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avanguardia

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Intervista a Jarosław Suchan / Per un’utopia reale: Katarzyna Kobro e Władysław Strzemiński

L’arte può davvero cambiare il mondo? Per Katarzyna Kobro (1898-1951) e Władysław Strzemiński (1893-1952), figure essenziali dell’avanguardia artistica polacca tra le due guerre mondiali, la risposta era senz'altro affermativa. L’obiettivo che inseguirono con intransigente visionarietà per tutto l’arco intensissimo e accidentato delle loro esistenze coincideva in effetti con l’attivazione integrale del potenziale dell’esperienza moderna, della sua passione per il reale: fondere la più ardita sperimentazione formale con una radicale trasformazione sociale da cui far nascere un “uomo nuovo”. Fondatori di uno dei primi musei d’arte moderna, il Muzeum Sztuki di Łódź, membri di influenti circoli dell’avanguardia europea, Kobro e Strzemiński articolarono questa visione lungo l’arco di tre decenni in sculture, pitture, progetti grafici e architettonici, di cui la retrospettiva in corso al Centre Georges Pompidou a Parigi (Une avant-garde polonaise. Katarzyna Kobro et Władysław Strzemiński, a cura di Jarosław Suchan e Karolina Ziebinska-Lewandowska, fino al 14 gennaio 2019) presenta un ampio spaccato, in cui la loro produzione artistica è messa a confronto con la loro attività...

Il settantasette compie quarant'anni / Una tomba per uno strano animale

Il Settantasette compie, quest'anno, quarant'anni. Scriverne non può servire a celebrare o svilire una data decisiva nella storia dell'Italia contemporanea, entrata nell'immaginario collettivo più di quanto sembri – basti pensare alla infinita e inutile letteratura scandalistica sugli anni di piombo, o anche al cinema in presa diretta di quegli anni, e quindi alla commedia di Luciano Salce Il... Belpaese, film uscito proprio nel 1977 e interpretato da Paolo Villaggio, quasi due ore di luogocomunismo sugli anni di piombo dal punto di vista della borghesia milanese, e poi anche Tutti a squola di Pingitore uscito nel 1979, protagonista Pippo Franco professore liceale alle prese con i giovani settantasettini drogati e delinquenti, deriva trash di una destra romana meno perbene ma più ridanciana – ma ancora scarsamente oggetto di indagine storica soprattutto da parte delle generazioni più giovani.   In controtendenza, in questo senso, lo studio di Luca Falciola, Il movimento del 1977 in Italia, uscito nel 2016 per Carocci, il libro di Danilo Mariscalco, Dai laboratori alle masse, dedicato al rapporto tra il '77, le arti e la comunicazione, uscito nel 2014 per ombre corte, e la più...

Jeeg Robot non ha posto fine al degrado / Un Colosseo in marmo a kilometro 0

Chi ha una certa età forse si ricorderà del comico Gino Bramieri nello spot televisivo Moplen: “E mò? E mò e mò, Moplen! […] signora guardi ben che sia fatto di Moplen!”. Siamo negli anni Sessanta in pieno boom economico e il polipropilene isotattico, commercializzato con il nome Moplen, entra nelle nostre case. L’industria sforna i suoi prodotti e gli Italiani sono invitati a consumare, insieme agli oggetti di plastica indeformabile e infrangibile, anche il loro “patrimonio” culturale e artistico.   L’artista Pop romano Tano Festa dichiara nel 1965: “un americano dipinge la Coca-Cola, come valore per me Michelangelo è la stessa cosa nel senso che siamo in un paese dove invece di consumare cibi in scatola consumiamo la Gioconda sui cioccolatini” (dal catalogo della mostra Roma Pop City 60-67). Lo stesso si può dire del Colosseo miniaturizzato riprodotto in plastica per essere venduto come souvenir ai turisti.     A Roma è in corso la mostra Colosseo. Un’icona, allestita presso l’Anfiteatro Flavio fino al 7 gennaio 2018. Nel titolo è implicito il richiamo alla Pop Art romana degli anni Sessanta che assume l’immagine del monumento comefeticcio della cultura italiana...

Uccidiamo il chiaro di luna / Regge il futurismo al passare del tempo?

Confesso di aver sempre avuto il desiderio di assistere a una serata futurista e di essere partita ben disposta nei confronti dello spettacolo ravennate "Uccidiamo il chiaro di luna". La sfida mi sembrava ardua: reggerà il futurismo al passare del tempo? L’ode alla guerra, in tempi così difficili? L’esaltazione della tecnica, ora che nel progresso ci viviamo? O, ancor meglio, i roboanti proclami – cui siamo abituati – dei manifesti futuristi, manterranno sulla scena le promesse altisonanti declamate sulla carta? A dare un'occhiata furtiva alla locandina (Marinetti, Russolo, Balla, Depero, Severini, Tullio Crali) s'intuiva che, comunque fosse andata, erano stati "arruolati" tutti quelli che contavano, prendendo a prestito il meglio del movimento dai suoi esponenti, più o meno celebri e bravi, più o meno di primo piano.  Il punto era come: pur essendo immersa nel futurismo da sempre (mi sentirei di consigliare la lettura, a mo' di introduzione, de L'universo futurista: una mappa, dal quadro alla cravatta, di Anna D'Elia, dedalo edizioni, 1988, che credo possa esser ancor valido ancorché forse ormai introvabile) scarsi mi son sempre sembrati quei documenti che ci permettono l'...

5 giugno 1927 - 5 giugno 2017 / Emilio Tadini, Picasso. L’immortale da vivo

La generazione degli anni difficili è il titolo di un volume del 1962 in cui Ettore Albertoni, Ezio Antonini e Renato Palmieri raccolgono i testi di un’inchiesta condotta tra il 1959 e il 1960 per la rivista «Il Paradosso». L’inchiesta era mossa dalla necessità di comprendere le scelte e le posizioni di fronte alla Storia da parte di «coloro che l’ultima guerra sorprese […] nell’età dei primi ripensamenti e delle maturazioni giovanili», e che alla fine degli anni Cinquanta si presentavano, volenti o nolenti, come «la spina dorsale della nazione». È la cosiddetta “generazione di mezzo” di cui fanno parte Italo Calvino, Oreste del Buono, Rossana Rossanda, Franco Fortini o Fulvio Papi: intellettuali nati negli anni Venti, che alla chiamata della Storia hanno risposto non con il ragionamento e la volontà di una scelta politica matura, ma sulla spinta degli “astratti furori” di gioventù. E alla fine della guerra si ritrovano troppo grandi per demandare ai fratelli maggiori le responsabilità della ricostruzione, ma anche troppo giovani per incaricarsi senza tentennamenti di tracciare la rotta per le generazioni a venire. Sono intellettuali che vivono con profonda sofferenza l’urgenza di...

Costruttori di cattedrali / Oltre il museo e la funzione autore

Il museo dopo il museo. Il museo è il figlio prediletto della modernità. Più esattamente di quella particolare concezione del tempo che si è andata strutturando come secolarizzazione dell’escatologia ebraico-cristiana dandosi come proiezione «futurologica» nella doppia versione progressista e rivoluzionaria. «Domani accadrà», ripete la canzone moderna, e a quel domani ci arriveremo, progressivamente appunto, poco a poco, o con un salto rivoluzionario che scardina il continuum della storia, ma comunque ci arriveremo. Nel frattempo, mentre la colonizzazione del futuro si organizza, il presente può attendere, lo si può sacrificare in virtù di un domani migliore, e il passato invece occorre conservarlo. Certo per salvarlo dalla tempesta della storia che tutto travolge e dimentica, ma conservando il passato si finisce anche per neutralizzarlo. È così che nasce il museo – da questa particolare concezione del tempo al di fuori della quale non si sarebbe dato come istituzione culturale – e con questa particolare missione sociale: conservare il passato, tesaurizzarlo, e controllarne la memoria. Farne «monumento» da ammirare e contemplare. Ed è così che il passato diventa un’ossessione...

Il primo capitolo dell'edizione 2017 / Documenta a Atene

Documenta, celebrato emblema della volontà germanica di investire denari e spazi nelle trame dell’avanguardia, dalla dimensione raccolta di Kassel approda a una delle città più tumultuose del Mediterraneo, che negli ultimi venti anni è al centro di una vicenda economica, politica e sociale molto complessa. Adam Szymczyk, il curatore, punta su una versione francescana dell’evento, con poche cene e mondanità. Tutta la città è invasa da eventi che spesso sono minimi, e non di rado difficilmente individuabili, per cui necessita di prendere appuntamento. Appartamenti in stradine vicino al Museo Archeologico (in cui nessuna delle gentilissime maschere sa dare informazioni sulla prevista installazione del rumeno-tedesco Daniel Knorr), ospitano installazioni sulla relazione architettura/politica nella tormentata vicenda ateniese postbellica, uno spazio anonimo in Tossitza Odos ha una serie di “orgasmi”, ossia oggetti in vetro curvati in modi ambigui, ispirati al guru queer Preciado, più interessante come autore (magnifico il suo Texto junkie, uscito in Italia da Fandango), che come curatore.    Il punto è girare tutta la città, scoprendo luoghi inediti, musei e collezioni spesso...

Alessandra Acocella. Avanguardia diffusa / Se l’avanguardia incontra il popolo

È il 1968. Ketty La Rocca realizza l’opera Segnaletiche, una composizione di segnali stradali con su scritto: “Il senso di responsabilità”, “Io tu e le rose”, “Amava molto gli animali”. Di queste la prima ha la freccia verso sinistra ed è in cima, le seguenti con la freccia nella direzione opposta e cioè verso destra. Anche senza soffermarsi sulle citazioni o sui contenuti veicolati, in quest’opera sono presenti i temi dell’estetica del tempo: la coincidenza di testo e immagine, l’impiego di oggetti d’uso comune decontestualizzati, ma soprattutto il riferimento a una dimensione esterna all’arte e ai suoi luoghi. In primo luogo, l’immagine fonda il suo impianto visivo su una grafica verbale (o verbo-visiva per usare un tecnicismo). Quindi, la segnaletica stradale diventa supporto materiale e semantico, ed è al tempo stesso supporto, immagine e concetto. La scelta della stessa come supporto implica il rimando a un immaginario condiviso, tanto comune, che inevitabilmente dirotta lo sguardo di chi osserva e legge al di fuori dei luoghi dell’arte. È su questa linea che si muove la ricerca di Alessandra Acocella nel saggio Avanguardia diffusa. Luoghi di sperimentazione artistica in...

L'eredità di Totò tra avanspettacolo e ricerca / Totò, Leo e il Nuovo Teatro

«Fisicofollia… Caricatura, abissi di ridicolo, cascate d’ilarità irrefrenabili… Analogie fra l’umanità, il mondo animale, il mondo vegetale, il mondo meccanico... Scorci di cinismo rivelatore, intrecci di bisticci, di motti spiritosi, con tutta la gamma dell’imbecillità, della balordaggine, della stupidità e dell’assurdità, che spingono insensibilmente l’intelligenza fin sull’orlo della pazzia…» (Filippo Tommaso Marinetti, Il Teatro di Varietà, 1913).   Sembra che Totò abbia lavorato per dare corpo e voce al Manifesto di Marinetti, modulato a sua volta su quel varietà nel quale il comico napoletano, marionetta snodabile, eccentrico per eccellenza, nacque e si formò, attraversando poi tutte le forme di teatro popolare del primo Novecento: la farsa, l’avanspettacolo, la rivista, la commedia e la commedia musicale, portando sempre con sé lo spirito anarchico delle origini. Il cinema lo rapì tardi, alla fine anni '30, ma soprattutto negli ultimi due decenni di vita. E nei film mantenne spesso l’istinto del palcoscenico, quell’improvvisazione che non voleva dire inventare sul momento ma mutare ogni volta la prospettiva, fare le cose diversamente, sorprendendo e sorprendendosi,...

Un Celati anni '70. Intervista con Cerritelli / Contro le Avanguardie

Avviandosi a concludere la sua tesi di laurea con un’appendice costituita da varie interviste ad artisti, storici dell’arte e intellettuali operanti a Bologna, Claudio Cerritelli (1953) incontra il suo professore del Dams Gianni Celati raccogliendo alcune riflessioni intorno al concetto d’avanguardia.   Claudio Cerritelli : Mi rendo conto che non è semplice venire qui a chiederti cose specifiche che mi siano direttamente utili. Mi hai già fatto presente la tua difficoltà dicendomi che hai spesso atteggiamenti critici irrazionali. Questo potrebbe interessarmi di più. Perciò non rinuncio a chiederti quali sono le tue idee intorno a tutto un universo avanguardistico, sia quello storicamente già concluso, sia quello che ancora sta marciando. Come vedi questo fatto, riferito anche alla tua esperienza?    Gianni Celati: Non so come lo vedo; anzi, soprattutto, non mi interessa vederlo, avere una cosa definita. Dal punto di vista delle cose che mi sono girate intorno mi sembra che ci sia un punto di riferimento fisso: l’irruzione della Pop Art. Mentre in fondo tutte le avanguardie storiche (a cominciare da Baudelaire fino a Benjamin, Sanguineti etc.) esprimono il discorso...

Camille Paglia: imparare a guardare

“George Grosz rifiutava con fermezza l’astrazione. ‘La grande arte deve essere comprensibile da chiunque’, diceva”.     Può non essere il libro di una storica dell’arte, ma è certamente un libro sulla storia dell’arte. Provvisto di una filosofia dell’arte, un’istanza patriottica e una teoria critica saldamente radicata in una prospettiva democratica.   In Seducenti immagini Camille Paglia si pone un problema educativo. Ciò che conta, afferma, è “imparare di nuovo a guardare”. La sua preoccupazione si volge soprattutto ai piccoli e agli adolescenti. Come potranno sopravvivere al caos visivo? E interessarsi al mondo là fuori, “con i suoi doveri e i suoi dilemmi morali”? Legioni di immagini sollecitano quotidianamente la nostra attenzione ammiccando dagli schermi di cellulari e monitor, dalla TV, dai cartelloni pubblicitari. Può sorprendere che una agit-prop si distolga dalla militanza di gender per interessarsi a problemi pedagogici o storiografici. Ma è così: dall’intero libro traspare un allarme. “La cultura...

Diaconia

Riassumere in poche righe una figura complessa e articolata come Mario Diacono è difficile, se non impossibile. In 83 anni di vita ha assistito al susseguirsi – e contribuito in prima persona ­alla creazione – di linguaggi, stili ed esperienze culturali che hanno prodotto lo scenario storico nel quale operiamo e dal quale tuttora ci alimentiamo.   Mario Diacono è un intellettuale nell’accezione più pura del termine. Nel corso delle sue molteplici attività (scrittore, critico d’arte, poeta visivo, gallerista) ha elaborato un pensiero lucido, teso e coerente che emerge tanto negli scritti quanto nelle sue parole. Nell’arte Diacono ha sempre corso una maratona a fianco del gruppo di testa, dell’avanguardia, cercando di individuare quegli artisti in grado di compiere un passo in avanti rispetto al linguaggio del proprio tempo.   Amico di Sandro Penna e Emilio Villa, segretario di Ungaretti, autore teatrale, professore universitario, autore della prima monografia su Vito Acconci, traduttore di Joyce e Michaux, scopritore di artisti come David Salle, Sandro Chia, Cady Noland e Ellen Gallagher. Un...

Qualche idea di regia

A dispetto dell’impolveramento a cui sembrano destinati tanti padri nobili del modernismo italiano – quanto più canonizzati, tanto più evitati quando non addirittura snobbati – si potrebbe dire che Questa sera si recita a soggetto (e con esso tutta la trilogia del teatro nel teatro) di Pirandello sia un testo di grande attualità. Innanzitutto perché, ai suoi tempi, lo fu: un intervento davvero “a caldo” su un tema cocente come l’avvento della regia e la resistenza opposta dalle compagnie d’attore. Ma anche perché, a volte con un po’ di sorpresa, il Pirandello meta-teatrale si scopre ripreso e riutilizzato dalle frange più insospettabili dell’avanguardia e del Nuovo Teatro. I sei personaggi, allestito da Pitoëff, fu recensito da un entusiasta Artaud, che ne fece un terreno di analisi vibrante quasi alla pari di quell’esperienza della performatività balinese che continua a scuotere animi e studiosi dalla lontana Expo parigina del ’31. Questa sera, poi, fu uno dei primi spettacoli del Living Theatre e, a quanto pare, a Julian Beck rimase appiccicato un simpatico...

Claudio Tolcachir. Fra teatro e realtà

  Per quali ragioni, al giorno d’oggi, ci ostiniamo a lavorare e a formarci in teatro, in condizioni sempre più insostenibili? Che senso ha fare teatro in tempi di crisi? Sono le domande con cui si è inaugurato il workshop teorico/pratico di scrittura critica condotto da Andrea Porcheddu. Ma sono anche interrogativi che, lo stesso Porcheddu, ha rivolto all’autore-attore-regista argentino Claudio Tolcachir, nell’incontro pubblico che l’ha visto protagonista alla Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian. Perché, in Argentina, la materialità della crisi (economica, sociale, culturale) che stiamo cominciando a conoscere di questi tempi, fuori e dentro i palcoscenici, è arrivata un bel po’ d’anni prima – proprio quando Tolcachir ha fondato Timbre4, la compagnia con cui lavora tuttora, e in coincidenza a quella rinnovata vivacità del teatro ibero-sudamericano che ha attirato la grande attenzione dei pubblici e degli studiosi del vecchio continente.   Un momento del laboratorio   «Il fatto che Timbre4 e il nuovo teatro argentino – racconta Tolcachir – siano...

Kurt Schwitters

Riga, una collana che avvicina ai grandi innovatori del Novecento   Riga è nata nel luglio del 1991 senza nessun particolare programma. Volevamo piuttosto fare la rivista «che ci sarebbe piaciuto leggere». Una rivista dedicata al contemporaneo, ad autori e temi che ci sembravano rilevanti nel corso dell’ultimo secolo, ma non solo. Una rivista che conservasse la memoria del passato, e insieme che si protendesse sul futuro.   Marco Belpoliti, Elio Grazioli     I manuali lo iscrivono al capitolo del dadaismo, ma i dadaisti duri non lo ammisero tra le loro fila. Per gli storici difensori della radicalità a un certo punto del suo percorso ha tergiversato, perdendo il filo delle conquiste sempre più estreme delle avanguardie. Per quelli difensori della continuità si è spinto troppo oltre in alcuni casi. Lui effettivamente aveva un’aria inclassificabile come la sua arte. Ha coniato per sé la denominazione «Merz». Assumeva l’espressione impostata quando si presentava – «Buongiorno, sono Kurt Schwitters, inchiodo oggetti sui quadri!» – o recitava una delle...

Pop Camp 1 e 2

Riga, una collana che avvicina ai grandi innovatori del Novecento   Riga è nata nel luglio del 1991 senza nessun particolare programma. Volevamo piuttosto fare la rivista «che ci sarebbe piaciuto leggere». Una rivista dedicata al contemporaneo, ad autori e temi che ci sembravano rilevanti nel corso dell’ultimo secolo, ma non solo. Una rivista che conservasse la memoria del passato, e insieme che si protendesse sul futuro.   Marco Belpoliti, Elio Grazioli     «In qualcuno dei tuoi voyages au bout de la nuit ti è mai capitato di imbatterti nella parola camp?». Si era nel 1954, e così Christopher Ishwerwood introduceva il narratore di Il mondo di sera alla sfera del camp, dandone la prima discussione a stampa. Non nella dimensione «totalmente degradata» dei «circoli equivoci» – in cui il termine indicava, ad esempio, «un giovincello svenevole, con capelli ossigenati, cappello e boa di struzzo, che finge di essere Marlene Dietrich» – bensì in quella estetica ed emotiva in cui si esprime «ciò che è fondamentalmente serio in termini di...