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ebraismo

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Straniamento / Edgar Hilsenrath, Notte

Edgar Hilsenrath lavora al suo primo romanzo per circa tredici anni, dal 1944 al 1957. Scrive ovunque, nei ritagli di tempo, senza alcun ordine; prima in Palestina, poi in Francia, poi negli Stati Uniti. Non conosce i ferri del mestiere, non ha modelli letterari, è uno dei tanti ebrei tedeschi deportati in Ucraina e sopravvissuti per miracolo. Nel 1954, in mano, ha 1.250 pagine manoscritte che diverranno la metà solo tre anni dopo, questa volta dattiloscritte, peccato che manchi un editore disposto ad accogliere un testo del genere. Nel 1964 un’importante casa editrice di Monaco di Baviera si fa avanti, ma poi quasi tutte le copie finiscono fuori commercio, poiché molti sopravvissuti all’Olocausto si sentono offesi dal ritratto che Hilsenrath fa degli ebrei. In Germania, pensate, Nacht riapparirà solo 14 anni più tardi, dopo essere stato tradotto in Olanda, in Inghilterra, in America. Edgar Hilsenrath è scomparso quando questo articolo era già stato consegnato, il 30 gennaio scorso: aveva 92 anni e indossava con fierezza un paio di irsuti baffi bianchi. La notizia è che a più di mezzo secolo dalla prima pubblicazione Notte (Voland, pp. 576, euro 20) arriva in Italia, nella...

L'antisemitismo dei poveri

Tempo fa mi venne chiesto come mai leggevo molti libri. E risposi: “Il vivere è indecifrabile e solo i libri possono aiutare a comprenderne almeno provvisoriamente qualcosa”. Avevo ragione, ma, a pensarci bene, la risposta era ovvia. Che cosa mai si potrebbe afferrare della relatività generale o della meccanica quantistica senza rincorrerne almeno il senso attraverso i libri, le montagne di libri che spiegano queste teorie a noi, il volgo ignaro di matematica? E la vita e la storia sono assai più complesse di qualsiasi teoria scientifica, e anche questa è una ovvietà. Non vi sembra? Così, oltre ai libri nuovi, mi sono messo a rileggere i classici, certo , ma anche quelli che dormicchiavano nella mia libreria, e ne ho tratto una conclusione agghiacciante: la prima volta non ne avevo capito un granché, mentre adesso mi si spalancano spazi sconfinati degni di quelli del Lontano Occidente. Per “colpa” di Silvio Zamorani ed. e della sua ottima nuova edizione del saggio di Guido Fubini (1924-2010), L’antisemitismo dei poveri, l’ho affrontato di nuovo dal lontano 1984. E solo ora ho compreso cose che: “Voi umani neppure potete immaginare…”.   Di Guido Fubini sono stato amico, amico...

La cultura, come l'arte e la danza, non è lavoro / Flânerie ed ebraismo a Rio de Janeiro

Passeggiare per Rio de Janeiro dà una strana sensazione, come camminare dentro un nastro di Moebius, le vie ruotano di continuo attorno alla città, marciapiedi coperti dalla calçada portuguesa, che, con l'usura, si disconnette e diventa scivolosa. Sono giorni di pioggia. È agosto e ad agosto a Rio fa freddo, come qui a marzo o a ottobre. Qui tutto è vecchio, non antico, quasi antico. Sembra di stare in una città anni Sessanta (prima di allora non me le ricordo le città) anche se non manca la tecnologia avanzata.    Per comprare una scheda telefonica per il cellulare devi andare dentro al chiosco del giornalaio, che ha sempre un banchetto dove avviene la ricarica. Con 20 Reais ti danno una settimana di colloqui telefonici, forse di più, a volte ti regalano un bonus di 10 Reais, ti danno 2000 megabyte di connessione a internet, sempre in questo chiosco cadente arrugginito, vecchio. Per le strade vendono scarpe e zoccoli usati, radioline, braccialetti vecchi, stetoscopi (ne ho comprato uno a 3 Reais). Per dare un'idea di questo Real brasiliano, per capire a che spese si va incontro, bisogna considerare che oggi un Euro vale circa 3.70 Reais, quindi uno stetoscopio da...

Carteggi dal naufragio / Hannah Arendt e Walter Benjamin, vita precaria

La pubblicazione postuma di carteggi privati può facilmente incorrere in una deriva scandalistica oggi particolarmente diffusa, per la quale parrebbe essere legittimo frugare negli angoli bui di un’esistenza, rendendo pubblico ciò che appartiene all’intimità di un autore scomparso. Tuttavia, il quadro complessivo che si ricava dalla ricostruzione biografico-teorica presentata nel volume Hannah Arendt, Walter Benjamin. L’angelo della storia (Giuntina, 2017) e curata da Detlev Schöttker e Erdmut Wizisla esula da questo genere di preoccupazioni.   Si tratta, invece, di una composita raccolta di scritti – un’introduzione dei curatori, il saggio di Hannah Arendt su Walter Benjamin, le Tesi di filosofia della storia, lettere e documenti – che traccia una linea di continuità tra il pensiero di Benjamin e le vicende storiche e politiche che hanno segnato tragicamente la sua vita. Tutta l’opera filologica dei curatori è animata dalla necessità di mettere a nudo quella connessione delle piccole cose, che Benjamin stesso ha sempre ricercato nel corso della sua elaborazione teorica. Le connessioni costruiscono una trama di involuzioni ed evoluzioni, che si disvela nel tortuoso...

Antisemitismo / L’avvenire di un’avversione

È uscito da pochi mesi anche in Italia l’agile ma enciclopedico volume di Pierre-André Taguieff su L’antisemitismo. Pregiudizi, teorie, comportamenti (Cortina editore, Milano 2016). La sua prima edizione data al 2015, per le Presses Universitaires de France. Il testo in traduzione si rivela denso, ben articolato e, al medesimo tempo, di utile lettura anche per il modo in cui il materiale è organizzato e quindi proposto al lettore. Dieci capitoli sintetici sull’evoluzione dell’odio contro gli ebrei, sui criteri per interpretarlo, sulle parole per raccontarlo. Si tratta infatti di un libro che offre una scansione tematica e storica, logica e cronologica, permettendo così di definire i termini del problema e i suoi numerosi riflessi sul presente. Una sorta di handbook, in buona sostanza, che dopo un percorso di riferimenti e ragionamenti fa quindi il punto della situazione odierna, sia sul piano dell’evoluzione fattuale, materiale del pregiudizio antiebraico, sia sullo stato della riflessione e della pubblicistica di merito.   Non è l’unico in materia, avendo il lettore a disposizione un ampio ventaglio di offerte editoriali, ma si segnala per l’asciutto rigore. L’autore,...

Noi gli ebrei e anche gli altri / Aldo Zargani, In Bilico

Aldo Zargani è legato per noi a un libro indimenticabile, Per violino solo. La mia infanzia nell’aldiqua, un libro struggente, nutrito di umorismo raro nelle nostre lettere, tragico e delizioso, che ha avuto un successo che ha valicato le frontiere del nostro paese. In Bilico (noi gli ebrei e anche gli altri), Marsilio 2017, sta in parte nei suoi immediati dintorni e in parte si allontana perché lascia l’infanzia e ci introduce nelle storie da adulto dell’autore. Per entrare in questo suo mondo nulla di meglio che partire dal suo microcosmo, un brevissimo racconto che s'intitola “Berlinesi”, che potete leggere qui.     La prima parola che mi viene per definire i sentimenti che mi ha suscitato è commozione, una commozione che apre a un grumo di oscurità e insieme a lampi di comprensione non razionale. Tutto è raccontato per bene in un ottimo italiano narrativo, sino a quello finale folgorante (probabile stravolta reminiscenza deamicisiana), che apre sul passato in una sorta di ossimoro che oppone l’infamia al pianto, ma insieme lo genera. Ma come possono essere infami quattro innocenti? E come un infame può piangere la sua infamia? La parola infamia raduna...

Goethe Institut Turin / Il Grande Vecchio ovvero La guerra delle immagini

  Il 15/16 marzo a Torino due giorni di incontri sul tema delle immagini e della violenza: come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero riprende qui un contributo di Oliviero Ponte di Pino per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.   Si spara e si muore, tra le colline, nei deserti, nelle foreste. Si muore nelle città e nei villaggi. Si muore sulle mine e sotto il mirino dei droni. Si muore davanti alle telecamere, sgozzati da un ragazzino. Si muore falciati da un kalashnikov su una spiaggia. Sono sofferenze indicibili. Una violenza insensata, disgustosa, inaccettabile. Sta togliendo vita e dignità a decine di migliaia di esseri umani. È impossibile trovare le parole per questo dolore, per queste sofferenze.   Ma le guerre, oggi più che mai, non si combattono solo con le armi. Una delle guerre più lunghe e profonde, in atto da millenni, vede fronteggiarsi parole e immagini. Parole...

"L’equazione nazismo = germanismo ariano potrebbe essere fatalmente erronea" / Quelle lettere tra Jung e Neumann

Chissà se è vero che, come scrive Joseph Roth a Stefan Zweig, l’amicizia è una patria. A sfogliare il lungo carteggio tra Jung e Neumann (Jung e Neumann. Psicologia analitica in esilio. Il carteggio 1933-1959) si direbbe piuttosto un ponte che congiunge sponde opposte. A tenerle unite un centinaio di lettere che, per un quarto di secolo, viaggiano dalla Svizzera, una terra tutto sommato risparmiata dalla seconda guerra mondiale e della successiva guerra fredda, all’allora Palestina, dove parte del popolo ebraico sopravvissuto alla Shoà cercherà invano la pace. Ma questa non è che una delle tante sponde opposte dalle quali i due si scrivono; Jung, che ha 59 anni, è chiaramente il maestro del secondo, che ne ha 28 ed è il suo più promettente allievo; il primo, dal ‘33 al ’34, è anche suo analista didatta; l’uno è uno svizzero che, secondo le logiche dell’epoca, può considerarsi espressione del “germanismo ariano”, l’altro un tedesco che non può considerarsi tale perché “di razza ebraica”.   Colpisce il modo in cui i due abbracciano queste categorie, seppure in un’accezione evidentemente diversa da quella propagandata dall’ideologia nazista, che la cultura dell’epoca,...

Steven Spielberg, Roald Dahl / GGG. I bambini salveranno il mondo

Spielberg fa film per bambini e sui bambini. Almeno metà della sua produzione cinematografica è pensata a partire dai bambini, dal sé bambino che continua a vivere in lui. Da E.T. passando per Schindler’s List fino a A.I., e prima ancora Jurassic Park, senza considerare la straordinaria saga di Indiana Jones, il suo è tutto un cinema sui piccoli e per i piccoli. Altrimenti perché avrebbe girato il GGG? Del mondo infantile gli interessa lo stupore, la paura, la curiosità, la sorpresa, l’esagerazione, il dolore, la gioia, la perplessità, il sogno a occhi aperti. Gli interessa il rapporto tra grande e piccolo, tema che è al centro di GGG, oltre naturalmente quello tra il Male e il Bene, che è sicuramente uno dei motori della sua cinematografia, la più americana, ma anche la più ebraica, sin dai tempi di Duel.     Spielberg condivide con Woody Allen le stesse angosce e le medesime paure, tutte molto ebraiche, ma il regista californiano le svolge in chiave epico-salvifica e non in quella individualistico-nevrotica del newyorchese. In questo senso il suo ebraismo non è quello dei Profeti, ma piuttosto quello dei Re. Per questo ha preso la storia di Roald Dahl e l’ha portata...

Uomo di sapienza biblica / Intervista a Paolo De Benedetti

In una povera capannuccia, al chiarore di una piccola lucerna, un vecchio rabbi tiene tra le mani un libro immenso. Tutto intorno è squallore e desolazione. Ma il suo volto è raggiante, perché studia e finalmente capisce quello che sta leggendo: la “storia” di Dio. Questa è l’immagine del paradiso descritta in una antica parabola ebraica, molto amata da Paolo De Benedetti. Il quale da decenni ha insegnato e insegna a generazioni di studenti e di suoi “uditori” che lo studio dell’ebraico ha insieme la gioia del conoscere, il rovello dell’interrogazione, il senso dell’umorismo e la tenerezza per le creature.  Un amore come il suo per lo studio, la conoscenza e la “storia di Dio” non può che venire da lontano.    “Io non ricordo come ho imparato a leggere, perché non ho fatto la prima elementare, per ragioni anagrafiche. Andavo da una maestra che mi ha fatto fare, insieme, la prima e la seconda, privatamente. Certamente però, prima di imparare a leggere, ho sentito leggere e raccontare, e ho sfogliato libri illustrati. Nostra madre, mia e di mia sorella Maria, ci leggeva molte storie, da Pinocchio, al libro Cuore, che mi faceva un po’ paura con tutte quelle storie...

In memoria / Per Elie Wiesel e Un di velt hot geshvign – La notte

Si è spento sabato due luglio, il 26 del mese ebraico di Sivan, a New York, a quasi 88 anni, Eliezer ‘Elie’ Wiesel, il sopravvissuto dei campi, il testimone per definizione, il premio Nobel per la pace, colui che coniò nel marzo del 1967, prima della guerra dei Sei Giorni, il concetto di unicità, quando, partecipando alla discussione sulle pagine della rivista Judaism sui ‘Valori ebraici nel mondo dopo l’Olocausto’ (Jewish Values in post-Holocaust Future) – il primo e forse l’ultimo nella storia degli studi sulla Shoah a sollevare la spinosa questione – insieme ad altri 3 prominenti intellettuali ebrei: il filosofo e rabbino Emil Fackenheim, il critico letterario e romanziere George F. Steiner, e il filosfo della storia Richard H. Popkin – scrisse che lo sterminio ebraico doveva essere compreso, nelle sue parole: ‘come il [riassunto dell’] esperienza ebraica, e che [tale] evento era stato irrazionale e unico’, e lo rovendicava come ‘un capitolo glorioso della eterna storia degli ebrei.’ Se ne è andato con lo yiddish, la sua lingua madre, ma conosceva bene l’ebraico, il tedesco, il rumeno, l’ungherese e il francese, che imparò, per ultimo, mentre studiava filosofia, letteratura e...

Memoria ritrovata / La bottega degli occhi

C’è un vicolo nella Gerusalemme vecchia, nel labirintico quartiere arabo. È labirintico anche quello ebraico, come quello armeno: forse il dedalo nella Città Sacra non è casuale, ma scelta necessaria per l’incombere di verità assolute: una sorta di teologia urbanistica. La Via Crucis taglia tutti i quartieri con le sue botteghe di ricordini del Calvario: la Main Street della sacralità.   In quel vicolo discosto c’è una sola bottega, un negozio di macellaio che espone sul marciapiede, in grandi ceste, la sua atroce mercanzia: grasse code di pecora gravide di sugna, teste di pecora decapitate e due ceste ricolme di occhi strappati alle orbite ovine, ognuno con la coda del nervo ottico, che possono sembrare, a un’occhiata distratta, lumachine. Sono migliaia, accatastati alla rinfusa, quei bulbi oculari, e per via del caos ci sono sempre in quelle ceste occhi che seguono imploranti chi passa di lì. Si tratta, com’è evidente, di un mero fatto statistico (almeno spero). Ma l’angoscia non lo è: è la condizione del pianeta in cui viviamo, di prede e predatori. Nemmeno le pecorelle sono mica innocenti, come vorrebbero apparire: loro predano l’erbetta verde e sono fortunate, oltre che...

Auschwitz e la cura della memoria / Goldkorn. Il bambino nella neve

La zia Nachcia, sua madre e la figlioletta Rut furono deportate assieme, ad Auschwitz. Nachcia teneva Rut tra le braccia. Quando scesero dal treno la madre capì tutto. Aveva un aspetto giovanile e dimostrava meno dei suoi anni. Così disse a Nachcia: “Dammi la bambina”. Pensava di farsi passare per la madre di Rut. “Va avanti da sola, ti salverai. Io vado con la bambina: penseranno che sia io la madre”. Nachcia rispose: “Non è un mondo degno di essere vissuto. Non è un mondo degno di me”. E andò nella camera a gas con Rut tra le braccia… Questo racconta il giornalista polacco-italiano Włodek Goldkorn, figlio di ebrei sopravvissuti alla Shoah, nel suo straordinario libro Il bambino nella neve (Feltrinelli).   Bisogna e si deve raccontare l’irraccontabile. “La vendetta è il racconto”, sosteneva Pier Vincenzo Mengaldo, nel suo acuto libro (Bollati Boringhieri, 2007) dedicato alle testimonianze e riflessioni sulla Shoah: un evento che ci sovrasta ancora e ci mette di fronte, con Macbeth, a una storia “piena di frastuono e di furore, che non significa nulla”. Si ha a che fare con qualcosa che costituisce una rottura epistemologica e ontologica ed è l’assenza stessa della parola,...

La poliomielite e il Popolo eletto

C’è oggi ancora qualcuno, molti anni dopo i vaccini Salk e Sabin, che ricordi il vecchio mondo di poveri sciancati nel quale si viveva sul finire degli anni Trenta? Compagni di scuola, amici, cugini che stavano stretti con noi arrancando verso il futuro comune.   C’erano le epidemie di poliomielite, un fatto quasi nuovo nel XX secolo che colpiva i Paesi che erano usciti dal fetore infetto di quella realtà oggi scomparsa ma rimpianta da troppi. Era successo questo: da generazioni la poliomielite, il suo virus assaliva l’umanità, ma la mancanza di igiene, i rivoli fetidi per le strade, i cibi malconservati, lo trasmettevano a tutti, che, inconsapevolmente, si vaccinavano e lasciavano in eredità gli anticorpi ai loro figli che contraevano, sì, la poliomielite, ma la sopportavano trasformata in qualcosa di simile a una lieve, innocua, influenza.   Poi iniziò uno dei miracoli della modernità: l’igiene pubblica. Nessuno più contrasse il virus in Canada, Australia, Stati uniti, Inghilterra, nei Paesi civili e evoluti, perfino un po’ nel nostro per la blanda efficacia della rozza igiene del...

Kafka comico

Uno dei motivi per cui ho accettato di parlare in pubblico di un argomento rispetto al quale sono grandemente sottoqualificato è che mi dà la possibilità di declamare per voi una storia di Kafka che ho smesso di utilizzare nel mio corso di Letteratura e che mi manca di leggere ad alta voce. Il titolo tradotto è Una piccola favola.   “– Ahimè,– disse il topo, – il mondo si rimpicciolisce ogni giorno di più. All’inizio era così grande da farmi paura, mi sono messo a correre e correre, e che gioia ho provato quando finalmente ho visto in lontananza le pareti a destra e a sinistra! Ma queste lunghe pareti si restringono così alla svelta che ho raggiunto l’ultima stanza, e lì nell’angolo c’è la trappola cui sono destinato. – Non devi far altro che cambiare direzione, – disse il gatto, e se lo mangiò”. (F. Kafka, Piccola favola, in: Il messaggio dell’imperatore e altri racconti, a c. di Anita Rho, Frassinelli, Torino 1949, p. 87).   Una mia grande frustrazione quando cerco di leggere Kafka con gli studenti è che...

Lo sfacelo ecologico ha radici cristiane

Si cita spesso, fra le riflessioni fondative dell’etica ambientale, un saggio apparso su “Science” nel 1967, The Historical Roots of Our Ecological Crisis, opera dello storico delle tecniche Lynn White jr. (1907-1987); il saggio venne tradotto da Silvia Laila in italiano nel numero di marzo/aprile (credo sia ormai introvabile) del 1973 della rivista “il Mulino”. L’idea centrale era che “le radici storiche della nostra crisi ecologica” andavano cercate nella tradizione ebraico-cristiana. La sacralizzazione esclusiva dell’uomo, immagine di quel Dio che affida ad Adamo il compito di dare un nome a vegetali e animali per divenirne padrone, prepara il terreno su cui può sorgere l’ideale della modernità: il sapere-potere della scienza, baconiana e cartesiana, invita al dominio umano di una natura ridotta a puro meccanismo, privato d’anima. Lynn White jr. terminava il saggio con le parole: “Forse dovremmo meditare sulla più grande figura del cristianesimo dopo quella di Cristo: san Francesco d’Assisi […]. La chiave per comprendere Francesco è la sua fede nella virtù...

Gli arabi, Israele e il terrorismo

Nella situazione di tensione che si è creata nel Mediterraneo, come percepisci tu il problema dei rapporti tra i paesi della sponda nord del Mediterraneo e i paesi della sponda sud, tra paesi come l’Italia e paesi di cultura islamica come la Libia, ma anche come l’Egitto, come la Tunisia, come l’Algeria e che cosa ti sembra che si debba fare, pensare, scrivere, per evitare che si creino tensioni senza uscita come quelle che qualche volta si sono create? Non c’è anche una mancanza di conoscenza da parte nostra?   La conoscenza è certamente una buona cosa e la conoscenza che noi abbiamo del mondo arabo è scarsa, obiettivamente. Ma direi che è scarsa in parte per colpa nostra e in parte anche per colpa loro, perché veramente da secoli, dal mondo arabo e dall’Islam più un generale, è uscito pochissimo di buono. Sono utenti della civiltà tecnologica a cui non hanno contribuito, sono utenti del marxismo senza averlo rinnovato, insomma stanno in qualche modo ai margini della civiltà occidentale e di quella comunista. La mia impressione è piuttosto negativa, non mi fiderei di...

Israele. Il back yard di Tel Aviv

Sono le otto del mattino. Dizengoff Street: la via del divertimento e dello shopping sfrenato, un susseguirsi di boutique, yogurterie, sushi bar e chioschi ricoperti di frutta dove gustare centrifughe giganti che aiutano a fare pace con il mondo, o per lo meno questo è l’effetto che ha su di me il mezzo litro di mango, frutto della passione e arancia che stringo tra le mani in questa calda, ancorché piovosa, giornata di dicembre. Quando sono stata qui l’ultima volta, in luglio, questo bubble tea con le sedie colorate di verde e arancione non c’era (ndr. the freddi riempiti di bolle di gelatina vegetale dal cuore di succo di frutta), e nemmeno i due negozi di scarpe da sposa distanti pochi passi l’uno dall’altro, né ricordo di avere già visto il piccolo rivenditore di accessori per iPhone. Le attività si succedono a un ritmo sconcertante, café si rinnovano e nuovi negozi di abiti firmati o prodotti tecnologici di ultima generazione si giocano lo spazio attorno agli innumerevoli supermercati della catena AM:PM, aperti ventiquattro ore su ventiquattro persino durante lo Shabbat, quando attorno tutto è...

Zakhor. La memoria ebraica

Il libro di Yosef Hayim Yerushalmi, Zakhor. Storia ebraica e memoria ebraica, è uscito in prima edizione in America nel 1982, e prontamente tradotto dalle edizioni Pratiche l’anno seguente. Ora viene finalmente ristampato da Giuntina (pp. 175, € 14), e sarà in libreria tra qualche giorno; la nuova edizione comprende una notevole prefazione di Harold Bloom, e un saggio di Yerushalmi dedicato all’oblio. Si tratta di un libro straordinario che risponde a una domanda: che cosa gli ebrei hanno scelto di ricordare del proprio passato e in che modo hanno preservato, trasmesso e rivissuto questo passato.   Il popolo ebreo è il popolo della memoria per eccellenza. Nell’Antico Testamento, in particolare nel Deuteronomio, si richiama il popolo al dovere del ricordo e della memoria. Essa significa prima di tutto essere riconoscenti a Yahweh, non dimenticando ciò che egli ha fatto per il suo popolo. L’ebraismo è dunque una “religione del ricordo” in quanto gli atti divini di salvezza, come ha scritto Jacques Le Goff, sono situati nel passato e formano il contenuto della fede e l’oggetto di culto, ma...