Milano in versi

16 Febbraio 2026

Il sodalizio tra grande città e poesia ha costituito uno dei nodi della modernità letteraria, a partire da Baudelaire, dai suoi interpreti (Walter Benjamin in primis) e dagli scrittori (Valéry, Rilke, Kafka e innumerevoli altri) che hanno seguito la strada aperta dalle flâneries del poeta francese attraverso la metropoli la cui forma cambiava “più in fretta del cuore di un uomo”.

Alla base del fenomeno ci sono ovvie ragioni sociologiche: la gran parte dell’umanità occidentale, dalla rivoluzione industriale in poi, abita in città, quindi anche i poeti, che fanno poesia con il loro vissuto; ma forse vi è anche altro che giustifica l’aforisma di Gottfried Benn per cui “soltanto nella city si esaltano e gemono le Muse”.

La città moderna appare infatti come un campo di tensioni: il suo spazio artificiale, fatto di cose, diventa l’oggettivazione di un tempo che trasforma e cancella; tempo diverso da quello naturale: ciclico e in fondo immobile. Il tempo della città è invece tangibilmente umano e insieme ai “vecchi sobborghi, [al]le impalcature, [a]gli isolati” (Baudelaire) mette in pericolo il nostro bisogno di permanenza e i ricordi. Per cui, più o meno consapevolmente, l’abitante della città moderna che, diceva Benjamin, “vi dimora indugiando”, è sempre esposto a una esperienza di straniamento.

(Ricaviamo alcune di queste osservazioni da un interessante saggio di E. Cocco, Pensare la città. Lo sguardo dei flâneurs, Bollettino della società italiana di cartografia, 2017, 160)

La letteratura, e la poesia in particolare, è uno dei modi di registrare questa tensione tra stabilità e trasformazione (e anche di reagirvi), tra memoria del passato, esistenza nel presente e percezione del nuovo, che per fortuna può anche diventare visione e speranza del futuro.

E forse non è casuale che un altro dei modi di rappresentare la dinamica che abbiamo richiamato, sia stata, e fin dal principio, la fotografia.

Negli stessi anni, accanto alla rappresentazione poetica di Parigi fatta da Baudelaire, si sviluppava quella realizzata da un altro Charles, il fotografo Marville (al secolo Charles-François Bossu, 1813-1879).

Questo parallelo tra poesia e fotografia ci porta al cuore di questo libro antologico, Il verso di Milano. Un ritratto della città in 80 immagini, poesie e canzoni. Fotografie di Lorenzo De Simone. A cura di Gino Cervi e Giancarlo Consonni. Postfazione di Roberto Mutti (About cities, 2025). A 80 belle o bellissime fotografie in bianco e nero di Lorenzo De Simone i curatori – Giancarlo Consonni, professore di urbanistica e poeta assai notevole, in dialetto e in lingua; Gino Cervi, editor, giornalista e promotore culturale, narratore di sport – hanno abbinato altrettanti testi di poesie o canzoni, con un criterio e dentro un’articolazione su cui si tornerà tra poco.

Le fotografie ritraggono una Milano degli ultimi 15 anni circa, mentre più ampio è l’arco cronologico dei testi, che abbraccia circa un secolo. Scelta indovinata, in quanto, scrivono i curatori “il dialogo tra passato e presente è sorprendentemente possibile, soprattutto per quei testi, e quelle immagini, che hanno saputo cogliere della città i caratteri socio-culturali continui e duraturi, se non addirittura l’ethnos, l’identità e lo spirito del luogo”.

Il ventaglio degli autori comprende moltissimi di coloro che nei loro versi hanno vissuto – per una vita o solo per brevi momenti – la metropoli lombarda e hanno saputo dirne; per citarne solo alcuni: Clemente Rebora (di cui è il testo meno recente, del 1910), Umberto Saba – che ne1914 fu a Milano per gestire il caffè del teatro Eden –, Eugenio Montale – “milanese” dal 1948, prese casa in via Bigli – Vittorio Sereni, Primo Levi – che tra 1942 e 1943 visse una intensa e semiclandestina esperienza milanese –, Franco Fortini, Alfonso Gatto, Giovanni Giudici, Elio Pagliarani, Giovanni Raboni, Maurizio Cucchi, Nelo Risi, Luciano Erba, Milo De Angelis, Daria Menicanti, Tiziano Rossi, Patrizia Valduga, Cesare Viviani, Vivian Lamarque, Fabio Pusterla, Umberto Fiori e lo stesso Consonni. Non potevano mancare i poeti che hanno usato il dialetto della città: Delio Tessa, Franco Loi, l’estroso outsider Emilio Villa, Franco Scataglini (che usa però un anconetano arcaizzante). Né mancano i testi per musica: da Jannacci e Dalla, da Claudio Sanfilippo a Mahmood.

(C’è anche “Innamorati a Milano”? Sì; e “Il Riccardo”? Per fortuna che c’è).

Gli scatti di De Simone, puntualmente analizzati nella postfazione dello storico e critico della fotografia Mutti, e i relativi testi, sono stati aggregati attorno a sei aree tematiche – Paesaggi e luoghi, Case, Movimenti, Permanenze e discontinuità, Vite, Sogni. Ciascuna di esse è preceduta da una riflessione che non è solo letteraria, ma che – attraverso il punto di vista urbanistico e sociale proprio di Consonni – entra nel vivo dei fenomeni che la città sta attraversando, le sue trasformazioni, ovvero dove sta andando. Così, il “verso” del titolo è, con felice ambiguità, da intendere anche come “la direzione verso cui la città si muove” (p. 8), il che amplia l’interesse del libro oltre la pura dimensione estetica o memoriale.

E veniamo al tipo di relazione che i curatori hanno inteso stabilire fra testi e immagini.

Essi osservano, nell’introduzione, che tra fotografie e testi poetici vi è una sostanziale affinità, in quanto entrambe queste forme espressive sono capaci di fissare un’immagine e al tempo stesso di dilatarne i significati. Così, il gioco, anzi la “scommessa” che li ha guidati è stata quella di creare tra le une e gli altri una “reazione” il cui risultato dovrebbe essere “qualcosa di più di una semplice giustapposizione dei loro significati intrinsechi”; qualcosa capace di generare “ulteriore imprevedibili suggestioni”.

La gamma delle possibilità generate da queste suggestioni è varia e conviene osservarne qualcuna da vicino.

Talvolta foto e immagine procedono di conserva, accomunate da un nucleo di significato e persino da specifici particolari.

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È il caso della foto di p.88 a cui è abbinata una poesia in dialetto di Enrico Villa, che diamo in traduzione:

[…] Noi che andavamo a Milano / nella scia delle prime rotaie, / eravamo sani, e belli sani / erano gli occhi come coralli; / eravamo pronti, / con i capelli luccicanti di ragnatele, / noi che andavamo senza soldi / e avevamo nel sacco picciuoli di pere. // Le prime case che cominciavano a tremare dentro il fosco, / in un sogno, come in un bosco, / tutte le arie mi rimiravano. //

Il nucleo di significato è in questo caso il movimento: quello del tram, regolare sulle sue rotaie – il caratteristico tram milanese “tipo 128”, definito dall’ingegner Gadda (ricordano i curatori) “il tram perfetto” – e quello, in direzione opposta, del ciclista in primo piano. La sua velocità e lo sfasamento di piano rispetto al tram lo trasforma per l’obiettivo in una figura mossa, probabilmente giovane ma sfocata e sfuggente, capace tuttavia, forse proprio per questo, di associarsi alla baldanza evocata nei versi di Villa.

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Qualcosa di simile, ma con più avvertibili elementi di contrasto e ironia, accade per la foto di p. 20, che ritrae un padiglione dell’Expo, illuminato e tirato a lucido, i cui visitatori osservano, sullo sfondo, un cielo milanese nell’ora di un quieto crepuscolo. Vi è associato un famoso brano della Ragazza Carla di Pagliarani, il poemetto che negli anni Sessanta del ‘900 seppe raccontare le vicende dei nuovi milanesi che entravano nell’ingranaggio della produzione metropolitana, vitale, esaltante e al tempo stesso alienante, ne apprendevano in fretta la nuova morale e imparavano a fare a meno di ogni dimensione di idillio:

[…] E questo cielo contemporaneo / in alto, tira su la schiena, in alto ma non tanto / questo cielo colore di lamiera // sulla piazza a Sesto a Cinisello alla Bovisa / sopra tutti i tranvieri al capolinea // non prolunga all’infinito / i fianchi le guglie i grattacieli i capannoni Pirelli / coperti di lamiera? // È nostro questo cielo d’acciaio che non finge / Eden e non concede smarrimenti / è nostro ed è morale il cielo / che non promette scampo dalla terra, / proprio perché sulla terra non c’è / scampo da noi nella vita.

Il cielo milanese di Pagliarani, “d’acciaio”, come gli evocati emblemi della città industriale, è nella foto assimilato quasi ad un dipinto, inserito com’è nella cornice delle nuove strutture di una Milano ormai postindustriale: città non più solo di lavoratori, ma sempre di più di visitatori, “fruitori”, turisti.

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L’elemento di contrasto tra immagine e testo prevale nell’abbinamento (pp. 160-61) tra una immagine del prato di San Siro e i versi di Maurizio Cucchi di “‘53”:

L’uomo era ancora giovane e indossava / un soprabito grigio molto fine. / Teneva la mano di un bambino / silenzioso e felice. / Il campo era la quiete e l’avventura, / c’erano il kamikaze, / il Nacka, l’apolide e Veleno. /Era la primavera del ’53, / l’inizio della mia memoria. / Luigi Cucchi / era l’immenso orgoglio del mio cuore, / ma forse lui non lo sapeva.

Il rettangolo di gioco, il cerchio del centrocampo sono, nella foto, perfettamente vuoti (illustrerebbero bene forse anche la splendida “Altro compleanno” di Sereni – p. 30 – in cui si evoca “il gran catino vuoto” di San Siro). La poesia, invece, struggente, pullula di figure, dissoltesi e per questo mitiche nella memoria: quella del padre del poeta (Luigi Cucchi “l’immenso orgoglio del mio cuore”) e quelle dei calciatori dell’Inter quell’anno vittoriosa: il portiere-kamikaze Giorgio Ghezzi, lo svedese Lennart “Nacka” Skoglund, Istvan Nyers, “apolide” in quanto privato nel 1946 della cittadinanza ungherese perché fuggito in occidente – si racconta – su un camion militare cecoslovacco, e infine Benito Lorenzi, detto “Veleno” per certe scorrettissime e tuttavia esilaranti abitudini, come strizzare furtivamente i testicoli dei difensori avversari o provocarli con soprannomi ingiuriosi: tra tutti il “Marisetta” affibbiato allo juventino Boniperti, bello e provvisto di riccioli biondi. (In questo caso, montalianamente, “i nomi agiscono” e ci hanno infatti spinto a ricordare milanesi storie di calcio).

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Lo stesso meccanismo del contrasto tra immagine e memoria opera – stavolta non per assenza, ma per ironica, dolceamara trasformazione – nell’abbinata delle pp. 154-55; alla foto dei disinvolti pensionati che giocano a carte in un circolo di via Morgagni si contrappone il ricordo dei monelli del Casoretto di una bella poesia di Loi (anche in questo caso ne diamo una parte in traduzione):

Rosina arrivava con le ciliegie, / Sergio con la limonina e le liquirizie, / ed era uno strillare tra le assi e le siepi / nel sugo del ventre della nostra vita, / nel sole dentro di noi, quel cielo disteso / tra i tram di via Teodosio, gli uomini che camminano / e in fondo via Porpora, ai treni di Lambrate … / Eravamo ragazzi senza tempo, i re del gioco, / i capoccia di una marmaglia di tafani / che nel bruciare del giorno erano un fuoco.

I lettori – godendosi le fotografie e i testi – potranno divertirsi a scoprire altre suggestioni, in base al loro immaginario e ai loro personali itinerari dentro questa città dalle innumerevoli dimensioni e contrasti.

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