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Una conversazione con Mark Cousins / L’accademia di Venere

Impresa da rabdomante illuminato, che va scovando vene sotterranee, ma anche biforcazioni, viottoli e carreggiate lungo i quali s’accampa per un poco la storia del cinema: Women Make Film, il nuovo documentario di Mark Cousins, è anche questo. 14 ore, divise in cinque blocchi e quaranta capitoli: un “road movie”, o meglio un film di film che raccoglie e monta, in maniera non cronologica, più di un secolo di sguardi di donne.    Mi trovo al Dublin Film Festival insieme ad altre due studentesse del Trinity College. La pandemia – che dopo appena qualche settimana mi costringerà ad abbandonare l’Irlanda – è ancora uno spettro senza contorni definiti. Di fronte a noi, Cousins sta introducendo la sua opera: percorre la sala da una parte all’altra, con umore palpitante, e ci mostra gli appunti di lavorazione. Sono decine e decine di foglie pinzati insieme che ricordano un’epopea ordita al contrario, il sogno orizzontale di un cinema come «magia degli accostamenti», secondo una formula presa in prestito dall’Hofmannsthal di Andrea o I ricongiunti.       Cousins ci racconta poi delle difficoltà di produzione. Di quando una notte scrisse a Jane Fonda una lettera...

Nuovo cinema paralitico / Incontro a fragili bellezze

In questi giorni straniti in cui tutti siamo diventato dei rifugiati in casa propria capita di riflettere o semplicemente di avvertire la propria fragilità; nuda e cruda assale come qualcosa che abbiamo tenuto nascosto, rimosso, che abbiamo – più o meno inconsapevolmente – voluto dimenticare. L’altro giorno davanti a una farmacia; persone in attesa, guardinghe, qualcuno con la mascherina o anche solo una sciarpa sul viso. Attraverso le vetrine della farmacia, immagini di donne scintillanti, immobili nelle pubblicità di una crema, un siero, un elisir se non di lunga vita, almeno di certa, procrastinata giovinezza.  L’attesa nervosa e le vetrine: non accade nulla ma sono con evidenza due immagini, solo apparentemente distanti tra loro, della stessa fragilità, delle stesse paure.   Nuovo cinema paralitico, visibile sul Corriere online, è un progetto di Davide Ferrario e Franco Arminio. Una serie di brevi episodi girati in luoghi periferici, nascosti, minimali. Un progetto, dice Davide Ferrario, che “...prende la forma di una sorta di viaggio in Italia, fatto di brevi episodi di al massimo due minuti ciascuno. Troupe minima, si gira su un percorso di massima, lontano dai...

Tra Ottocento e Novecento / Piergiorgio Bellocchio: Un seme di umanità

Mi è capitato negli ultimi anni di incontrare Piergiorgio Bellocchio a Piacenza o d’estate in Versilia e ogni volta gli chiedevo a che punto fosse con il libro che raccoglieva le sue riflessioni, introduzioni e critiche su autori tra Ottocento e Novecento. Le risposte di Bellocchio nei primi tempi erano evasive, poi via via più convinte. Ho seguito l’iter della pubblicazione attraverso le notizie che mi davano gli amici Gianni D’Amo, a cui il libro è dedicato, e Luca Baranelli, che lo hanno fiancheggiato nelle diverse fasi. Ora finalmente possiamo leggere Un seme d’umanità. Note di letteratura (Quodlibet) ed è un avvenimento da festeggiare perché Bellocchio, pur essendo stato animatore di riviste come ‘Quaderni piacentini’ e ‘Diario’, con l’amico Alfonso Berardinelli, ha preferito restare appartato, come se uno sguardo di sbieco fosse il più efficace per comprendere il proprio tempo. Un lettore di provincia? Mi veniva in mente la formula applicata a Renato Serra, un critico dei primi del Novecento, il primo a fare kulturkritik nel nostro Paese. Solo una suggestione, anche se Bellocchio non si è mai spostato da Piacenza, dove vive in un anonimo condominio anni Sessanta. È qui che...

L’ultimo Muccino / Gli anni più belli. (Non) c’eravamo tanto amati

Che cosa vuole essere Gli anni più belli, il nuovo film di Gabriele Muccino? Per stile e tematica, tante cose assieme ma soprattutto un racconto del tempo che passa, attraverso le storie di tre amici lungo il corso di quarant’anni. Dopo un legame forte, che si consolida per merito di un grave incidente di uno dei tre durante uno scontro nelle contestazioni studentesche, e di un tempo adolescenziale passato insieme, fino diciamo alla maturità, le strade si dividono nel momento in cui scelgono facoltà universitarie differenti. Uno Legge, l'altro Lettere, l'altro ancora intraprende un percorso artistico-intellettuale: una grossolana tripartizione delle classi sociali. Il presunto povero che scala i gradini dell'arrivismo in virtù delle sue stesse condizioni di partenza; quello che vive con la madre malata, che fa scelte prudenti e opta per un impiego parte time nel pubblico; e infine il presunto ricco (o con famiglia comunista alle spalle) che può permettersi di seguire le sue passioni. Cosa li porteranno ad essere? Avvocato, professore di latino e greco al liceo, artista/intellettuale. Dispersi ognuno nelle rispettive diversissime vite, e ognuno a suo modo tormentato da relazioni...

Infanzia in guerra / For Sama. Messaggi nella bottiglia

Qualche giorno fa è diventato rapidamente virale sul web un breve video di una bimba che ride in braccio al suo papà. Lui si chiama Abdullah Al-Mohammad, e la bambina, che ha tre anni, Salwa. Abitano a Sarmada, in Siria, al confine con la Turchia, dove la resistenza a Bashar al-Assad è ancora forte, motivo per cui la città subisce continui bombardamenti. Abdullah ha inventato per sua figlia un gioco che ha chiamato “ridere sotto le bombe”, convincendo Salwa che le esplosioni sono in verità fuochi d’artificio. Perciò ogni volta che una bomba cade e si sente il boato, la risata di Salwa ci investe con una forza contagiosa che trasforma un universo assurdo in una realtà possibile.    È quello che farebbe un qualsiasi genitore per proteggere i figli: dalla paura, dall’invasione di immagini, suoni e sguardi che possono condizionarne per sempre l’esistenza. Ogni padre e madre lo ha fatto durante le guerre del passato e continua a farlo in quelle del presente, pur sapendo che le bombe, la morte, la fame e il terrore – che sono il basso continuo della loro esistenza quotidiana – accelerano in modo rapidissimo la fine dell’infanzia. Il gioco non salva dalla guerra, ma è pur...

I formalisti e il cinema / Dalla Russia con rigore

Pëtr Bogatyrëv, Osip Brik, Boris Eichenbaum, Roman Jakobson, Vladimir Propp, Viktor Sklovskij, Boris Tomaševskij, Yurij Tynjanov. E ancora: Michail Bachtin, Jurij Lotman, Jan Mukařovský, Boris Uspenskij, Viktor Vinogradov. Chi erano costoro? Nomi per lo più dimenticati, non tutti per fortuna allo stesso modo, di provenienza russa come si sarà capito, che circolavano parecchio nel nostro Paese (e in generale in Occidente) fra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento. Si trattava di  studiosi di poesia e romanzo, linguistica e folklore, teatro e cinema, ma anche poeti e romanzieri, sceneggiatori e registi, che erano portatori di un forte rinnovamento teorico e metodologico nel campo degli studi umanistici, etichettati alcuni come formalisti russi, altri come strutturalisti sovietici, altri ancora come semiotici slavi. L’innesto di questa tradizione di studi in una cultura come quella italiana, ancora fortemente intrisa di idealismo crociano e storicismo più o meno dialettico, era certamente salutare. Se pure vigilato con maniacale attenzione e non poche censure dai sovietici locali, sempre pronti a esercitare il loro filtro ideologico su tutto ciò che sapeva di rigore teorico...

Eastwood politico / Richard Jewell: l’incubo americano di un innocente

Clint Eastwood prosegue indefesso la sua attività e con Richard Jewell dà voce a un’altra storia di gente comune travolta dai meccanismi dell’ingiustizia. L’epopea americana di Eastwood si muove tra le ombre del lato oscuro del giustizialismo, storie sbagliate dove il lieto fine non è mai totale, appagante.   Dopo l’operazione malriuscita (maldestra?) di Ore 15:17 - Attacco al treno e Il corriere - The Mule, discreto ma non eccelso, Clint riprende quota con un film che convince appieno… O quasi. Sicuramente finirà nella sezione dei suoi “minori” (complice anche il flop al botteghino americano) e non troverà posto di fianco ai soliti Mystic River, Million Dollar Baby, Gli Spietati e Un Mondo Perfetto; ma Richard Jewell incarna alla perfezione i punti salienti della poetica del cineasta di San Francisco in una confezione solidamente classica, a tratti impeccabile, anche se problematica.    Il “vero” Richard Jewell. Atlanta, 27 luglio 1996: una bomba esplode al Centennial Olympic Park, in città si stanno svolgendo le Olimpiadi; 2 morti e più di 100 feriti. Il colpevole, un estremista cristiano antiabortista – Eric Rudolph, resta libero fino al 2003. Dopo la bomba al...

Come raccontare la Shoah? / Jojo Rabbit: il nazismo spiegato ai bambini

Da qualche tempo le mamme dei compagni della classe di Nino (quarta elementare) sono agitate. La maestra, in vista del Giorno della Memoria, ha deciso di far leggere loro Anna Frank: saranno troppo piccoli – non fanno che cincischiare nella chat di whatsapp – per assumere su di sé nella loro età spensierata le atrocità subite dalla piccola Anna, ipostasi della grande Shoah patita dal popolo ebraico? La questione sollevata dalle mamme è, in verità, al centro di un dibattito internazionale (qui un articolo appena pubblicato dal “Washington post”), che coinvolge educatori e attivisti, comitati, docenti e famiglie: come rendere a bambini piccoli l’enormità dell’Olocausto?  L’istituzione, ad opera delle Nazioni Unite, nel 2005, del giorno della memoria, il 27 gennaio, ha posto in tutto il mondo il problema della divulgazione del racconto dello sterminio di ebrei, omosessuali, rom e oppositori politici perpetrata dal nazismo, facendo nascere la domanda di nuove opere da aggiungere alla gamma di testi già disponibili e ponendo la cruciale questione narratologica del come articolare un tale racconto: con testimonianze? documentari? fiction? letteratura? usando un tono solenne? o...

L’ultimo film di Ken Loach / Sorry We Missed You: dalla parte degli sfruttati

Cosa si prova uscendo dalla sala in cui abbiamo visto l’ultimo film di Ken Loach? Come uscendo da un incubo in cui siamo stati picchiati ingiustamente, perseguitati, spinti ai gesti più disperati per cercare di sopravvivere, tutti inutili, tutti patetici. Il piccolo pubblico, che ha assistito con grande partecipazione emotiva, si divide in gruppi sempre più piccoli che si allontano nel freddo intenso della notte. Pochi i commenti. Nessuno dice che bel film o che brutto film. Un giovane serio dice a un altro: “Ha fatto bene Antonio a non venire. Me l’ha detto: se sei messo male, meglio che non lo vedi”.    A me invece è tornato in mente un libro scritto da un ragazzo tra il 1842 e il 1844, durante la sua lunga permanenza a Manchester, cuore della rivoluzione industriale. Il ragazzo (poco più che ventenne) si chiamava Friedrich Engels e il suo libro, il primo di una lunga serie, La situazione della classe operaia in Inghilterra. Non interessano qui le interpretazioni politiche e tantomeno le previsioni (per lo più sbagliate) contenute nel libro, che ricordo appena, ma contano le descrizioni. Gli operai vivono molto peggio dei loro genitori, muoiono di varie malattie...

INDICATIVO PRESENTE 2 / 4. Alcune piccole donne crescono

Accogliere le ragazze e i ragazzi di origini non italiane in una classe di una scuola in un quartiere ad alta demografia di immigrati non è più il lavoro più difficile. Lo è ancora, facendo una statistica di questi miei anni di scuola, nelle classi terze; non lo è nelle classi prime. Probabilmente la ricaduta finale del Grande Bla Bla sull’immigrazione (che sappiamo enormemente più allarmato dei reali dati di afflusso) ha delle varianti locali; rilevo che in questo momento essere nati due anni dopo rende la coscienza “italiana” nelle classi molto più diffusa. Gli undicenni sono decisamente oltre i loro genitori: sia i figli di origini non italiane, sia i figli di italiani di modesta estrazione sociale che qui vivono si sentono tutti italiani. Quando spiego che invece esiste purtroppo una legge piuttosto iniqua in merito alla cittadinanza dei minorenni (ius sanguinis invece di ius soli) 3-4 quattro per classe scoprono con dolore di non essere proprio uguali agli altri, e i loro compagni sono indignati per questa ingiustizia per loro insensata. Nelle classi terze, invece, non ho ancora capito bene se per il coagularsi adolescenziale di una propria identità, i gruppi etnici si...

L’ombra di Craxi / Gianni Amelio, Hammamet

Cinema e storia, colpa e memoria, catarsi e umanità: sarà almeno servito, Hammamet, a placare l'ira di Bettino? Perché un film resta pur sempre un film, ma il rancore dei morti, scrive Elias Canetti in Massa e potere, è ciò che i vivi temono di più; e “quanto più uno è stato potente fra i vivi, tanto maggiore sarà il suo rancore nell'aldilà”. Con tale premessa, facendo la fila davanti al botteghino, veniva anche in testa – oh, i fulmini dei vecchi maestri dimenticati! – il titolo di un romanzo-pamphlet che Leo Longanesi pubblicò nel 1952, sette anni dopo l'uccisione di Mussolini: Un morto fra noi. Rispetto a Craxi, per certi versi la questione non si pone in modo poi così diverso: il testone di Bettino è ancora lì, fermo nella sua rabbiosa disgrazia, metro di misura e pietra d'inciampo della recente storia politica italiana. “Il rancore del morto – è sempre Canetti – fa di lui un nemico. Con cento astuzie e cento insidie egli può insinuarsi tra i vivi”.   Leo Longanesi, “Un morto fra noi” (1952). Un morto fra noi È più o meno quanto è accaduto in questi vent'anni. La fondata speranza, mentre scorrevano i titoli di coda e poi anche di più uscendo dal cinema, è che non sia...

Collodi visto da Garrone / Pinocchio, l’Italia

“Che Paese meraviglioso era l’Italia”, suona l’attacco della recensione che Pasolini dedica a Un po’ di febbre di Sandro Penna e poi raccoglie nei suoi Scritti corsari. È l’Italia in cui “I paesi avevano ancora la loro forma intatta, o sui pianori verdi, o sui cucuzzoli delle antiche colline, o di qua e di là dei piccoli fiumi”. Così appare sin dalle prime scene l’Italia nel film che Garrone ha dedicato al più famoso libro della nostra letteratura, fatta salva la Divina Commedia: Pinocchio di Carlo Collodi, di sicuro il libro più letto dai bambini sino a qualche anno fa. Un’Italia ottocentesca col suo baricentro in un piccolo paese della Toscana, un luogo e un tempo che precedono l’Italia orribilmente sporca descritta dal poeta friulano nell’ultimo decennio della sua vita e che Matteo Garrone ha ritratto successivamente in modo efficace nei propri film: Gomorra, Reality, Dogman. In questo idilliaco luogo, abitato soprattutto da uomini anziani male in arnese, con vestiti lisi e rattoppati, i capelli scompigliati e arruffati, si muove il burattino che Geppetto realizza col pezzo di legno datogli da Mastro Ciliegia.    Matteo Garrone. Un Eden composto di distese di grano...

Dal trailer al film / Cara, vecchia New York

È uscito l'ultimo film di Woody Allen. Leggenda vuole che ormai il nostro ne sforni uno bello e uno no. Va da sé che sia importante mantenere attentamente il conto di quale sia l'ultimo e di quale sia stato il precedente. Ma la prolificità è elevata, e il compito è arduo. Basta distrarsi un attimo e l'alternanza non torna più: il precedente La ruota delle meraviglie è stato un buon film, più drammatico che divertente, che ha alimentato la nostalgia del Woody Allen âge d'or.    Timothée Chalamet, Elle Fanning e Woody Allen sul set del film. Ebbene, Un giorno di pioggia a New York. Film bloccato all'uscita per un po' a causa di polemiche collegate al #metoo. Qualcuno ne approfitta per rifare i calcoli, e per capire se il ritardo involontario, rallentando il ritmo, possa aver influito in un modo o nell'altro positivamente sulla qualità. Ciò nonostante, se il principio dell'intermittenza vale, a occhio questo dovrebbe essere il turno del meno riuscito. E il trailer sembra darne triste conferma, troppo lungo, e troppo chiaro: non preannuncia niente di buono. L'unica nota positiva, colta per lo più dagli appassionati di dettagli biografici, è – se escludiamo Basta che...

Un cinema per un popolo che manca / The Irishman e l’Altro che non c’è più

“This is my union”, “questo è il mio sindacato”, dice Jimmy Hoffa, il famigerato leader dei Teamsters, quando nella parte finale di The Irishman, appena uscito di galera, tenta nuovamente la scalata di un sindacato che negli anni Settanta sotto la leadership del suo ex-braccio destro Frank “Fitz” Fitzsimmons stava ormai prendendo un’altra strada. L’ambiguità del legame che aveva unito in uno stesso destino quella che allora era la più grande associazione di lavoratori americana e la criminalità organizzata – e che aveva caratterizzato gran parte della storia americana degli anni Sessanta e Settanta – era diventata ormai insostenibile, e l’ultimo tentativo di Hoffa (se mai davvero ci fu) di ripulire il sindacato dal problema delle infiltrazioni della mafia italo-americana non poteva che fallire.    Fa un certo effetto sentire queste parole oggi, nel 2019, quando a distanza di quasi mezzo secolo quel sindacato ha ancora un presidente – ormai in carica da più di vent’anni – che di nome fa ancora Hoffa. Si tratta del figlio di Jimmy Hoffa – James P. Hoffa – che solo poco tempo fa è uscito su tutti i giornali con una dichiarazione con la quale criticava la proposta di Bernie...

Mondi intermediali / Identità e variazione nell’universo di Lynch

È in uscita presso l’editore FrancoAngeli il volume David Lynch: mondi intermediali, curato da Nicola Dusi e Cinzia Bianchi. Nel volume,  saggi di vari autori analizzano l’universo intermediale di Lynch, che spazia dai film alle serie televisive come Twin Peaks, dai videoclip agli spot pubblicitari. Pubblichiamo un’anticipazione dall’introduzione dei curatori.   1. Identità visiva in progress    Regista visionario, surrealista, onirico; narratore di storie spesso inquietanti e bizzarre, ambientate in luoghi sperduti dell’America o in angoli inusuali delle grandi città; creativo poliedrico, amante di tutto ciò che porta lo sguardo e la mente in un’altra dimensione cognitiva e percettiva; sperimentatore di nuove tecniche artistiche, molto personali e singolari. Queste sono alcune delle definizioni più comuni per descrivere il talento originale di David Keith Lynch (Montana, 1946). Tutti conoscono almeno uno dei suoi film a partire da Eraserhead (1977), The Elephant Men (1980) e Dune (1984), passando per Velluto blu (1986), Cuore selvaggio (1990), e Strade perdute (1997), per arrivare a Una storia vera (1999), Mullholland Drive (2001), Inland Empire (2006). Per...

Dalla serie TV al film / Perché continueremo a sognare Downton Abbey

Aprile 1912. Siamo nello Yorkshire, nella tenuta edoardiana dove dimora, ai piani nobili, l’aristocratica famiglia Crawley: il Conte di Grantham (Hugh Bonneville), sua moglie (l’americana Lady Cora: Elizabeth McGroven), le tre figlie e un labrador; ai piani di sotto abitano i servitori. L’azione comincia con l’arrivo della notizia dell’inabissamento del transatlantico Titanic, il 15 aprile. La tragedia ha provocato la morte del cugino del Conte, James Crawley, e di suo figlio Patrick, erede legittimo di Downton Abbey e della dote della Contessa Cora. Il disastro del naufragio provoca una catastrofe “di classe” altrettanto epocale, perché il nuovo erede a questo punto sarà il giovane Matthew, cugino di terzo grado della famiglia e avvocato a Manchester. I Crawley e in particolare la Contessa Madre, Lady Violet (Maggie Smith), sono atterriti dall’ipotesi che il patrimonio a cui appartengono passi ad una persona middle class, vale a dire che lavora e che non intende conformarsi ai rituali della nobiltà. A quanto pare, infatti, non sarà più vero che chi è più nobile è anche chi è più ricco e più elegante. In perfetta coerenza con una mentalità aristocratica, la minaccia vissuta e...

Buzzati secondo Mattotti / Un dolce gotico: “La famosa invasione degli orsi in Sicilia”

Un intrico di linee nere, così fitte che lasciano appena intravedere qualcosa là dietro, che si muove: animali, uomini oppure mostri? Siamo nel bosco, quello delle fiabe, degli incantesimi, degli incontri strani e paurosi, delle scoperte e delle improvvise agnizioni. Sarà il bosco di Pinocchio, quello che Lorenzo Mattotti ha evocato in una serie di indimenticabili tavole e disegni? Probabilmente sì. Ma è anche il bosco di tante altre sue storie, dove i personaggi invece di perdersi si ritrovano, quasi che il bosco sia la loro stessa condizione interiore, mentale, prima ancora che fisica. Comincia così la versione cinematografica di La famosa invasione degli orsi in Sicilia, dal libro di Dino Buzzati, scritto e illustrato dallo scrittore bellunese nel 1945, che questo straordinario disegnatore ha voluto portare sul grande schermo dandone una interpretazione unica, eppure perfettamente in linea con l’ispirazione buzzatiana.      Come ha scritto una volta Italo Calvino, la letteratura italiana non ha avuto il romanzo picaresco e il romanticismo fantastico e “nero”; per il primo genere lo scrittore faceva il nome di Benvenuto Cellini e di alcune novelle di Boccaccio;...

François Ozon, “Grazie a Dio” / La scrittura e la voce

L’ultimo film di François Ozon, Grazie a Dio – premiato alla 69ma Berlinale con l’Orso d’argento – mostra in maniera chiara la propria identità filmica fin dall’inizio, letteralmente dalle prime battute. È fortissimo infatti il peso da subito attribuito alla parola: quella taciuta, quella omessa, quella (vuota) di consolazione, e quella scritta, di denuncia, incancellabile. È un cinema che si fa testimone della qualità stessa della parola.    Da sinistra, François Ozon e il protagonista Melvil Poupaud. Con la consueta intelligenza non disgiunta dal mestiere, Ozon allestisce un dramma avvincente e sincero, ma mai ricattatorio, sul cosiddetto Affaire Preynat, lo scandalo sessuale che ha portato al processo dell’arcivescovo di Lione Philippe Barbarin; una storia vera, tutt’ora in attesa di una conclusione. In occasione della presentazione milanese del film, il regista ha spiegato infatti come i cartelli prima dei titoli di coda (quelli in cui in genere si comunica al pubblico cosa succede “poi”, una volta finita la vicenda) sono costantemente in fase di aggiornamento, cambiando di proiezione in proiezione, perché dopo la presentazione berlinese dello scorso febbraio...

Alla frivolezza di Scienze della Comunicazione / Made in Italy

La fotografia è notevole. Non il solito “smarmellamento” (ovvero l’anonima illuminazione a giorno) tipico delle sciatte serie italiane. D’altra parte, andando avanti, si nota un’aria di famiglia con alcuni prodotti di fiction molto amati. C’è Il diavolo veste Prada, un po’ di Good Girls Revolt, un tocco di Flashdance. Sulle prime, quindi, un’impressione di già visto, che, però, bisogna ammetterlo, piuttosto che scoraggiare, incuriosisce: cosa mai possono avere a che fare questi riferimenti con il contesto italiano? A confondere ancora di più le acque, c’è poi che la serie sbarca sul piccolo schermo, come anteprima, da un canale prestigioso, Amazon prime. Se non è una dichiarazione d’intenti, poco ci manca. È, infatti, vero che da un po’ di tempo si discute di come la televisione italiana stia progettando di intercettare il trend delle grandi serie tv americane. Made in Italy sembra essere un tentativo (non del tutto riuscito, sottolineiamolo con buona pace dei soliti criticoni) di risposta a questa evenienza. Dall’aria di famiglia pocanzi ricordata ci si libera, comunque, molto velocemente. Se è, infatti, vero che le vicende della serie girano intorno a una piccola rivista di moda...

Perché ne stiamo parlando? / Cinque idee su “Joker”

Uno dei trailer del Joker interpretato da Joaquin Phoenix e diretto da Todd Phillips presenta il film come un classico già consacrato: un instant classic. Molti dei trailer riempiono lo schermo con le cinque stelle e giudizi sfolgoranti assegnati dalle tante, entusiastiche recensioni ottenute. In realtà, la ricezione complessiva del film è stata più contraddittoria. Alle entusiastiche anticipazioni e recensioni degli invitati al Festival di Venezia, dove Joker ha vinto un Leone d’Oro, sono seguiti giudizi più critici e non poche stroncature, raccolte intorno a una duplice tesi di fondo: che il film fosse un vacuo esercizio di marketing e, implicitamente, che i primi giudizi entusiastici fossero l’esito di un abbaglio.  Joker è diventato un “caso” ancora prima ancora che spettatori e critici l’avessero visto. Sin dai primi trailer, il film è riuscito a dividerli in due fazioni significativamente polarizzate. La prima rimarcava le promesse artisticamente esaltanti dell’opera e la sua riflessione sui nessi tra alienazione, disagio sociale e rivoluzione. La seconda poneva enfasi sui possibili rischi di un’estetizzazione della violenza e di un messaggio dal potenziale...

Un altro film di fantascienza? / “Ad Astra”. Il cuore di tenebra del cosmo

Un altro film di fantascienza, un altro viaggio nello spazio, ancora una volta il cosmo usato come metafora di disfunzionalità affettive, proprio come in Gravity, Interstellar o First Man? Risposta affermativa, Ad Astra si inserisce - benissimo - in questo percorso sempre più affollato, posizionandosi per certi versi più vicino al film di Damien Chazelle che agli altri due. Lo spazio è infatti luogo di conquista, di esplorazione, ma soprattutto è un universo mentale in cui, solo e chiuso in un silenzio assoluto, il soggetto si trova davanti al proprio vuoto.   James Gray (a sinistra) con Brad Pitt sul set. Da Little Odessa (1994) a The Lost City of Z (2016), Gray è stato protagonista di un percorso autoriale fatto di piccoli gioielli, accomunati da una profonda complessità tematica ed estetica, film lenti e personali, che spesso non hanno raccolto la visibilità che avrebbero meritato. Lentezza e profondità caratterizzano anche questo anomalo sci-fi movie, molto atteso e più volte rimandato, in cui Brad Pitt veste i panni di Roy McBride, astronauta esperto e di altissimo profilo, famoso per il suo autocontrollo: sotto stress, il suo ritmo cardiaco non supera mai gli 80...

Dal trailer al film / Tarantino e la strategia dell’anti-spoiler

Attenzione: questo articolo contiene spoiler (ma non è importante).    C'era una volta a... Hollywood è preceduto dalla sua stessa fama: il nono film di Quentin Tarantino, su Hollywood. Basterebbero già questi due elementi per sapere che ci troviamo di fronte a una situazione autoreferenziale, prima ancora che metacinematografica: Tarantino fa un film su sé stesso. Ciò crea la dovuta attesa – o, come si direbbe oggi, un hype.     Poi però l'affare si complica. Durante la conferenza stampa del film al festival di Cannes, lo stesso regista prega i giornalisti di non svelare il finale del film. La richiesta, oltre ad amplificare genericamente l'attesa della sua uscita (e forse spingere qualcuno, in virtù dello stesso divieto, a cercar di capire cosa c'è sotto), concentra sul suo misterioso contenuto ogni genere di riflettore. Come se non bastasse, dalla dichiarazione di Tarantino prende avvio una serie di rimbalzi web a partire dall'incidente diplomatico causato da Wikipedia che, a detta di alcuni critici su Twitter, se da un lato rispetta le volontà del regista, dall'altro viola uno dei principi del suo stesso statuto (affermare il falso): nella sinossi non viene...

76ma Mostra del Cinema di Venezia / L’Affaire Dreyfus di Roman Polanski

Come si dice, tutto è bene quel che finisce bene. J’Accuse, il film sull’Affaire Dreyfus di Roman Polanski, ha vinto il Gran premio della giuria, dopo una presentazione segnata da polemiche furiose: la presidentessa della giuria di quest’anno, Lucrecia Martel, non ha presenziato alla proiezione in sala, rifiutando, almeno inizialmente, di separare l’opinione sul film da quella sulla vicenda giudiziaria ancora aperta del regista (che non ha mai scontato la condanna inflittagli per l’abuso di una tredicenne commesso nel 1977); non sono d’altronde mancati sbilanciamenti di segno opposto; l’accostamento avanzato da Pascal Bruckner tra le persecuzioni antisemite subite dal regista nell’infanzia e il “maccartismo neofemminista” di cui sarebbe adesso vittima, avrebbe fatto impressione anche a McCarthy; e se può essere umanamente comprensibile che il Polanski reo confesso si sia identificato con l’innocentissimo capitano ebreo Alfred Dreyfus, nel 1894 condannato a torto per spionaggio (ogni accusato detesta la macchina giudiziaria, al di là delle sue ragioni d’essere), si capisce un poco meno che tanti giornali abbiano avallato l’identificazione. Sensatamente invece altri interventi hanno...

Maselli alla Milanesiana / Citto, ma come hai fatto?

Con quell’eleganza della quale solo la gentilezza è custode, Citto Maselli ringrazia chiunque incroci il suo percorso. Con due occhi attenti che sembrano stare perennemente dietro all’amata cinepresa, intenti a fendere il mondo, cercando di trovarne una chiave di lettura. Sulla soglia degli 89 anni, nei giorni scorsi il regista romano è stato ospite del festival La Milanesiana, ideato e diretto da Elisabetta Sgarbi; un’occasione per tornare ad attraversare il suo cinema attraverso pellicole come Gli sbandati (1955), Gli indifferenti (1964), Il sospetto (1975) e l’ultimo lavoro Le ombre rosse (2009), intrise di impegno e ideologia, di desiderio e rivoluzione, con una coerenza che oggi lo rende uno dei grandi maestri della tradizione cinematografica italiana.    Milano l’ha omaggiata con un meritato premio alla carriera. Come si sente quando la chiamano Maestro? È una parola che mi fa sempre un po’ ridere, mi lascia attonito. Recentemente Valeria Golino ha dichiarato che ogni volta che ha un dubbio dietro alla macchina da presa si chiede “Citto come l’avrebbe fatta?”. Mi ha colpito perché era la domanda che mi facevo pensando a Visconti, quando avevo dubbi sulla scena mi...