Categorie

Elenco articoli con tag:

diario

(37 risultati)

febbraio - maggio 2020 / Covid 19. Diario minimo

Ero a Parma la mattina del 21 febbraio 2020 e tornavo a Milano la mattina presto. L’altoparlante ha annunciato che il treno in arrivo da Bologna non si sarebbe fermato nella stazione di Codogno. Non avevo mai sentito prima di allora che una stazione era stata chiusa ai viaggiatori in arrivo. Dopo poco è giunto il mio treno. Quando siamo passati per Codogno ho fatto in tempo a vedere il cartello che indicava la cittadina lombarda. Un cartello fantasma, come l’intera stazione. Arrivato in Centrale mi sono fermato a comprare il giornale e una ragazza in fila prima di me ha chiesto all’edicolante un biglietto per Codogno. Lui l’ha stampato e consegnato. La ragazza è corsa via di fretta. Sarà mai arrivata?   Le note che seguono sono una sorta di diario minimo di quanto è accaduto dopo quel 21 febbraio. Sono state pubblicate nel corso dei mesi seguenti su “la Repubblica” in una rubrica intitolata “Effetti personali”. Li ripubblico come personale memoria, quasi rasoterra, di questo periodo. Non troverete nulla di particolarmente nuovo o eclatante. Sono state il mio modo di stare in attesa del meglio.   Febbraio-maggio 2020   CARTA IGIENICA Appena l’emergenza Coronavirus è...

Quaderno 8 / Salutare le parole

Lo sguardo è ghiacciato non bruciarti stai sotto il mantello cucito per te dagli anziani  e mentre raschi il vetro raccogli tutto il peso dell’attenzione tra le scapole e poi lancia lanciale lontano le belle parole.   Non voglio parole che mi spieghino e nemmeno che sgroviglino né chiariscano. Non voglio parole che mi riempiano e nemmeno che mi facciano sentire sciocca e con poca scuola alle spalle. Non voglio parole che complichino senza un cuore al centro. Non voglio parole che si diano arie. Ho bisogno di parole leggere eppure capaci di sfamare e dissetare, parole che mi domandino tanto, tutta la testa da mozzare e un cuore ingenuo da allenare al passo delle bestie nella foresta, vigile e sempre a casa, eppure sempre in pericolo. Voglio parole disobbedienti ma anche candide. Parole capriole e parole solletico, parole lampi, fulmini e tuoni, parole aghi che cuciono e parole che strappano la stoffa del discorso.   Parole silenziosissime che non svegliano i bambini della notte. Parole che conoscono i ring e non sferrano mai colpi bassi. Ma toccano. Rintoccano. Fanno percepire la pelle e vibrare le ossa. Le ferite si acquietano sotto le parole di fuoco, si...

Quaderno 7 / Corpo Celeste

Oggi ho letto Anna Maria Ortese, Corpo celeste. E adesso ricopio qui le sue parole perché non avrei parole così battenti e dirette per dire quello che preme.   “So questo. Che la Terra è un corpo celeste, che la vita che vi si espande da tempi immemorabili è prima dell’uomo, prima ancora della cultura, e chiede di continuare a essere, e a essere amata, come l’uomo chiede di continuare a essere, e a essere accettato, anche se non immediatamente capito e soprattutto non utile. Tutto è uomo. Io sono dalla parte di quanti credono nell’assoluta santità di un albero e di una bestia, nel diritto dell’albero, della bestia, di vivere serenamente, rispettati, tutto il loro tempo. Sono dalla parte della voce increata che si libera in ogni essere, e della dignità di ogni essere – al di là di tutte le barriere – e sono per il rispetto e l’amore che si deve loro.   C’è un mondo vecchio, fondato sullo sfruttamento della natura madre, sul disordine della natura umana, sulla certezza che di sacro non vi sia nulla. Io rispondo che tutto è divino e intoccabile: e più sacri di ogni cosa sono le sorgenti, le nubi, i boschi e i loro piccoli abitanti. E l’uomo non può trasformare questo...

Quaderno 6 / Il cane e la quattr'ossi

Oggi ho incontrato un cane magrissimo prima di inoltrarmi nel bosco, al buio. “Sei un osso?” “No, sono un intero cane.” “Dove vai?” “Oltre le cime degli alberi,  parallelo alla luna.” “Perché fa luce?” “No, perché fa scia. Di fiuto.” “Posso venire con te?” “Solo se stai zitta, quattr’ossi.”   Sono conversazioni così che ti cambiano la giornata. Arrivata qui da poco, quando poi in marzo hanno chiuso le porte della Lombardia e non potevo tornare, un uomo proprio vicino al bosco ha aspettato che lo raggiungessi e poi mi ha detto: “Lei non è di qui.” “Sì che sono di qui.” gli ho risposto. “Io non l’ho mai vista.” Allora, ho aspettato che continuasse a camminare per restare indietro per conto mio, bisbigliando: “Ci sono anche persone di là, signore. E poi non è che se lei non ha mai visto una persona, quella non può esistere lo stesso da un’altra parte.” Un’altra volta, ho salutato con la mano una vecchietta affacciata a una finestra, ma lei si è tirata indietro e ha detto: “Io non la conosco.” Allora ho preso al volo con la mano l’invisibile segno della mia voce e ho risposto: “E allora mi riprendo il saluto.”   Per fortuna però c’è il Giovanni S., un taglialegna con la...

Quaderno 3 / Il bosco e l'asino bianco

In questo paese io vivo così. Mi alzo presto e lavoro tutta la mattina, traduco, scrivo, studio e leggo. E poi, dopo pranzo, comincio a sentire il richiamo del bosco. Una volta che ho fatto finta di non sentirlo, è arrivata una poiana a mugugnare fin sopra il vicolo dove abito. Ho un testimone. Ho dovuto dire: “Scusa, il bosco è arrivato fin qui a chiamarmi, devo andare.” Il bosco sta a non più di cinque minuti a piedi dalla cascina in cui vivo. Spero quindi che i vigili saranno clementi. Ha molta acqua, proprio tanti ruscelli, e alberi, soprattutto castagni, e muschio tantissimo. Ci sono anche gli ontani bianchi. E le querce. Poi in primavera ha avuto tanti fiori e foglie da smarrirsi, quasi non lo riconoscevo, perché sono arrivata che era ancora inverno. D’estate è stato zeppo di zanzare e tafani, è stata dura non frequentarlo per un po’, poi ho deciso di portarmi uno zampirone e di  sventolarmelo davanti alla faccia e alle spalle, un po’ faticoso, ma me la sono cavata. Ho visto un sacco di animali finché noi umani dovevamo sparire in casa, ho visto: rospi e ramarri, una cerva, vari cerbiatti, cinghiali e cinghialini, un ratto, volpi, aironi, poiane, ghiandaie, cornacchie e...

Quaderno 2 / Marina Cvetaeva e la tazza di mio padre

In questo momento, mi spaventa parlare e tanto più scrivere. Se dico che non voglio collaborare con i contagi e sto attenta a non andare in giro per non mettere a rischio gli altri ma anche me che sono vecchina e ho avuto varie polmoniti, mi abbaiano che però le persone devono lavorare, che chiudere i bar uccide chi ci lavora, che c’è chi vive di teatro, che i piccoli ristoranti … “Eh lo so”, rispondo timidamente a occhi bassi. Come se non lo sapessi … ma si sa che se dici una parola restano in disparte tutte le altre. Mi sento in colpa di essere delicatamente viva e di non uscire di scena per lasciare spazio a chi è forte e “il covid è solo un’influenza”. Se dico che la vita non può più essere ‘normale’ e che la rinuncia non è un danno permanente e forse insegna anche qualcosa e fa salire tutto l’incompiuto che stava assopito in noi, sbraitano che gli adolescenti non possono più toccarsi e diventeranno tutti autistici. Se accenno genericamente ai bambini, inveiscono che ci sarà una generazione di ignoranti. Spavento. Eppure, Marina Cvetaeva che ha vissuto sempre con la febbre a quaranta e a 200 all’ora, in un’epoca feroce, scriveva che tutta la sua poesia nasceva dalla Rinuncia....

Diario / Il lemma delle strette di mano

Di nuovo il diario, di nuovo un ricordo. Non leggo più niente, so che adesso la scuola è in bilico, come tutto e tutti. Non voglio che cada, allora lo faccio io per lei. Di nuovo il diario, di nuovo un tentativo di ricordare (raccontare è un orizzonte troppo ampio) la matematica, sponda e rifugio dal reale. Giovedì sono caduto a scuola. So che può sembrare stupido, goffo o forse patetico, ma mentre salivo trafelato le scale dell’atrio ho sentito un grido di richiamo alle spalle, mi sono distratto e un gradino ha saltato l’appuntamento. Mentre ruotavo scambiando il verticale con l’orizzontale ho anche pensato di essere in realtà fermo, ho immaginato che fosse la scuola a essere caduta, che non avesse retto il colpo di questi mesi e fosse alla fine inciampata. Attaccato alla scuola il terreno, poi la strada, Udine, lo spaziotempo tutto. Ho immaginato la gioia di Ernst Mach nel vedermi fermo e verticale aspettare l’impatto di un intero universo in rotazione mentre i libri che avevo in mano si distanziavano sulle scale seguendo una precisa e parabolica coreografia al rallentatore. A dire il vero non mi sono fatto male, nonostante abbia battuto la testa. Ricordo di aver aspettato un...

Diario 5 / Il principio di fragilità

Il punto di partenza è sempre una domenica di pioggia; forse perché giorno terminale che contiene il mistero dei confini, o solo perché raccoglie la stanchezza di un’intera settimana. Rimane il luogo temporale di questo diario, la condizione iniziale. Questa volta però non voglio tornare a ritroso nel tempo, ripensare, rivedere, ricordare; questa volta voglio un tempo presente per parlare. Uso spesso la domenica per sistemare le mie ossessioni, questa volta tocca alle penne stilografiche, fragili contenitori di parole. Bisogna smontarle con giusta pressione, rivelare il meccanismo interno, il serbatoio, il pennino, estrarre con delicatezza il conduttore, evitare la fretta. Pulire con acqua calda, togliere le incrostazioni di inchiostro vecchio, parole rimaste incastrate, parole non scritte. Possibilmente lasciare una notte e poi rimontare con cura, predisporre a nuova scrittura. Questa delicata manutenzione non può che ricordarmi la scuola, altro contenitore di parole, altro meccanismo frangibile. L’emergenza sanitaria ha evidenziato e accelerato incertezze già presenti, ci costringe a una manutenzione tanto straordinaria quanto necessaria, un’attenzione alla fragilità. E mentre...

Diario 5 / Il limite di Roche

Torna domenica, l’ultima di settembre, con la sua pioggia e i lavori in casa, gli acquarelli di AW e il profilo di Carla che scrive. Torna questo diario settimanale dell’equilibrio, sottile frontiera tra l’ansia di consegnare parole (un distacco sempre complicato) e la riconoscenza per un luogo di condivisione. Non ho più riletto quel che ho scritto nelle settimane precedenti, ha preso forma e sostanza e ora occupa uno spaziotempo disgiunto da me. Però credo di aver indugiato troppo sulla lentezza dei ricordi, trattenuto sul bordo dai mesi più strani della nostra epoca; adesso che la scuola è ricominciata sento di dover trasformare queste pagine da promemoria dell’attesa a glossario di una realtà ritrovata, seppur differente. Lunedì sono tornato a scuola. Alcune settimane fa questa stessa identica frase, ripetuta con ossessione, ha segnato il confine dell’esilio, piccolo mantra di speranza. Adesso è tornata ad essere apertura di settimana, una semplice abitudine del mestiere. Tra varchi e bolle, sbagliando strada, tornando indietro, ho misurato più volte il labirinto e sono entrato in classe per fare lezione. Sto imparando a conoscere le mie due prime, volti nuovi su cui appendere...

Diario 4 / Orbita di trasferimento

Riparto di nuovo dalla fine; per consuetudine di questo diario, perché riordinare è una forma di cura, perché il tempo aggiunge dettagli alla memoria dell’immediato. Inizio quindi dall’ultimo giorno, una domenica dedicata a riordinare i libri di casa, a togliere polvere da scaffali, pagine e ricordi. Una piccola fatica necessaria, quasi un appello per contare i presenti. Carla legge distrattamente alcuni titoli sparsi per terra in una pausa, i gatti costruiscono nuovi confini tra le torri di libri e gli scaffali inaspettatamente vuoti, il tempo scandito dalla consuetudine di un caffè preparato con calma, clessidra liquida di tante domeniche. Ripenso alla settimana conclusa, giorni attesi, misurati, invocati. Passati. Come tante volte nella mia vita di adulto gioco a immergerli nella matematica; passatempo per distrazione, piccolo trucco per leggere meglio il reale. Allora immagino traiettorie, scrivo equazioni, seguo geodetiche di un me più giovane, le sovrappongo ai miei cinquant’anni. Combaciano a stento. Per mesi ho calcolato i dettagli della mia orbita di trasferimento, la variazione di velocità, il carburante necessario, ogni singolo parametro. Per andare su Marte con la...

Diario 3 / Le forze di marea

Di nuovo domenica, di nuovo cerco un ordine necessario alle parole che sia il più isomorfo possibile con il tempo passato in questa settimana. Ci penso, al tempo, seduto per terra mentre ritaglio piccole etichette su cui scrivere le iniziali di AW per matite e pennarelli, segnaletica di confine per un nuovo mondo. Cerco di calcolare, da insegnante, quale sarà questo perimetro di salvezza, lo spazio di ogni bambino che è lo spazio di un’intera comunità. Anche i colori ordinatamente riposti nell’astuccio di mia figlia sembrano indicare un orizzonte di normalità di cui forse abbiamo tutti bisogno, a partire dagli adulti. Non è forse un necessario atto educativo costruire una serenità per figli e figlie? In classe e fuori? Con attenzione, rispettando la paura e la morte, anche con rigore prescrittivo, ma sempre con l’accogliente messaggio che noi adulti ci facciamo carico consapevolmente di loro. La cura è la prima lezione, il primo esame, il programma, il piano dell’offerta formativa, è sinonimo di scuola; non l’edificio che poco significa, ma la pratica. A volte sono convinto che basti, altre volte credo di non farcela. Come adesso in cui mi sembra che il pavimento tenda a...

Diario di un insegnante 2 / La singolarità

Non credo di essere capace. Tenere un diario, misurare il tempo con le parole, ordinare eventi, incontri, persone; operazione difficile in tempi normali, impossibile in tempi confusi, almeno per me. Provo allora alla rovescia, parto dal fondo per ricordare gli ultimi giorni; come i mille cocci di porcellana che dal pavimento si ricompongono salendo verso l’alto in una tazza perfetta appoggiata in bilico sul tavolo, come una foglia che dall’erba torna in direzione contraria fino a risaldarsi al ramo d’origine, come dell’acqua sporca che improvvisamente torna limpida restituendo una goccia sferica di inchiostro. Risalire il tempo, ci racconta la termodinamica, non è cosa semplice, ma almeno qui è possibile.   Allora inizio dalla fine, da queste curve della strada che da Sauris mi riportano verso Ampezzo, verso valle, verso una domenica pomeriggio che è preludio di un’altra settimana d’attesa, giù oltre l’orizzonte degli eventi. E ripenso. A martedì, alla prima riunione ufficiale dell’anno scolastico, tutto il personale del liceo collegato e connesso per ascoltare, distillare, comprendere le nuove linee guida, le regole e i protocolli; parole nuove per una didattica spaesata. Da...

Diario 12 / Deprimere il mare

Ho rimesso piede su una spiaggia dopo tre anni. Il mare in estate non ha mai avuto una buona influenza sulla mia salute. Se voglio rendere il modo in cui percepisco il mare devo ricorrere a Pascal: “Il re è attorniato da persone che non pensano che a divertirlo e a impedirgli di pensare a se stesso. Perché diventa infelice, per quanto sia re, se vi pensa”. L’uomo ha il potere sugli elementi della natura. Questo potere non è tale solo quando ne condiziona materialmente gli effetti, è un potere che esercita con la sua sola presenza, col modo di pensare a quegli elementi. Così il mare, all’apparenza, non basta a se stesso, ma è in relazione a noi che lo contempliamo. Ovviamente è un inganno che ci autoinfliggiamo in quanto uomini, perché il mare basta a se stesso in ogni momento del tempo, così come bastava a se stesso quando gli uomini ancora non esistevano.   Ma la sola presenza dell’uomo, e quindi la sola presenza di me che rimetto piede su una spiaggia dopo tre anni, trasforma il mare nel re. Dunque osservo tutti gli uomini che sonnecchiano sulla riva del mare, e tutti gli uomini che si sbracciano tra le onde del mare, e penso che tutti gli uomini vivano il mare come...

Diario 10 / Il fruscio di settantamila pensieri

Ho visto un documentario in tv sui due più veloci risolutori al mondo del cubo di Rubik: un ragazzo australiano e uno americano. L’australiano si chiama Feliks Zemdegs ed è stato il più longevo campione di Speedcubing. Il suo trono ora però è insidiato da Max Park, il nuovo fenomeno della specialità. Max è autistico, e nel documentario conosciamo la sua storia e quella dei suoi genitori. Tra Feliks e Max nasce un’amicizia profonda che trascende la rivalità. I due sono capaci di risolvere il cubo di Rubik in poco più di quattro secondi, muovendo le mani e la mente a una velocità inconcepibile. Riescono a manipolare il cubo anche con una mano sola, e dopo aver memorizzato la posizione iniziale delle varie facciate sono in grado di risolverlo bendati, nel tempo che io di solito impiego per versarmi da bere. Ho letto che la velocità con cui viaggiano le informazioni nel cervello è superiore ai quattrocento chilometri orari. Ogni giorno un essere umano riesce a elaborare settantamila pensieri. Feliks e Max spendono gran parte dei loro settantamila pensieri giornalieri per elaborare gli algoritmi che servono loro a risolvere il cubo. Io spendo i miei per maledire i rumori della mia...

Diario 6 / Toccarsi l’ombelico con dovizia

Mi sembra che ci ammaliamo ogni giorno, che la malattia non sia una cosa che insorge, progredisce e, se non ci uccide, passa, bensì che la malattia sia costante, che si faccia strada dal principio, da quando siamo appena dei ragazzi, o forse anche da prima, da bambini, per non dire da quando nasciamo, che insomma veniamo al mondo infetti da questa malattia, che sia una malattia di cui non conosciamo il nome e le principali manifestazioni, per il semplice fatto che essa possiede infiniti nomi e molteplici manifestazioni, e che ci impesti il corpo e l’anima per tutto il tempo delle nostre vite, così che non possiamo mai dire “mi sono ammalato”, ma al limite “mi sono ammalato di questa o di quest’altra malattia che si è aggiunta all’altra, alla malattia più vasta, a quella di cui non si conosce cura, a quella che mi perseguita da sempre”, così che la malattia più vasta resti nell’ombra e non si manifesti mai in tutta la sua virulenza, come invece fanno le malattie occasionali, tanto le più feroci e diffuse quanto le più inoffensive e circoscritte, mi sembra insomma che il principale malessere, il disagio che proviamo, provenga dalla malattia più vasta, dalla malattia che non...

Diario 5 / Rumori nella cassa toracica

La notte di lunedì non ho chiuso occhio. Sentivo un rumore appena fuori dalla stanza, un rumore che assomigliava allo scalpiccio di un animale intrappolato. All’inizio non capivo da dove provenisse, pensavo alle fronde di qualche pianta in giardino. Ma no, il rumore era più vicino. Col passare dei minuti ho cominciato a sospettare che l’animale si nascondesse in un’intercapedine del muro. Ho cercato di immaginare che animale fosse e ho subito pensato a un topo. Ma da queste parti topi non se ne sono mai visti. Solo una volta mia moglie ha avuto l’impressione di averne adocchiato uno in giardino. Ma non era sicura che fosse un topo. Poteva essere un merlo. A volte i merli, quando sono in cerca di cibo, vorticano tra le foglie morte. In ogni caso quella volta ho piazzato delle esche in giardino, ma le esche sono rimaste intatte. Se la bestia intrappolata nel muro non era un topo, allora cos’era? La casa in cui vivo si trova in un quartiere in cui a ogni ora del giorno e della notte risuonano degli allarmi. Nella quasi totalità dei casi gli allarmi risuonano a vuoto, e la gente li lascia risuonare perché ormai sa che si tratta di falsi allarmi. Perciò dovrei dire che nel quartiere in...

Diario 4 / Camminare tra cose derelitte

Il 29 giugno a Roma è la festa dei patroni. È una festa che svuota Roma e le dona l’aspetto che manterrà per tutta l’estate: l’aspetto di una città abbagliante, lenta, spopolata, infiacchita dal caldo e dalla luce. È una festa che non è una festa, è più una condizione atmosferica da quadro impressionista: un pieno sole. È nel pieno sole che Tommaso e io ci vediamo per una passeggiata sotto i muraglioni del Tevere, a contatto col fiume, tra ciclisti, pescatori e improvvisati set fotografici. Tommaso e io siamo amici. Ci vediamo tre volte l’anno. In questa città vedersi tre volte l’anno è già tanto. È la frequenza che consente di mantenere intatte le relazioni. In un’altra città non ci si considera amici di persone con cui ci si vede tre volte l’anno. In questa città invece, in questa città in cui si vive di acrobazie, vedersi tre volte l’anno è stare perfino al di sopra della media.     Mi considero amico di persone con cui mi vedo due volte l’anno. Oppure una volta l’anno. Ma mi considero amico anche di persone con cui mi vedo meno di una volta l’anno, ossia mi considero amico di persone con cui non mi vedo affatto. Non vedersi è forse la condizione ideale per rimanere...

Diario 2 / Proibito giocare

Pur vivendo da sempre a Roma non avevo mai trovato l’occasione di visitare le terme di Caracalla, i “vecchi giganti”, come le chiama Carducci nelle Odi barbare. Così domenica pomeriggio, il secondo giorno della riapertura al pubblico dell’intera area archeologica, ne ho approfittato. Soprattutto ho approfittato della persistente assenza dei turisti, dell’obbligo di prenotare la visita anzitempo e quindi del numero chiuso, per godermi lo spettacolo in una condizione di quasi assoluta solitudine.  È singolare che io cerchi la solitudine nei giorni in cui tutti si sforzano di rientrare nel mondo. Per Cioran esistono due modi di percepire la solitudine: sentirsi soli al mondo e avvertire la solitudine del mondo. Per me è semplice: ci è stato imposto un intervallo di tempo in cui ci siamo sentiti soli al mondo, ma adesso, mentre questa condizione può dirsi conclusa, mentre tutti cercano di tornare alla moltitudine, io m’interesso al secondo termine della questione. Per Cioran questo sentimento di solitudine cosmica deriva “non tanto da un tormento puramente soggettivo, quanto piuttosto dalla sensazione di abbandono di questo mondo, dal sentimento di un nulla esteriore. Come se il...

Diari di una città chiusa / Cina: sessanta giorni uno dopo l’altro

Pochi ci hanno provato, in Italia e altrove: scriverne un diario, farne una cronaca quotidiana. La scrittura è spesso memoria, qualcosa deve sedimentare e, prima che succeda, chi scrive non sa bene cosa sia, questo qualcosa. E se lo avessi scritto io? Avrei ora in mano un documento delle mie personalità differenti e contrastanti. Quante persone diverse sono stato, in quelle settimane. Prima di Codogno, con le notizie che arrivavano dalla Cina e la sottile, perversa sensazione che un’apocalisse potesse arrivare fin qui (e in un angolo della mia mente c’era un’apocalisse sociale, i negozi vuoti, i bancomat fuori uso). Poi lo smarrimento davanti a mille voci diverse, a non sapere bene. E la domanda: perché non chiudono anche la Val Seriana? Poi era vero, chiusi in casa a guardare giù dal terrazzo: dovevo temere per me stesso, la mia età, la mia comorbidità? Poi il silenzio. E i numeri, la calcolatrice in mano. E poi il tentativo di adattamento: come organizzo le mie giornate? Ogni volta come se le mie sensazioni, le passioni e le incertezze, divenissero filtro che mi presentava un’apparenza del mondo differente: io da osservatore modificavo la materia osservata. Fino allo sbotto di...

Diario 1 / Undici tonnellate sopra la testa

Quand’eravamo bambini, qualcuno aveva scoperto che c’era un modo per neutralizzare gli acari rossi, quei minuscoli e insignificanti ragnetti che prosperano sui marmi, sulle balaustre, sulle ringhiere, sui muri. Era un gioco sadico. Si tracciava un cerchio con un pennarello, facendo in modo di racchiudere ogni acaro rosso in un cerchio, così gli acari rossi non erano in grado di fuoriuscire dal cerchio e restavano immobilizzati. Ci eravamo accorti che in seguito accadeva qualcosa di strano: gli acari rossi tentavano di oltrepassare il cerchio, venendo però respinti dalla linea tratteggiata col pennarello, per poi desistere, e dopo un po’, letteralmente, si volatilizzavano. Non morivano, ma scomparivano dall’interno del cerchio, senza che nessuno riuscisse a cogliere il momento della loro trasfigurazione. Avvinti dall’arcano fenomeno, finimmo per imbrattare il cortile con una sterminata miriade di piccoli cerchi, e gli adulti impazzivano perché non riuscivano a comprendere il significato di quei misteriosi segni.   Venerdì, alle due e un quarto del pomeriggio, avevo un appuntamento con una troupe del tg1 a largo della Fontanella Borghese. Ho raggiunto il centro col solito...

Dalla finestra / Sciarpe, foulard e carta igienica

6 aprile – La settimana comincia con il dibattito sulle mascherine. Il governatore della Lombardia emette un'ordinanza per cui vi è obbligo di mascherina per chiunque esca di casa. Ma le mascherine sono introvabili. Il Fontana dice che vanno bene anche sciarpe e foulard o, letteralmente, “qualsiasi cosa”. Non vi è alcuna “evidenza” scientifica che sciarpe e foulard siano protettivi di un bel niente ma l'impressione è che siamo a un livello tale – di disperazione e di non sapere – che va bene tutto. Infatti la gente accetta senza un grido, esce con la faccia coperta come in una forma di superstizione. Non serve? Nel dubbio proviamo anche questa, sembrano dire. All'improvviso non importa più cosa dicono gli esperti dell'Oms o dell'Iss: se Fontana domani dicesse che dobbiamo uscire tutti con le pinne, usciremmo tutti con le pinne.  Galleggiamo talmente tutti nella follia e nell'onirismo che fossi in lui lo farei, lo ordinerei. “Per vedere l'effetto che fa”, fino a dove può spingersi. Andando a fare la spesa incontro un signore con una striscia di carta igienica con due buchi ai lati per le orecchie, orecchie che tengono su questi tre o quattro strappi di carta manco...

Esseri umani in difficoltà / Didattica al serale

«Un giorno non avrai le ragazze, un giorno i ragazzi, e un altro giorno ancora quello che aveva fatto così bene la verifica di matematica è andato e non tornerà più.» (Valeria Parrella, Almarina)   Mauro, lo chiamerò così, ha diciotto anni e lavora in un piccolo supermercato vicino casa mia. Spazza i pavimenti, fa le consegne, si spacca la schiena nel magazzino.  È un mio studente e prima della quarantena ci siamo incontrati qualche volta, quando andavo a fare la spesa, e ci fermavamo a chiacchierare. Ha smesso di venire a lezione da un po’, eppure è uno dei più bravi, almeno nelle mie materie. In più è un rapper bravissimo, un giorno gli ho fatto spiegare la musicalità del verso in classe facendogli cantare uno dei suoi pezzi, c’è stata una standing ovation. È sottile, Mauro, introverso e intelligente, ha scritto un testo rap ispirato a Cavalcanti perché come lui vede nell’amore qualcosa di doloroso e insostenibile per la propria sensibilità. Durante l’ultimo compito in classe di italiano che gli ho visto svolgere, un testo argomentativo, ha avuto un crollo e voleva consegnarmi il foglio dopo quaranta minuti, in bianco. Diceva che non ce la faceva, che non era in grado...

Bayt, in viaggio verso casa / 113 persone dal Libano a Fiumicino

Dal 3 al 7 febbraio alle 19,50 su Radio Rai Tre andrà in onda “Bayt – in viaggio verso casa”, un documentario radiofonico a puntate che racconta la storia del trasloco di 113 persone. Dal Libano a Fiumicino, “Bayt – in viaggio verso casa” è un diario sonoro di parole, testimonianze e musica che documenta l’unico sistema sicuro per arrivare in Italia per chi oggi scappa dalla guerra.   Immaginate di essere nati in un comune ospedale di provincia, di avere trascorso un’infanzia piuttosto serena in un quartiere di periferia, un’adolescenza vivace tra scuola, amici e gite in campagna. Immaginate poi di esservi iscritti all’università e avere sostenuto i primi esami con discreti risultati. Al netto dei dettagli, la descrizione non si allontanerà di molto dai trascorsi di ognuno di voi. Allora proseguiamo. Immaginate che per una banale coincidenza la vostra città di origine sia Aleppo. Ecco, siete al secondo anno di università, la famiglia ha investito molto nei vostri studi con un dispendio notevole di energie e risorse e voi non la state deludendo, studiate a sufficienza e vivete con la giusta spensieratezza i vostri venti anni, ma un brutto giorno un boato vi butta giù dal letto...

Tenere i tesori / I diari inediti di Jo van Gogh-Bonger

‘Oggi inizio il mio diario. Ridevo di quelli che ne tengono uno, è sciocco, sentimentale, così pensavo […]. Ma nella routine di tutti i giorni c’è così poco tempo per riflettere, e a volte i giorni passano senza che io li abbia vissuti veramente, giorni in cui la vita mi succede, questa cosa è terribile. Sarebbe tremendo dire alla fine della mia vita: “Ho vissuto invano, non ho raggiunto niente di grande o di nobile”’. È il 26 Marzo 1880, siamo ad Amsterdam, Jo Bonger ha diciassette anni e mezzo. Questa è la prima pagina del suo diario ‘Mijn Dagboek’, al quale affiderà i suoi pensieri, con varie interruzioni, fino al 1897. Per il frontespizio del primo quaderno sceglie e trascrive in inglese le parole del poeta americano Henry Wadsworth Longfellow, ‘agire e che ogni domani / ci trovi più oltre l’odierna giornata’.  Sarà il motto della sua vita.   Da sinistra: Jo Bonger, Diario n. 1 (1880-1881, 20,5 x 16,6 cm) © Van Gogh Museum, Vincent van Gogh Foundation, Amsterdam; Jo Bonger, ca. 1880-1882, Friedrich Carel Hisgen, fotografia, in Diario n.1, © Van Gogh Museum, Vincent van Gogh Foundation, Amsterdam. Poco conosciuta, ma molto influente: Johanna van Gogh-Bonger (1862-...