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(52 risultati)

Short Theatre / Per un teatro minore – Babilonia Teatri

“Ma quanto se la tira questa!” mormora sordamente la solita signora seduta accanto a me, qui in versione alternativa e indianeggiante (siamo a Short Theatre, santuario romano del teatro contemporaneo), la stessa che, alla fine di Calcinculo di Babilonia Teatri, urlerà a squarciagola “bravi, bravi!” con le braccia protese in un applauso pieno di fervida riconoscenza: all’inizio di ogni incanto c’è sempre un principio di avvelenamento, un lieve sentore di irritazione, e non è sempre facile stabilire se si tratti di quella particolare irritazione che, diceva Ortega y Gasset, “si rivolge immediatamente contro l’artista per rimbalzare però contro chi la prova, lasciandolo inquieto nei confronti di sé medesimo”.  Ma la signora che da anni frequenta i miei tentativi di recensire spettacoli, sempre diversa e sempre la stessa, non ha tutti i torti: con la sua gonna sbriluccicante e multistrati, l’informale giubbetto jeans, il microfono che sfiora il grembo, Valeria Raimondi “se la tira” davvero moltissimo, è una star strapaesana che calca una scena dove per miracolo, sotto un basso firmamento di luci, il pavimento della sala prende il colore smorto della terra battuta – di quella...

Spike Lee, "BlacKkKlansman" / L’uomo nero del Ku Klux Klan

BlacKkKlansman è un’invettiva, un pamphlet per immagini, “scritto” da un uomo di cinema, Spike Lee, che sa come si racconta una storia. E che qui lo fa molto bene, padroneggiando registri diversi, mescolati e fatti interagire tra loro. La porzione narrativa, che occupa la gran parte del film, è basata sulla storia vera dell’unico poliziotto afroamericano di Colorado Springs, Ron Stallworth, che negli anni Settanta si infiltra nel Ku Klux Klan con la complicità di un collega bianco. Ma la vicenda, pur non essendo letteralmente attualizzata, è piena di echi e riferimenti a una Storia che è cominciata prima di allora e che continua.  Il film è aperto da due spezzoni di finzione presentati come documenti: alcune immagini da Via col vento, con una bandiera confederata che sventola su una distesa di feriti della Guerra civile, e lo sproloquio razzista di un fittizio dottor Kennebrew Beauregard (Alec Baldwin), ripreso mentre su di lui passano immagini da Nascita di una nazione, il film di David W. Griffith del 1915. Il racconto è come incorniciato: queste prime sequenze dicono quali ne saranno il filo e il senso; le ultime, propriamente documentaristiche, lo chiuderanno confermando...

Frammenti di vite / Biografie politiche al Fit di Lugano

Nutrirsi di esistenze altrui. Andare alla ricerca di vite in cui rispecchiarsi e riconoscersi. Dalla letteratura contemporanea alla serie tv, dal cinema al teatro: proliferano biografie, storie vere, testimonianze in prima persona. È ‘reale’ quello che mi stanno raccontando? Quanto viene concesso all’invenzione? Leggiamo interviste, cerchiamo tracce, proviamo ad approfondire. Vogliamo le prove, non importa quanto siamo colti e consapevoli che l’arte è sempre e comunque rielaborazione.  Il genere letterario della non-fiction – che da Emmanuel Carrère a Annie Ernaux sancisce clamorosi successi editoriali – prolifera anche sulla scena contemporanea. Di questa tendenza dà conto il Fit Festival di Lugano (giunto ormai alla ventisettesima edizione) che tenta una ricognizione sul tema, e indaga le sue risonanze politiche. Tra gli italiani, non può mancare la compagnia Deflorian/Tagliarini che in questi anni si è distinta per la capacità di elaborare “partiture di realtà”: drammaturgie per frammenti che danno voce alla vita interiore degli attori sulla scena (su Doppiozero Massimo Marino racconta l’ultimo spettacolo).   Ma il festival svizzero rappresenta sempre una preziosa...

Sul palco di uno stabile in crisi / Deflorian-Tagliarini: “Quasi niente” a Roma

“Ma quanto sarebbe più facile se questo fosse quel teatro con una trama, / una di quelle trame che sostengono la vicenda, / quelle trame dentro cui ti puoi immedesimare” dice a metà di Quasi niente LQ, la quarantenne, guardando il pubblico dritto negli occhi. Nell’ultimo lavoro di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini – con cinque strepitosi attori, in scena a Roma all’Argentina per Romaeuropa Festival fino a domenica 14 ottobre – poco prima C, il cinquantenne, aveva raccontato del palazzo dei suoi, supercontrollato contro ladri e aggressori, un vero moderno fortilizio di sicurezza, dove una sera si sente un rumore ripetuto da una casa. “Qualcuno ha chiamato la polizia, che ha sfondato la porta dell'appartamento / da cui provenivano i colpi. / Hanno trovato una donna che da ore sbatteva la testa contro il muro”. Solitudine. Un tarlo interiore che corrode. Una sensazione di non trovarsi mai al proprio posto, un posto che non c’è. Paura degli sguardi degli altri, paradossale perché qui siamo in teatro. LQ, all’inizio, provenendo da uno spazio posteriore del palcoscenico, interiore, chiede agli spettatori di girarsi dall’altra parte. Di non guardare (o forse di guardarsi dentro)....

Contemporanea 2018 / Danzare al tempo del crollo

Corpi (Matteo Brighenti)   Un corpo ha tutti gli altri corpi dentro di sé. Tutte le forme, le posture, le direzioni. Oggi, ieri, domani. È il primo e l’ultimo passo, il riverbero iniziale e finale della nostra presenza nel mondo. Dobbiamo imparare ad ascoltarlo per capire se, ora come ora, ci stiamo innalzando, stiamo cadendo o rimbalzando tra verità e racconto, realtà e rappresentazione. Sono le stesse prospettive che ha l’uomo illustrato da Andrea De Santis, l’immagine della XVI edizione del festival promosso dal Teatro Metastasio di Prato (24-30 settembre, doppiozero ha partecipato nei giorni 28, 29 e 30), che ne ha inaugurato la stagione: è a mezz’aria, sopra campeggia la scritta Contemporanea 18 Festival – Le Arti della Scena, sotto si affaccia un rombo di cielo squarciato da tre nuvole. Tutto intorno il nero la fa da padrone. D’altra parte, il tema, avviato lo scorso anno, è Vivere al Tempo del Crollo. Etico, politico, sociale, artistico. L’oscurità avanza e la manifestazione diretta da Edoardo Donatini prova a contrastarla dando voce a corpi che, nell’incontro con la luce della scena, disegnano spazi di ricostruzione. Danzando. Il moto è (s)composto in atti e attimi,...

Marco Cavallo / Quando la follia e il teatro divennero una cosa seria

Il teatro sembra essere il luogo in assoluto più attraversato dalla follia, e le istituzioni della psichiatria le più abitate dal teatro. La follia con il teatro diventa estensione e metafora dell’indecifrabile, dell’indicibile, dell’ambiguità della vita, dei sentimenti, delle emozioni, delle passioni; quasi che solo le parole della follia (e del folle) possano dire ogni cosa. Il manicomio dalla sua origine ospita il teatro della follia, della follia che diventa malattia. Il teatro dove si mette in scena sempre la stessa rappresentazione. Tutti costretti a recitare la stessa parte. Dalle origini il teatro si è appropriato della follia per tessere il suo infinito discorso sull’esistenza. La psichiatria all’inizio del XIX secolo tra le rassicuranti mura del nascente manicomio “costruisce” la malattia mentale, spoglia e svuota la follia di vitalità, di corporeità, di storicità. Di senso, in una parola. Tutto nel manicomio diventa finzione. Entrare nel gioco del teatro e della follia (e poi della psichiatria, della malattia mentale, delle istituzioni) e percorrerlo e raccontarlo non è affatto semplice.  Per cominciare non posso che collocarmi nell’ospedale psichiatrico di San...

“Il flauto magico” a Bruxelles / Romeo Castellucci: toccare la luce

Non ci volle molto, dopo la sua prima rappresentazione a Vienna nel 1791, perché Il flauto magico divenisse una delle opere più celebri e rappresentate in tutta la tradizione operistica europea, fama che giustamente è continuata ininterrotta fino ai giorni nostri. Tra i suoi estimatori ci fu niente meno che il giovane Hegel, e una traccia di questo suo apprezzamento la si trova ancora nelle più tarde lezioni di Estetica dove viene lodata non solo la straordinaria parte orchestrale mozartiana ma anche il libretto di Schikaneder, che sarebbe da annoverare fra i più notevoli libretti d’opera fino ad allora mai realizzati: “il regno della notte, la regina, il regno del sole, i misteri, le iniziazioni, la saggezza, l’amore, le prove e, insieme a ciò, una moralità media che è eccellente nella sua generalità, tutto questo, insieme alla profondità, alla grazia incantevole e all’anima della musica, allarga e riempie la fantasia, riscalda il cuore”. Mozart e Schikaneder riuscirono in effetti a costruire con Il flauto magico un vero e proprio mito fondativo del progetto illuministico, inedito per l’epoca: la lotta della luce della ragione contro le tenebre della superstizione; la sconfitta...

Scene d’estate / Crisalide: L’esperienza selvaggia

Quando un vulcano ha le doglie o è scosso da un’attività sismica, non si sa bene che cosa potrà liberare. Potrebbe uscirne dell’innocuo fumo, eruttare una colata lavica, fiottare della cenere distruttrice, o aprirsi una crepa nella terra che rivela una miniera di oro e argento. Nei versi dell’Ars poetica, Orazio usa questa similitudine del vulcano che ha le doglie per riferirsi, in forma ironica, ai risultati modesti di un poeta che promette qualcosa di grande. Egli proclama un’opera magnifica, ma partorisce un topolino: e tutti ridono. Abbandonando l’ironia oraziana, potremmo portare all’estremo l’analogia tra il vulcano e il poeta, supponendo che il secondo è ambiguo come il primo. Quando i poeti hanno le doglie, possono liberare versi e pensieri vacui come il fumo, preziosi come l’oro e l’argento, o devastanti come la lava e la cenere ardente. Se il teatro è una forma di poesia, ci si potrebbe allora forse legittimamente domandare quanto segue. Anche il teatro è come una montagna che ha le doglie? E se sì, che cosa potrebbe liberare? Qualcosa di grande e arricchente e prezioso, o di piccolo e distruttore e miserabile?   Albe/Masque/Menoventi, “Macbetto”, ph. Lorenzo...

Scene del futuro / Piccoli festival

I momenti di crisi sono quelli in cui più facilmente si è portati a chiedersi “perché”. Ci si mette in discussione quando non è più chiara la propria funzione, così si generano sommovimenti che generano nuovi inizi. In tempi di crisi, a parte qualche caso isolato legato al sistema dei teatri stabili, sono stati in realtà “gli ultimi” a indicare strade, mettendo a fuoco formati che strutture più finanziate hanno successivamente recepito. Stiamo parlando dei festival. Ovviamente esistono festival che abitano anche zone garantite. Ci pare però che solo chi aveva poco da perdere si sia posto domande sul senso del proprio lavoro: che cosa cerchiamo, nel teatro? Perché riteniamo sia importante?  Eccettuando le storiche funzioni di rinnovamento di linguaggi e pubblici, comunque oggi da ridiscutere poiché Teatri di rilevante interesse culturale e Teatri nazionali hanno iniziato a produrre spettacoli di artisti della ricerca, negli ultimi decenni i festival hanno provato a riaffermare quel “terreno culturale” che il teatro andava via perdendo. Citando una poesia di Raffaello Baldini conosciuta grazie a Eresia della felicità del Teatro delle Albe (dal 2011 al festival di Santarcangelo...

Il senso del ridicolo 2018 / Riso alla milanese

  Quest'anno l'attenzione de Il Senso del ridicolo è rivolta alla comicità milanese, attraverso proiezioni e incontri. Sabato 29 settembre, alle 17.15, il festival ospiterà una conversazione fra il direttore artistico Stefano Bartezzaghi, Sandro Paté (studioso di Enzo Jannacci e biografo di Guido Nicheli, il «Dogui» delle commedie milanesi), Marco Ardemagni e altri ospiti, per ripercorrere storia e caratteri di un umorismo che, soprattutto a cavallo fra gli anni '60 e i '70, ha fatto scuola nel cabaret, nella televisione e al cinema. È difficile (o facilissimo) ricostruire un albero genealogico della comicità milanese, quella che, per semplicità, porta l’etichetta del Derby Club (una palazzina liberty in via Monte Rosa 84, tra corso Sempione e San Siro, per chi non è pratico).    Delio Tessa. Il lievito dell’umorismo impasta la letteratura milanese. Per tacere dell’ironia manzoniana, bisogna almeno ricordare i due grandi poeti che scrivono in dialetto: la commedia umana di Carlo Porta e quella, più in minore, di Delio Tessa. È però una ricerca che ha il rischio di sortire gli stessi risultati di chi si rivolge a un esperto di araldica: un antenato che ha...

Una macchina dei sogni / A Roncisvalle con Mimmo Cuticchio e Orlando paladino

Carissimi, poiché mi avete chiesto: ma cosa avete fatto a Roncisvalle, eccovi un sunto.   Alti, immensi, boscosi, pieni di d’acqua, gole profonde, pendii dolci, fiumi e torrenti spettacolosi sono i Pirenei. Là, appena dentro la Spagna, nel paese basco, a 1.000 metri d’altezza, c’è Roncisvalle. In basco si chiama Orreaga – che vuol dire, come Roncisvalle, la spinosa, la piena di brughi. A dicembre dell’anno passato ecco che vengono a trovarmi Mimmo Cuticchio ed Elisa sua sposa. Erano a Firenze per quello spettacolo con Virgilio Sieni. A pranzo (dal burattinaio Jellinek, alla Sinagoga) mi hanno esposto l’idea: un’azione in tre tempi, a Palermo La macchina dei sogni, a Roma dal papa per fargli Tancredi e Clorinda coi pupi, a Roncisvalle per fare il cunto là dove la leggenda dice essere morto Orlando. Vieni? Sì che vengo. E sul tovagliolo di carta gialla abbiamo buttato giù schizzi e idee, ed Elisa ha detto quella frase meravigliosa di Totò nelle Nuvole di Pasolini: La straziante meravigliosa bellezza del creato. Il titolo per la trilogia e per i giorni lassù. Negli schizzi sul tovagliolo c’era anche scritto: da Roma ai Pirenei per nave, con veliero.  E sogna e sogna,...

Venezia 75 / Gianikian-Ricci Lucchi: noi due cineasti

Nel film, tutto parte nel 1975. È l'anno in cui si conoscono. Angela aveva appena filmato una cerimonia paesana in otto millimetri. Il loro incontro è un colpo di fulmine (deve essere stato così). Tanto che viene suggellato da una specie di patto (almeno così io lo immagino). Yervant inserisce in sovrimpressione alcune immagini sulla pellicola filmata da Angela. Mentre le inquadrature del film scorrono sullo schermo, la sua voce off ricorda il loro incontro (o la voce è quella di Yervant?) e la storia delle sovrimpressioni. Il titolo di questo primo film lo riprendono da Pound, Erat-Sora (così lo descrivono, nel catalogo curato da Sergio Toffetti: «Nel mese di maggio l'aria è profumata di rosa. Nelle campagne si prega la madonna di Fatima, di Lourdes, di Pompei. Mutamenti, trasformazioni, miracoli, danze mistiche, roseti»). La meccanica delle cineprese amatoriali permette di riavvolgere la pellicola filmata, quando ancora si trova nel caricatore. Permette di rifilmarla, aggiungendo strati di immagini. Dunque, un accorgimento tecnico suggella la nascita di una relazione amorosa e insieme artistica.   Noi due cineasti, come dice la seconda parte del titolo. Due in una sola...

Venezia 75 / Another Side of Venice

Sarà la proverbiale crisi del settimo anno (vengo al Lido dal 2011), o forse il nuovo alloggio (quello nel quale ero ospitato fino alla scorsa edizione non era più disponibile); ma mai come quest’anno la Mostra mi è apparsa, all’arrivo, così labirintica: transenne, deviazioni, vicoli ciechi. Ma è solo il primo impatto con il festival, come al solito: dopo qualche giorno di permanenza, tutto sembra rientrato ormai nella placida routine della Mostra – fatta eccezione con l’ossessione securitaria (metal detector, poliziotti, camionette, eccetera), che, occorre dirlo, si fa sempre più forte di anno in anno, dando alla cittadella del festival l’aria di una piazzaforte in perenne attesa del nemico.   Per quanto riguarda la selezione, al contrario, si può dire con un certo margine di tranquillità che, nel corso delle ultime tre edizioni, non ha fatto altro che migliorare (d’altra parte, forse era difficile far peggio dell’edizione 2015, quando i film indimenticabili si contavano sulle dita di una mano). Sulla carta, il concorso veneziano di quest’anno è uno dei migliori da parecchio tempo a questa parte. La gestione di Alberto Barbera, da sempre incline a un compromesso “virtuoso”...

Scene d’estate / Cirque Bidon: fiaba felliniana o utopia “anarchista”?

L’arte del teatro è universale: la si potrebbe rappresentare come una carovana in viaggio, nel tempo e nello spazio, perché se fosse un’entità statica, ferma nel punto in cui è stata creata, non avrebbe la possibilità di sbocciare e di evolvere. In effetti, questa carovana non è solo una metafora, poiché si è manifestata concretamente proprio durante l’estate: è il Cirque Bidon! Una compagnia circense francese capeggiata dal suo fondatore François Rauline e composta da un patchwork di artisti (giocolieri, clown, musicisti, acrobati) di diversa nazionalità (Francia, Spagna, Italia), che viaggia in carovana, su carrozzoni di legno trainati da cavalli. Lentamente, a ritmo di 20 km al giorno. Gli ultimi a spostarsi così.  Si erano fatti desiderare per ben quindici anni in Italia, dal loro ultimo passaggio e sono tornati nel 2016, facendosi perdonare con una tournée di tre mesi. Hanno attraversato Lombardia, Piemonte ed Emilia-Romagna, partecipando ai più significativi festival di arte circense e teatro di strada, principali promotori del loro grande ritorno. Dal festival La Strada di Brescia al Mirabilia di Fossano, per giungere, quasi al termine della loro tournée, a Tutti matti...

Scene d’estate: Biennale Teatro 2 / Attore/Performer: apologhi sulla pazienza

Oggetti. Cose senza pace. Esseri umani come cose. Segni imperscrutabili dell’agire, del fare, dell’impegnarsi a distogliersi. Come un destino, un meccanismo, che possiamo continuare a chiamare reificazione, anche se splende dell’illusione dell’individualità, della cifra singolare, personale. Della scelta. La Biennale Teatro di Antonio Latella nella seconda settimana in cui l’abbiamo visitata, a fine luglio, è determinata a esplorare i confini, ormai estremamente labili, tra attore-interprete da una parte e performer dall’altra, intendendo per performer un soggetto che porta in scena un’esperienza, una visione, un’individualità non riducibile alle gabbie di un personaggio. Dopo le due produzioni inaugurali, Orestea di Anagoor e Spettri del giovane Leonardi Lidi (vedi le cronache qui), con un posto d’onore alle invenzioni dei Leoni d’oro Antonio Rezza e Flavia Mastrella, vero uragano che sconvolge le leggi date della scena, la Biennale si concentra a mostrare e a paragonare. Secondo la posizione scelta dal direttore artistico fin dalla prima edizione, sono messe a confronto esperienze europee degli anni recenti, proponendo nomi in Italia sconosciuti o poco approfonditi. ...

Scene d’estate: Puglia / Due “divertimenti” sul teatro dei luoghi

Calibrare lo spettacolo sul luogo dove si rappresenta. Sembra una pratica contemporanea, il così chiamato site-specific, ma è costume antico, antichissimo. Potremmo anzi dire che oggi siano sempre minori le possibilità di varianti d’ambiente, atmosferiche, a causa del circuito teatrale, della regolarità di stagioni basate sul finanziamento pubblico, della necessità di ammortizzare produzioni in un giro di repliche il più possibile ampio. La regia ha introdotto una mentalità per cui lo spettacolo è una partitura da eseguire possibilmente in modo sempre uguale, che spesso trasforma l’attore in un travet che si accontenta di inventare in prova o di variare in modo assolutamente cauto nelle repliche, sì da non inficiare la coerenza dell’opera. Quanto poi lo spettacolo sia effimero, legato a un luogo e a occasioni, e quanto poco di intoccabile in esso ci sia, ce lo rammenta la storia del teatro. Senza andare indietro fino alla Commedia dell’arte, possiamo ricordare come nell’ottocento e nel primo novecento le compagnie di teatro cambiassero titolo quasi ogni sera, adattandosi all’uditorio, e come l’opera vivesse in simbiosi con gli interpreti e con l’occasione. E come il melodramma...

Scene d’estate / Io-Salome: Romeo Castellucci al festival di Salisburgo

Vedere uno spettacolo di Romeo Castellucci è un po’ come partecipare a un rito sciamanico. Ho appena assistito alla Salome di Richard Strauss, allestita nell’imponente cornice di pietra della Felsenreitschule di Salisburgo, e pur con alcune differenze, per esempio non ho provato l’impellente necessità di vomitare, mi sento come se avessi bevuto l’ayahuasca: scosso, attraversato da ombre, ma al tempo stesso più concentrato, lucido, sapiente. Prima di vedere ho digiunato: non si può partecipare a un rito appesantiti dalla digestione, in particolare delle proteine. Al termine, come da prassi, mi affretto a fermare sulla carta visioni, sensazioni. Le lascio fluire. Si accavallano alle premesse: “Vorrei una Salome senza una goccia di sangue” dice Castellucci. E io vedo sangue ovunque.    Sul velo nero che fa da sipario c’è ricamata in oro una frase latina: Te Saxa Loquuntur. La stessa iscrizione campeggia, a qualche centinaio di metri di distanza, sopra l’emblema del Principe Arcivescovo Siegmund. L’emblema fa da cornice al tunnel che collega il centro cittadino con alcuni quartieri periferici. Il tunnel, costruito fra il 1764 e il 1767, attraversa il Mönchsberg.  Sul...

Scene d’estate / Valzer di mezzanotte a Monticchiello

C’è un luogo dell’anima del teatro proprio nel cuore d’Italia, tra antichi campi di grano che bordeggiano la Cassia e moderni agriturismi. Da 58 anni vi si fa un teatro veramente popolare, creato da tutto il paese, bambini, ragazzi, giovani, persone mature, anziani; un teatro che prova cocciutamente, ogni anno, a parlare di noi, come siamo oggi, ricorrendo spesso alla memoria, alla favola, alla parabola. Quel luogo si chiama Monticchiello e si trova, venendo da nord, poco dopo la città ideale di Pio II, Pienza. È un borgo medievale arroccato, abitato ormai da pochi residenti e pullulante di seconde case e alloggi per turisti. In questa “Italia in vendita” risorgono, con leggerezza, domande che tutti dovremmo porci, rinasce una voglia di fare insieme, capire insieme attraverso quel vecchio strumento di comunicazione e indagine scarnificante che è il teatro. Monticchiello è da tempo uno dei riti immancabili dell’estate festivaliera. Ogni volta che ci arrivi, magari dopo un ingorgo sulle nuove autostrade a tre corsie e dopo un’eternità per circumnavigare Siena coronata di cantieri, decidi che è l’ultima volta, il viaggio non vale la pena, eccetera. Poi si fa buio sulla piazza che a...

Compagnia della Fortezza / In carcere, la beatitudine

Benvenuti nel mondo di cristallo di Armando Punzo. Trent’anni di vita in carcere, quasi tutti i giorni, molte ore al giorno, lo hanno portato a questo spettacolo rarefatto, Beatitudo, giostrato al ritmo lento di una musica simile a quella di un carillon, che improvvisamente si accende, si imbarbarisce, con botti di percussioni, e poi continua a fluire come acqua.     Acqua. Lo spettatore vede subito un grande specchio d’acqua che invade tutto lo spazio scenico del campetto d’aria all’interno del carcere della Fortezza Medicea di Volterra. Raggiungeremo la gradinata attraverso due strette passerelle, specchiandoci nel liquido elemento, guardando Punzo e il bambino che lo accompagna in questo viaggio nel mondo di Jorge Luis Borges osservare il posto dove noi andremo a sederci, o forse il vuoto, scortati da un manipolo di guerrieri addobbati da arcaici orientali sacerdoti con lunghe leggere vesti rosseggianti, impugnanti fruscianti canne. I più accorti, quelli che frequentano da più tempo questi spettacoli che si accendono in quel luogo di contenzione tutte le estati, da trent’anni, si accorgeranno che manca un lato di pesanti sbarre al campo della zona d’aria. ...

Biennale Teatro / Revenants

Lo scandalo della morte domina l’Orestea di Anagoor, lo spettacolo che ha inaugurato la seconda Biennale Teatro diretta da Antonio Latella dedicata all’attore/performer. Questa rivisitazione dell’antica tragedia si snoda in una luce crepuscolare, opaca, ravvivata ogni tanto da sbaffi appena colorati che segnano come didascalie drammatiche alcuni personaggi o oggetti. Ricorre a microfoni, amplificazioni, registrazioni, proiezioni, danze, visioni e videovisioni, musiche, soprattutto una musica continua (di Mauro Martinuz) che sprofonda in inquietudine assoluzione meditazione tempesta, in un lungo continuo crepuscolo dell’agire umano disegnato con meravigliosi colori purgatoriali da Fabio Sajiz, un vero mago della luce e della sua sottrazione.  Simone Derai e Patrizia Vercesi firmano traduzione e drammaturgia (il solo Derai la regia) dell’ultima creazione di uno di quelli che si sarebbero detti nuovi gruppi anni 2000, ormai assurto a un livello da grande ensemble europeo (anche per il numero di coproduttori e sostenitori). Un fitto gruppo di giovani e giovanissimi, cresciuti nella factory di casa a Castelfranco Veneto e dintorni o in precedenti incursioni della compagnia ai...

Santarcangelo 2018 / Quattro pezzi sull’identità

Due nomi sconosciuti (Maddalena Giovannelli)   Può darsi che vi sia capitato, scorrendo il programma del festival di Santarcangelo, di restare smarriti di fronte ai tanti nomi sconosciuti e ardui da pronunciare.  Ecco allora comparire qualche esitazione di fronte alle domande di rito da festival (“cosa hai visto?”, oppure: “cosa mi consigli di vedere?”): non mancano difficoltà nel nominare gli artisti (“sono tre nomi, ora guardo”), una certa confusione nel raccontare l’evento (“ah, quello del tramonto, dici?”), malcelata reticenza nel dare un parere (“non so, magari sono io che non ho capito!”).  Ma un festival vale il viaggio, se si torna a casa ricordando due nomi prima sconosciuti, difficili da ritrovare nelle stagioni nostrane. Nel secondo fine settimana santarcangiolese a emergere dal maremagnum sono due vulcaniche performer donne. La prima è Mallika Taneja, una trentenne indiana attiva a New Delhi. Il suo Be Careful – qualcuno potrebbe averlo intercettato nella scorsa edizione di Short Theatre – sta girando da cinque anni e ha ancora molte date in vista (tra le prossime europee, Atene). Alle sei repliche previste la direzione del festival ne ha aggiunte altre...

Da vicino nessuno è normale / Margini. Otello Circus a Olinda

I manicomi sorgono abitualmente alla periferia delle città, scriveva Franco Basaglia in un testo del 1965, in zone isolate, circondate da mura che diano il senso preciso della separazione. La figura del malato di mente, espressione di una rottura della norma, è un’immagine da tenere a distanza perché non abbia a turbare il ritmo di una società che non si sente responsabile dei suoi frutti negativi e crede di risolverli allontanandoli da sé.    Prove Otello, maggio 2018, ph Vasco Dell'Oro. Il malato di mente come figura che abita i margini: non è la sola, in questo tempo, e non è pensando solo a lei che queste parole appaiono di una faticosa attualità.  È in questa società che l’uomo, sottoposto alla tirannia della normalità, si ammala.    Olinda – progetto collettivo nato nel 1996 – ha fatto dello spazio dell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano, spazio di periferia e segregazione, spazio dunque di una doppia esclusione, un luogo di apertura, e lo ha fatto guidata da queste domande: come evitare di produrre il ghetto? Bisogna proteggere i matti dal mondo cattivo o il mondo cattivo dai matti? Chiusi i manicomi, infatti, non sono crollati i muri...

Festival di Castiglioncello / Artisti Inequilibrio

“Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?”, così cantava rosa dalla nostalgia la piccola guitta Mignon di Goethe, conosci il paese del sole, delle colonne che si rispecchiano in cieli azzurri, delle tarantelle e dei tamburelli, aggiungeva l’ozioso principe Leonce del medico Büchner quando il Romanticismo ormai rivolgeva contro sé stesso la propria coscienza infelice, la propria inconsolabile ironia. “O amato mio, con te vorrei andare!”, concludeva le strofe. Quel paese insieme reale (come l’Italia classica) e immaginario come l’aura di una tradizione che risuona e incanta attraverso i tempi, nel teatro si materializza ogni anno in un festival che apparentemente si tiene zavorrato ai fondamentali, il testo, la drammaturgia, il corpo dell’attore, del danzatore. Capace in realtà di creare macchine fantasmatiche che – molto meglio di rassegne dedicate all’esplorazione performativa di conflitti o visioni contemporanee d’artista (leggi per esempio il recente Santarcangelo) – entrano in profondità nelle tensioni che ci avvolgono.  Sono stato tre giorni nella “Costa degli Etruschi”, nella cittadina balneare del Sorpasso di Dino Risi, nella località dove villeggiavano Silvio D’...

Baryshnikov/Brodsky Orlando/Calamaro e il resto / Napoli Teatro Festival

Un’occasione sprecata? (Francesca Saturnino)   Qualche giorno fa mi è capitato un incontro particolare. Tornavo con amici dal “dopo festival” del Napoli Teatro Festival, una serie di concerti serali negli splendidi giardini di Palazzo Reale. Tra via Toledo e Piazza Trieste e Trento, tanti ragazzini dei Quartieri Spagnoli – massimo quindici anni a testa – in due o tre per ogni motorino facevano sempre lo tratto di strada e tornavano indietro. Curiosi, ci siamo messi a chiacchierare con alcune ragazze della giovane paranza: ci hanno spiegato che si trattava della moderna evoluzione dell’antichissima forma di struscio serale con tanto di corteggiamento/scelta del rispettivo partner tramite “guardata” durante quei giri in motore. Ci hanno chiesto da dove venivamo e perché eravamo lì: così è venuto fuori il teatro. Ecco che compare Chicca, la più grandicella che gestisce un centro estetico in zona: alla parola teatro si è letteralmente illuminata. Ci ha raccontato di aver fatto, a un certo punto nella sua giovanissima vita, un laboratorio e che quest’esperienza non se la scorda più. Se potesse, ci ha detto, ne vorrebbe “ancora”.    Laboratorio Food Distribution della...