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Diario 4 / Camminare tra cose derelitte

Il 29 giugno a Roma è la festa dei patroni. È una festa che svuota Roma e le dona l’aspetto che manterrà per tutta l’estate: l’aspetto di una città abbagliante, lenta, spopolata, infiacchita dal caldo e dalla luce. È una festa che non è una festa, è più una condizione atmosferica da quadro impressionista: un pieno sole. È nel pieno sole che Tommaso e io ci vediamo per una passeggiata sotto i muraglioni del Tevere, a contatto col fiume, tra ciclisti, pescatori e improvvisati set fotografici. Tommaso e io siamo amici. Ci vediamo tre volte l’anno. In questa città vedersi tre volte l’anno è già tanto. È la frequenza che consente di mantenere intatte le relazioni. In un’altra città non ci si considera amici di persone con cui ci si vede tre volte l’anno. In questa città invece, in questa città in cui si vive di acrobazie, vedersi tre volte l’anno è stare perfino al di sopra della media.     Mi considero amico di persone con cui mi vedo due volte l’anno. Oppure una volta l’anno. Ma mi considero amico anche di persone con cui mi vedo meno di una volta l’anno, ossia mi considero amico di persone con cui non mi vedo affatto. Non vedersi è forse la condizione ideale per rimanere...

Diario 2 / Proibito giocare

Pur vivendo da sempre a Roma non avevo mai trovato l’occasione di visitare le terme di Caracalla, i “vecchi giganti”, come le chiama Carducci nelle Odi barbare. Così domenica pomeriggio, il secondo giorno della riapertura al pubblico dell’intera area archeologica, ne ho approfittato. Soprattutto ho approfittato della persistente assenza dei turisti, dell’obbligo di prenotare la visita anzitempo e quindi del numero chiuso, per godermi lo spettacolo in una condizione di quasi assoluta solitudine.  È singolare che io cerchi la solitudine nei giorni in cui tutti si sforzano di rientrare nel mondo. Per Cioran esistono due modi di percepire la solitudine: sentirsi soli al mondo e avvertire la solitudine del mondo. Per me è semplice: ci è stato imposto un intervallo di tempo in cui ci siamo sentiti soli al mondo, ma adesso, mentre questa condizione può dirsi conclusa, mentre tutti cercano di tornare alla moltitudine, io m’interesso al secondo termine della questione. Per Cioran questo sentimento di solitudine cosmica deriva “non tanto da un tormento puramente soggettivo, quanto piuttosto dalla sensazione di abbandono di questo mondo, dal sentimento di un nulla esteriore. Come se il...

Diari di una città chiusa / Cina: sessanta giorni uno dopo l’altro

Pochi ci hanno provato, in Italia e altrove: scriverne un diario, farne una cronaca quotidiana. La scrittura è spesso memoria, qualcosa deve sedimentare e, prima che succeda, chi scrive non sa bene cosa sia, questo qualcosa. E se lo avessi scritto io? Avrei ora in mano un documento delle mie personalità differenti e contrastanti. Quante persone diverse sono stato, in quelle settimane. Prima di Codogno, con le notizie che arrivavano dalla Cina e la sottile, perversa sensazione che un’apocalisse potesse arrivare fin qui (e in un angolo della mia mente c’era un’apocalisse sociale, i negozi vuoti, i bancomat fuori uso). Poi lo smarrimento davanti a mille voci diverse, a non sapere bene. E la domanda: perché non chiudono anche la Val Seriana? Poi era vero, chiusi in casa a guardare giù dal terrazzo: dovevo temere per me stesso, la mia età, la mia comorbidità? Poi il silenzio. E i numeri, la calcolatrice in mano. E poi il tentativo di adattamento: come organizzo le mie giornate? Ogni volta come se le mie sensazioni, le passioni e le incertezze, divenissero filtro che mi presentava un’apparenza del mondo differente: io da osservatore modificavo la materia osservata. Fino allo sbotto di...

Diario 1 / Undici tonnellate sopra la testa

Quand’eravamo bambini, qualcuno aveva scoperto che c’era un modo per neutralizzare gli acari rossi, quei minuscoli e insignificanti ragnetti che prosperano sui marmi, sulle balaustre, sulle ringhiere, sui muri. Era un gioco sadico. Si tracciava un cerchio con un pennarello, facendo in modo di racchiudere ogni acaro rosso in un cerchio, così gli acari rossi non erano in grado di fuoriuscire dal cerchio e restavano immobilizzati. Ci eravamo accorti che in seguito accadeva qualcosa di strano: gli acari rossi tentavano di oltrepassare il cerchio, venendo però respinti dalla linea tratteggiata col pennarello, per poi desistere, e dopo un po’, letteralmente, si volatilizzavano. Non morivano, ma scomparivano dall’interno del cerchio, senza che nessuno riuscisse a cogliere il momento della loro trasfigurazione. Avvinti dall’arcano fenomeno, finimmo per imbrattare il cortile con una sterminata miriade di piccoli cerchi, e gli adulti impazzivano perché non riuscivano a comprendere il significato di quei misteriosi segni.   Venerdì, alle due e un quarto del pomeriggio, avevo un appuntamento con una troupe del tg1 a largo della Fontanella Borghese. Ho raggiunto il centro col solito...

Dalla finestra / Sciarpe, foulard e carta igienica

6 aprile – La settimana comincia con il dibattito sulle mascherine. Il governatore della Lombardia emette un'ordinanza per cui vi è obbligo di mascherina per chiunque esca di casa. Ma le mascherine sono introvabili. Il Fontana dice che vanno bene anche sciarpe e foulard o, letteralmente, “qualsiasi cosa”. Non vi è alcuna “evidenza” scientifica che sciarpe e foulard siano protettivi di un bel niente ma l'impressione è che siamo a un livello tale – di disperazione e di non sapere – che va bene tutto. Infatti la gente accetta senza un grido, esce con la faccia coperta come in una forma di superstizione. Non serve? Nel dubbio proviamo anche questa, sembrano dire. All'improvviso non importa più cosa dicono gli esperti dell'Oms o dell'Iss: se Fontana domani dicesse che dobbiamo uscire tutti con le pinne, usciremmo tutti con le pinne.  Galleggiamo talmente tutti nella follia e nell'onirismo che fossi in lui lo farei, lo ordinerei. “Per vedere l'effetto che fa”, fino a dove può spingersi. Andando a fare la spesa incontro un signore con una striscia di carta igienica con due buchi ai lati per le orecchie, orecchie che tengono su questi tre o quattro strappi di carta manco...

Esseri umani in difficoltà / Didattica al serale

«Un giorno non avrai le ragazze, un giorno i ragazzi, e un altro giorno ancora quello che aveva fatto così bene la verifica di matematica è andato e non tornerà più.» (Valeria Parrella, Almarina)   Mauro, lo chiamerò così, ha diciotto anni e lavora in un piccolo supermercato vicino casa mia. Spazza i pavimenti, fa le consegne, si spacca la schiena nel magazzino.  È un mio studente e prima della quarantena ci siamo incontrati qualche volta, quando andavo a fare la spesa, e ci fermavamo a chiacchierare. Ha smesso di venire a lezione da un po’, eppure è uno dei più bravi, almeno nelle mie materie. In più è un rapper bravissimo, un giorno gli ho fatto spiegare la musicalità del verso in classe facendogli cantare uno dei suoi pezzi, c’è stata una standing ovation. È sottile, Mauro, introverso e intelligente, ha scritto un testo rap ispirato a Cavalcanti perché come lui vede nell’amore qualcosa di doloroso e insostenibile per la propria sensibilità. Durante l’ultimo compito in classe di italiano che gli ho visto svolgere, un testo argomentativo, ha avuto un crollo e voleva consegnarmi il foglio dopo quaranta minuti, in bianco. Diceva che non ce la faceva, che non era in grado...

Bayt, in viaggio verso casa / 113 persone dal Libano a Fiumicino

Dal 3 al 7 febbraio alle 19,50 su Radio Rai Tre andrà in onda “Bayt – in viaggio verso casa”, un documentario radiofonico a puntate che racconta la storia del trasloco di 113 persone. Dal Libano a Fiumicino, “Bayt – in viaggio verso casa” è un diario sonoro di parole, testimonianze e musica che documenta l’unico sistema sicuro per arrivare in Italia per chi oggi scappa dalla guerra.   Immaginate di essere nati in un comune ospedale di provincia, di avere trascorso un’infanzia piuttosto serena in un quartiere di periferia, un’adolescenza vivace tra scuola, amici e gite in campagna. Immaginate poi di esservi iscritti all’università e avere sostenuto i primi esami con discreti risultati. Al netto dei dettagli, la descrizione non si allontanerà di molto dai trascorsi di ognuno di voi. Allora proseguiamo. Immaginate che per una banale coincidenza la vostra città di origine sia Aleppo. Ecco, siete al secondo anno di università, la famiglia ha investito molto nei vostri studi con un dispendio notevole di energie e risorse e voi non la state deludendo, studiate a sufficienza e vivete con la giusta spensieratezza i vostri venti anni, ma un brutto giorno un boato vi butta giù dal letto...

Tenere i tesori / I diari inediti di Jo van Gogh-Bonger

‘Oggi inizio il mio diario. Ridevo di quelli che ne tengono uno, è sciocco, sentimentale, così pensavo […]. Ma nella routine di tutti i giorni c’è così poco tempo per riflettere, e a volte i giorni passano senza che io li abbia vissuti veramente, giorni in cui la vita mi succede, questa cosa è terribile. Sarebbe tremendo dire alla fine della mia vita: “Ho vissuto invano, non ho raggiunto niente di grande o di nobile”’. È il 26 Marzo 1880, siamo ad Amsterdam, Jo Bonger ha diciassette anni e mezzo. Questa è la prima pagina del suo diario ‘Mijn Dagboek’, al quale affiderà i suoi pensieri, con varie interruzioni, fino al 1897. Per il frontespizio del primo quaderno sceglie e trascrive in inglese le parole del poeta americano Henry Wadsworth Longfellow, ‘agire e che ogni domani / ci trovi più oltre l’odierna giornata’.  Sarà il motto della sua vita.   Da sinistra: Jo Bonger, Diario n. 1 (1880-1881, 20,5 x 16,6 cm) © Van Gogh Museum, Vincent van Gogh Foundation, Amsterdam; Jo Bonger, ca. 1880-1882, Friedrich Carel Hisgen, fotografia, in Diario n.1, © Van Gogh Museum, Vincent van Gogh Foundation, Amsterdam. Poco conosciuta, ma molto influente: Johanna van Gogh-Bonger (1862-...

Nella testa di qualcuno / Alexander Masters, Una vita scartata

La premessa di questa storia è semplice e insolita allo stesso tempo. A Cambridge, in un cantiere edile, in una zona che è ormai solo un ricordo di un frutteto, vengono ritrovati in un cassonetto 148 diari, migliaia di pagine di una scrittura fitta e, apparentemente, senza pause. Una sorta di corsa a perdifiato insieme alle parole. Il caso vuole, siamo all’inizio degli anni duemila, che a ritrovarle siano due ricercatori, che sono anche amici cari e collaboratori dello scrittore e biografo Alex Masters (già noto ai lettori italiani per Stuart. Una vita al contrario, Fazi e Un genio nello scantinato, Adelphi). Si tratta di circa duemilacinquecento parole al giorno, scritte tutti i giorni, senza mai che un giorno venga saltato. I diari vanno dal 1952 al 2001, in pratica una vita intera. Duemilacinquecento parole fanno circa cinque milioni di parole in totale. Nessuna di queste parole è il nome di chi ha scritto i diari. Chi è “Io”? È solo la prima delle molte domande alle quali Masters dovrà rispondere, scoprendo man mano che avanzano i suoi studi, a ogni tassello, che non si tratta della domanda più importante cui dare risposta. La risposta da trovare è quanto sia importante ogni...

Escher. Nel medioevo senese

Maurits Cornelis Escher, maestro di ricerche sulla visione, profondo indagatore sulla ingannevole natura dell’icona, in cui sfondo e figura sono uniti e assai modernamente si confondono in un’unica realtà, come accade nell’èra digitale, giunse in Italia per la prima volta nel 1922. Veniva da Haarlem per il consueto Grand Tour insieme a due amici: Jan van der Does de Willebois e Bas Kist: tutti allievi della rinomata Scuola di Architettura e di Arti Decorative, dove l’artista aveva trovato il suo maestro Samuel Jessurun de Mesquita, docente di grande rigore, che lo aveva introdotto al mondo della xilografia. L’itinerario era soprattutto legato alla visione dei “primitivi”, i maestri antichi dell’arte, che nel suo paese erano stati fortemente riproposti dall’opera notevolissima di Jan Verkade, allievo pupillo di Gauguin, e poi frate, di cui ha lasciato un magnifico ritratto Giovanni Papini. Per questo egli si legò così fortemente a Siena e a San Gimignano, cui dedicò opere che in primo luogo davano conto della sorpresa nei confronti di un paesaggio verticale, contrastato di luci e ombre,...

Andrei Kurkov. Diari Ucraini

Diari ucraini di Andrei Kurkov è un libro importante. La sua narrazione, in forma di diario, degli eventi quotidiani che hanno accompagnato la "rivoluzione del Maidan", la caduta del regime di Yanukovich, l'occupazione russa della Crimea e la guerra segreta condotta dalla Russia nel Donbass, aiuta chi non ha assistito da vicino a quegli eventi a comprenderne la natura, e mostra come abbia potuto viverli un cittadino ucraino nato in Russia, russofono da sempre, abitante a Kiev e portato ad osservare senza pregiudizi la vita del proprio paese.   La forma diaristica è efficace per far comprendere l'evoluzione degli avvenimenti, il quotidiano sovrapporsi di eventi minimali che impercettibilmente realizzano cambiamenti storici, incontrollabili e a volte imprevedibili da chi li osserva. Si assiste a una rivoluzione nata per caso e sfociata poi in un drammatico cambio di potere, in lunghe giornate di lotta e di morte, nella caduta di un regime ottuso e corrotto che ha scatenato però la vendetta immediata di chi dall'estero lo sosteneva; innanzitutto, con l'occupazione manu militari della Crimea, da anni perseguita, e realizzata con...

Lorena Fornasir: il diario di mia madre partigiana

Lorena Fornasir è psicologa clinica e vive a Pordenone. Nel 2009, alla morte della madre, Maria Antonietta Moro, trova il diario di guerra che aveva tenuto tra il 1943 e il 1945. Questi scritti mettono in luce un passato importante nelle fila della Resistenza: dapprima in quella jugoslava con il nome di battaglia “Nataša” e poi come “Anna” nelle formazioni garibaldine di pianura a Pordenone dove conoscerà il futuro marito, “Ario”, commissario politico e poi comandante partigiano. Questo ritrovamento permette a Lorena di conoscere un momento determinante della vita della madre e di analizzarlo oggi, attraverso il filtro di figlia. Il diario di Maria Antonietta Moro è stato pubblicato postumo da Iacobelli Editore (2014) e il testo che segue è parte dell’introduzione scritta da Lorena. Sono pagine bellissime che riflettono sul “dono materno” ricevuto e sul passaggio intergenerazionale delle esperienze di lotta e crescita.       Sono vissuta accanto a mia madre per una vita intera senza conoscerla. Quando avrei potuto non le ho chiesto e ora mi rimane questa parentesi...

Uwe Johnson. I giorni e gli anni

La tetralogia come forma di articolazione della grande arte è probabilmente una passione tedesca. Inevitabile pensare, tra gli esempi più alti, al Ring wagneriano, tetralogia si direbbe per antonomasia, oppure, passando al Novecento, alle storie di Giuseppe e i suoi fratelli firmate da Thomas Mann. Testi, o quantomeno titoli, notissimi. – Accanto a loro, si segnala per importanza, e forse non per notorietà presso il grande pubblico, un’altra tetralogia, di vocazione ed esiti profondamente diversi: si tratta del capolavoro di Uwe Johnson (1934-1984) I giorni e gli anni, opera schiva e profonda che rivela sin nel sottotitolo – «dalla vita di Gesine Cresspahl» – la predilezione dell’autore per la prosa documentaria e per una forma di letteratura in grado di leggere e far leggere nelle microstorie individuali scenari epocali di portata planetaria ancorati a date fortemente evocative.   Di quest’opera è da poco uscito in italiano, a trent’anni dalla scomparsa dell’autore, il terzo volume, quello che sonda la biografia della protagonista dal «20 aprile 1968» al «19 giugno...

Daniel Pennac. Storia di un corpo

Il diario di un corpo e non la sua storia come potrebbe lasciare intendere l’imprecisa e forse più ammiccante traduzione italiana di Journal d’un Corps. Pennac non racconta il corpo, non lo attraversa, piuttosto lo utilizza per quello che è: forma e quindi contenitore di storie, racconti, avvenimenti. La voce narrante, un francese nato negli anni ‘30, decide di lasciare alla propria figlia Lison il diario della propria vita, raccontata dal punto di vista del corpo. Dall’infanzia, alla maturità fino all’agonia, le vicende del protagonista vengono sempre presentate partendo da come il corpo le vive e in alcuni casi le sopporta.   Libro profondamente intimo, Storia di un corpo (Feltrinelli, 341 pagine, Traduzione di Yasmina Melaouah) racconta il quotidiano universale, quello che colpisce la carne e le ossa di chiunque, un’autobiografia di un secolo e delle sue abitudini. Quello che emerge è anche il corpo del Novecento, quello che esce da una guerra e poi da una lotta di liberazione e che infine entra prepotentemente per la prima volta nella modernità, vivendola e facendola.   Le pagine sono...

Auden, Isherwood, Spender. Il diario di Sintra

Arrivare a Sintra, luogo dell’immaginario, fiabesco come pochi, nel Novecento patria d’elezione di miliardari, eccentrici, scrittori, artisti in fuga dalle scomode familiarità della madrepatria o semplicemente in cerca di un Altro posto in cui vivere. Un luogo parallelo sì, ma assolutamente altro, con i suoi castelli, la sua nebbia, le sue guglie, la sua anima al tempo stesso nordica e mediterranea. Non è un caso che nel corso dei secoli Sintra abbia affascinato viaggiatori così diversi e provenienti da luoghi così disparati, primo fra tutti Byron, per non parlare della nutrita colonia inglese che all’inizio del secolo scorso fugge dalle restrizioni sociali dell’Inghilterra del tempo per cercare uno stile di vita meno conformista.   Fuggono dall’inglesità anche gli estensori di un testo importante e ora riscoperto, Il Diario di Sintra, che è al tempo stesso testimonianza delle tensioni politiche dell’epoca e documento delle correnti sotterranee che percorsero vite private e artistiche del terzetto coinvolto, ovvero Christopher Isherwood, Stephen Spender e W. H. Auden; anche se quest...

Laura Liberale. Madreferro

Madreferro (Gruppo Perdisa Editore, 154 pp., 10 €) è il diario di una discesa infera verso le origini, il tentativo di saggiare il potere euristico del romanzo per spezzare la tradizione, disinnescare anatemi e rielaborare in prosa il trauma della morte. È anche il diario di un eterno ritorno, la terra che chiama a sé perché ha bisogno dei propri figli e perché tiene in grembo i propri morti. Sono passati sette anni da quando Laura ha lasciato Fabrica, il paese natale, dopo la morte accidentale dei genitori. Un congedo di sei mesi all’università la riporta nel luogo d’origine, per fare i conti con l’abbandono e il senso di colpa, con un passato che non lascia scampo e lambisce pericolosamente il presente con esalazioni cimiteriali. Fabrica è rimasta quasi immobile, in bilico sul passare del tempo; anche per questo la mappa su cui Laura si orienta è un album di disegni a matita, schizzi ottocenteschi con cui la mano leggera di Georgina de Martignac ha mineralizzato suggestivi scenari paesani.   Ci sono affreschi sacri e croci votive, incisioni celtiche, streghe, demoni e druidi a...

Roma, Teatro Valle, 16 dicembre 2011

Scrivo questa ultima puntata del diario di Capusutta prima di ritrovarci tutti a Roma, al Valle occupato. Non l’avrei detto, il giorno che ci siamo arrangiati a provare per strada, tra le auto che passavano, perché a Lamezia nessuno ci aveva aperto il teatro, che Donne al Parlamento, dopo la “prima” a Lamezia, sarebbe arrivato fino al Valle. Ma vado con ordine, e racconto come è andata la “hell’s week”, la “settimana dell’inferno”, così negli Stati Uniti chiamano la settimana che precede il debutto.   Scendo a Lamezia e subito capisco che il clima non è buono. Ne avevo scritto già sul doppiozero del 5 maggio 2011, quando mi preoccupavano gli atteggiamenti di certi burocrati lametini, e al mio arrivo ne trovo conferma. I “corsari” hanno appena recitato il loro Molière al Politeama, come stava scritto nella nostra convenzione con il Comune, che contemplava non solo il laboratorio di Capusutta, ma anche alcuni spettacoli delle due compagnie, in modo da presentarci ai ragazzi oltre che come guide del laboratorio anche come attori e registi con una propria poetica: lo...

Rosalind Krauss. Under Blue Cup

Quello che sto per scrivere non suonerà come un’indiscrezione, perlomeno tenendo conto di quello che i lettori più affezionati di Rosalind E. Krauss – la più brillante storica e critica d’arte contemporanea americana, con un nutrito seguito anche in Italia – si raccontano a mezza bocca da dieci anni. Ma soprattutto non suonerà come un’indiscrezione per una ragione più sostanziale, che è l’oggetto principale dell’ultimissimo libro di Krauss. Procediamo per ordine: fine 1999 a Manhattan, in uno dei migliaia di taxi che sciamano a zig zag sfidando la griglia urbanistica della città, Rosalind Krauss vive un’esperienza quasi letale: la rottura di un aneurisma. Raggiunto l’Ospedale di New York a bordo dello stesso taxi viene ricoverata d’urgenza e si salva per un pelo. L’emorragia cerebrale ha pertanto delle conseguenze devastanti sulla sua memoria. Il XX secolo si chiude per Krauss con un vero e proprio azzeramento, un reset dei suoi ricordi.   In tanti consideravamo The Optical Unconscious (tr. it. L'inconscio ottico, Bruno Mondadori 2008) – uno dei...

Sergio Nelli. Orbita clandestina

Orbita Clandestina di Sergio Nelli (Einaudi, pp. 195, € 13) è un romanzo scritto come un diario. Lo spazio fra le sue pagine dà forma a un’immensa parentesi: l’intervallo temporale che separa Dario, professore in congedo, dall’intervento chirurgico per un trapianto di cuore. Tutto viene registrato con cura; una mole di piccoli dettagli con i quali ripararsi dall’irrompere del caso.   Anche la scrittura ne è un potente alleato: la voce del protagonista ha il tono uniforme e rassicurante delle cantilene. Nei brevi capitoli di cui il libro si compone, ricordi lontani e istanti appena vissuti, scivolano nel solco di una corrente che trascina via ogni evento narrato.   Il racconto è aperto dall’incontro con Gao, prostituta cinese, verso cui Dario è spinto dal bisogno di un’intimità che solo il sesso riesce a rendere immediata; l’arma efficace contro l’incertezza dell’attesa. Per il resto il romanzo è lo specchio delle giornate e dei pensieri del protagonista: una lunga fila di istantanee che il lettore impara a conoscere, i figli Leonardo e Betta, il...

Lamezia Terme, 5 giugno 2011

Ultima puntata del diario lametino, poi ci sarà la necessaria pausa estiva, poi Capusutta ripartirà a settembre per debuttare ad autunno inoltrato - date possibili, ma ancora non certe, dal 18 al 20 novembre - e con le prove riprenderà anche questo diario.    Nel frattempo buone notizie: il contratto tra il Comune e le Albe e Punta Corsara è stato firmato. E la volontà politica è quella di riuscire a costruire una convenzione anche per il prossimo biennio, in modo che si arrivi a un percorso di almeno tre anni, il minimo per seminare, il minimo per creare un tessuto di giovani (scelti non per amicizie e tessere politiche, per buone parentele, ma usciti da un percorso fatto di lavoro, disciplina e passione), un gruppo di persone che possa continuare a praticare teatro e cultura, slancio e amore per la città e vocazione a intrecciare il locale con il nazionale e oltre.   Intanto ci si lascia con un’ultima giornata di lavoro, dove assisto a una specie di primo abbozzo di Donne al Parlamento. Sono anche gli ultimi giorni di scuola, quindi il numero dei capusuttini presenti è per forza di cose...

Celati e il cinema

Quando ha cominciato a trafficare col cinema Gianni Celati? A parte la passione di cinefilo, spettatore indefesso, di cui restano vistose tracce nei suoi libri, nei testi come nelle copertine, è negli anni Settanta, quando Memé Perlini gli scrive perché pensa di trarre un lungometraggio dal suo libro d’esordio, Comiche (1971), vera e propria sarabanda slapstick. Poi dopo aver consegnato Lunario del paradiso, alla fine di quel decennio, libro germinale del romanzo giovanile degli anni Ottanta, lo scrittore emiliano se ne va in America per darsi al cinema, come annuncia ai suoi interlocutori dell’Einaudi. Di quel viaggio a Los Angeles resta una vaga traccia in Storia di un apprendistato, racconto che è compreso in Narratori delle pianure (1985). Poi c’è ancora una sceneggiatura, con l’amico Alberto Sironi, dedicata a Coppi. Quindi un silenzio fino al 1991. L’idea di far passare dietro la macchina da presa Celati è di Angelo Guglielmi. Nel frattempo è uscito il reportage di Verso la foce nel 1988. Il direttore di Rai3 gli chiede di girare un film su quei luoghi: un po’ viaggio e un po’ reportage. Per risposta Celati carica tutti i suoi parenti di Ferrara e gli amici su un autobus e...