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La fioritura del perverso / In The Mood for Love, vent’anni dopo

– Le donne fanno caso a certe cose. – Soprattutto quando sono vicine di casa.    Hanno fatto o non hanno fatto l’amore? “Per dirla in termini lacaniani – spiega Žižek a proposito di Casablanca – durante i famigerati tre secondi e mezzo, Ilsa e Rick non lo hanno fatto per il grande Altro, l’ordine dell’apparenza pubblica, ma lo hanno fatto per la nostra immaginazione fantasmatica oscena”. Possiamo dire lo stesso di Chow e Su, gli (non?) amanti protagonisti di In the Mood for Love. Nella scena incriminata di Casablanca vediamo prima Ilse e Rick (Humphrey Bogart e Ingrid Bergman) nella stanza di Rick, litigano per la lettera di transito, lei lo minaccia con una pistola, poi si dichiarano (nuovamente) innamorati (e clandestini), si abbracciano. Dissolvenza. Inquadratura di tre secondi della torre di controllo dell’aeroporto. Dissolvenza. Primo piano di Rick che fuma ripreso dall’esterno, affacciato alla finestra della stanza. Ilse è seduta sul divano, e riprendono il discorso. In maniera analoga, nel film di Wong Kar-wai, si svolge la sequenza della stanza 2046. Prima la signora Chan sale e scende le scale dell’hotel in un frenetico montaggio di tacchi, moquette e carte da...

Suono e cinema / La nuova musica di Hollywood

Pochi cenni musicali, al cinema, hanno avuto facoltà di inchiodarmi alla poltrona come quelli che aprivano il film Il petroliere di Paul Thomas Anderson. Delle dissonanze che definire audaci, in un film hollywoodiano, è dir poco, e che sembravano preludere al fluire del petrolio che di lì a poco avremmo visto sgorgare a fiotti, ma anche il collasso interiore del protagonista, il suo precipitare nelle viscere della terra, invischiato fra melma, petrolio e sangue, molto sangue, come recita il titolo originale del film in inglese, There will be blood. Sui titoli di coda appresi che la colonna sonora del film era opera di Jonny Greenwood, il chitarrista del gruppo rock dei Radiohead. Scoprii così che Greenwood era l’unico membro del gruppo ad avere alle spalle una formazione musicale classica, che aveva studiato alla Oxford Brookes University, e che fra le sue influenze musicali citava Olivier Messiaen, György Ligeti e Krysztof Penderecki. Che diamine ci faceva, un tizio così, a Hollywood?   Il petroliere S’era ancora, in quegli anni (il film di Anderson uscì nel 2007), sotto l’effetto dirompente di Quentin Tarantino, i cui film, dal punto di vista musicale, si presentavano...

Aspettando gli Oscar 3 / Nomadland. Sopravvivere all’America

Le due presenze che più vediamo esistere, come fatti cinematografici, in Nomadland, sono lo spazio e il volto della protagonista. Entrambi si affrontano, anche formalmente, per tutto l’arco della visione, componendo un’esperienza continua di apertura e sconfinamento.  Così da una parte c’è lo spazio: la superficie interminabile della strada, raccontata da campi lunghissimi. Ci sono i paesaggi naturali, i paesaggi umani, e i mondi costruiti dalle merci: i parcheggi, o le enormi officine di manodopera a tempo determinato, i negozi-magazzino dove si compra di tutto, le città fabbriche abbandonate, e poi ancora, secondo una linea narrativa costruita e montata per scivolare sempre avanti, senza inversioni, lo spazio delle migliaia e migliaia di chilometri della terra americana percorsi da un furgone.      Dall’altra parte, assieme allo spazio o in controcampo, un volto, quello di Fern (Frances McDormand), che la regia fissa a lungo e di continuo, come ritraendolo, in tempi lenti di inquadratura spesso affiancati dal silenzio eloquente di scenari e effetti naturali. L’aria, la neve, la notte, il buio, il freddo ci chiedono di fermare lo sguardo, di scrutare quel...

Aspettando gli Oscar 2 / Il traditore e l’eroe: Judas and the Black Messiah

Il cast tecnico e artistico di La La Land abbandona mestamente il palco del Dolby Theater. Si è appena compiuto il più clamoroso colpo di scena nella storia degli Oscar: è stato annunciato il titolo sbagliato come miglior film. Non ha vinto il musical sul jazz, con un cast tecnico e artistico prevalentemente bianco nonostante quel genere musicale appartenga soprattutto alla cultura afroamericana, ma Moonlight, un piccolo film indipendente che, quasi per contrappasso, ha invece un cast interamente nero. La scena è tutta per il regista Barry Jenkins, anch'egli nero, ancora soverchiato dall'emozione quando inizia il suo inatteso discorso di ringraziamento brandendo la sua statuetta. Nessuno dei produttori di La La Land però gli ha ceduto una di quelle tenute in mano solo per pochi minuti; ha ancora quella ricevuta precedentemente per la sceneggiatura non originale. Jenkins non riceve un secondo riconoscimento perché non gli spetta: l'Oscar al miglior film viene consegnato solo ai produttori e lui non era accreditato come tale. Per Moonlight furono due donne e un uomo, tutti bianchi: sul palco, in mezzo al caos di quella sera, il simbolo della vittoria passò nelle loro mani anche se...

Anniversari / Splendori e miserie di Vittorio Caprioli

«I film che ho diretto erano liberissimi». Vittorio Caprioli   Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Vittorio Caprioli (15 agosto 1921), una di quelle figure che, pur rimanendo sempre ancorate alla seconda fila, hanno saputo animare il cinema italiano con grande vitalità e – soprattutto – libertà. Dopo il debutto teatrale con Strehler, Caprioli fonda la storica compagnia del Teatro dei Gobbi con Alberto Bonucci e Franca Valeri (sua moglie dal 1960 al 1974). Da lì, passando per il varietà, anche il debutto al cinema, prima con una lunghissima filmografia come caratterista (per registi come Risi, Bolognini, Bertolucci, Petri e Rossellini), poi come regista. Nel 2020 ricorreva il cinquantesimo anniversario dall’uscita in sala di uno dei suoi film più rappresentativi, Splendori e Miserie di Madame Royale, con Ugo Tognazzi nei panni di Alessio, corniciaio ed ex ballerino, in arte – per l’appunto – Madame Royale.   1969: negli Stati Uniti esce Staircase (Quei due) di Stanley Donen, con Rex Harrison e Richard Burton nei panni di una coppia omosessuale che finisce in tribunale per problemi di travestitismo. Il film è un flop, la critica lo boccia con l’accusa – tra...

Claustrofilia e claustrofobia / Malcolm & Marie: l’amore illuso

State per leggere un articolo scritto da una donna bianca, per un film ideato e realizzato da un regista bianco e interpretato da un attore e un’attrice neri. I protagonisti della storia sono una modella che vorrebbe anche recitare e un regista. Sono appena tornati a casa, di notte, dopo aver partecipato alla prima dell’ultimo lavoro cinematografico diretto dal protagonista. Per l’intera durata del film che stanno interpretando i due personaggi litigano, e nel frattempo discutono il modo bianco di analizzare e comprendere le narrazioni nere, perché stanno commentando la recensione del loro film appena messa in rete e scritta da una donna bianca.  Come l’inizio e la fine del capoverso qui sopra, la soglia iniziale e finale del film Malcolm & Marie, diretto da Sam Levinson, sembrano chiamarsi e rispecchiarsi, in una specie di mise en abyme, un po’ alla maniera di un racconto combinatorio di Italo Calvino; come se chi guarda, o chi è guardato, si muovesse dentro un acquario dalle pareti trasparenti.      Malcolm (John David Washington) e Marie (Zendaya) stanno assieme da cinque anni, vale a dire da quando lei era una tossica e lui l’ha “salvata” e “riparata...

Pretend it’s a City / Fran Lebowitz, il fumo e l’anima perduta di New York

Fran Lebowitz è dipendente dal fumo, che è un vizio da boomer. Non ha cellulare. Né internet. Però ha un numero di telefono domestico e un indirizzo fisico. Dice che tanto può bastare e davvero non le si crederebbe. A raccogliere le sue confessioni è Martin Scorsese, un altro boomer, che con Pretend it’s a City, docuserie in sette puntate appena sbarcata su Netflix, scende in campo per provocare. E si capisce come la scelta di questo network sia funzionale rispetto all’obiettivo: Netflix – lo vedremo – rappresenta la controparte ideale della partita di Martin e Fran. Che sono costantemente in camera, allo stesso tempo autori della serie e personaggi di essa, discutono incessantemente, ammiccano, scherzano, danno letteralmente corpo al fantasma del nemico, esibendo, di fronte al loro pubblico di millennial, il loro disallineamento, la loro “novecentesca” differenza. La città, il modo di muoversi e rappresentarsi in essa, di vivere i suoi spazi e attraversarla diventa, allora, misura dello scarto.      L’effetto comico e paradossale che, sulle prime, fa apparire Fran-senza-cellulare come uno strano fenomeno da baraccone passa, allora, velocemente, lasciando...

Storia d'Italia attraverso i sentimenti (7) / Nel buio delle sale cinematografiche

Una “caverna” attraversata da una lama luminosa. Spente le luci, la sala cinematografica sprofonda in una schiuma ribollente di emozioni. È una frattura quel buio, una frontiera, segna la fine dell’ordinario, anche quando ordinarie, o comuni, sono le storie che prendono vita sullo schermo. E lo schermo è il mondo, una inesplorata geografia dei sentimenti e delle relazioni. Ognuno può evadere dal recinto della propria posizione sociale, o al contrario, riconoscere le costrizioni che lo soffocano, fare il “giro della prigione”, e soppesare il cumulo delle sue afflizioni.    Questo accadeva nel buio delle sale cinematografiche italiane fra gli anni trenta e cinquanta. Accadeva al “Sala Roma” di Napoli, allo “Smeraldo” di Roma, e nelle centinaia di “Eden”, “Excelsior”, “Splendor” che hanno acceso le loro luci nelle nostre città. E accadeva nel “marasma fumoso e vociante” del “Fulgor” di Rimini, dove Federico Fellini ha innescato la miccia della sua creatività visionaria. Siamo nel 1926, Fellini ha sei anni. In uno stupore eccitato, assapora le immagini sulfuree di Maciste all’inferno, un film di Guido Brignone, che ambienta l’Inferno vicino casa, nella piemontese val di...

Pieces of a Woman / Perdere pezzi per sopravvivere

«Un parto tanto atteso, un futuro a pezzi. Disorientata dalla perdita, scopre che la via d’uscita è attraverso il dolore». A leggere la sinossi del film del regista ungherese Kornél Mundruczó Pieces of a Woman, in concorso all’ultima edizione del Festival di Venezia e disponibile su Netflix, ce ne sarebbe già abbastanza per tenersi alla larga. Volendo perseverare, le “caratteristiche” del film – “cupo”, “emozionante”, “strappalacrime” – danno il colpo di grazia alla spettatrice o allo spettatore, invitandoci a una sorta di camera della tortura.    Kornél Mundruczó (al centro) con Ellen Burstyn e Vanessa Kirby. Tuttavia, potrebbe trattarsi di una pista falsa, almeno in parte, perché le sinossi dei film, soprattutto quelle preparate per le piattaforme streaming, sono spesso scritte malissimo. Certo, bisogna considerare che vedere Pieces of a Woman in tv anziché in una sala cinematografica è un’esperienza diminuita, purtroppo. D’altra parte, è un lavoro che merita attenzione, per almeno tre importanti motivi.  Il primo è che la protagonista, Vanessa Kirby, ha conquistato la Coppa Volpi (miglior attrice) a Venezia, e molto probabilmente sarà nominata anche per gli...

Dalla sala allo streaming / Soul: l’anima e il caso

Tra i circa milleottocento fortunati che hanno potuto vedere Soul di Pete Docter alla Festa del Cinema di Roma dello scorso ottobre, solo coloro che sono rimasti in sala fino alla fine hanno potuto vedere la consueta scena al termine dei titoli di coda, che però ha lasciato un inatteso retrogusto amaro. Uno dei personaggi è comparso dal nulla sullo schermo per avvisare i ritardatari che il film era finito, aggiungendo con tono deciso che si poteva lasciare il cinema e tornare a casa. Un brevissimo siparietto scherzoso, utile a rafforzare lo stacco tra l’esperienza spettacolare appena terminata e la routine quotidiana cui tornare; ma qualche giorno prima era stato annunciato che il film avrebbe saltato l’uscita nelle sale per essere distribuito direttamente sulla piattaforma Disney+. A distanza di due mesi, la scelta che scatenò molte polemiche si è rivelata lungimirante: i cinema sono ancora chiusi in mezzo mondo, Italia inclusa. Atteso dagli esercenti cinematografici come il prodotto capace di riavvicinare il pubblico alle sale dopo mesi di chiusure e poi riaperture in perdita, servirà viceversa a promuovere uno tra i più utilizzati servizi di video streaming del mondo.  ...

Dal rosa al giallo / Una cartografia in noir

Sentito mai parlare dei francesi Borde e Chaumeton? Per la cronaca, sono coloro che hanno “battezzato” con il termine noir quel filone di film americani degli anni quaranta-cinquanta a cui appartengono pellicole come Il mistero del falco di John Huston, Io ti salverò di Alfred Hitchcock, Un bacio e una pistola di Robert Aldrich. Film che senza Borde e Chaumeton gli anglosassoni avrebbero continuato a chiamare “thriller”, noi italiani “gialli”, e gli stessi francesi “polar”. È con questo semplice lemma (suggerito dai romanzi della Série noire pubblicati a partire dal 1945 dall’editore Gallimard) che i due sono assurti a numi tutelari e oracoli del cinema noir americano, celebratissimi, citatissimi, evocatissimi. Dopo di loro sembrerebbe che a chi si occupa di quel cinema non rimanga che la parafrasi della celebre battuta di Peppino de Filippo nel film Totò, Peppino e la... Malafemmina: «...e hanno detto tutto!». Ma così non è.  «Per molto tempo, in Italia, si è parlato pochissimo di film noir americano», spiega il critico Renato Venturelli che a quel cinema ha dedicato studi capillari e ben due rigorosi volumi: L’età del noir, seguito dal recentissimo Cinema noir americano,...

Fincher senza polemiche / Citizen Mank

Più o meno a metà di Mank di David Fincher, Herman J. Mankiewicz (Gary Oldman) ascolta i commenti sulla sua prima stesura della sceneggiatura di quello che diventerà Quarto Potere (Citizen Kane), formulati dal co-produttore John Houseman (Sam Troughton), incaricato da Orson Welles di mantenere lo scrittore alcolizzato nei tempi previsti. Sebbene Houseman apprezzi ciò che ha letto, trova la sceneggiatura di Mankiewicz un po’ troppo contorta. «Non puoi catturare l'intera vita di un uomo in due ore, tutto quello che puoi sperare è lasciare l'impressione», risponde Mankiewicz, quasi mettendoci in guardia su ciò che non troveremo nel film di Fincher. In effetti, Mank è un’opera che rinuncia deliberatamente a essere un biopic strutturato, utilizzando un’architettura narrativa che omaggia, ovviamente, Citizen Kane, pennellando squarci della vita di Mankiewicz, disposti in modo disordinato, senza mai essere compilativo o didascalico e restituendoci, appunto, soltanto un’impressione di chi fosse realmente lo scrittore di origini polacche. Non un difetto, però, come sostiene Paul Schrader («The film fails the first obligation of telling the story of a flawed protagonist, to convince the...

Milano Filmmaker 2020 / Il vedere commosso di Mauro Santini

«Giovedì 24 ottobre 1776: [...] la campagna, ancora verde e ridente, ma in parte già spoglia e già quasi deserta, dappertutto offriva l’immagine della solitudine e dell’avvicinarsi dell’inverno. Risultava dal suo aspetto un’impressione mista di dolce e di triste, troppo analoga alla mia età e al mio destino perché non ne facessi il raffronto.». La seconda passeggiata del sognatore solitario – ovvero del filosofo Jean-Jacques Rousseau – pare aprirsi con una placida meditazione sulla vita psichica della materia, teneramente sprovvista di alcun evento singolare. Eppure, all'improvviso, qualcosa accade: una concatenazione di eventi che qualche secolo dopo attirerà l'attenzione di un altro filosofo, Daniel Heller-Roazen, il quale dedicherà al sognatore solitario un capitolo di uno dei suoi libri più interessanti (Il tatto interno).    «Ero, verso le sei, sulla discesa di Ménilmontant» ricorda Rousseau «quasi di fronte al Galant Jardinier. Dal varco che si aprì all’improvviso fra le persone che mi camminavano davanti [...] vidi abbattersi su di me un grosso cane danese che, lanciatosi a capofitto innanzi a una carrozza, una volta accortosi di me non ebbe neanche il tempo di...

Speciale Fellini / Amarcord, isteria italiana

In un primo tempo doveva chiamarsi Viva l’Italia, poi Il Borgo. Insomma, il riferimento era la provincia, lo Strapaese del romagnolo Longanesi e di Malaparte, negli anni del fascismo, corrispondenti a infanzia e adolescenza del regista. Invece, racconta Fellini, “un giorno, al ristorante, mentre scribacchiavo disegnini sul tavolino, è venuta fuori la parola Amarcord; ecco, mi sono detto, adesso verrà immediatamente identificata nel mi ricordo in dialetto romagnolo, mentre ciò che bisognava accuratamente evitare era una lettura in chiave autobiografica del film”.    Amarcord quasi fosse il nome di un liquore (Amaro Cora). L’intento è tornare a quell’epoca con “distacco e nostalgia, giudizio e complicità, rifiuto e adesione, tenerezza ed ironia, fastidio e strazio”. Amarcord (1973) viene dopo Roma (1972), un tentativo di fare i conti con la città in cui si è trasferito nel 1939 insieme alla madre, che era originaria di lì, e ai fratelli. Da lontano, Rimini diviene un mito; e se nei Vitelloni la cittadina romagnola è ricreata sul lungomare di Ostia, Amarcord, col suo décor anni Trenta precisato fin dai titoli di testa disegnati da John Alcorn, è reinventata nel Teatro 5 di...

Francesco Rosi, 15 novembre 1922 / Salvatore Giuliano: una parabola storica

1960: esattamente sessant’anni fa, un giovane Francesco Rosi, che ha esordito nel 1958 con il lungometraggio La sfida, per poi dirigere Alberto Sordi in I magliari nel ‘59, decide di realizzare un film sul famigerato bandito Salvatore Giuliano, la cui vicenda è legata alle sorti della Sicilia del secondo dopoguerra, al movimento separatista e alla strage di Portella della Ginestra, avvenuta il 1° maggio 1947, dove Giuliano e i suoi uomini aprirono il fuoco su dei contadini che festeggiavano la recente vittoria elettorale del Blocco del Popolo, l’occupazione delle terre e la riforma agraria.  Tre anni dopo, il 5 luglio 1950, il corpo senza vita del bandito viene ritrovato nel cortile di casa De Maria a Castelvetrano. La versione ufficiale vuole che Giuliano sia caduto in un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine. A distanza di settant’anni sappiamo che la verità storica è un’altra: “Turiddu” (è il soprannome locale di Salvatore) e la sua morte sono al centro di un intrigo che vede coinvolti la mafia e lo Stato; egli non fu ucciso dai carabinieri nel cortile, ma portato lì cadavere dopo essere stato eliminato per ordine di Cosa Nostra.    Francesco Rosi (al...

L’auto-orientalismo italiano / Dal cinema di mafia al Made in Italy

L’“altrove” non è solo un luogo fisico. È il termine di una relazione che concorre, per differenza, a definire il “qui”. Tuttavia, a differenza dei grandi paesi coloniali, l’altrove rispetto al quale si definisce l’immaginario nazionale italiano non è esterno ai propri confini, ma fissato in un tenace catalogo di stereotipi che oppone Nord e Sud. Questa è una delle idee da cui muove l’ultimo libro di Emiliano Morreale, La mafia immaginaria. Settant'anni di Cosa Nostra al cinema (1949-2019), uscito per Donzelli nell’agosto 2020: “La Sicilia e la mafia sono un luogo in cui dislocare contraddizioni, un dispositivo che opera (come il sogno secondo Freud) per condensazione e spostamento”. Non solo nello spazio, anche nel tempo. La mafia è quasi sempre, nel cinema, “mafia d’una volta”. La storia del mafia movie è anche e soprattutto la storia di uno sguardo pubblico, d’un atteggiamento culturale nostalgico.    Questo sguardo si forma essenzialmente nel e attraverso il cinema, benché propaghi i suoi effetti ben al di là della sfera cinematografica. Secondo Morreale infatti, a parte pochi ma significativi riferimenti letterari (Sciascia, Tomasi di Lampedusa) e politici (...

Speciale Fellini / Cabiria, please, stop crying!

Ogni volta che riguardo Le notti di Cabiria (1957) vedo di più. Così ho aspettato, ho rimandato a lungo prima di scrivere, ma alla fine ho capito che l’incertezza non sarebbe passata mai, perché con Fellini lo smarrimento non è un ostacolo bensì condizione e circostanza creativa della sua opera. Ciò che è reale diventa meno importante di ciò che invece è immaginato o percepito come illusione. Proprio questo disorientamento visionario, che corrisponde alla qualità più speciale delle storie, dello sguardo, dello stile di Fellini, agisce anche da dispositivo spettatoriale costante dei suoi film.  All’inizio, per esempio, sembra tutto facile, come nel disegno fatto da un bambino, o in uno schizzo di regia:    Cabiria in un disegno di Fellini. Andando avanti, però, il mondo vissuto e sognato da una prostituta/folletto, a Roma, alla fine degli anni Cinquanta, diventa una specie di passaggio magico per un bosco incantato. Prima luce, tanta, e poi buio, come succede all’inizio e alla fine di Le notti di Cabiria. Somigliando ai suoi personaggi, anche chi guarda i film di Fellini, allora, dovrà lasciarsi smarrire, camminare tra le ombre, in mezzo allo scintillìo dei...

Anniversari / I cento anni di Poirot e la crisi del detective

Poirot compie cento anni, e se la passa benissimo. Più popolare che mai, con all’attivo diverse recenti miniserie; ristampe sempre in corso; e un nuovo adattamento di Assassinio sul Nilo in uscita nei prossimi mesi, nuovamente con Kenneth Branagh a dirigere e interpretare il celebre investigatore belga dopo il successo di Assassinio sull’Orient Express (2017). Non altrettanto bene, però, sta oggi la figura del detective classico: quando non ripete schemi consolidati, o appunto non si dà al remake di storie vecchie di decenni, appare sempre più sfocata. Messa in crisi dall’influenza della postmodernità sulla complex tv. Sostituita, in esempi molto rilevanti della cultura pop del nostro tempo, da poliziotti che non possono limitarsi a indagare un crimine: devono indagare se stessi, e persino il mondo di cui sono parte. Finendo inevitabilmente per perdersi.     Per arrivare a inquadrare questa crisi, però, è bene partire dal principio. E cioè appunto dall’anniversario. Il personaggio di Hercule Poirot nasce esattamente un secolo fa. Poirot a Styles Court (The Mysterious Affair at Styles) è il primo romanzo poliziesco di Agatha Christie, scritto nel 1916, durante la...

Incontro con il regista premio Oscar / Oliver Stone, l’America e noi

“La mia è anche una storia di fallimenti”. Oliver Stone, 74 anni da poco, sembra incarnare l’essenza stessa dell’America, capace di grandi cadute e di improvvise resurrezioni, sia che si guardi al destino degli ultimi della piramide sociale statunitense che alle trame ordite dal potere nei grattacieli che svettano nelle sue metropoli. In questa oscillazione – che non risparmia nessuno – si situa la cinematografia del regista nato a New York, tra i pochi a perseguire un’ostinata ricerca nell’intrico della verità, nell’epoca dello svuotamento della centralità del reale in favore dell’interpretazione e della manipolazione operata dai supporti tecnologici, tema cardine di molte pellicole di Stone, dall’amato/odiato Natural Born Killers (1994) all’ultimo Snowden (2016). E proprio in questa direzione si possono scorrere le pagine di Cercando la luce, l’autobiografia firmata dal regista americano ed edita da La nave di Teseo, un taccuino intimo che, mostrando una storia personale, restituisce la scatola nera dei sussulti dell’America dagli anni Cinquanta ad oggi, in un ritratto dolceamaro dell’American Dream che prevede, prima del successo arrivato nel 1986 con Platoon, l’anticamera...

Tra pubblico e privato / La rivoluzione di Eleanor Marx

Il primo riferimento storico di Miss Marx è l’anno della morte di Karl Marx, 1883; non ci sono altri cartelli o sovrimpressioni a illustrare il contesto. Susanna Nicchiarelli non vuole indirizzare il suo film verso la classica ricostruzione storica e preferisce concentrarsi subito su un poco noto rapporto padre/figlia. L’orazione funebre rappresentata sullo schermo è da parte di Eleanor Marx, detta Tussy, figlia più giovane del grande pensatore tedesco. Romola Garai, che dà il volto alla protagonista, guarda in camera come per presentare il suo personaggio a una platea che probabilmente non lo conosce e nel rivolgersi, per la prima ma non ultima volta, direttamente agli spettatori del film (oltreché alla piccola platea di astanti nella finzione cinematografica) accetta il ruolo subalterno di “figlia di”. Le sue parole sono dedicate quasi esclusivamente al rapporto di Karl con la moglie Jenny, celebrazione di un matrimonio felice nei sentimenti quanto travagliato economicamente; nelle frasi di Eleanor la politica quasi scompare innanzi all’aspetto più intimo e quotidiano di un uomo noto invece per il suo impegno sociale. Eleanor è erede di nome e di fatto del padre: il partito la...

Sto pensando di finirla qui / Charlie Kaufman. La vita dei pensieri

Usare il cinema per dare vita e dimora ai pensieri che ti si piantano in testa. Questo è quello che fanno i film di Charlie Kaufman (Essere John Malkovich, 1999; Eternal Sunshine of the Spotless Mind, 2004; Synecdoche, New York, 2008; Anomalisa, 2015), operando tutti, compreso l’ultimo (I’m Thinking of Ending Things), dei dislocamenti narrativi e simbolici (un po’ come i suoi personaggi, che sono sempre in viaggio). Spostarsi, spostare: da un ambito all’altro, da un luogo all’altro, da una forma all’altra, dal verbale al visuale: trasferire, come dice il verbo greco “metaphérein” che si legge sui teloni in Pvc dei camion per traslochi nelle strade greche. Il cinema di Kaufman è una metafora illimitata, e in tal senso l’incontro con il romanzo (2016) di Iain Reid da cui è riadattato il lavoro appena uscito su Netflix assomiglia a un destino prestabilito. Perché il libro ha inventato un’idea compositiva che già sembrava kaufmaniana. La trovata narrativa è quella di scegliere e sfruttare come edificio fittizio (e metaforico) del luogo dove abitano le tue ossessioni non solo e non tanto la casa dove sei cresciuta, o cresciuto (come accade nei sogni di tutti, o in quasi tutti i film...

Un'annata di transizione / Venezia 77: un Leone prevedibile

In fin dei conti, in un anno imprevedibile come questo 2020, è bello aggrapparsi alle certezze. Una delle certezze è questa: cominciare il festival, incontrare i conoscenti, ed essere d’accordo sul fatto che sì, ovviamente, questa settantasettesima edizione la vincerà una regista. Ma quale delle tante di quest’anno? Qualche secondo passato a sfogliare il programma (anche per dribblare l’imbarazzo che sempre, in qualche misura, accompagna l’incontro con chi non vediamo da molti mesi), ed ecco che gli interlocutori di questo quadretto ricorrente si accordano, immancabilmente, su Nomadland di Chloe Zhao. Quale modo migliore, del resto, per riprendersi gli americani a partire possibilmente dal 2021, e farsi strada a capocciate dentro la micidiale striscia estivo-autunnale di festival d’Oltreoceano (Telluride, Toronto, New York eccetera eccetera), di un film noiosamente calcolato al millimetro per colpire tanto il cerchio del mainstream hollywoodiano quanto la botte del cinema indipendente, in maniera diametralmente opposta dal capolavoro autenticamente femminista di questo festival, The World to Come di Mona Fastvold, impossibile da racchiudere in categorie merceologiche e target...

Il tempo di Nolan / Nel gelido inferno di “Tenet”

Attenzione: questo articolo contiene spoiler.   C’è una scena che costituisce un punto di ingresso perfetto per la comprensione di Tenet, undicesimo lungometraggio di Christopher Nolan: Kat (Elizabeth Debicki), infelice moglie del trafficante d’armi russo Andrei Sator, il villain del film ottimamente interpretato da Kenneth Branagh, si trova su un motoscafo e sta rientrando insieme al figlio sullo yacht del marito. Da lontano vede una donna tuffarsi dalla barca e allontanarsi in fretta e prova immediatamente invidia per lei: le appare libera, decisa, risoluta, esattamente quello che lei vorrebbe essere. Il complesso meccanismo narrativo del film fa sì che la stessa scena ci venga riproposta verso la fine, dal punto di vista, però, della donna che si tuffa: scopriamo che è la stessa Kat, o meglio un’altra versione di lei che è tornata indietro nel tempo per uccidere il marito e ha acquisito audacia e consapevolezza. È lei, ora, a rivolgere uno sguardo al motoscafo, in cui vede, di fatto, il suo passato, ciò che era e da cui ha preso, finalmente, le distanze, come se stesse osservando un ricordo.  Tenet, ma anche la visione del mondo e del cinema di Nolan sono soprattutto...

Speciale Fellini / Bidoni, narratori e contaballe

Il bidone è un film girato nel 1955, scritto da Fellini con Ennio Flaiano e Tullio Pinelli. Per chi non lo conoscesse (e io fino a pochi giorni fa ero tra questi) darò alcune coordinate: Il bidone segue Lo sceicco bianco (1952), I vitelloni (1953) e La strada (1954). Due anni dopo Fellini girerà Le notti di Cabiria, e cinque anni dopo La dolce vita. 8 ½ uscirà nel 1963. Numerose le assonanze con i film precedenti (soprattutto con La strada) e con quelli futuri (soprattutto con 8 ½). Girato in bianco e nero, Il bidone è un film dall’anima notturna, e il sole che appare nel centro di Roma o nelle sue periferie desolate è ancora più inquietante. Narra la storia di un gruppo di truffatori che ha deciso di vivere alle spalle dei più sprovveduti, che naturalmente sono anche i più miserabili. “I miserabili” sarebbe stato un buon titolo alternativo, se non fosse già stato scelto da altri. Miserabili, cialtroni, farabutti, italianissimi. La guerra è ancora vicina anche se nessuno ne parla, rimossa radicalmente e sparita nel buio passato. Siamo in un momento di transito, nel pre-boom. La miseria di quasi tutti è palpabile, il centro di Roma è circondato da una casba di baracche...