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contagio

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No, non è finita / Pandemia e riaperture negli Stati Uniti

No, non è finita. Mentre gli Stati Uniti corrono alla riapertura, è facile convincersi del contrario. Ma l’onda d’urto della pandemia non si è esaurita – soprattutto non al Sud. Due mesi e quasi duemila morti dopo, qui in Louisiana il virus accenna però ad allentare la morsa. Balzati alla ribalta nazionale come uno degli hotspot più preoccupanti del paese, con un bizzarro colpo di scena ci siamo dunque tornati da primi della classe.  In un incontro alla Casa Bianca, uno dei tanti che scandiscono queste settimane, il presidente Trump ci ha additato ad esempio all’intero paese. Siamo “un grande successo” nella gestione dell’epidemia – gente con cui è un “onore” lavorare.  Non siamo più lo stato dove il virus cresce con maggiore rapidità – un primato di cui ci siamo liberati con sollievo. Mentre scrivo, ai primi di maggio, la fiammata di contagi che ha massacrato New Orleans si è assestata a livelli più contenuti. A Shreveport, dove abito, i casi iniziano a imboccare la china discendente. L’epidemia ora imperversa a nordest, nella desolazione rurale che da Ruston e Monroe lambisce il confine con il Mississippi.      La poverissima Louisiana che rallenta la...

Paradossi e rigore / Regole regole regole

Questa primavera resterà impressa nella memoria come la ‘stagione delle regole’. Regole per lavarsi le mani (come, quando, quanto). Per mantenere le distanze. Per salutarsi. Per correre nei parchi, per visitare i parenti, per viaggiare. A queste regole comuni, ciascuno ne ha aggiunte di personali: disinfettare la spesa, i vestiti, le mascherine, togliere le scarpe, fare solo la spesa online.   Le regole sono indispensabili, non solo durante le emergenze ma anche nella vita di tutti i giorni. Possono essere pesanti ma, stranamente, ci rendono la vita più leggera. Le regole ci dicono chi siamo: seguire le regole in modo acritico è segno di scarsa autonomia e capacità di scelta. Rispettare troppe regole in modo ossessivo può manifestare addirittura un disagio mentale. Ma all’estremo opposto, l’assenza di regole rende le persone inaffidabili, e la convivenza sociale impossibile.   Tutta la vita in un certo senso è un equilibrio delicato fra regole e libertà. Libertà significa esplorare, sperimentare, scoprire che cosa ci piace e non ci piace, per poi scegliere ciò che è meglio per noi o per tutti. Le regole limitano la libertà imponendo comportamenti automatici: ‘se A allora...

Diario 5 / C'è chi balla e chi ha seminato fiori

Cosa resterà della lingua di questi giorni di cui tanto si è scritto?  Delle metafore belliche: la guerra, la trincea, l'attacco, gli eroi, il nemico. Di quelle calcistiche, che tanto non mancano mai, in questo paese di uomini, spogliatoi e bar. Di quelle horror catastrofiste: il mostro invisibile, lo tsunami, la bomba atomica.  Delle parole da “avvocato del popolo” metamorfizzato in “notaio del popolo” (congiunti mutuati in “parenti fino al sesto grado”, traslato direttamente dai manuali di diritto di successione quando si devono rintracciare gli aventi diritto all'eredità o dai siti di compilatori di alberi genealogici).  Delle frasi speranzose, dolenti, commosse delle pubblicità che fanno leva sui sentimenti più a buon mercato in un unico, infinito, polpettone che frulla insieme assicurazioni, sughi, telefoni, energia, supermercati, acque minerali, divani: spot accomunati da inviti motivazionali, proclami roboanti, lirismo per la bellezza perduta, tutti identicamente colati nel medesimo stampo #covid19. Identici persino nella musica, la solita marcetta un po' sognante con molti violini oppure la rarefazione delle note di pianoforte suonate molto lentamente. Le...

I / Quattro domande sul desiderio

La pandemia scatenata dal coronavirus ha modificato, e probabilmente modificherà ancora anche a breve scadenza, i comportamenti che riguardano i corpi e le relazioni fisiche tra gli esseri umani. Ti chiediamo di rispondere ad alcune domande per capire in che modo a tuo parere potrà cambiare tutto questo.   Massimo Recalcati, psicoanalista   1. Il desiderio di prossimità, la necessità di abbracciarsi, di scambiarsi segni di reciproco affetto e di amore, sembrano oggi aboliti a causa dei timori che i contatti possano generare veicoli di trasmissione del virus, così che la paura ha preso il sopravvento: possiamo essere gli untori dei nostri partner, genitori, amici. Desiderio e paura si escludono o possono coesistere e con quali conseguenze? Cosa determinerà – in una fase di coesistenza con il virus – l’impossibilità di riprendere la dimensione fisica, corporea, di alcune relazioni, in particolare quelle con gli anziani?   Cammino sul marciapiede di una via di Milano e di fronte a me vedo avvicinarsi la sagoma di un mio simile. Scatta un sentimento di solidarietà spontaneo, di accomunamento, di condivisione. Stiamo vivendo insieme una prova difficile, siamo...

IV / Cinque domande sullo scenario futuro

Con queste cinque domande ci prefiggiamo di individuare i nodi che la crisi sanitaria del Covid-19 con le sue conseguenze ha provocato a livello mondiale, con l’idea che, come disse anni fa un economista americano, la crisi, per quanto terribile, è un’occasione da non perdere.   Andrea Tagliapietra, filosofo   1. Quali saranno a tuo parere i principali cambiamenti che la pandemia del coronavirus ha prodotto? Provando a differenziare tra aspetti sociali, economici e culturali.   La catastrofe che stiamo vivendo è nuova ed è la prima, forse, di uno nuovo tipo di eventi catastrofici, per cui varrebbe la pena ricordare ciò che scriveva, giusto quarant’anni fa, Maurice Blanchot: “il disastro rovina tutto lasciando tutto immutato”. Questa catastrofe non è puntuale come un terremoto, un’alluvione, un incidente nucleare o una guerra. Si tratta di eventi che possono essere interpretati con gradi di responsabilità umana diversi e che lasciano danni immani, ma da cui appunto è possibile ripartire, avviando, pur con tutte le contraddizioni e le sofferenze che storicamente si registrano dopo gli eventi catastrofici, la ricostruzione e la successiva normalizzazione. Qui il...

La tristissima riscoperta dell’importanza di statistiche fatte bene / Covid: una caporetto statistica

Premessa: tutti abbiamo sottovalutato il coronavirus   Nel fortunato Homo Deus. Breve storia del futuro, prosieguo di Homo Sapiens. Da animali a dei, Yuval Noah Harari aveva peccato di ottimismo, scrivendo: le epidemie costituiscono oggi una minaccia assai meno seria per la salute umana di quanto lo siano state nei millenni precedenti.  In difesa di Harari va detto che anche nella peggiore delle ipotesi l’epidemia del coronavirus non provocherà il numero di morti prodotti dai flagelli del passato, lontani e vicini nel tempo. La peste nera del 1300 causò, secondo Harari, un numero di morti stimato tra i 75 e i 200 milioni (altri studiosi forniscono stime più basse). Il vaiolo e le altre malattie portate dagli europei nel Nuovo Mondo causarono solo in Messico la scomparsa di 20 milioni di persone. La prima ondata dell’influenza spagnola sterminò tra i 50 e i 100 milioni di persone nel 1918. Dalla sua apparizione, nei primi anni Ottanta del Novecento, l’AIDS ha causato la morte di più di 30 milioni di uomini e donne. Nel 2014 il virus Ebola ha determinato 11.000 vittime. Il coronavirus ha già superato per numero di morti le conseguenze di Ebola, ma resteremo lontani dalle...

Fase 2 / Italia, Pronti via!

L’Italia riparte. Il 4 maggio è il momento della “riapertura” o come scrive un grande quotidiano, della “ripresa”. Ripresa di cosa? Della vita di tutti i giorni? No, quella ancora non c’è. Ma almeno si può uscire di casa, per varie e giuste ragioni: lavoro, parenti, necessità mediche, eccetera. Riapertura? Non del tutto. Scuole e università chiuse, tanti negozi ancora serrati, molte attività in attesa di ricominciare. Abbiamo chiesto ad alcuni dei redattori, collaboratori e amici di doppiozero di raccontare brevemente com’è andata in questa giornata di maggio. Le risposte sono ordinate per città, dalle grandi metropoli ai piccoli paesi, là dove vive gran parte della popolazione italiana, realtà che abbiamo raccontato in uno speciale e poi in un ebook, I tempi del virus, che si può scaricare gratuitamente dal sito. Quindi ecco qui 24 brevi istantanee, scatti quasi fotografici di questa “riapertura”, ma con tutto il carico di prima, di quello che è accaduto in due mesi in casa.    Bergamo Nunzia Palmieri   In questi ultimi due mesi non c’è stata una sola delle mie amiche che non abbia pubblicato su Facebook o su Whatsapp una fotografia delle sue piante,...

Effetti collaterali / Ovvero, come il virus contagiò la pubblicità

Che il virus fosse contagioso l’avevamo capito. In due mesi di pandemia abbiamo cambiato tutta la nostra vita proprio in funzione di questa sua spaventosa capacità di diffusione. Non parlo solo di mascherine, distanza sociale e tutto il resto, ma anche di altre dimensioni dell’esistenza in cui il maledetto si è intrufolato senza difficoltà, espandendosi poi a dismisura come fa nei corpi dei poveri malcapitati che lo contraggono. Fra queste la pubblicità è una di quelle che merita più attenzione, e per un motivo preciso: il suo ruolo è quello di fare da cuscinetto tra l’economia che tanto ci preoccupa e la socialità in generale. Se vogliamo farci un’idea di quanto profonda sia la linea di demarcazione fra il nostro passato e il futuro che ci attende, per paradossale che possa sembrare, sono proprio gli spot che dobbiamo studiare. Ma andiamo con ordine.   Dicevamo dei discorsi sociali: nessuno, lo sappiamo, ha il coraggio né, spesso, la voglia di parlare d’altro che del Covid. Vogliamo sapere tutto: quanti morti, quanti guariti, quanti in terapia intensiva, cosa dice l’ultimo DPCM, se si può uscire e con quale autocertificazione, se le mascherine si possono riutilizzare, chi...

Peste / Cosa c’entra Manzoni con il Covid?

Manzoni, ovvero della peste. Appena si profila un’epidemia, in Italia si pensa istintivamente all’autore dei Promessi sposi; e così è successo anche questa volta. A maggior ragione, potremmo aggiungere, perché si trattava – si tratta – dell’epidemia più allarmante che abbia mai colpito il mondo industrializzato. Ma oggi, a svariati mesi dalla prima notizia del misterioso nuovo coronavirus in Cina, e a dieci settimane dalla scoperta dei primi focolai sul nostro territorio, possiamo dire che don Lisander, dopo tutto, non è il caso di scomodarlo. Da noi, almeno. E per ora. Gli aspetti salienti della peste manzoniana sono infatti due. Agli esordi del contagio, la stupefacente sottovalutazione del pericolo, per cui sia la popolazione sia (cosa ben più grave) l’autorità politica si ostinano a negare l’evidenza; in seconda battuta, dopo l’esplosione del morbo, il delirio collettivo sull’esistenza degli untori, causa del clamoroso processo analizzato nella Storia della Colonna infame, una fra le pagine più buie della storia giudiziaria nazionale. Dunque, due questioni distinte: da un lato l’incomprensione della gravità del fenomeno, dall’altro la pretestuosa ricerca di un capro espiatorio...

Vanni Codeluppi / Baudrillard, pandemia e altre catastrofi del millennio

In L’esercito delle dodici scimmie di Terry Gilliam (1995), troviamo una chiara anticipazione della catastrofe contemporanea: crisi del sistema dei consumi, psicopatologia diffusa, estinzione potenziale della specie umana… Un virus ha devastato l’intera popolazione del pianeta; solo l’1% è riuscito a salvarsi, rifugiandosi sotto terra. Ancora una volta la scienza, come nemesi del suo primato, ci precipita verso la catastrofe. Dalle immagini di New York, popolata solo da animali liberati dagli ecoterroristi, emana il fascino spettrale e onanistico delle merci “congelate” negli spazi espositivi, senza più alcuna funzione, se non quella archeologica del reperto. Nell’incontro in manicomio tra Bruce Willis e Brad Pitt, due apparenti disadattati, si discute sul rapporto tra pubblicità e follia decretando che “forse la razza umana merita di essere eliminata”. Come sostiene lucidamente Jeffrey Goines (Brad Pitt) “[...] vedi la televisione, è tutta lì la questione. Guarda, ascolta, inginocchiati, prega: la pubblicità. Non produciamo più niente, non serviamo più a niente. Tutto è automatizzato. Che cazzo ci stiamo a fare. Siamo dei consumatori. Compri un sacco di cose da bravo cittadino,...

Il teatro di domani / Per un live dei corpi a distanza

Il contesto in cui ci muoviamo oggi nella riflessione sul teatro e sullo spettacolo dal vivo risente necessariamente del portato metaforico che il Covid-19 produce e che come ogni altra pandemia che abbiamo conosciuto rappresenta, come dice Susan Sontag della peste nel saggio Malattia come metafora (1978), un «sinonimo di catastrofe sociale e psichica». A questo si aggiunge che la condizione delle prime analisi emerse da parte di artisti, organizzatori, critici proviene da un lockdown emotivo, dettato dall’impossibilità di immaginare l’incontro dei corpi in scena e con gli spettatori. Si tratta insomma per lo più di considerazioni che schiacciano le prospettive future sulla condizione presente, estendendo quanto si prova ora (“avranno voglia gli spettatori di tornare a teatro?”) o l’abitudine alla condizione fisica più restrittiva (“come potranno gli artisti stare su un palco?”) all’immaginazione del domani. Partire dalla catastrofe richiede poi di immaginare tutti quei giusti elementi di tutela immediata e a medio termine di artisti, compagnie e lavoratori del mondo dello spettacolo dal vivo o di evidenziare come questa crisi mostri lucidamente la fragilità del sistema teatrale...

Protezione / La nostalgia dello stato

Quando a scuola si studiano le epoche passate, impariamo ad articolare certi snodi nella storia dell’umanità attraverso le guerre, le pesti, le rivoluzioni. Sono i capitoli dei manuali; dove siete arrivati? Alla rivoluzione francese oppure alla seconda guerra mondiale. Tendiamo ad ancorare lì i mutamenti.  Anche per questo strano allenamento, perché ovviamente c’è vita e società anche dove e quando non c’è guerra o peste, cioè per la maggior parte del tempo, ci si aspettano dei significati importanti dalla pandemia del virus corona che in questi mesi attraversa il mondo. Immaginiamo che si possa dire prima e dopo, riallineare qualcosa che appare sfuocato da molto tempo. Ma cosa? E soprattutto: cosa stiamo chiedendo davvero? Perché vorremmo che le morti, la clausura di questi mesi, avessero un significato? Certamente la violenza verbale, razzista e in generale intimidatoria, delle destre, e la resistenza delle sinistre nel mondo, da diversi anni in Europa purtroppo spesso mite e confusa, tendono da una parte e dall’altra a sfumare in una dabbenaggine pre-elettorale. La comunicazione politica, assordante nella sua afasia, pare girare intorno a qualche punto percentuale che va...

Protocollo internazionale degli errori / Lockdown in Cina

Buona questa. Un amico poeta di Singapore la racconta su facebook: “Mi sono appena preso delle belle sputazzate da due ciclisti senza mascherina che parlavano a voce alta con accento british. Mentre tornavo a casa per lavarmi (rinunciando al mio giro al supermercato), sono stato inondato di nuovo da un altro gruppo di ciclisti senza mascherina, che parlavano a voce alta in italiano. What. The. Hell.” Del mio amico non mi va di fare il nome perché son tempi grami, questi. È uno dei poeti più importanti della generazione dei quarantenni nel piccolo paese del sudest asiatico, affianca alla scrittura un brillante lavoro di promozione della letteratura locale. È uno bravo insomma. Sono colpito dalla voglia evidente di mettere alla berlina comportamenti expat non confacenti al lockdown imposto a Singapore, meno forte del nostro perché lì si fa affidamento sulla responsabilità individuale. L’accenno al fatto che, dopo la sensazione di essere stato bagnato in faccia da gocce di saliva altrui, decida di tornare a casa a lavarsi, racconta abitudini igieniche dalle quali noi europei siamo ancora lontani. In ogni caso il tono del post è sorprendente, inatteso, simile a quello delle frasi...

Diario 4 / All’improvviso questa immane stanchezza

All'improvviso questa immane stanchezza. Nonostante il 25 aprile, nonostante la primavera tiepida che riempie di foglie verdi gli alberi nei viali, nei cortili, nella macchia dei giardini pubblici visti da lontano, nonostante le giornate che si allungano morbidamente. Ci siamo rinchiusi quando per uscire ci voleva il cappotto, i rami erano spogli, faceva notte alle sei. Ora è tutto un cinguettio, un'alba anticipata, un volo di storni al tramonto. Nelle vetrine dei negozi sono rimasti i saldi invernali, erano già gli ultimi residui, capi improbabili tirati fuori da magazzini che sembravano già di trent'anni fa anche al naturale, corsi e ricorsi della moda, ma ora, immobilizzati in centro a Milano, sono uguali a certa archeologia urbana di aree disperse (le mercerie con i bottoni anni settanta, le bacheche di partiti di sinistra spazzati via da decenni, le cartoline ritoccate a mano che ancora incontri in certi paesi dell'interno dell'Abruzzo), a certi negozi danneggiati dal terremoto e mai più riaperti, in centro Italia. Deve essere la settimana in cui si lavora alla riapertura e infatti un bar qui vicino ha messo fuori spazzoloni, igienizzante, vernice, per rinfrescare il grosso...

Volti nella città / Sogno rovesciato. Un italiano a Parigi

Oltre un mese fa, domenica 15 marzo, si svolgeva in Francia il primo turno delle elezioni municipali. Io ero alla finestra. Non in senso figurato: ero affacciato alla finestra del mio appartamento da cui si vede l’ingresso della palestra trasformata, per l’occasione, in uno dei seggi del mio arrondissement. Impotente, assistevo a uno spettacolo della più grande inutilità, in quanto mi era chiaro che la Francia – come l’Italia – sarebbe entrata presto in quarantena. A dir il vero, in quarantena io già c’ero. Di auto- (e quindi un po’ pseudo-) quarantena si trattava, rientrando da un doppio soggiorno a Venezia e a Milano. Allora (un mese fa, ma nel nostro sentire in un’altra era geologica) chi rientrava a Parigi da quelle zone doveva isolarsi per due settimane. Chissà come nel XXI secolo le quarantene durano quindici giorni! A parte questa indicazione non obbligatoria, alla Francia non sembrava preoccupare molto la vicinanza geografica con l’Italia. Quei giorni di auto-isolamento mi impensierivano, perché nei due mesi successivi avevo fissato (prima che saltasse tutto, ovviamente) diversi impegni in Italia, all’incirca ogni due settimane. Avevo calcolato che, se dovevo chiudermi in...

III / Cinque domande sullo scenario futuro

Con queste cinque domande ci prefiggiamo di individuare i nodi che la crisi sanitaria del Covid-19 con le sue conseguenze ha provocato a livello mondiale, con l’idea che, come disse anni fa un economista americano, la crisi, per quanto terribile, è un’occasione da non perdere.   Nus (a cura di Fulvio Carmagnola, filosofo, e Matteo Bonazzi, filosofo e psicoanalista)   Questo testo riporta le discussioni dei partecipanti al Tavolo “Nus”, presso la Casa degli Artisti di Milano a partire dalle domande poste da Doppiozero.  “Nus” (come la noce, in milanese, ma foneticamente identico al sostantivo greco nous – “mente”, “intelligenza”) è un progetto continuativo sviluppato in collaborazione con “Orbis Tertius, Gruppo di ricerca sull’immaginario contemporaneo” dell’Università di Milano Bicocca, e “Clac, Clinica dell’adolescenza contemporanea”, di cui fanno parte filosofi, psicanalisti, pedagogisti e studiosi di scienze umane. Matteo Bonazzi, che coordina i lavori del gruppo, ha curato la redazione definitiva del testo che proponiamo.   1. Quali saranno a tuo parere i principali cambiamenti che la pandemia del coronavirus ha prodotto? Provando a differenziare tra...

Disabilità / Gli ultimi degli ultimi

Il 22 aprile 2020 Maria Novella De Luca firmava su Repubblica un pezzo di denuncia della grave situazione di abbandono in cui si trovano 260.000 studenti con disabilità, non previsti né inseriti in alcun piano di scuola a distanza ai tempi della pandemia da Covid19. Ci si aspettava che nella task force di specialisti per la cosiddetta fase2, il cui lavoro rimane a tutti noi oscuro, ci fosse almeno una voce che si occupasse di questo tema. Invece, nel discorso tenuto la sera del 26 aprile dal premier Conte, non vi è proprio alcuna traccia della scuola, che spunta solo perché sollecitata dalla domanda di un giornalista e ottiene in risposta la paternalistica rassicurazione che “nonostante sia molto complicato faremo di tutto per riaprire le scuole a settembre”, figuriamoci se vi è traccia della questione disabilità.   Quei 260.000 studenti e le loro famiglie dovranno arrangiarsi, patire l’isolamento il doppio degli agli altri e regredire rispetto alle difficili conquiste che chi parte svantaggiato lotta per ottenere. Molti di questi ragazzi non riescono a interagire con le lezioni a distanza, per molti altri sono inadeguate e insufficienti. Si potrebbe parlare di violazione del...

Case / Ripensare l'abitare

In queste ultime settimane (ormai siamo entrati nella sesta) si sono moltiplicate sui giornali e nell’infinita giungla dei social, le immagini, le parole, i suoni e le testimonianze provenienti dall’universo domestico in cui più di metà dell’umanità vivente è reclusa. Si tratta di un fenomeno planetario come mai era avvenuto nella nostra Storia: quattro miliardi di persone, distribuite lungo i cinque continenti, totalmente connesse, chiuse in casa. È un’esperienza di cui coglieremo la potenza simbolica ed emotiva solo nei prossimi tempi, quando ricominceremo a uscire per strada. Solo allora i risultati di questo trauma individuale e collettivo globale emergeranno, decretando un cambiamento d’uso e percezione dei luoghi che sarà tutto da comprendere, decifrare ed elaborare.   Per il momento la casa è una prigione dorata per tutti quelli che dichiarano che stanno benissimo isolati e che non uscirebbero più; un buon ritiro per i fortunati che hanno deciso di rifugiarsi in campagna in attesa che l’epidemia finisca (una memoria nobiliare e contadina evidentemente appena assopita); un denso recinto familiare in cui si sono costruite lentamente complesse relazioni territoriali ed...

Presuntuosi e impreparati / Allarmi inascoltati

Nella conferenza scientifica “Ambiente e virus a mutazione genetica” che si tenne a Long Island a metà degli anni ‘80, Edwin Kilbourne – uno dei più importanti virologi americani, morto nel 2011 – propose un contributo inusuale. Kilbourne immaginava la possibilità che un nuovo pericolosissimo virus emergesse nel mondo, un virus più contagioso, letale e difficile da controllare di tutti i virus allora conosciuti. Kilbourne lo chiamò MMMV (Maximally Malignant Mutant Virus) e ne descrisse le immaginarie caratteristiche. MMMV aveva la stabilità nell’ambiente dei poliovirus, l’alto tasso di mutazione dei virus dell’influenza, la capacità di spillover del virus della rabbia e la lunga potenzialità di latenza dell’herpes virus. Ancora, si sarebbe trasmesso attraverso l’aria e replicato nelle basse vie del tratto respiratorio, come l’influenza, e avrebbe potuto inserire i propri geni direttamente nel nucleo delle cellule ospiti, come l’HIV.    Ora, SARS-COV-2 non è naturalmente il mostruoso virus immaginato da Kilbourne quarant’anni fa, ma diciamo che ci si avvicina: viaggia nell’aria con le goccioline di salive (droplet), rimane attivo a lungo sulle superfici e si moltiplica...

Pensatori acrobatici e funamboli / Il virus che sfugge alla presa dei saperi

L’antropologo Clifford Geertz parla dell’uomo come di “un animale sospeso a ragnatele di significato che lui stesso ha filato”. Che cosa accade quando la trama di queste ragnatele viene lacerata? Non è difficile immaginarlo, è già accaduto, e non smette di accadere: l’animale-uomo precipita, con le sue costruzioni e i suoi azzardi mentali, nell’abisso che da sempre è aperto sotto i suoi piedi.  Augusto Placanica, storico e filosofo delle catastrofi, parla di un’onda lunga dei terremoti, un effetto a distanza, una crepa invisibile nel tessuto del pensiero, che spinge a riconsiderare il suo ambito d’azione e le sue stesse possibilità. Prendiamo il terremoto di Lisbona del 1755, di cui ha recentemente parlato anche Gabriele Pedullà su “L’espresso” del 19 aprile. Nel 1751, inizia la grande fioritura dell’Illuminismo, con il monumentale disegno dell’Encyclopédie diretta da Diderot e d’Alembert. La luce dei Lumi comincia a diffondersi fino al momento in cui, nella città di Lisbona, alle 9.30 del 1 novembre, la terra trema, torna l’oscurità, e la Storia pare scivolare all’indietro. L’orizzonte si fa buio: “Che può lo spirito vedere all’orizzonte? Nulla: il libro del Destino si...

Coltivare l'immaginario / Le humanities e il coronavirus

Un anno fa, di questi tempi, imperversavano le rievocazioni del primo sbarco sulla Luna. Cinquant’anni dall’impresa dell’Apollo 11: i tre cosmonauti Armstrong, Aldrin e Collins, la notte della diretta, Ruggero Orlando e Tito Stagno, un piccolo passo per un uomo un grande balzo per l’umanità, eccetera. Dal 2019 al 2020 è cambiato tutto. Lungi dal celebrare le conquiste spaziali, ci troviamo ora a fare i conti con la riscoperta della nostra natura terrestre. Non solo perché la nostra sopravvivenza è ovviamente legata a ciò che accade sull’intero pianeta, ma perché abbiamo dovuto prendere atto del carattere intrinsecamente simbiotico della nostra condizione. La sorte di ogni individuo dipende dalla sorte dei suoi consimili: il singolo è parte della specie. Di più: la specie umana interagisce di continuo, in infinite maniere, con le altre specie viventi. D’improvviso ci siamo accorti che la nostra salute può dipendere dall’estinzione di specie animali e vegetali di cui non ci siamo mai curati, dal dissesto di ecosistemi lontanissimi dal luogo dove abitiamo, dalla deforestazione e dalla distruzione di habitat remoti nei quali mai avremmo messo né mai metteremo piede.   Del resto,...

Interventi / Il teatro di domani

Ormai lo sguardo di tutti è volto alla ripresa. C’è voglia di bruciare la lunga pausa di questi giorni. L’ultimo settore a riaprire, è stato variamente annunciato, sarà quello dello spettacolo dal vivo, uno dei più sconquassati da questa crisi, non sappiamo se in grado di riprendersi. Lo diceva già Artaud: il teatro è il luogo del contagio. Lui pensava a qualcosa che ti prendeva nel profondo di tutti i sensi e di tutte le facoltà e cambiava la vita. Noi siamo stati abbastanza stravolti da questa nuova peste e non sappiamo come rimettere insieme i pezzi di un mondo la cui precarietà è balzata agli occhi perfino di chi non voleva vedere. Un’altra cosa è diventata sempre più evidente: in tutti i discorsi sul paese e sulla sua ripresa pochissimi sono quelli che si interrogano sul futuro dello spettacolo e della cultura e su quello di artisti, tecnici, organizzatori e dei professionisti che si muovono in questi campi… Per provare a guardare nella sfera di cristallo siamo partiti dalla suggestione di una lettera aperta di Oberdan Forlenza, già capo gabinetto del Ministero dei beni e delle attività culturali, ora presidente della Fondazione Teatro Due di Parma, intitolata Teatro domani....

Pensiero divergente / Svezia e Corea: due modelli

Cosa può insegnarci il modello Svedese? di Simone D'Alessandro   La spinta gentile contro la cultura dell’autoreclusione sorvegliata   Quando è scoppiata l’emergenza Covid-19 in occidente, le nazioni Europee hanno preso strade differenti, condizionate dai propri riferimenti etici, valoriali e culturali: paesi come l’Italia, la Spagna, la Grecia – successivamente Francia, Danimarca, Norvegia e Finlandia – hanno deciso di fare il cosiddetto lockdown, consistente nel chiudere gran parte delle attività economiche e isolare i focolai, invitando la popolazione a restare a casa, optando per un approccio morale deontologico universalista. Si è deciso di seguire la massima universale: tratta le altre persone come fini in sé e mai come mezzi per un fine, perché ogni vita è unica e merita di essere salvata. Nel fare questo le nazioni sono state evidentemente influenzate dal dettato costituzionale, derivato dal retaggio culturale cristiano e dalla teoria morale deontologica kantiana, consistente nella volontà di prendersi cura di tutti, prescindendo da età e condizioni di salute pregresse.     Al contrario il Regno Unito ha, inizialmente, optato per un modello basato...

C’è vita tra gene e meme / Una tempesta perfetta

L’espressione “andrà tutto bene” è diventata ormai inopportuna, persino insopportabile.  Come può essere diversamente se l’esperienza nega una frase a lungo esibita come un mantra sulle vetrine, sui balconi, sui media, sui social.  Un’espressione diventata rapidamente virale... cos’altro è se non un meme? Nient’altro che un espediente contro l’oscurità che abbiamo intorno.   Bisognerebbe essere Jorge Borges per poter distillare in versi la paura del buio, lui destinato infine a diventare cieco, consapevole di essere di padre, nonno, bisnonno divenuti ciechi. “Questa penombra è lenta e non fa male; scorre per un mite pendio e somiglia all’eterno. Gli amici miei non hanno volto, le donne son quello che furono in anni lontani... non hanno lettere i fogli dei libri”. Una paura che il grande scrittore argentino ha distillato in versi come nelle sue ossessioni narrative: il tempo, lo specchio, i labirinti reali e quelli della metafisica con cui ha accompagnato i suoi racconti. Sono ossessioni diverse per la stessa paura, confuse e sovrapposte nelle forme dell’invisibile, dell’ignoto, dell’incomprensibile o delle sue deformazioni (lo specchio). Per chi Borges non è, resta...