Arturo Mazzarella, La Shoah oggi

3 Giugno 2022

La Shoah oggi è un saggio di teoria della letteratura molto denso. Come in tutti i testi che impegnano molto il lettore, è probabile che ciò che sto per scrivere non sia il centro del libro, ma solo un elemento secondario. Tuttavia è quello che a mio avviso rende questo libro non solo utile, ma indispensabile. 

 

Con La Shoah oggi Arturo Mazzarella ci accompagna in un percorso di testi, (narrativi, poetici, visuali…) che hanno al centro la ricostruzione degli anni della persecuzione e dello sterminio e il problema di come se ne possa parlare. Non solo se la scrittura o il mezzo espressivo adottato (la pittura, il fumetto, il teatro, la mimica …) siano in grado restituire l’accaduto, ma più complessivamente che cosa rimanga ogni volta di «non detto», «inespresso», «dimenticato» o «tralasciato».

Al centro della riflessione su questo che oggi è più che un genere espressivo è la capacità della produzione artistica – qualsiasi sia il mezzo espressivo adottato – di riprodurre non solo il reale che è accaduto – là, in quel tempo – ma ciò che rimane, qua e nei molti tempi dopo quell’evento storico.

 

All’inizio il tema è come si ricostruisce il senso di smarrimento o di sorpresa. Appartiene alla sfera del progetto che uscire dal cono d’ombra della Shoah implica provare a ritornare in vita. Per farlo però si tratta di trovare forme e linguaggio che sappiano descrivere la condizione estrema vissuta e insieme come quella condizione lasci comunque feriti. Mazzarella indaga la storia di quella ferita nel linguaggio e nei versi di Celan, e nella ricerca di dare volto alla scena che costituisce il senso della scrittura di Primo Levi. Come di quella, con tutte le differenze del caso, di molti altri come Wiesel, per esempio, o Antelme. È il primo nucleo argomentativo che propone Mazzarella.

 

Poi c’è un secondo profilo in cui si tratta di capire come quell’urgenza si trovi di fronte a un passaggio tra chi è stato lì, chi ha vissuto quel tempo e dunque se non direttamente, almeno indirettamente è stato parte di quel tempo anche non passando per l’esperienza della deportazione o della prossimità allo sterminio, e chi è cresciuto accanto a quelle voci che hanno raccontato la loro esperienza diretta.

In questo secondo profilo il tema diventa ancora più ossessivamente quanto si rimane fedeli a ciò che è avvenuto, ricordando quel tempo e fermandolo nel racconto. Forse il prodotto culturale, inquieto e problematico, più simbolico di quella stagione è Shoah di Claude Lanzmann, su cui Mazzarella si sofferma con rigore, ma senza dimenticare come ci siano anche altre voci che provano a non essere solo documento. Di nuovo Primo Levi, Paul Celan, ma anche Jean Améry e per certi aspetti i tormenti sul tema della sopravvivenza che accompagnano la riflessione di Bruno Bettelheim.

 

Infine il terzo profilo: noi oggi, qui e per tutti i nativi digitali. Una generazione  che non ha solo il problema di come conservare storie del passato o come trattenere nella propria memoria e farsi carico di “storie del non provato” ma di come quella sfida costituisca anche una dimensione inquieta più generalizzata di ciò che implica l’atto di memoria nel tempo 2.0.

In questo tempo che ha spesso ha voluto dire scoprire storie di falsi testimoni – su cui ha scritto con grande competenza sia Frida Bertolini – ma anche interrogarsi sull’efficacia delle culture e delle politiche di memoria adottate a partire dagli anni ’90   su cui ha invitato a riflettere Valentina Pisanty – Arturo Mazzarella, significativamente e con pertinenza, sceglie di cogliere le suggestioni di chi avverte la trasformazione della scrittura o della lingua non come minaccia ma come sollecitazione a ripensare come si costruisca memoria per una generazione che ha il problema, in questo nostro tempo, di misurarsi su come non solo si conservi un racconto del passato, ma come ci si reimpossessi di passato anche in forza dei molti strumenti di immersione nella storia che attraversano il nostro presente. 

 

È questo terzo capitolo, dedicato agli occhi che non vedranno perché non più testimoni oculari di quell’evento, che mi sembra davvero innovativo del libro di Arturo Mazzarella.

Il suo nucleo argomentativo mi sembra che si trovi a alle pagine 210-213, dove Arturo Mazzarella riflette su Notte e nebbia (1956) di Alain Resnais, autore che avrebbe potuto collocarsi nel tempo degli “occhi dei figli” (ovvero nel secondo profilo)  ma che Mazzarella giustamente colloca come generativo del terzo profilo. 

Alain Resnais, dunque. Partiamo dal titolo. 

 

Nacht und Nebel, niemand gleich. “Notte e Nebbia, non c’è più nessuno” scriveva Richard Wagner nel suo capolavoro L'oro del Reno, frase rubata poi da Adolf Hitler per definire il suo decreto del 7 dicembre 1941  – [“Richtlinien für die Verfolgung von Straftaten gegen das Reich oder die Besatzungsmacht in den besetzten Gebieten” (“Direttive per la repressione dei reati commessi contro il Reich o contro le forze di occupazione nei territori occupati”)] – nel quale descriveva minuziosamente come eliminare i prigionieri politici scomodi, quelli cioè che si erano permessi di criticare il suo operato.

 Il tema della proposta di montaggio di immagini, ovvero la costruzione e l’esposizione ordinata e artificiale di “testimonianze” e ricordi, che Resnais compone e a cui allude il titolo del film, suggerisce a Mazzarella una prima conclusione, che a me sembra essere il filo tenace su cui si costruisce il libro. Ovvero:

 

 

«Le immagini – scrive Mazzarella – vanno manipolate, alterate, per non tradire la pluralità di significati che portano inscritti al di là della loro evidenza sensibile, per lasciare la possibilità che questa stratificazione del senso si renda disponibile, volta per volta, alla decifrazione di un’attualità storica sempre diversa.» [pp. 211-212]

 

Operazione di interpretazione e di analisi della produzione letteraria, ma anche artistica, fotografica, cinematografica, saggistica a cui Mazzarella si dedica scegliendo una filiera di testi e di autori che in realtà non sono una nuova generazione, ma sono coloro che, sia appartenendo alla prima generazione, quella dei testimoni diretti sopravvissuti – insomma coloro che «avevano visto» –, che ai figli che hanno continuato a «veder vedere», hanno però compiuto un passaggio culturale meditando su come raccontare alle generazioni successive.

 Mazzarella molto opportunamente costruisce un ripiano di testi – verbali, fotografici, artistici, cinematografici – con cui periodicamente si tratta di tornare a fare i conti non per le cose che scrivono o per le categorie che coniano, ma per l’inquietudine che trasmettono.

Paul Celan, Jean Améry, Georges Perec, Primo Levi, ma poi soprattutto Jorge Semprun. Soprattutto non il Semprun della memoria fissato nelle pagine di grande spessore, oggi spesso dimenticate, de Il grande viaggio - un testo oggi non disponibile in libreria, ma che varrebbe la pena riprendere in mano - bensì quelle con cui verso il suo fine vita è tornato a riflettere su ciò che poi sarebbe rimasto e che gli sembrava «a rischio» [penso alle pagine sia del suo Esercizi di sopravvivenza come a quelle del suo La scrittura o la vita].

 

In breve figure che contemporaneamente hanno avvertito il passare del tempo e dunque hanno «messo in guardia» rispetto alla possibile dimensione museale di una scena della storia che si stava «facendo passato», ma che non hanno pensato che in quella scena si consumasse tutta la storia.

Il tema è dunque come confrontarsi con le lacerazioni, gli scontri, la violenza se se queste componenti possano diventare vocabolario del nostro tempo presente, anzi di come quel lessico possa essere fondamento dei sistemi di potere del tempo attuale.  E ciò non in conseguenza di un omaggio a una scena del passato incomparabile, o non ripetibile (ovvero un atto ritualistico di memoria), ma perché parte del modo di essere potere nel tempo attuale.

 

Ora a me sembra che questa riflessione, proprio perché connessa con le urgenze, ma anche con le impellenze, del tempo attuale, non sia banale, anzi costituisca uno stimolo ricco di suggestioni. A partire soprattutto da un dato che appunto, mi sembra conseguente al laboratorio aperto da Mazzarella.

A lungo, discutere delle scene della Shoah ha voluto dire confrontare dati, eventi, fatti, testimonianze. Ovvero ricostruire la scena del vero.

Non sono così certo che questo sia lo scenario di senso con cui saremo portati a riflettere nel tempo a venire. Perché nel tempo del “Metaverso”, nel tempo della «realtà aumentata» del modo di costruirla, fruirla e viverla noi dovremo sempre più preoccuparci, in relazione alla ricostruzione di scene del passato e soprattutto di scene turbolente, inquiete, conflittuali e urticanti del passato – di come costruiamo narrazione, di come quella narrazione parla al nostro vissuto attuale.

Non ci basterà per questo archiviare, ma sarà essenziale connettere, ritrovare e dunque «usare» passato. In termini di parole che si generano, immagini che si producono, equivalenze che si costruiscono, senso comune che si condivide.

 

All’inizio degli anni ’80 Sidra Dekoven Ezrachi, una studiosa di teoria della letteratura, proprio in relazione al linguaggio generato dal sistema concentrazionario e da ciò che quella esperienza aveva prodotto in chi era tornato a casa – sia che lì avesse esperito la funzione di vittima, sia quella di carnefice, ovvero quella di “zona grigia” – aveva aperto con la sua monografia By Words alone, un cantiere dove appunto al centro non stava più la testimonianza, ma come ci si appropria di una storia, come la si ricostruisce, come la si definisce in relazione alla propria storia, e non in relazione alle verifiche di prova storica che richiede e che comunque non possono essere dimenticate.

In breve il tema, già allora, nel 1982 era che quella dimensione verbale non fosse un dizionario, ma avesse generato un’enciclopedia volta a descrivere non cosa era accaduto, ma come, dopo, le generazioni successive provavano a classificare e a vivere il tempo presente.

Credo che quel laboratorio, per molti aspetti trascurato a lungo, sia la macchina riflessiva che muove le fonti che Mazzarella ha accumulato sul suo tavolo per scrivere La Shoah oggi.

Se non fosse che per questo ne valeva la pena.

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