AUTORI
Nunzio La Fauci
03.12.2016

300.000 "mi piace" all'Accademia della Crusca / Di pala in brand. Crusca alla Crusca

“Cruscaio”, “cruscante”, “cruscata”, “cruscheggiante” e “cruscheggiare”, “cruscherìa” e “cruschesco”, “cruschevole” e “cruschevolmente”... Un'intera famiglia di parole. Ma chi le usa più? Nessuno. E chi saprebbe come usarle? Forse poche e pochi. Eppure sono parole italianissime e inimitabili. Parole a denominazione di origine controllata e garantita.  Un buon dizionario, in proposito, può aiutare chi vuole saperne di più. Per esempio, il “Grande Dizionario della Lingua Italiana” di Salvatore Battaglia. Si vedrà come parole siffatte si trovino sotto le penne di Foscolo e Leopardi, di Baretti e Berchet, di Ojetti e D'Annunzio, di Settembrini e Tommaseo. Erano tempi forse più vivaci dei presenti? Tempi di "pane al pane, vino al vino e Crusca alla Crusca”? Forse.  Il merito dell'...

05.11.2016

“Ho la mia età” mi fa (più) vecchio / Il fantasma dell'età riflessiva

Di acciacchi, ognuno ha i suoi e lo stesso di età. Ognuno ha strettamente la sua, di età. C'è bisogno di dirlo? Sì, è vero. Si può anche avere l'età di un altro. Nel senso ovvio che si può avere un'età pari a quella di un altro. “E tu, di che anno sei?” “Ho più o meno la tua età.” “Se hai la mia età, Lucio Battisti non ti può essere indifferente...”.  Stesse in questi termini, la faccenda dell'età sarebbe abbastanza semplice. Ma l'età, purtroppo, non sta solo in questi termini linguistici. Non ci credete? Provate a mettere alla stessa persona grammaticale soggetto e aggettivo possessivo. Invece di dire “Ho la tua età”, affermazione completamente neutra e che non dice affatto che età avete, provate a dire “Ho la mia età”. Non vi sentite già più vecchi? Anche se vecchi non vi sentite,...

22.10.2016

Tempi di arrivi / Manganelli, un cavallo verde e una sigaretta senza filtro

“Sono da sempre persuaso che un giorno entrerà in casa mia un cavallo verde a chiedermi una sigaretta senza filtro, e sento fin d'ora il disagio che proverò dovendogli rispondere che non fumo”: come non condividere cordialmente l'attitudine di Giorgio Manganelli così deliziosamente presentata? Cinque verbi di forma finita, in equilibrata alternanza: presente, futuro, presente, futuro, presente. Alta oreficeria. Meccanica di precisione.   “Sono persuaso”: presente e stato morale permanente, vero in quanto soggettivo. Il futuro è d’altra parte un modo, più che un tempo; uno dei modi dell’irrealtà di cui l’italiano abbonda. In “entrerà” esso è però coniugato alla terza persona: la persona dell’oggettività. Di nuovo uno stato sentimentale: “sento (il disagio)”, di nuovo un presente...

08.10.2016

Saluti! / Punto esclamativo

"Saluti!": termina così una banale lettera elettronica di natura privata o semi-privata che chi scrive ha appena ricevuto. Non pensa ovviamente che la sua esperienza al riguardo sia singolare. I segni di interpunzione sono una finitura della scrittura e sono un comodo lusso degli ultimi secoli. Oggi li si pratica in una maniera, domani li si praticherà in un'altra. E potrebbe persino accadere che si smetta radicalmente di farlo. Nemmeno le virgole, tra le cose umane, sono eterne: ci si rassegni. In questo loro continuo mutare, capita oggi che il punto esclamativo viva i suoi fasti. Portato dalle onde del grande oceano di una comunicazione scritta ininterrotta, esso spesseggia in ogni sorta di contesto espressivo. E se un dì era confinato piuttosto ai contesti pubblici, ora dilaga in...

26.09.2016

Questione di nomi / “Maestro” e “ministro”

Chi proferisce oggi “maestro” e “ministro” non sa, in genere, che le due parole hanno una storia che le lega. Anzitutto, un cenno alla forma, per spiegarne la differenza. La parola “maestro” si è sviluppata dal latino “magistru(m)” e, per suonare come oggi la si sente, è passata di bocca in bocca per tanto tempo. È parola di trafila popolare, con la connessa usura. “Ministro” non è una parola di trafila popolare; in un'espressione italiana di livello, è stata ripescata dal latino “ministru(m)”, di conseguenza, con meno accidenti. Il bello del confronto viene però quando si passa alle funzioni e al significato. Le due basi latine erano infatti costruite secondo il medesimo modello, all'epoca trasparente. Lo dicono ancora meglio “magister” e “minister”, le medesime parole al caso nominativo...

12.09.2016

Le parole del cuore / Da “Io ti amo” a “Non ha funzionato”

“Io ti amo”: forse non tutti, ma certo molti “love affairs” passano per una dichiarazione del genere. Con più o meno trasporto, essa viene poi iterata innumerevolmente e reciprocamente. Un luogo comune espressivo che coinvolge due persone. Si badi bene, persone grammaticali. Tutto è personale in “Io ti amo”. Pronome e verbo sono le parti del discorso che la persona sposa per elezione. “Io ti amo”: tutto è pronome o verbo ed è intriso di persona. Prima e seconda: le protagoniste del discorso. Una è la bocca, l'altra l'orecchio. La terza è solo ciò di cui si parla. Nel discorso, in rapporto con le altre, è la nonpersona. Così affermò Émile Benveniste, uno che se ne intendeva. La nostra grammatica definisce uniformemente “persone” (prima, seconda, terza) funzioni del discorso tra loro molto...

18.08.2016

Il “Cours” compie cento anni / Il fantasma di Saussure

Un’aula universitaria a Ginevra. Un anno accademico nel primo decennio del secolo scorso. Una lezione di un corso di linguistica generale: i presenti non sono folla. Tutti prendono appunti. Stanno dietro alla parola del professore. Sul suo quaderno, uno annota: “La lingua è tutta piena di realtà apparenti, di fantasmi”. Un altro: “Cosa è fantasma e cosa realtà?”. Un terzo: “La lingua è riempita di realtà apparenti”. Più dettagliato di tutti, infine, un quarto: “La lingua è piena di realtà ingannevoli, dal momento che tanti linguisti hanno creato fantasmi ai quali si sono legati. Ma dov'è il fantasma? Dove la realtà?”. Il professore era Ferdinand de Saussure, nato appunto a Ginevra nel 1857, morto nei pressi di Ginevra nel 1913.   Sono cento anni esatti dalla pubblicazione del Cours...

06.08.2016

Dubbi linguistici / Singolarmente “incinta”

Incinta: il tasso di natalità dice di una condizione divenuta ormai piuttosto singolare, perlomeno in certe nazioni europee. Ma non è certo questa la ragione per la quale all'aggettivo “incinta”, al singolare, capita sempre più spesso di essere combinato con nomi plurali: “In sala d'aspetto, stamattina, c'erano tre ragazze incinta...”. A prodursi in simili exploit non è (solo) gente dallo scarso livello d'istruzione, come si potrebbe pur sospettare. Testimone chi scrive, sono invece persone di buon tenore socio-culturale: le avanguardie del mutamento linguistico vengono sempre da lì. Persone che si muovono a loro agio, per esempio, nell'ambiente accademico. Non è gente, insomma, di cui si possa sospettare abbia difficoltà con gli accordi o che li ignori. Dicono “...tre ragazze incinta” ma...

23.07.2016

C'è un limite alla metafora? / “...ci sta (tutto)”

“Provi un po' se il bagaglio ci sta”: in tempi di voli a buon mercato (o “loucost”, come forse oggi è più trasparente), non è raro sentirsi apostrofare in tal modo da un Cerbero. E alle parole, il Cerbero accompagna di norma un gesto. Il gesto indica il noto strumento di tortura per valigie che staziona minaccioso accanto a ogni varco (o “gheit”) e ha funzione comparabile con una di quelle del mitico letto di Procuste. Dopo aver praticato le violenze necessarie sul proprio “troli”, “Guardi, ci sta tutto” è, talvolta, la ghignante risposta. Talaltra, è invece lo scorno, con imprecazioni qui non riferibili. Le violenze non hanno sortito il loro effetto. Il bagaglio è irriducibile e “non ci sta”. Forse anche nel senso che non collabora, non è gentile, non si presta. Ma qui non è questione di...

22.06.2016

Il saluto democratico / “Salve” per tutti

La colpa è certo delle mamme. Si sa com'erano le mamme d'un dì. Protettive e asfissianti come quelle d'oggi. A differenza di quelle d'oggi, però, direttive, educatrici, rigorose. E qual era uno dei primi insegnamenti sociali impartiti da una mamma alla propria creatura? La piccola Veronica ha due linee di febbre e il medico, anzi il dottore, viene a sera a visitarla: “Di' buonasera al dottore”. Si entra dal gelataio? “Di' buongiorno, Giannino”. S'imparava e si cresceva così, con in testa una differenza. Da un lato, “Ciao”, informale e familiare. Adatto a compagni di scuola o di gioco, a coetanei incrociati per caso. Dall'altro, “Buongiorno”, “Buonasera” e così via. Differenziati in funzione del momento in cui li si proferiva. Abiti puliti e decorosi, per andarci a spasso per il mondo....

03.06.2016

I falsi riflessivi / Ci amiamo noi o mi amo io

Nella sintassi italiana c'è un piccolo neo, un delizioso difetto che rende ambiguo il titolo del celebre film di Ettore Scola. Un'ambiguità forse mai notata o, se notata, rimasta sotto silenzio. Faccenda grammaticale: può parere noiosa ma è divertente. Un esempio chiarisce di cosa si tratta. Allo zoo. Gabbia delle scimmie. Due provvedono alla reciproca spulciatura. Commento appropriato: “Le scimmie si stanno spulciando”. Finita la spulciatura vicendevole, ciascuna continua spulciando se stessa. Commento appropriato: “Le scimmie si stanno spulciando”. Parole uguali per dire di azioni tanto reciproche quanto riflessive.    Star lì a spiegare come ciò accada in italiano (e in lingue sorelle) sarebbe pedante. Normalmente la cosa passa inosservata: per informazioni sulle ambiguità,...

20.05.2016

La lingua del Paradiso / Adamo ed Eco

Chi vuole accostarsi alla lingua senza pregiudizi e con il desiderio di capirci qualcosa trova una fiera resistenza nel senso comune dei dotti. La lingua vi ha infatti un gran rilievo ed è tema di molte idee ricevute. Non solo tra profani che son dotti perché praticano dottamente altre contrade dell'umano, ma anche tra dotti specifici. Del resto, quando è questione della lingua, una distinzione tra profani e specialisti è già essa stessa un'idea ricevuta. In proposito vale un criterio aureo. Sulla lingua, provare a capire ciò che fa chi la parla è in linea di massima più ragionevole che provare a capire le speculazioni che la riguardano (questa inclusa). Sempre che si sia sufficientemente magnanimi, per dirla col Dante del Convivio, da intendere ciò che fa chi la parla. La faccenda è...

22.04.2016

Usi e abusi linguistici / “Vel” o “aut”: la verità, vi prego, sul “piuttosto che”

All'Anagrafe, per una nascita: “Femmina o maschio?”. Un corno dell'alternativa esclude l'altro. Oggi, il quadretto familiare si completa poi a piacere: “Mamma e papà o due mamme o due papà”. “O” è una ben strana parolina. Disgiunge, certo, ma in due modi differenti: in modo esclusivo o no. Una forma, due valori diversi. Non va così dappertutto. Non è sempre andata così. Si cambia lingua e va diversamente. Non è necessario viaggiare nello spazio, basta farlo nel tempo. In latino non andava come oggi in italiano. Per farla semplice, ciascun tipo di disgiunzione aveva una forma appropriata. “Aut” per l'esclusiva. “Vel” per l'altra. Quindi, per intendersi, “F aut M” ma “mamma e papà vel due mamme vel due papà”.    Per il latino, a un certo punto, le cose si misero al peggio. Ci si...

15.08.2015

Primo Levi come prisma

Anche per la mia insegnante di scienze naturali la chimica era un testo di chimica, e basta. Era le pagine di un libro. Non aveva mai toccato in vita sua un cristallo o una soluzione. Era un sapere trasmesso da insegnante a insegnante, senza mai un collaudo pratico. C’erano le esperienze in aula, ma erano sempre le stesse. Mancava assolutamente tutto quello che è inventivo in queste cose […]. [Mio padre] il cannocchiale non me l’aveva comprato, ma un microscopio da 250 ingrandimenti sì, con il quale organizzavo spettacoli «classici», una soluzione di allume per vedere i cristalli... Avevo una macchinetta da proiezione del Pathé Baby, a passo ridottissimo: invitavo i miei amici, e mettevo il vetrino al posto della pellicola, si vedevano...

28.03.2013

Evviva il fesso!

Don Pietrino è una minuscola figura del Gattopardo. Pochi lettori, se ne può star certi, serbano memoria del suo nome e della sua esistenza. È il vecchissimo “erbuario” di San Cono che chiede a Padre Pirrone come ha reagito il principe Fabrizio alla “Rivoluzione”. Quando il Gesuita gli risponde che, a parere del principe, “non c'è stata nessuna rivoluzione e che tutto continuerà come prima”, sbotta: “Evviva il fesso! E a te non pare una rivoluzione che il Sindaco mi vuol fare pagare per le erbe create da Dio e che io stesso raccolgo? O ti sei guastato la testa anche tu?”.   Alla base della convinzione di Fabrizio c'è la famosa sortita del nipote Tancredi: “Se vogliamo che...

15.04.2011

L'Italia (linguistica): un'ultra-nazione

“L'Italia rimane ancor oggi in molti aspetti fondamentali un precario amalgama di regioni profondamente diverse, animate da diffidenza reciproca o da mutua incomprensione. Quella che si definisce lingua italiana è perlopiù un mezzo di comunicazione al quale si fa ricorso per comodità. Le parlate regionali, le cui molte particolarità e incomprensibilità reciproche vanno ben al di là della loro qualifica di dialetti […] continuano a dominare”. George Steiner si è così espresso sull'Italia e sull'italiano in un articolo comparso sul New Yorker una ventina di anni fa e recentemente pubblicato in traduzione italiana. A cavaliere dei secoli ventesimo e ventunesimo e, con la traduzione, a un passo dal...