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anni settanta

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Dario Bellezza a vent'anni dalla morte / Fingere la poesia

C’è stato un momento, più o meno all’inizio degli anni Settanta, in cui la poesia italiana ha divorziato dalla Storia. Allora, mentre i poeti anziani minavano le forme nobili della modernità, lasciando penetrare nella loro scrittura il blob massmediatico, gli esordienti ritrovarono l’ambigua innocenza e la fantasmatica vitalità da zombie registrata in una famosa antologia di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli. Superate le inibizioni imposte dalle neoavanguardie prima, e poi dal rifiuto della letteratura che si respirava nel clima contestatorio, i ventenni del ’68 proposero una lirica poco sorvegliata e molto informe, risorta dalle ceneri delle battaglie moderne come confessione o eclettica euforia linguistica, come esibizione individualistica o scoria post-avanguardista stilisticamente depotenziata. L’esempio più tipico è forse quello di Dario Bellezza: un autore così assolutamente certo di nuotare nella Poesia come in un originario liquido amniotico, da fagocitare senza batter ciglio i relitti del peggior cattivo gusto, e da riuscire talvolta perfino a trasformarli in testi sorprendenti; ma anche, date le premesse, un autore condannato a riproporre in eterno una performance...

Noi, i ragazzi della Graziella rosa

Negli Anni Settanta, quando anche le Brigate Rosse ascoltavano Lucio Battisti benché fosse considerato di destra, e dunque non solo missino ma proprio fascista, i bambini italiani nati e cresciuti in campagna o comunque nei piccoli centri si dividevano in due macro-categorie che con la politica non avevano nulla a che fare, nonostante si fosse nel decennio poi passato alla storia come quello degli «anni di piombo».     C’erano quelli che desideravano la bicicletta da cross, e che se la vedevano regalare in occasione del decimo compleanno o una volta conseguita la licenza elementare. E c’erano quelli che pur desiderandola come e più dei primi, e raggiunto il medesimo genetliaco e superato l’identico esame, dovevano farsi bastare la Graziella della sorella maggiore. Magari rosa. La bici da cross in realtà era, più che uno status symbol, un preludio. Chi la otteneva infatti era un motociclista in miniatura, e di lì a poco, una volta salito in sella al primo Ciao e poi alla prima Guzzi o alla prima Ktm con tanto di «chiodo» di cuoio nero marca Schott, T-shirt bianca Fruit...

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