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contraddizioni

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Antisemitismo / L’avvenire di un’avversione

È uscito da pochi mesi anche in Italia l’agile ma enciclopedico volume di Pierre-André Taguieff su L’antisemitismo. Pregiudizi, teorie, comportamenti (Cortina editore, Milano 2016). La sua prima edizione data al 2015, per le Presses Universitaires de France. Il testo in traduzione si rivela denso, ben articolato e, al medesimo tempo, di utile lettura anche per il modo in cui il materiale è organizzato e quindi proposto al lettore. Dieci capitoli sintetici sull’evoluzione dell’odio contro gli ebrei, sui criteri per interpretarlo, sulle parole per raccontarlo. Si tratta infatti di un libro che offre una scansione tematica e storica, logica e cronologica, permettendo così di definire i termini del problema e i suoi numerosi riflessi sul presente. Una sorta di handbook, in buona sostanza, che dopo un percorso di riferimenti e ragionamenti fa quindi il punto della situazione odierna, sia sul piano dell’evoluzione fattuale, materiale del pregiudizio antiebraico, sia sullo stato della riflessione e della pubblicistica di merito.   Non è l’unico in materia, avendo il lettore a disposizione un ampio ventaglio di offerte editoriali, ma si segnala per l’asciutto rigore. L’autore,...

La destra e lo spirito della rivolta

Tabacchini: Nonostante i recenti tentativi di pensare la dimensione politica della rivolta, sembra persistere una certa riluttanza a confrontarsi con il particolare ascendente che questa presenta all'interno della cultura di destra. Una cultura che, del resto, fatica a nascondere la propria permeabilità alle suggestoni del tempo: per fare un esempio, non si è certo dimostrata immune alla sua forza di suggestione un'associazione come CasaPound Italia, che in più occasioni ha manifestato accompagnata da striscioni recanti scritte quali «La generazione perduta tifa rivolta». Di fronte al moltiplicarsi di simili appelli, si preferisce spesso evitare ogni interrogazione liquidandoli frettolosamente come bizzarri tentativi di aggiornamento di un ben noto armamentario propagandistico, oppure imputando il ricorso alla rivolta a una sua insufficiente concettualizzazione. E tuttavia, simili espedienti rimangono sostanzialmente incapaci di cogliere i motivi che spingono, tanto a destra quanto a sinistra, in direzione di un'esaltazione – se non di una vera e propria mitopoiesi – della rivolta. Che sia invece possibile rinvenire, proprio...

Slavoj Žižek, Srécko Horvat e Alexsis Tsipras / Europa: speculazione a tempo

Con Cosa vuole l’Europa? (2014) Ombre corte prosegue la pubblicazione di testi di Slavoj Žižek: se in Chiedere l’impossibile (a cura di Yong-june Park) uscito a fine 2013, era la riflessione di Žižek nel suo complesso l’oggetto esplorato, in Cosa vuole l’Europa?, scritto assieme al filosofo croato Srécko Horvat, il tema è più direttamente politico.   Sedici brevi interventi, otto a testa: un ping pong fra Žižek e Horvat nel quale gli autori tentano di mettere a nudo le contraddizioni economico-politiche che lacerano l’Europa odierna. Ciò che hanno in comune la bancarotta di Cipro, la necessità della Croazia per l’Europa, l’enigma (lo si insegna tuttora nelle scuole europee) dei Balcani, il caso dell’Islanda, oppure la «marcia turca» (pp. 73-77) è di essere focolai di contraddizione apparentemente marginali, ma in realtà profondamente intra-europei. Nell’impostazione mista tipicamente žižekiana, ossia materialistico-dialettica e psicoanalitica, tutti questi casi sono sia sintomi che reali centri-periferici di sofferenza europea. Ma, contemporaneamente, essi sono anche snodi virtualmente generatori di pensiero antagonista.   Per capire che cos’è l’Europa, l’altro (...

Contro-finzioni in mediarchia

0.1 E se la democrazia non potesse né esistere né mantenersi, ma solo (forse?) sgorgare come una tensione, una contestazione, un movimento che si solleva contro – contro un regime oppressivo, contro un'ineguaglianza di fatto, contro un gesto scandaloso, contro un sistema degradante? Ovvero: e se essa potesse costituirsi come modo di autogoverno solo su scala piccolissima? Dieci persone? Venti? Cento, ma proprio al massimo? Certo non di più! Allora perché ostinarsi a parlare di "democrazia" per riferirsi a un sistema di governo applicato alla scala gigantesca di una metropoli, una regione, una nazione, un continente? Un "popolo"? (Come se chiamare in causa il "popolo" non abbia provocato di solito effetti disastrosi...) Perché continuare a illudersi, a non vedere l'evidenza dell'inganno di ciò che chiamiamo "democrazia"? (Al diavolo la "democrazia"!)   Come non vedere che il nostro regime attuale non è caratterizzato dal "potere del popolo" ma dal "potere dei media" che innervano le moltitudini di cui è composto il preteso popolo?...

Virgilio e lo sguardo migrante di Enea

Un mio amico, cultore non professionale del latino, mi ha confessato un giorno che lui le Egloghe di Virgilio, sì, le Bucoliche insomma, la ben nota opera prima virgiliana, le aveva lette anche varie volte di seguito, ma senza mai riuscire a ricordarsi né la trama né lo svolgimento preciso di quegli esili dialoghi.   Teneva a mente solo che si trattava di personaggi evanescenti, puri nomi interscambiabili: pastori poco plausibili e ancor meno probabili contadini che si muovevano in un paesaggio immaginario. Si era sempre chiesto, quel mio amico, perché mai proprio l'Arcadia, brulla contrada greca, fosse stata scelta da Virgilio per diventare una terra dell'anima, un paesaggio spirituale.   Comunque nemmeno lui, il mio amico difficile, riusciva a sottrarsi al fascino di versi come questi: "e già dai casolari lontani il fumo si leva/ più scure si addensano le ombre, dai monti" (et iam summa procul villarum culmina fumant/maioresque cadunt altis de montibus umbrae) che custodiscono intatto il mistero della sera.   O questi altri, sul "dono del canto" modulato sul "sibilo del vento che...