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Un cinema per un popolo che manca / The Irishman e l’Altro che non c’è più

“This is my union”, “questo è il mio sindacato”, dice Jimmy Hoffa, il famigerato leader dei Teamsters, quando nella parte finale di The Irishman, appena uscito di galera, tenta nuovamente la scalata di un sindacato che negli anni Settanta sotto la leadership del suo ex-braccio destro Frank “Fitz” Fitzsimmons stava ormai prendendo un’altra strada. L’ambiguità del legame che aveva unito in uno stesso destino quella che allora era la più grande associazione di lavoratori americana e la criminalità organizzata – e che aveva caratterizzato gran parte della storia americana degli anni Sessanta e Settanta – era diventata ormai insostenibile, e l’ultimo tentativo di Hoffa (se mai davvero ci fu) di ripulire il sindacato dal problema delle infiltrazioni della mafia italo-americana non poteva che fallire.    Fa un certo effetto sentire queste parole oggi, nel 2019, quando a distanza di quasi mezzo secolo quel sindacato ha ancora un presidente – ormai in carica da più di vent’anni – che di nome fa ancora Hoffa. Si tratta del figlio di Jimmy Hoffa – James P. Hoffa – che solo poco tempo fa è uscito su tutti i giornali con una dichiarazione con la quale criticava la proposta di Bernie...

Mondi intermediali / Identità e variazione nell’universo di Lynch

È in uscita presso l’editore FrancoAngeli il volume David Lynch: mondi intermediali, curato da Nicola Dusi e Cinzia Bianchi. Nel volume,  saggi di vari autori analizzano l’universo intermediale di Lynch, che spazia dai film alle serie televisive come Twin Peaks, dai videoclip agli spot pubblicitari. Pubblichiamo un’anticipazione dall’introduzione dei curatori.   1. Identità visiva in progress    Regista visionario, surrealista, onirico; narratore di storie spesso inquietanti e bizzarre, ambientate in luoghi sperduti dell’America o in angoli inusuali delle grandi città; creativo poliedrico, amante di tutto ciò che porta lo sguardo e la mente in un’altra dimensione cognitiva e percettiva; sperimentatore di nuove tecniche artistiche, molto personali e singolari. Queste sono alcune delle definizioni più comuni per descrivere il talento originale di David Keith Lynch (Montana, 1946). Tutti conoscono almeno uno dei suoi film a partire da Eraserhead (1977), The Elephant Men (1980) e Dune (1984), passando per Velluto blu (1986), Cuore selvaggio (1990), e Strade perdute (1997), per arrivare a Una storia vera (1999), Mullholland Drive (2001), Inland Empire (2006). Per...

Dalla serie TV al film / Perché continueremo a sognare Downton Abbey

Aprile 1912. Siamo nello Yorkshire, nella tenuta edoardiana dove dimora, ai piani nobili, l’aristocratica famiglia Crawley: il Conte di Grantham (Hugh Bonneville), sua moglie (l’americana Lady Cora: Elizabeth McGroven), le tre figlie e un labrador; ai piani di sotto abitano i servitori. L’azione comincia con l’arrivo della notizia dell’inabissamento del transatlantico Titanic, il 15 aprile. La tragedia ha provocato la morte del cugino del Conte, James Crawley, e di suo figlio Patrick, erede legittimo di Downton Abbey e della dote della Contessa Cora. Il disastro del naufragio provoca una catastrofe “di classe” altrettanto epocale, perché il nuovo erede a questo punto sarà il giovane Matthew, cugino di terzo grado della famiglia e avvocato a Manchester. I Crawley e in particolare la Contessa Madre, Lady Violet (Maggie Smith), sono atterriti dall’ipotesi che il patrimonio a cui appartengono passi ad una persona middle class, vale a dire che lavora e che non intende conformarsi ai rituali della nobiltà. A quanto pare, infatti, non sarà più vero che chi è più nobile è anche chi è più ricco e più elegante. In perfetta coerenza con una mentalità aristocratica, la minaccia vissuta e...

Buzzati secondo Mattotti / Un dolce gotico: “La famosa invasione degli orsi in Sicilia”

Un intrico di linee nere, così fitte che lasciano appena intravedere qualcosa là dietro, che si muove: animali, uomini oppure mostri? Siamo nel bosco, quello delle fiabe, degli incantesimi, degli incontri strani e paurosi, delle scoperte e delle improvvise agnizioni. Sarà il bosco di Pinocchio, quello che Lorenzo Mattotti ha evocato in una serie di indimenticabili tavole e disegni? Probabilmente sì. Ma è anche il bosco di tante altre sue storie, dove i personaggi invece di perdersi si ritrovano, quasi che il bosco sia la loro stessa condizione interiore, mentale, prima ancora che fisica. Comincia così la versione cinematografica di La famosa invasione degli orsi in Sicilia, dal libro di Dino Buzzati, scritto e illustrato dallo scrittore bellunese nel 1945, che questo straordinario disegnatore ha voluto portare sul grande schermo dandone una interpretazione unica, eppure perfettamente in linea con l’ispirazione buzzatiana.      Come ha scritto una volta Italo Calvino, la letteratura italiana non ha avuto il romanzo picaresco e il romanticismo fantastico e “nero”; per il primo genere lo scrittore faceva il nome di Benvenuto Cellini e di alcune novelle di Boccaccio;...

François Ozon, “Grazie a Dio” / La scrittura e la voce

L’ultimo film di François Ozon, Grazie a Dio – premiato alla 69ma Berlinale con l’Orso d’argento – mostra in maniera chiara la propria identità filmica fin dall’inizio, letteralmente dalle prime battute. È fortissimo infatti il peso da subito attribuito alla parola: quella taciuta, quella omessa, quella (vuota) di consolazione, e quella scritta, di denuncia, incancellabile. È un cinema che si fa testimone della qualità stessa della parola.    Da sinistra, François Ozon e il protagonista Melvil Poupaud. Con la consueta intelligenza non disgiunta dal mestiere, Ozon allestisce un dramma avvincente e sincero, ma mai ricattatorio, sul cosiddetto Affaire Preynat, lo scandalo sessuale che ha portato al processo dell’arcivescovo di Lione Philippe Barbarin; una storia vera, tutt’ora in attesa di una conclusione. In occasione della presentazione milanese del film, il regista ha spiegato infatti come i cartelli prima dei titoli di coda (quelli in cui in genere si comunica al pubblico cosa succede “poi”, una volta finita la vicenda) sono costantemente in fase di aggiornamento, cambiando di proiezione in proiezione, perché dopo la presentazione berlinese dello scorso febbraio...

Alla frivolezza di Scienze della Comunicazione / Made in Italy

La fotografia è notevole. Non il solito “smarmellamento” (ovvero l’anonima illuminazione a giorno) tipico delle sciatte serie italiane. D’altra parte, andando avanti, si nota un’aria di famiglia con alcuni prodotti di fiction molto amati. C’è Il diavolo veste Prada, un po’ di Good Girls Revolt, un tocco di Flashdance. Sulle prime, quindi, un’impressione di già visto, che, però, bisogna ammetterlo, piuttosto che scoraggiare, incuriosisce: cosa mai possono avere a che fare questi riferimenti con il contesto italiano? A confondere ancora di più le acque, c’è poi che la serie sbarca sul piccolo schermo, come anteprima, da un canale prestigioso, Amazon prime. Se non è una dichiarazione d’intenti, poco ci manca. È, infatti, vero che da un po’ di tempo si discute di come la televisione italiana stia progettando di intercettare il trend delle grandi serie tv americane. Made in Italy sembra essere un tentativo (non del tutto riuscito, sottolineiamolo con buona pace dei soliti criticoni) di risposta a questa evenienza. Dall’aria di famiglia pocanzi ricordata ci si libera, comunque, molto velocemente. Se è, infatti, vero che le vicende della serie girano intorno a una piccola rivista di moda...

Perché ne stiamo parlando? / Cinque idee su “Joker”

Uno dei trailer del Joker interpretato da Joaquin Phoenix e diretto da Todd Phillips presenta il film come un classico già consacrato: un instant classic. Molti dei trailer riempiono lo schermo con le cinque stelle e giudizi sfolgoranti assegnati dalle tante, entusiastiche recensioni ottenute. In realtà, la ricezione complessiva del film è stata più contraddittoria. Alle entusiastiche anticipazioni e recensioni degli invitati al Festival di Venezia, dove Joker ha vinto un Leone d’Oro, sono seguiti giudizi più critici e non poche stroncature, raccolte intorno a una duplice tesi di fondo: che il film fosse un vacuo esercizio di marketing e, implicitamente, che i primi giudizi entusiastici fossero l’esito di un abbaglio.  Joker è diventato un “caso” ancora prima ancora che spettatori e critici l’avessero visto. Sin dai primi trailer, il film è riuscito a dividerli in due fazioni significativamente polarizzate. La prima rimarcava le promesse artisticamente esaltanti dell’opera e la sua riflessione sui nessi tra alienazione, disagio sociale e rivoluzione. La seconda poneva enfasi sui possibili rischi di un’estetizzazione della violenza e di un messaggio dal potenziale...

Un altro film di fantascienza? / “Ad Astra”. Il cuore di tenebra del cosmo

Un altro film di fantascienza, un altro viaggio nello spazio, ancora una volta il cosmo usato come metafora di disfunzionalità affettive, proprio come in Gravity, Interstellar o First Man? Risposta affermativa, Ad Astra si inserisce - benissimo - in questo percorso sempre più affollato, posizionandosi per certi versi più vicino al film di Damien Chazelle che agli altri due. Lo spazio è infatti luogo di conquista, di esplorazione, ma soprattutto è un universo mentale in cui, solo e chiuso in un silenzio assoluto, il soggetto si trova davanti al proprio vuoto.   James Gray (a sinistra) con Brad Pitt sul set. Da Little Odessa (1994) a The Lost City of Z (2016), Gray è stato protagonista di un percorso autoriale fatto di piccoli gioielli, accomunati da una profonda complessità tematica ed estetica, film lenti e personali, che spesso non hanno raccolto la visibilità che avrebbero meritato. Lentezza e profondità caratterizzano anche questo anomalo sci-fi movie, molto atteso e più volte rimandato, in cui Brad Pitt veste i panni di Roy McBride, astronauta esperto e di altissimo profilo, famoso per il suo autocontrollo: sotto stress, il suo ritmo cardiaco non supera mai gli 80...

Dal trailer al film / Tarantino e la strategia dell’anti-spoiler

Attenzione: questo articolo contiene spoiler (ma non è importante).    C'era una volta a... Hollywood è preceduto dalla sua stessa fama: il nono film di Quentin Tarantino, su Hollywood. Basterebbero già questi due elementi per sapere che ci troviamo di fronte a una situazione autoreferenziale, prima ancora che metacinematografica: Tarantino fa un film su sé stesso. Ciò crea la dovuta attesa – o, come si direbbe oggi, un hype.     Poi però l'affare si complica. Durante la conferenza stampa del film al festival di Cannes, lo stesso regista prega i giornalisti di non svelare il finale del film. La richiesta, oltre ad amplificare genericamente l'attesa della sua uscita (e forse spingere qualcuno, in virtù dello stesso divieto, a cercar di capire cosa c'è sotto), concentra sul suo misterioso contenuto ogni genere di riflettore. Come se non bastasse, dalla dichiarazione di Tarantino prende avvio una serie di rimbalzi web a partire dall'incidente diplomatico causato da Wikipedia che, a detta di alcuni critici su Twitter, se da un lato rispetta le volontà del regista, dall'altro viola uno dei principi del suo stesso statuto (affermare il falso): nella sinossi non viene...

76ma Mostra del Cinema di Venezia / L’Affaire Dreyfus di Roman Polanski

Come si dice, tutto è bene quel che finisce bene. J’Accuse, il film sull’Affaire Dreyfus di Roman Polanski, ha vinto il Gran premio della giuria, dopo una presentazione segnata da polemiche furiose: la presidentessa della giuria di quest’anno, Lucrecia Martel, non ha presenziato alla proiezione in sala, rifiutando, almeno inizialmente, di separare l’opinione sul film da quella sulla vicenda giudiziaria ancora aperta del regista (che non ha mai scontato la condanna inflittagli per l’abuso di una tredicenne commesso nel 1977); non sono d’altronde mancati sbilanciamenti di segno opposto; l’accostamento avanzato da Pascal Bruckner tra le persecuzioni antisemite subite dal regista nell’infanzia e il “maccartismo neofemminista” di cui sarebbe adesso vittima, avrebbe fatto impressione anche a McCarthy; e se può essere umanamente comprensibile che il Polanski reo confesso si sia identificato con l’innocentissimo capitano ebreo Alfred Dreyfus, nel 1894 condannato a torto per spionaggio (ogni accusato detesta la macchina giudiziaria, al di là delle sue ragioni d’essere), si capisce un poco meno che tanti giornali abbiano avallato l’identificazione. Sensatamente invece altri interventi hanno...

Maselli alla Milanesiana / Citto, ma come hai fatto?

Con quell’eleganza della quale solo la gentilezza è custode, Citto Maselli ringrazia chiunque incroci il suo percorso. Con due occhi attenti che sembrano stare perennemente dietro all’amata cinepresa, intenti a fendere il mondo, cercando di trovarne una chiave di lettura. Sulla soglia degli 89 anni, nei giorni scorsi il regista romano è stato ospite del festival La Milanesiana, ideato e diretto da Elisabetta Sgarbi; un’occasione per tornare ad attraversare il suo cinema attraverso pellicole come Gli sbandati (1955), Gli indifferenti (1964), Il sospetto (1975) e l’ultimo lavoro Le ombre rosse (2009), intrise di impegno e ideologia, di desiderio e rivoluzione, con una coerenza che oggi lo rende uno dei grandi maestri della tradizione cinematografica italiana.    Milano l’ha omaggiata con un meritato premio alla carriera. Come si sente quando la chiamano Maestro? È una parola che mi fa sempre un po’ ridere, mi lascia attonito. Recentemente Valeria Golino ha dichiarato che ogni volta che ha un dubbio dietro alla macchina da presa si chiede “Citto come l’avrebbe fatta?”. Mi ha colpito perché era la domanda che mi facevo pensando a Visconti, quando avevo dubbi sulla scena mi...

A 50 anni dal capolavoro di Peckinpah / “Il mucchio selvaggio”: cominciare e finire insieme

Cinquant’anni sono molti, o forse si dovrebbe dire abbastanza, per valutare un film o un libro. Non basta sopravvivere, si deve stabilire se il farmaco che conteneva è ancora efficace. Con la velocità contemporanea il mezzo secolo si è ridotto a una manciata di anni. Comunque deve passare del tempo. Non è soltanto la corda estetica a suonare e a risuonare, conta anche il valore generazionale: un fenomeno di identificazione collettiva talmente forte da trasformarsi in mito. Il mucchio selvaggio (The Wild Bunch) è uscito nel giugno 1969, e rivederlo è piacevole per entrambi i motivi, estetici e generazionali. È ambientato nel 1913, la ferrovia sta raggiungendo gli estremi confini verso il Messico, iniziano a circolare le automobili, ci sono armi fuori ordinanza per un classico western. L’avanzare inarrestabile del progresso spinge questa storia di banditi verso il sud, nel Messico devastato da rivoluzioni e controrivoluzioni. Più che di razzismo antimessicano si potrebbe incolpare il film di apologia mitologica, con qualche licenza al luogo comune.    Sam Peckinpah sul set. Ritornando solo per un attimo agli anni della sua prima uscita trascrivo un mio ricordo personale...

Almodóvar, “Dolor y Gloria” / Per amore di finzione

Malgrado fosse un’abitudine diffusa e la famiglia Almodóvar vivesse in umili condizioni, tanto da mandare il figlio in seminario pur di farlo studiare, quando Pedro, a otto anni, si è trasferito coi genitori in Estremadura non ha mai abitato in una grotta, al contrario di quello che racconta il suo ultimo film. È un dettaglio da mettere subito in evidenza, per cominciare a capire il tipo di rielaborazione narrativa e cinematografica compiuta da Dolor y gloria. Che usa materiali autobiografici, ma non è, prima di tutto, la messa in scena di una confessione o di un resoconto retrospettivo. È un progetto più complesso, in un certo senso anche più ambiguo e perciò più bello, perché è un’opera su come possiamo entrare in contatto con il nostro passato, con i desideri e le sofferenze che lo hanno fatto esistere, con i buchi reali e metaforici da rammendare, o con le ferite da far chiudere, servendoci, lungo il corso della vita, di immagini, finzioni, romanzi o disegni di noi stessi che, come in uno spettacolo pirotecnico, non sono mai fermi, o identici, ma possono spostarsi, variare e amalgamarsi, al pari dei colori che, nei titoli di testa – la prima cosa che vediamo – si mescolano e...

Rappresentazione e verosimiglianza / Almodóvar: dolor, gloria, impegno

Sulla scrivania di Salvador Mallo (Antonio Banderas) c'è un grande leggio, sul quale è appoggiato un libro con una fotografia in bianco e nero per copertina. Raffigura una donna che cammina sola lungo i binari della ferrovia, vestita di nero, a lutto; in testa ha il fazzoletto nero che, fino agli anni '60, usavano le donne spagnole più umili. Si tratta di un romanzo di Agustín Gómez Arcos, Ana no, scritto in francese nel 1977, durante l’esilio parigino dell’autore, ma pubblicato in Spagna soltanto trent’anni più tardi. Narra la storia di una donna che ha perso il marito e i due figli più grandi nella Guerra Civile. Dal sud estremo, in Almería – terra natia dell'autore – cammina da sola verso il nord, dove si trova il figlio più piccolo, incarcerato perché antifranchista. L'eroismo della madre, l'estrema povertà del dopoguerra, l'atmosfera mentale di un viaggio iniziatico e al tempo stesso definitivo, sono elementi che ritornano in parte anche nell'ultimo film di Almodóvar, Dolor y gloria.     Questa volta il regista manchego accompagna lo spettatore con immagini, parole e suoni a lui cari: non come in una semplice collezione di situazioni, ma come una sorta di filo...

Dal trailer al film / “L’uomo fedele”. Una commedia a-romantica

Ci sarebbe veramente da chiedersi che genere di operazione intendesse fare Louis Garrel con questo suo nuovo L’uomo fedele. Se fin dal trailer non si riesce a cucire una trama che possa in un modo o nell'altro destare curiosità (spoiler: alla fine sarà esattamente come sembrava), resta da pensare che non fosse tanto interessato al concatenarsi degli avvenimenti, quanto piuttosto all'esposizione di un teorema. Dentro vi si ritrova probabilmente una mini-sintesi di qualcosa, una specie di abbecedario amoroso, un bignami dell'educazione sentimentale rispetto al “cosa fare” e al “cosa sarebbe meglio di no”. Qualcuno riuscirà a intravederci tristemente una parabola del maschio contemporaneo con sfumature surreali, che possa metter in guardia, servire all'occasione, denunciare un deprimente stato delle cose? Quello che sembra è una commedia “a-romantica”, dove a essere messo in scena è uno scivolamento progressivo verso la tiepidezza delle relazioni passionali, che è l'offesa peggiore, il danno maggiore. Ma tanto in amore e in guerra tutto è permesso, soprattutto se a permetterlo sono uomini che non oppongono resistenza. Solo che più che una guerra è una guerriglia, sono dei capricci,...

L’horror di Jordan Peele / Se il nemico siamo noi

Dopo Scappa - Get Out, forte dell’Oscar alla Miglior sceneggiatura originale (su quattro nomination), Jordan Peele è tornato a sbancare il botteghino statunitense con Noi, opera seconda in cui il regista-sceneggiatore-produttore afroamericano torna a esplorare alcune delle tematiche già presenti nel suo debutto: individuo vs. società, corpo & identità.      Santa Cruz, 1986: Adelaide è una ragazzina che si allontana dai genitori durante una vacanza e si ritrova nella casa degli specchi (Vision Quest) di un Luna Park dall’atmosfera tutt’altro che rassicurante. Da sola nel labirinto, scopre che quello che sembra il suo riflesso è in realtà una ragazzina identica a lei in tutto e per tutto. E quando Adelaide, ormai adulta, (Lupita Nyong’o) fa ritorno a Santa Cruz per una vacanza con la propria famiglia (marito e due figli: la classica famiglia hollywoodiana), quell’incontro traumatico tornerà a tormentarla con esiti alquanto funesti. Dopo una giornata passata in spiaggia (con una tensione ricca di oscuri presagi simile in tutto e per tutto a quella dello Squalo di Spielberg – non a caso il figlio di Adelaide indossa una t-shirt del film), quattro figure...

S. Lelio, “Gloria Bell” / Gloria & Gloria

Non credo che il regista cileno Lelio, al suo settimo lungometraggio, possa essere definito soltanto l’autore di un cinema dedicato alle donne. È vero, le sue storie nella maggior parte dei casi mettono al centro una protagonista, come accadeva anche nel lavoro fino ad oggi più bello Una donna fantastica (Una mujer fantástica, 2017, Orso d’Argento per la Migliore Sceneggiatura e Oscar come miglior film straniero), o nella prima versione di Gloria (del 2013, miglior attrice protagonista a Berlino: Paulina García), o, ancora, in Disobedience (2017). Tuttavia la definizione resta riduttiva, generica e paragonabile, per ambiguità o confusione ideologica, alle situazioni in cui si incontra l’espressione “al femminile” (un cinema, una letteratura, una rassegna, un insieme di testi) in risposta a un bisogno di precisare che di solito funziona a senso unico, perché non agisce anche al contrario (non si sente la necessità della determinazione “al maschile” quando registi o autori in gara, in esame, o a convegno, poniamo, sono tutti uomini). Gloria Bell, insomma, ci fa vedere la forza di volontà di una donna, ma questo non significa automaticamente che parli di donne e basta, anzi. ...

Cinema italiano: forme, identità, stili di vita / Il pensiero filmico della nazione

Si è tornati a parlare tanto di cinema italiano in questi ultimi anni. In Italia, certamente, ma anche all’estero, sulla scia di una convergenza tra il ritorno di autori in grado di intercettare un pubblico ampio ed eterogeneo – da Paolo Sorrentino e Luca Guadagnino sino a Michelangelo Frammartino e Alice Rohrwacher – e l’allargamento del campo dell’italianistica, tanto come ambito di studio quanto come platea di interessati. Nelle università anglofone i corsi di laurea si moltiplicano (pur nelle difficoltà di questi ultimi anni), così come si diffondono in giro per il mondo festival e manifestazioni dedicati alla cultura italiana, ai film in particolare. Certo, il cinema continua a rappresentare la forma espressiva più immediata e trasversale, quella capace di congiungere con un solo linguaggio i quattro angoli del globo. Ma non è solo questo il motivo di tale rinnovato interesse. Il fatto è che sembra esistere un rapporto particolare tra il cinema e l’Italia, un rapporto che si sviluppa in due direzioni. Da un lato il cinema permette di capire meglio l’Italia: nelle immagini è possibile leggervi i segni profondi e gli orizzonti di senso, gli immaginari mutevoli e le...

"La casa di Jack" di Lars Von Trier / La trasgressione e la Legge

È difficile guardare La casa di Jack, l’ultimo film di Lars von Trier, presentato l’anno scorso al Festival di Cannes e uscito in questi giorni nelle sale italiane, senza metterlo in relazione con il film precedente del regista danese, ovvero Nymphomaniac, la storia di Joe (interpretata da Charlotte Gainsbourg e Stacy Martin) e del racconto delle sue esperienze sessuali. Un po’ perché anche qui il film ha la struttura di un racconto narrato a un anziano interlocutore che per l’intera pellicola fa da contrappunto alla serie di memorie in flash-back del protagonista. E un po’ perché questa volta Lars von Trier si è messo a riflettere in una forma speculare non tanto sul desiderio femminile e sulle sue aporie, ma su quello maschile e sulle sue ossessioni. E si sa che parlare del maschile è tutt’altro che facile, dato che di solito o si preferisce tacerne oppure si tende a nasconderlo dietro all’apparenza del neutro.     Nymphomaniac era non tanto un Bildungsroman sessuale (magari in forma perversa-pornografica) quanto il racconto di un desiderio femminile che emergeva attraverso due atteggiamenti diversi e incompatibili nei confronti della sessualità: quello di Seligman...

Marielle Heller, “Copia originale” / Quando un falso diventa vero

Potrai mai perdonarmi? sarebbe stato il suo titolo – Can You Ever Forgive Me? – tradotto quasi alla lettera, e sarebbe stato meglio di Copia originale, scelto dai distributori italiani per questo interessante film di Marielle Heller. Perché è la citazione di una lettera (vera o falsa?) di Dorothy Parker, co-protagonista assente di questa storia, vera, ci dicono i titoli di testa, ma basata molto letterariamente sull'eterna dialettica vero-falso.     La regista, non ancora quarantenne, ha scelto un soggetto in linea con alcune sue precedenti prove non troppo riuscite ma stavolta, grazie a una meditata e raffinata sceneggiatura, mettendo meglio a fuoco i personaggi e scegliendo la via dell'essenziale ha realizzato un film originale e coraggioso. La storia inizia nel 1991, in una New York che non sembra avere più nulla dell'epoca che l'ha suscitata e preceduta, vale a dire la città di Truman Capote, Andy Warhol e compagnia bella. Per citare film e libri leggendari di quell'epoca ci vorrebbero pagine. La New York in cui vive, o sopravvive, la protagonista del film, l'autrice di biografie Lee Israel perfettamente interpretata da Melissa McCarthy, è una città vuota, una...

Due film e la questione razziale / American Black & White

«Quando ti trovi in un’altra cultura, sei costretto a riesaminare la tua» (James Baldwin).   The Negro Motorist Green Book, o più semplicemente Green Book, era una pratica guida per automobilisti neri pubblicata fra il 1936 e il 1966. “Green” dal nome dell’editore che l’aveva inventata, Victor Hugo Green, per far fronte alle limitazioni imposte dalle discriminazioni razziali. Una sorta di guida di sopravvivenza nell’America dei bianchi. Oltre alle informazioni essenziali su alloggi, stazioni di servizio e garage, riportava anche dettagli sulle strutture per il tempo libero aperte agli afroamericani: saloni di bellezza, ristoranti e discoteche.  È questo il libretto che Tony “Lip” Vallelonga, italoamericano con una carriera di buttafuori nei night club della Grande Mela, si vede consegnare nel primo giorno del suo nuovo lavoro, quello di autista per Don Shirley, pianista nero di gran successo in partenza per una tournée nel Sud degli Stati Uniti. Una storia vera. Più o meno. Per sicurezza sarebbe meglio dire verosimile. Green book è stato scritto e prodotto da Nick Vallelonga, il figlio di “Tony Lip”, che ha garantito sull’assoluta adesione al reale di quanto narrato....

“Il corriere-The Mule” / Clint, il colpevole

La battuta migliore del nuovo film di Eastwood, Il corriere - The mule, è nel finale, ed è secca e convinta: "Colpevole". Così si dichiara davanti al tribunale che lo sta giudicando. Interrompe anche l'arringa del suo difensore per farla corta, e forse avrebbe dovuto usare la stessa forbice anche nel corso del film, che alla fine risulta contradditorio e un po' squilibrato nella scrittura.  Il giorno in cui cartelli di messicani malavitosi, mafie e ‘ndranghete, e anche agenti speciali, spariranno dalle sceneggiature si scoprirà che il cinema sentiva il bisogno di liberarsi di queste stupide catene narrative. Ma se gli spacciatori internazionali, con tutto il contorno, risultano stereotipati e banali, lo stesso non si può dire di Eastwood, che portando con grande dignità la sua età ormai avanzata ci regala una grande prova di recitazione, meritevole di premi e applausi.   Misurato nei gesti, amaramente ironico, vestito e truccato magnificamente, autodiretto con maestria, si può senz'altro applaudire in questa sua ennesima prova. Il film è basato su una storia vera, e credo che anche questo sia un limite: le storie vere sono le più inverosimili e difficili da raccontare....

Daniele Gaglianone, “Dove bisogna stare” / Quattro ipotesi per un’umanità possibile

Forse non esiste un concetto più banale e abusato, soprattutto se utilizzato come categoria critica, ma appare quasi un imperativo definire Dove bisogna stare di Daniele Gaglianone, scritto con Stefano Collizzolli, soprattutto in un momento sociale e politico come questo, "un film necessario". Poi, se ci si sofferma un attimo, se si apre una pagina di un qualunque sito d'informazione per vedere cosa sia successo nel frattempo, e dopo aver constatato che migranti, sbarchi negati ed emergenze dichiarate e presunte sono diventati l'oggetto di fiere prese di posizione che al celodurismo di un tempo hanno sostituito la perentorietà stolida di un tweet, la stessa necessità di cui prima appare di colpo un'urgenza. Morale, più ancora che umanitaria. Il problema è che un solido documentario come Dove bisogna stare, pur se attuale, rischia in questo marasma liquido che è ormai la politica italiana, di diventare istantaneamente un frammento del passato. Consapevole di questo, il film inizia con una didascalia aggiunta in postproduzione che annuncia il notevole peggioramento della situazione italiana rispetto al periodo tra l'inverno del 2017 e la primavera del 2018, in cui le riprese sono...

Yorgos Lanthimos, “La Favorita” / C’era una volta in Gran Bretagna

Inghilterra, 1707. Fuori si combatte la Guerra di Successione Spagnola (1701-1715), uno dei più importanti conflitti europei del diciottesimo secolo, ma il primo movimento di macchina di La Favorita è introiettivo, perché ci infila subito in una camera: uno spazio interno separato e destinato a funzionare come habitat fisico e simbolico dell’intero film. È lì che vivremo per gran parte della visione, dentro una luce naturale, sia di giorno che di notte, che favorisce l’impressione di un mondo mostrato nel suo realismo, ma usando contemporaneamente carrelli inattesi, angolazioni dal basso e lenti grandangolari che ci faranno stare dentro la scena in una maniera vertiginosa e paradossale, come se fluttuassimo e guardassimo attraverso il corpo di un pesce volante. Ci troviamo negli appartamenti reali della Regina: è Anna Stuart (Olivia Colman), prima sovrana del Regno di Gran Bretagna, in carica dal 1702 fino alla morte, nel 1714, e la conseguente estinzione della discendenza al trono degli Stuart per mancanza di eredi. Tra gravidanze interrotte, bambini nati morti o non sopravvissuti a lungo, Anna, come lei stessa svelerà in un momento cruciale del film, visse almeno diciassette...