degli ombrelli, le tende a igloo sull’asfalto, i postit arcobaleno incollati sui muri, perché ciascuno potesse esprimere un suo pensiero: ma con grazia, un pensiero asportabile, non invasivo come quello dei nostri writer. Un muro colorato ribattezzato Lennon wall. Immagina.

 

 

“Ma no, io faccio vita semplice. Non sono coinvolto. Ho i miei bambini, la mia docenza, vado avanti e indietro con il metrò tra la casa in campagna e il campus, scendo poco in città. A me piace annoiarmi.” Poi: “Io non ho interessi diretti in questa storia. Mi importa solo capire se i miei figli avranno minori o maggiori opportunità.” E infine: “Però sono un uomo che vive in maniera emozionale, mi faccio trascinare dal sentimento: per questo ho simpatizzato con gli studenti.”

 

Provo un' esegesi. Eddie Tay è abituato a non esprimere apertamente il suo pensiero: viene da Singapore. Poco prima del nostro incontro era morto lo storico padre padrone di Singapore, Lee Kwan Yu. Il professor Eddie Tay ha partecipato alle celebrazioni a Hong Kong insieme alla comunità singaporeana, e ripete le parole di tutti: per noi era come un padre. Appunto. Un padre che, attraverso arresti ed espulsioni mirate dei dissidenti e leggi elettorali ad personam ancora riusciva a tenere il paese chiuso entro il suo pugno di ferro a dispetto di un’opposizione che superava il 40% dei voti. In un paese, appunto, abituato a esprimersi poco (e a divenire di conseguenza parecchio noioso).

 

Eddie è impregnato di un’attitudine al non dire la verità che si sposa perfettamente con le necessità di chi vive a ridosso dell’Impero di Cina. Quel che improvvisamente apre quest’uomo tenacemente pacato, ancora, è l’emozione. Come accade alla maggioranza degli hongkonghesi a fine settembre.

 

Il 22. In università. Il raduno degli studenti. Lui scende in cortile e comincia a fare foto. Sente l’atmosfera tesa. Sa che sono state accese le telecamere del campus i cui filmati verranno utilizzati per identificare i leader della protesta. Ci sarà anche lui con la macchina fotografica? Questo, paradossalmente, gli dà coraggio. “Lì si stava facendo la storia.”

 

Dice: ero tra gli studenti e ne sentivo l’empatia, questa gente che protestava indifferente al proprio futuro materiale. Farsi identificare poteva essere un colpo alle loro opportunità future di lavoro. Poi: “Che strane sensazioni!” Lo colpiva il rispetto che i manifestanti avevano nei confronti di chi non la pensava come loro. Ricorda che i giorni successivi, giù in città, si discuteva in modo pacato e libero: un megafono passava tra le mani, ciascuno aveva tre minuti di tempo, che fosse a favore o contro lo sciopero e l’occupazione della strada. La non violenza: a Mong Kok, quartiere popolare dove pure si era formato un blocco, arrivarono gruppi di “Tattoo Kids”, tutti procinesi che volevano menare le mani (si disse che qualcuno di loro appartenesse alle Triadi, la mafia cinese). Pace, pace, gridavano i manifestanti. Era chiaro che cedere alla violenza avrebbe portato alla sconfitta.

 

E poi arriva il 28 settembre, il passo falso del governo: la polizia attacca. Due numeri che verranno ripetuti come un mantra: 87 candelotti lacrimogeni, che provocano 79 giorni di occupazione.

 

Ricorda Eddie Tay: mia moglie era contraria. Diceva le solite cose, va bene protestare, ma non devono bloccare le strade. Hong Kong è spaccata, chi a favore, chi contro perché preferisce il quieto vivere, non vuole rotture della sua routine quotidiana. Gli 87 candelotti spostano di un colpo l’opinione pubblica dalla parte degli studenti. Anche sua moglie lo dice: no, non dovevano. Capisce le ragioni degli studenti: non è la ragione che ha trasformato il suo modo di pensare, ma un’emozione poco decifrabile.

 

 

Ahimè

 

Sto scivolando dentro a un campo per me minato. Penso da anni che il nostro mondo, l’occidente, viva un’overdose emozionale: di questo si nutrono i social network, i telegiornali e il mondo dell’informazione, le banali discussioni a tavola tra amici. Le urla anziché i commenti, lo sdegno come carburante di un ego ferito. Allora racconto come mi piaccia trovarmi dall’altra parte del mondo, dove i vitalizi dei parlamentari e le auto blu non sono argomenti di discussione, bensì si deve parlare di lavoro, e di libertà di espressione minacciata, e di trasformazioni sociali travolgenti.

 

Invece la rivolta degli ombrelli gialli spazza questa mia visione: l’emozione è il carburante giusto perché qui, nella Cina dell’ordine imposto dall’alto, rompe la gabbia. Riporta al centro l’individuo. E l’individuo, c’è poco da fare, è il centro di ogni ricerca di libertà: di espressione, di essere sé stessi.

 

Accadrà, alla fine, che l’emozione tutto travolge. Accadrà che una sintesi razionale, o almeno un sistema decisionale stabile sia impossibile da costituire. E quindi il movimento sbaglierà, non saprà fare passi in avanti: dal punto di vista degli obbiettivi i 79 giorni degli ombrelli sono un fallimento totale. Il finale vedrà i ragazzi con i sacchi a pelo e le tende circondare i palazzi del governo, impedire le attività degli uffici, la polizia nell’impossibilità di tollerarlo, i manifestanti costretti a prendere atto del loro isolamento, la popolazione dell’isola esasperata. Gli assedianti presi ‘per fame’ anziché gli assediati. Molti dei leader che si sono autolegittimati in quei giorni chiedono agli occupanti di desistere. I più anziani intellettuali della tenda di Occupy Central, che erano stati completamente scavalcati dalla spontaneità dei più giovani, pubblicano appelli, chiedono la resa.

 

Si erano visti, manifestanti e governo. In una straordinaria giornata di civiltà come mai in Italia ne potremmo vedere, i rappresentanti del movimento siedono a un tavolo, davanti a loro i rappresentanti del governo. La folla resta sulla strada in silenzio, non ci sono grida, lanci di monetine, indignazioni da esibire. In Italia accadrebbe il contrario: impossibilità di una discussione, narcisismo della protesta, messa in scena di identità ribelli buone per un fine settimana. Qui si faceva sul serio, invece: in gioco era la libertà.

 

I colloqui non portano a nulla. C’è il muro del governo. C’è l’incapacità dei manifestanti di immaginare una richiesta univoca. È un nulla di fatto. E qui l’emozione gioca davvero contro. La stanchezza prende il posto della tenacia, la disperazione del coraggio.

 

Chen Lee: dovevi vederli, quella mattina. L’ultimatum diceva, alle sette campo libero, gli impiegati devono poter accedere ai loro uffici. Ero lì, a quell’ora. Sentivo i telefonini suonare la sveglia, i ragazzi uscivano assonnati dai loro sacchi a pelo. Io dicevo, fate in fretta, se no la polizia arriva. Ma loro non se ne capacitavano. Una scena surreale. La polizia ha aspettato che questo triste rito della sconfitta si concludesse, che i leader della protesta aiutassero i più pigri a far su le loro cose, pentolini, lampade da campeggio, libri di scuola. Poi è finita.

 

 

 

Non è finito niente

 

Ero a Hong Kong il 4 giugno dell’anno scorso, sei mesi dopo gli ombrelli. In Cina, chi indica quella data scrive: 35 di maggio. In questo modo si evita la censura automatica per tag del Grande Firewall cinese. O almeno così succedeva fino a qualche anno fa, ormai il trucco non basta più.

Il 4 giugno è l’anniversario di Piazza Tian’an Men, la repressione brutale della pacifica rivolta nell’89, le decine di migliaia di arrestati, scomparsi, gettati quasi a vita nelle prigioni della Repubblica Popolare Cinese. 

 

 

A Hong Kong la celebrazione è molto sentita. Ho partecipato alla fiaccolata, forse 300.000 persone, riunite in un grande parco sull’isola. Seduti sul prato, osserviamo scorrere sullo schermo immagini di quei giorni, di quei discorsi, delle canzoni simbolo come Nothing to My Name del rockettaro Cui Jian.

 

C’è un grande silenzio, intorno. Cerchiamo il posto giusto dove sederci scambiandoci informazioni a voce bassa. La sensazione, di nuovo, è di una corrente emozionale profonda. Sui visi leggo ancora sgomento. Per il 35 maggio ’89 o per ciò che accade a Hong Kong oggi?

 

Paradossalmente, non tutto il movimento degli ombrelli è qua, stasera. Una sua parte importante si sottrae alla celebrazione. Janice Wasabi: “Non ci riguarda. Simpatizziamo con i cinesi dissidenti, ma noi non siamo cinesi, semplicemente. Non intendiamo appartenere a quella nazione, noi vogliamo l’indipendenza.” Come sempre, dopo una battuta di arresto, il movimento si radicalizza e si divide.

 

I sondaggi, e la percezione diffusa, dicono che i 79 giorni di occupazione hanno sfiancato troppa gente. Che nel momento della sconfitta il popolo prodem si è assottigliato e che invece ha ripreso fiato la parte filocinese. 

 

In realtà questi due anni hanno visto un proliferare di battaglie di minore impatto, sul commercio tra Cina e Hong Kong, sulla costruzione di linee di trasporto che integrano l’isola nel ventre della grande madre, sull’imposizione delle materie di educazione politica a scuola e in università, o sul caro affitti. Quanto alle elezioni one man one vote è finita in farsa. L’assemblea legislativa doveva votare per ratificare lo White Paper di Pechino. Ma i parlamentari filocinesi non hanno partecipato al voto, e il parlamento ha dunque respinto quasi all’unanimità il diktat. Vittoria o sconfitta? Pechino, ineffabile e sempre più dura ha dichiarato: bene, se non c’è un regolamento non ci saranno le elezioni. E più tardi: le faremo, le elezioni: vi presenteremo un paio di candidati e voi sceglierete tra questi. Cosa accadrà davvero non è chiaro.

 

Io continuo a pensare che Hong Kong sia viva. Anche perché la contrapposizione tra chi si schiera per il quieto vivere, e chi intende difendere la propria libertà di espressione attraversa le famiglie e i gruppi sociali e li scuote. Insomma: sono in gioco le libertà personali, la coscienza di sé, l’autoaffermazione individuale, perfino un poco di narcisismo. 

 

Tammy Ho

A un anno dagli ombrelli riesco finalmente a incontrare questa poetessa, la più nota e premiata della generazione giovane (e si intende come sempre sotto i cinquant’anni). Tammy Ho è bellissima, come la ricordavo. Sette o otto anni fa mi diede appuntamento in un caffè davanti al Man Mo An Temple che, tra l’altro, è dedicato a una divinità che sovraintende a ogni forma di comunicazione scritta: ne uscii con un mazzo di matite che conservo intatte sulla mia scrivania tranne una a cui ho fatto la punta col temperino.

Bellissima ma sorprendentemente minuscola, mi arriva forse allo sterno, Tammy Ho. Ci sediamo in un bar di Whampoa Garden, quartiere di buon livello sulla terraferma, non lontano da Kowloon, una dozzina di edifici bianchi a croce, venti piani: come dicono i suoi amici con sorpresa: a lei piace vivere lì. L’anonimato, anche quella del territorio, si addice ai poeti?

 

 È uno strano incontro – Tammy è così, poco affidabile quanto a date e orari, e c’è voluto un tre settimane di continui rinvii – ma lei ora ha da dirmi, e mi ascolta. Io apro sul tavolino il quadernone, di lato, per buttar giù i miei incomprensibili appunti come sempre senza distogliere l’attenzione dall’interlocutore, ma basta poco, una mia occhiata alla pagina, e lei posa le sue mani sulle mie, ferma la mia penna. Vuole l’attenzione e la comunicazione del corpo, delle espressioni, vuole tenere i miei occhi nei suoi. Mi hanno detto che Tammy non ha una relazione fissa, che ha gusti molto aperti per quel che riguarda gli uomini, che lo fa con semplicità. Nello stesso modo in cui nelle poesie e nei lunghi brani di prosa poetica inserisce riferimenti sessuali con noncuranza. Mi ha già detto che ha poco tempo per questa chiacchierata, non so nemmeno se la rivedrò: a meno di non farne un libro, di questa preliminare esplorazione, e avere altri incontri con il personaggio e la donna Tammy Ho.

Le sue mani sulle mie: guarda che per noi, dice, è una roba grossa questa.

 

Anche lei insegna. Ricorda quanto ha dovuto rassicurare la mamma di una sua alunna: dicendole al telefono: la ragazza oggi è con me, sono la professoressa, non avere paura. Ma questa frattura che attraversa le famiglie di ogni ceto ha scosso anche la sua. Zia Tammy prende il bus ogni due tre giorni per andare a trovare i genitori e le sorelle, ha una predilezione per una nipotina: ma nei giorni degli ombrelli ha sospeso le visite. In famiglia le relazioni erano tese: state distruggendo la società (la frase che mi sono appuntato recita: stanno distruggendo la società: come se Tammy mi dicesse: io non ero coinvolta direttamente, non ero in piazza se non per curiosare, hanno fatto tutto gli studenti; si nasconde un po’, però ha pubblicato delle poesie in favore del movimento).

E infatti poi mi dice: ma non ci sono differenze di età. Non c’è nessuna differenza visibile, il movimento non ha confini: ma allora perché alcuni sì e altri no? Dice che i cinesi sono tutti quieti perché – frase sua che mi appunto mentre lei posa le mani sulla mia penna – “sono abituati a non vedere il mondo”. Come dicesse: i cinesi vanno a testa bassa, e poi ci sono tutti questi soldi nuovi in arrivo. E poi “serenità, stabilità: non vogliono altro. Noi qui invece abbiamo altri obbiettivi”.

Perché alcuni sì e altri no? “Mio padre non ce la fa, ha una sua routine, non posso nemmeno parlargli di questa cosa.” Ma anche tra i più giovani è così. 

Tammy, cosa differenzia chi ha bisogno della libertà e chi ne può fare a meno?

 

La sceneggiatura

 

Torno al punto di partenza. Come rendere l’attualità senza farne spettacolo, eppure trovare un racconto accattivante che un lettore possa seguire componendo e ricomponendone (lui, il lettore) i vari pezzi. Ma soprattutto: come evitare di dire il già detto?

La scelta è quella di partire dal basso – una volta si diceva così – e quindi dalle storie individuali, di chi personaggio non è nella vita reale e io vorrei che reale rimanesse anche nel racconto. Mi manca parecchio: mi manca il mondo delle professioni, mi manca il popolo dei lavoratori manuali degli operai, di chi fa fatica con il corpo, e mi manca il businessman, il commerciante. Poco male, li troverò.

Ma intanto il tempo passa, il 2017 si avvicina, Pechino stringe le sue maglie nel Grande Paese e a Hong Kong, e quel che ci vorrebbe è un diario in perenne evoluzione. Fatti, facce, una volta al mese, a registrare cambiamenti di umore, e il progredire della storia. E della Storia.

Mi piace. Mi piace che il benessere materiale non sia sufficiente, e che qui ci si batta per altro, che ha a che fare con la sfera delle emozioni. E poi mi piace che di questo si possa narrare con razionalità, senza giocare sulle facili emozioni del rapporto scrittore lettore: che nella discussione su ciò che è politica (e in questo caso uno dei suoi punti più alti, la democrazia) ci sia ancora il modo di restare legati alla razionalità di un discorso pacato, composto di frasi lunghe e non di brevi battute o motti di spirito. Che non vincano mai l’ansia, la paura.

E che venga fuori la risposta: cos’è la liberta?

 

Ne sarei capace? Ne sarò capace? Ne saremo capaci? 

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