Categorie

Elenco articoli con tag:

felicità

(17 risultati)

Appartenere alla comune ricerca e a chi la condivide con noi / Amici per la vita

Pochi sanno mostrare la capacità della filosofia greca di “continuare a parlare instancabilmente, con grande precisione, lucidità” ed inesausta vitalità al, e del, nostro tempo come Claudia Baracchi. Il suo ultimo libro sull’Amicizia (Mursia, 2016) ce ne offre un prezioso ed ispirato saggio nel quale la relazione amicale appare sin da subito come il luogo privilegiato per realizzare quella che Marie Louise Von Franz in Rispecchiamenti dell’anima chiamava “l’individuazione reciproca”. Nello spazio “esemplare, privilegiato e favorevole dell’amicizia”, spiega infatti Baracchi, “ognuno può esprimersi al massimo, esplorare il possibile, assumere nel modo migliore il compito di vivere e, vivendo, diventare se stesso”.   Ma la lezione che l’attualità deve tornare ad apprendere dalla filosofia greca, se vuole tesaurizzarne la feconda esperienza, è che “l’amicizia  non può essere né ricondotta, né contenuta nello scambio tra i soli amici. Poiché nell’amare l’altro, si è colti nel comune movimento verso il bene, ovvero nel movimento del vivere bene, della vita bella nella sua pienezza (in una pienezza che non significa l’inerzia del soddisfacimento raggiunto, bensì un...

Il fascino delle merci / Consumo. Possedere tanto, non possedere tutto

Da alcuni decenni, le società occidentali vengono spesso definite «società dei consumi». Con ciò si intende sottolineare la notevole importanza che ha assunto al loro interno il mondo dei consumi. Un mondo che è stato in grado di generare una vera e propria “cultura dei consumi”, la quale si espande in continuazione su territori sociali sempre nuovi. Tende infatti a moltiplicare le dimensioni e la quantità dei luoghi dove poter acquistare i prodotti (supermercati, ipermercati, centri commerciali, discount, negozi specializzati, ecc.), ma allo stesso tempo tende progressivamente a occupare anche degli spazi che in precedenza erano del tutto estranei ad essa (alberghi, ristoranti, aeroporti, cinema, ecc.).    Va considerato inoltre che la cultura del consumo invade in maniera crescente anche ambiti di tipo culturale che in passato nelle società occidentali erano lontani da essa: educazione, arte, politica, sport, salute, ecc. Per i sociologi, infatti, era chiaro da tempo che le società moderne, per potersi sviluppare, avevano avuto bisogno di differenziarsi, cioè di istituire una serie di ambiti sociali (la politica, l’educazione, il diritto, ecc.) ciascuno dei quali era...

Pasolini, La lunga strada

“Sono felice. Era tanto che non potevo dirlo: e cos’è che mi dà questo intimo, preciso senso di gioia, di leggerezza? Niente. O quasi. Un silenzio meraviglioso è intorno a me: la camera del mio albergo, in cui mi trovo da cinque minuti, dà su un grosso monte, verde verde, qualche casa modesta e normale”. Così scrive su carta intestata dell’Albergo Savoia di Casamicciola Terme, a Ischia, Pier Paolo Pasolini nel luglio del 1959. Partito da Ventimiglia, sta esplorando le coste e le spiagge italiane scendendo fino in Sicilia per poi risalire a Trieste. Si tratta di una serie di articoli, tre in tutto, che il settimanale Successo dell’editore Palazzi, diretto da Arturo Tofanelli, gli ha commissionato.   L’idea è del fotografo Paolo di Paolo e Tofanelli ha pensato subito a Pasolini quale compagno di viaggio. Nel mese di maggio ha pubblicato Una vita violenta, suo secondo romanzo dopo la scandaloso Ragazzi di vita; il riscontro di critica e di pubblico è positivo, come racconta Nico Naldini in Pasolini, una vita, biografia del poeta riedita da poco in forma accresciuta (Tamellini Edizioni). Si tratta di uno dei primi reportage sull’Italia del boom, che scopre le vacanze e si stende...

I colori dello spettro / Bellezza

    È la sua fragilità che rende possibile la bellezza. Una parte, quella generativa ed essenziale, della particolare esperienza di bellezza cui accediamo, consiste nella sua vulnerabilità. Non nel senso che il vulnus è un difetto all’origine della bellezza, ma in quanto ne è la condizione costitutiva. Il mondo della bellezza, quel mondo in cui accediamo alla possibilità di connettere in maniera sufficientemente buona il nostro mondo interno con il mondo esterno attraverso l’immaginazione, non è un mondo “perfetto”, “completo”, “definito”: appare piuttosto, ed emerge, dalla imperfezione, dalla fragilità, dalla finitudine, dall’incompletezza. E ci sarebbe da riflettere sugli “in” privativi cui è necessario ricorrere per indicare le condizioni della bellezza; quegli “in” parlano forse della nostra difficoltà ad assumerci la responsabilità di cercarla la bellezza, di assumerla come un progetto e come una nostra possibilità; sembrano parlare dell’angoscia e della paura che sentiamo quando essa si para innanzi a noi. Il mondo della bellezza sembra richiamare prevalentemente le delicate considerazioni di Ettore Sottsass jr. sul proprio universo creativo ed esistenziale: egli...

Santo Stefano Belbo, 22, 23, 24 luglio e 5 agosto / Ho creduto che l'isolamento fosse la felicità

  Nelle pagine dei suoi romanzi e racconti , nel diario, nelle lettere Pavese ha disegnato immagini di luoghi- Santo Stefano Belbo, le Langhe - e ha ritratto figure umane che in quei luoghi erano di casa o che da essi si erano allontanati per poi ritornarvi. Questi luoghi e quelle facce appartengono ormai alla nostra memoria, hanno assunto tratti quasi mitologici; Pavese, come è accaduto ad altri grandi artisti, vive oggi nelle riscritture degli scrittori che sono venuti dopo di lui o nelle creazioni in altre forme espressive, nella musica ad esempio, nella canzone d’autore, nella musica elettronica. La sua voce ricompare nei reading di poeti, narratori e attori. In occasione della rassegna di iniziative pavesiane Con gli occhi di Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo,  22, 23, 24 luglio e 5 agosto) doppiozero ripercorre alcune tracce di questo effetto Pavese, di questa strana corrente magnetica che attraversa le generazioni e sedimenta un senso di appartenenza ad un mondo spesso solo immaginato ma forse proprio per questo più vero di quello reale.   ALLA SORELLA MARIA, TORINO [Brancaleone,] 2 marzo [1936]     Cara Maria, Quando un uomo invece di scrivere...

Sulla felicità come opera in lotta nel lavoro della conoscenza

Notava significativamente Alfred Sohn-Rethel che l'intellettuale stesso «ignora assolutamente l'origine sociale delle sue forme concettuali»[1]. È bene tenerle a mente queste parole – e in realtà tutta la geniale e troppo poco valorizzata ricerca di Sohn-Rethel sul rapporto tra forma denaro e forme del sapere – per provare a svolgere qualche riflessione sulla felicità e l'infelicità nel lavoro della conoscenza, ricordando che proprio qualche mese fa la storica rivista di filosofia «aut aut» ha dedicato un numero al lavoro intellettuale in epoca neoliberale, un fascicolo significativamente intitolato «Intellettuali di se stessi»[2]. Essì, perché l'intellettuale è ormai interamente colonizzato dalla forma di vita neoliberale che ha fatto di ogni vivente un imprenditore di se stesso, e quindi lo ha catturato in quel marketing del sé che non sembra lasciare alcuna via di scampo. Eppure proprio a partire da questa figura iperindividualizzata è possibile che emergano figure di vita comune, è possibile aprire un discorso che sottragga il lavoro...

Al Bano, Romina, felicità e (non solo) kitsch

La folla che, sciamando dalle carrozze della S-Bahn, si dirige verso il teatro lungo un suggestivo sentiero attraverso il bosco ha un che di rituale nel suo andare, come se stesse compiendo un pellegrinaggio: composta e silenziosa per quanto colorata e multiforme.        Corresponsabile dell’impressione il bosco stesso all’interno del quale, a ridosso dello stadio voluto da Hitler per le Olimpiadi del 1936, fu costruito l’immenso anfiteatro detto Dietrich-Eckart-Freilichtbühne (teatro all’aria aperta Dietrich Eckart), ribattezzato nel dopo guerra Waldbühne (Teatro del bosco) per eliminare il riferimento all’ideologo nazista. La torre campanaria, facente parte del complesso monumentale dell’Olympia Stadion, domina quasi minacciosa l’ingresso al teatro dove, smaltiti da un efficiente servizio di steward addetti ai controlli di sicurezza, gli spettatori fluiscono attraverso i cancelli affiancati da due bassorilievi dell’epoca effigianti i soliti corpi possenti e nudi del totalitarismo nazista. Lo scenario, una volta raggiunto l’anfiteatro, è spettacolare: gradinate spartane a perdita d...

Antologia del grigio

La mia storia è piena di buchi come un romanzo, ma in un comune romanzo è il romanziere a decidere come distribuire i buchi, un diritto che a me è negato perché sono schiavo dei miei scrupoli.   Laurent Binet, HHhH. Il cervello di Himmler si chiama Heydrich, 2010     Quando ci chiediamo cosa, quanto e come leggono di Resistenza “i giovani” – gli studenti –  troviamo sul campo due rischi: uno di merito e uno di metodo. E sono convinto che sia necessario provare a individuare alcuni antidoti per entrambi. La “vulgata” revisionista ha seminato molto negli ultimi anni, mettendo in crisi la complessità e le varie stratificazioni della vicenda resistenziale e delle sue narrazioni. Come si può cercare di ridare tridimensionalità agli eventi e ai processi storici che in questi giorni sono al centro del dibattito pubblico, partendo dal fatto che non solo la narrativa, ma la narrativa resistenziale tout court ha perso sicuramente gran parte del suo fascino? Utilizzando gli stessi espedienti narrativi di questa vulgata, credo.   Il presunto multitasking e l'attenzione...

Apocalittico sarà lei. Intervista a Umberto Eco

Assenza di confronto critico, appiattimento sul presente, mancanza di adeguati filtri all’eccesso informativo. I punti critici del web e in generale dell'attuale temperie culturale secondo Umberto Eco. “Apocalittico” sì, ma solo a metà. Un cura infatti c’è: passare dall’indiscriminata presa di parola a una consapevole “presa” di memoria.     Una semplice etichetta, persino un po' furba, nata dall'esigenza di trovare una sintesi fulminante a una manciata di saggi su argomenti assai diversi – dai Penauts alla musica di consumo, dal kitsch al linguaggio televisivo – ma tutti in qualche modo dedicati a dare un'inedita dignità di studio all'ormai affermata cultura di massa. A sentire l'autore, che ne ha raccontato più volte la genesi, la felicissima (e cordialmente odiata) formula “Apocalittici e integrati” è frutto di un puro caso. E dell'intuito infallibile di Valentino Bompiani. Era il 1964 e iniziavano a comparire le prime cattedre consacrate alla comunicazione di massa. Il libro era un collage di studi precedenti, messo insieme ad...

Raffaele La Capria

«Dove comincia l’opera di La Capria?». Terminando la sua memorabile introduzione alla prima edizione del «Meridiano» di Raffaele La Capria, Silvio Perrella aveva trovato una risposta dal sapore vagamente taoista, privilegiando il movimento e la metamorfosi ai danni di un’idea tradizionale di «opera» lineare nel suo progresso e raggelata in una successione di titoli. L’opera di La Capria, infatti, a parere del critico, «comincia da dove finisce, e da lì riparte da capo».   Era il 2003, e il «Meridiano» in questione festeggiava degnamente gli ottant’anni appena compiuti dello scrittore napoletano. Tutto sommato, poteva sembrare una partita chiusa, e chiusa in bellezza. Non perché, ovviamente, non si possa scrivere ancora, e scrivere cose importanti, dopo gli ottant’anni e la pubblicazione di un «Meridiano». Si dice che Giorgio Caproni considerasse un segno di malaugurio la raccolta delle sue poesie complete. E rimise tutto in questione con un ultimo capolavoro, capace di modificare il senso di tutto quello che aveva fatto.   Ma il caso di La Capria, meno...

La felicità può attendere

Un fatto interessante che mi ritorna di quando ero nell’editoria, cioè prima che ne fossi messo fuori e avessi tutto questo tempo libero a disposizione, cioè prima di queste tre settimane di attesa passate a fissare lo schermo vuoto di una finestra, il fatto interessante che mi ritorna sono le feste organizzate dalle case editrici.   Durante le feste organizzate dalle case editrici ci sono sempre quegli scrittori col fare annoiato, che dentro la testa si dicono: “poi lo scriverò, in un mio romanzo, che ero a una festa organizzata da una casa editrice e mi dicevo dentro la testa: poi lo scriverò, in un mio romanzo, che ero a una festa organizzata da una casa editrice e mi dicevo dentro la testa: poi lo scriverò, in un mio romanzo...”; gli altri, intanto, osservano sempre quegli scrittori col fare annoiato, che dentro la testa si dicono: “poi lo scriverò, in un mio romanzo, che ero a una festa organizzata da una casa editrice e mi dicevo dentro la testa: poi lo scriverò, in un mio romanzo, che ero a una festa organizzata da una casa editrice e mi dicevo dentro la testa: poi lo scriverò, in un...

Venezia - Asseggiano, 4 aprile 2012

“Spacco bottiglia e ammazzo famiglia”, avevo promesso che avrei spiegato l’origine di questo motto. È un modo di dire sbruffone, che circola tra tutte le bande e tutte le etnie di Mestre e Marghera. Una battuta, ma anche una scintilla che può accendere un fuoco violento. L’avevo scoperta in un incontro a Asseggiano, me l’avevano fatta conoscere Viko e Aioub. E proprio a un’ora dal debutto al Goldoni, c’è stato un momento di tensione in cui la frase è tornata fuori. A dire il vero la frase l’avevamo anche “fissata” nello spettacolo due giorni prima. Quando Martina, “l’angelo della geometria”, una piccolina della 1 B di Marghera, con la sua coroncina in testa, comincia a far sorridere forzatamente tutti gli scampati dal diluvio e arrivati nel paradiso da lei comandato e li fa saltare saltare saltare 5-6-7-8 a tempo di tip tap, tra le proteste Viko reagisce proprio così: “Io spacco bottiglia e ammazzo famiglia”. Tutti lo redarguiscono: no, in paradiso no. Non si può. “Ah no, non si può?” chiede sorpreso Viko. No. Continua a sorridere...

I sogni di un visionario spiegati con la mimica della clinica cinica

Quanto leggerete di seguito è il frutto immaginario dell’autore. Ogni riferimento a fatti che accadranno è puramente casuale.   Anno duemilaquarantotto, revisione della decima edizione del DSM - Manuale Diagnostico e Statistico del Disordine Mentale (DSM-X-TR) - s’inserisce la diagnosi di Clinico Cinico. Da alcuni anni si è cominciato a inserire un nuovo asse chiamato diagnosi del diagnosta. Mancava. Quest’asse declina il quadro generale nell’atto clinico del clinico. Gli studi cominciarono negli anni Novanta del secolo scorso, quando un notissimo psicoterapeuta, scienziato romantico, scrisse un articolo, su una rivista di Milano, proponendo la diagnosi di Psicoterapeuta, declinandone le caratteristiche in perfetto stile DSM. Allora il testo fu letto in chiave ironica, tuttavia alcuni studiosi - con le carte in regola, s’intende! - presero il saggio seriamente. Invero altri due psicoanalisti anglosassoni avevano scritto Cent’anni di psicoanalisi e il mondo va sempre peggio.   Fu così che, nel tempo, verso gli anni Trenta del nostro secolo, la scienza romantica riottenne l’attenzione di...

L’albero del benvenuto

Sui monti dello Huangshan, in Cina, nel paesaggio celebrato dall’omonima scuola pittorica, tra nuvole di nebbia rocce metamorfiche e alberi secolari c’è il pino “che dà il benvenuto agli ospiti”. Vetusto e intrepido, svetta abbarbicato su uno strapiombo, icona del Picco della Fanciulla di Giada. In oriente, simbolo di sempre verde longevità oltre che di felicità coniugale per gli aghi sempre a coppie, talora il ramo del pino a fianco della casa è artificiosamente proteso a incorniciarne l’ingresso.     In mancanza di un giardino, la sapiente, spietata arte bonsai li piega e riduce a lari domestici. Le loro virtù, non solo naturali, sono cantate in concentratissimi haiku, in luminosi istanti lirici come questo del poeta sudcoreano Ko Un (1933):   Ho avuto un giorno così Nessuno a cui chiedere informazioni Scelsi la strada indicata Da un lungo ramo di pino   Era la strada che cercavo.     Pino: nome comune di albero per chi gli alberi non sa riconoscere. Nell’ordine delle Coniferales diamo del pino ai diversi,...

Richard Powers. Generosity

Se riuscissimo a scoprire il segreto biologico dell’ottimismo potremmo inaugurare un’altra era dell’umanità. Non solo. Se riuscissimo a mettere insieme gli elementi giusti potremmo fabbricare storie con estrema facilità. Nel suo ultimo romanzo Richard Powers maneggia geni e parole come se rispondessero a uno stesso disegno. La protagonista di Generosity (Mondadori, 365 pagg., euro 20) è una ragazza algerina di ventitré anni innamorata della vita. Thassa sprizza la positività di una mistica e il suo buonumore è magnetico a tal punto da diventare materia di studio da parte di uno scienziato genomista che vuole ridisegnare l’umanità cancellando dal mondo depressione e vecchiaia. Thassa ha perso i genitori in Algeria e adesso vive sola in un dormitorio a Chicago, dove frequenta l’Arts College. Scoprire il suo segreto è scoprire il segreto della felicità. Russell Stone, il suo professore di scrittura, la crede affetta da ipertimia, un disturbo che porta a un’esaltazione dell’umore.   Questa è in parte la trama. Ma il romanzo di Powers è una scatola narrativa...

Un mondo di luce e felicità

  Ogni fine settimana mi infilo nell’auto e vado da loro. Le amo. A modo mio le amo tutte. Una per una. Stranne è snella, i capelli lunghi e ritti come aculei di un riccio. L’ho baciata ieri, sfiorandole furtivamente il petto. Alang ha la faccia larga come un mantello, e un sorriso a wallpaper, che mi mette sempre di buon umore. Dudero è incinta: mi piace osservarle la pancia bianca, quasi trasparente come se il mio sguardo ecografico potesse cogliere il profilo della vita che sboccerà. Fillsta mangia indubbiamente troppo. Qualcuno l’ha soprannominata palla di maionese, certo, non è carino, ma rende l’idea. Ekarp, al contrario, si regge in piedi per sbaglio, come uno spaghetto in equilibrio sul parquet. Porta sempre un cappellino scuro. Gliel’ho regalato io il giorno del suo ventisettesimo compleanno. Brasa ha la pelle color latte, e quando mi bacia sembra sempre che stia per dirmi addio. Le calze di Boja sono reti da pesca consunte dalla salsedine. È convinta che gli uomini vadano acchiappati così, come i pesci. E io lo confesso: ho abboccato. Ma non voglio tediarvi un minuto di più. Se...

Lamezia Terme, 5 maggio 2011

E invece Aristofane lo faccio aspettare ancora. Perché è successa una cosa davvero molto brutta. Sono entrati di notte dentro Palazzo Panariti, dove teniamo gli incontri di Capusutta, hanno sfasciato porte e finestre. Ladri? Ma non c’era niente da rubare, il palazzo è ancora vuoto, appena inaugurato, non ci sono attrezzature, solo due piccoli monitor per la sorveglianza. Dei balordi, può essere. E se fosse invece un brutto segno, una specie di intimidazione? Contro chi? Ci nascono strani pensieri in testa, che vorremmo ricacciare indietro.   Speriamo che non siano segnali contro Tano Grasso e il suo irruento procedere a cercare di portare novità nella cultura cittadina. In effetti non c’è un’aria rassicurante in giro: sembra da certi discorsi - sembra, ripeto - che qualcuno remi decisamente contro. “È che il teatro di ricerca qua non funziona!”, “che prima di voi c’erano altre esperienze di laboratorio teatrale, mica era il deserto!”, e argomentazioni simili. Che bisogno c’era di ricorrere a Ravenna e a Napoli, in sostanza. E in effetti, a parte le porte sfasciate, c...