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Forni crematori

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Il figlio di Saul. Nemesis?

Il film inizia con una immagine sfocata, rivolta verso un “di fuori” che pare quasi incomprensibile, come se fosse la proiezione di un “di dentro” che ha smarrito per sempre la capacità di vedere (e di vedersi). Il campo di sterminio è il luogo dell’insondabilità, di una percezione stravolta poiché si fonda sulla cancellazione di qualsiasi residuo di umano e, quindi, di soggettivo. Il Lager non ha futuro, ossia non ha tempo: è un eterno presente, che si ripete ossessivamente, incessantemente, senza un perché ma con un solo come, quello del meccanismo dell’annullamento totale su scala industriale. Il campo è in sé una totalità e, quindi, non necessita di spiegazioni.   “Warum?”, chiedeva improvvidamente Levi, sentendosi rispondere: “Ist nicht warum!”.   Il manifesto civile della pellicola è chiaro fin dai primi fotogrammi: vorresti vederci chiaro ed invece, alla prova dei fatti, tutto si fa scontornato e privo di messa a fuoco. Quasi un esordio con sfida, per lo spettatore, il quale vorrebbe forse chiedere al regista e all’operatore,...