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horror

(13 risultati)

The Dead don’t Die / Gli zombi votano Lega

Il film del 2013 di Jim Jarmusch sui vampiri – Only Lovers Left Alive – fu bene accolto dalla critica. Il film recente dello stesso Jarmusch sugli zombi – The Dead don’t Die – è stato invece maltrattato da critici e commentatori. Mi chiedo se questa differenza di valutazione di due film che fanno il verso a due generi cinematografici classici non sia conseguenza in parte delle figure prescelte: i vampiri sono “nobili”, gli zombi invece sono “plebei”, quindi volgari. Per cui chi fa un film di zombi, perde automaticamente la propria aura. Sin da quando venne creato col romanzo The Vampyre di John William Polidori, pubblicato a Londra nel 1819 (Il vampiro, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 2009), il vampiro appartiene al mondo aristocratico. Era Lord Ruthven, frequentatore della vita mondana londinese, attratto specialmente dal sangue delle belle donne. Polidori era amico e medico personale di Lord Byron, che aveva spinto lui e altri a scrivere un “romanzo gotico”, ma per lunghi anni il pubblico inglese era convinto che Polidori fosse uno pseudonimo di Byron stesso, il più famoso letterato snob dell’epoca. Oggi la storia letteraria insinua malignamente che la figura del Lord vampiro...

Le streghe di Guadagnino / “Suspiria”: un film parallelo

In una delle pagine iniziali del suo illuminante testo su Pinocchio, Giorgio Manganelli descrive il libro come una sorta di mappa, un territorio infinito ed infinitamente estendibile. In accordo al suo progetto di lavorare sugli indizi del testo, dice poi: “ogni parola è stata scritta in un certo punto per nascondere altre, innumerevoli parole”. Poco più avanti, se possibile, è ancora più esplicito: “Non possiamo supporre che un testo sia un tuorlo che può produrre innumerevoli autori, e che anzi io stesso sia uno degli innumerevoli autori del testo?”.  Questa lieve deviazione in uno spazio extra-cinematografico può forse essere impiegata produttivamente per cercare di venire a capo del groviglio di sollecitazioni a cui la visione del Suspiria di Luca Guadagnino sottopone lo spettatore. Vedere questo film come un remake dell’originale di Argento sembra essere infatti non solo sbagliato ma, soprattutto, poco utile. Conviene forse cercare di capire secondo quali traiettorie e operando quali spostamenti Guadagnino abbia operato all’interno dell’immaginario argentiano.   L’accademia di danza del film (ph. Mikael Olsson/Amazon Studios). Il primo, più esplicito perché...

La straziante resurrezione di Victor Frankestein / Il pensiero tragico di Thomas Ligotti

Di Thomas Ligotti si sa poco, quasi niente: qualche piccola, sfocata fotografia in bianco e nero su Internet; qualche rara intervista e qualche ancor più raro aneddoto; un (probabile) autoritratto scorciato nel faceto raccontino L’interminabile soggiorno degli amici di casa Usher: «È malatissimo. I suoi sensi e il suo sistema nervoso patologicamente sensibili sopportano soltanto i rumori più lievi, la luce più bassa e una routine di generica immobilità». Il suo nome è lampeggiato nelle cronache pop – certo non per sua responsabilità – per via dell’accusa di plagio che i suoi devoti ammiratori hanno lanciato contro Nic Pizzolatto, autore della serie cult True Detective. Mike Davis ha infatti sostenuto, fonti alla mano, che Pizzolatto avesse plagiato interi brani di La cospirazione contro la razza umana di Ligotti senza citarne la fonte.   Il personaggio di Rust Cohle, sosteneva Davis, esprime le stesse idee pressoché nella stessa forma. La HBO ha replicato seccata che la tradizione nichilista non è patrimonio esclusivo di questo o quell’autore, e la cosa è (anche piuttosto rapidamente) finita lì: Ligotti, premiato (o punito) da questo sussulto di notorietà, ha orecchiato la...

Un romanzo sul cinema in quanto retropensiero della cultura americana / Aleksandar Hemon. Zombi

L’arte della guerra zombi è Il dono di Humboldt di Aleksandr Hemon. È la sua versione contemporanea, l’unica possibile, oggi, di quel romanzo con cui Saul Bellow rinunciava a tutto, a una progressione drammatica, una costruzione coerente del racconto, anche a una sorta di pudore o affetto nei confronti dei personaggi, per raccontare, a metà anni Settanta, il vuoto di rappresentazione e l’impasse creativa che aveva già colto la cultura modernista. Era una romanzo su Chicago, Il dono di Humboldt, così come quasi vent’anni dopo, a fine anni ’80, un altro libro di Bellow, Ne muoiono più di crepacuore, pur senza specificarlo, era un romanzo sulle Twin Cities del Midwest americano, Minneapolis e Saint-Paul, così pulite ed eleganti e ricche e anche alte, ma così irrimediabilmente piatte, così vuote e fallimentari, tenute insieme dal denaro, e vivacizzate dalla sola cosa rimasta all’uomo contemporaneo, non la politica, non l’arte e nemmeno la cultura, ma il cuore (e forse, non sempre, il sesso), in una sorta di “umanesimo oltre l’uomo”, di umanesimo come ultima spiaggia prima della dissoluzione.    Il dono di Humboldt girava volutamente a vuoto attorno a una promessa, un dono...

Amore e sangue. Possession di Zulawski

La scomparsa lo scorso 17 febbraio del regista polacco Andrzej Zulawski, uno dei più importanti e controversi autori del cinema europeo dagli anni ’70 in poi, ci ha portato a riflettere su quello che forse è il suo capolavoro, Possession, sulla natura “delirante” del film e sul suo legame con generi come il melodramma e l’horror.   Al contempo affascinante e respingente, come la creatura che la abita, Possession è l’opera più celebre di Andrzej Zulawski, complessa e aperta a molteplici letture.  Il film incomincia come un classico dramma incentrato su una crisi di coppia: al ritorno da un viaggio di lavoro, Marc scopre che la moglie Anna ha da tempo una relazione con un altro uomo. La crisi di coppia è inizialmente raccontata attraverso espedienti volutamente banali (ad esempio, con i due coniugi che si affrontano al bar dandosi le spalle, seduti a due tavolini differenti, segno inequivocabile di una distanza ormai incolmabile), ma presto il classico triangolo amoroso si complica in modo inatteso: l’amante, Heinrich, non è infatti l’unico interesse amoroso di Anna, che si reca...

Apocalisse. The Walking Dead & affini

Il mito dell’apocalisse, lo spettacolo della fine della civiltà a seguito di un misterioso quanto virulento contagio è un grande tema che ha attraversato la letteratura, il cinema e, da un po’ di tempo, anche il racconto televisivo. Curioso come la fine del mondo rappresenti nella serialità americana contemporanea un vero e proprio filone di gusto, un espediente narrativo che spesso si contamina con elementi “di genere” (l’horror su tutti) per metaforizzare paure e inquietudini concrete della società, dallo spreco delle risorse al maltrattamento ambientale del pianeta, dalle guerre globali alle grandi epidemie, ultima quella di Ebola.   Non è un caso che il collasso della civiltà come la conosciamo sia al centro di The Walking Dead, una delle serie più importanti degli ultimi anni, che ha garantito ascolti da record a un canale via cavo, Amc, che tradizionalmente può contare su un bacino di pubblico più ristretto e di nicchia. Quando Frank Darabont, già regista di film come Il miglio verde e Le ali della libertà, si è inventato la trasposizione televisiva dell...

Babadook. Bringing Up Baby!

Giusto per scansare il campo da equivoci: che il Babadook sia l’uomo nero è piuttosto ovvio – del resto anche foneticamente ricorda il Boogeyman della tradizione anglosassone, detto anche Bugaboo, così come il nostrano Babau – che Babadook, però, sia l’ennesimo film sull’uomo nero è tutt’altro che scontato. Perché il film di Jennifer Kent – australiana, all’esordio con il lungometraggio – è un horror complesso, ricco di sfaccettature e di metafore, capace di usare la paura come veicolo introspettivo e come strumento che costringe ognuno di noi a guardarsi dentro alla ricerca del mostro che abita i nostri corpi, le nostre menti e le nostre coscienze.   The Babadook, regia Jennifer Kent, 2014   Amelia è una madre vedova che vive con il figlioletto Samuel di sei anni. Sei anni nei quali il piccolo non ha mai festeggiato il compleanno perché proprio il giorno in cui nacque, mentre i genitori erano diretti verso l’ospedale, un incidente si portò via per sempre il suo papà. Da allora la mamma, pur amorevole e dolce nei suoi confronti, non ha...

Adattare Joe R. Landsdale

Partiamo da Lansdale. Dalla sua passione per il genere. Tutti i generi: dall’horror al pulp, dal noir alla fantascienza, dal western all’action virato al buddy buddy, e per tutte le forme nel quale una storia può essere raccontata. Quelle che ha praticato come autore, il romanzo, il racconto, il fumetto, e quella che ha amato come spettatore, il cinema. Partiamo dal fatto che il materiale di uno dei più fecondi e affascinanti creatori di immaginari contemporanei, maestro del pastiche e profondamente imbevuto di codici cinematografici, non sia mai stato, fino ad oggi, fatto oggetto di un adattamento per il grande schermo. Con la godibilissima eccezione degli omaggi, naturalmente circoscritti alla sua produzione horror, che gli ha tributato Don Coscarelli, con Bubba Ho-Tep (da noi direttamente in home video) e con l’episodio Panico sulla montagna per la serie Masters of Horror. Partiamo da qui perché è da qui che è partito Jim Mickle. Di quasi trent’anni più giovane, Mickle nutre una sterminata ammirazione per Landsale, e con il suo maestro letterario condivide naturalmente la passione per l’horror imbevuto di...

Wu Ming. L'armata dei sonnambuli

L'uscita de L'armata dei sonnambuli di Wu Ming, il nuovo romanzo del collettivo bolognese che ha già avuto tre ristampe in poche settimane, è l'occasione per ragionare su un'officina letteraria che è anche un cantiere di riflessione sociale e politica vasto e ramificato, fortemente radicato in rete e su Giap in particolare. Un factory che ha ormai quindici anni – da quando cioè Q conquistava l'attenzione dei lettori con un romanzo storico ambientato durate la riforma protestante che era anche un vero e proprio western teologico.   Da allora romanzi di gruppo e opere soliste hanno messo in scena conflitti e creato cortocircuiti in diversi ambiti, dalla Resistenza di Asce di guerra alla questione di Trieste e del confine orientale con 54, alla Rivoluzione americana e alla questione nativo-americana di Manituana; dal jazz radicale di New thing al post-umanesimo apocalittico e forestale di Guerra agli umani alla narrativa di non fiction di tema post-coloniale di Timira e Point Lenana; e intanto hanno aperto la cassetta degli attrezzi ai lettori discutendo problemi e sviscerando interessi e ossessioni culturali, con New...

Marco Franzoso. Il bambino indaco

Il titolo del nuovo libro di Marco Franzoso, Il bambino indaco (Einaudi, 16€, 132 pagine) ha qualcosa di esotico e insolito; esso fa riferimento a una teoria emersa nella cultura New Age che sostiene l’esistenza di bambini speciali, riconoscibili dall’aura di colore indaco e caratterizzati da un’intelligenza superiore e originale capace di indicare la via per una rigenerazione salvifica del mondo. La citazione sulla copertina “Chi sei? Chiedo silenziosamente. Qual è il tuo segreto? Perché non ti conosco?”, che sembra dialogare con il volto rotondo del bambino in primo piano, rinforza la fascinazione; ciononostante, a libro terminato, la delusione che segue a tanta aspettativa, che aveva avuto sin da subito un vago sapore di falsità, è forte.   Il libro comincia con la descrizione della scena di un delitto: il corpo di una donna disteso sul tappeto di un salotto, il petto forato da numerosi colpi di pistola. Le immagini e le voci ci arrivano filtrate dalle sensazioni convulse di Carlo, protagonista/narratore e marito della vittima; un bambino, secondo le parole del maresciallo, sembra essere “in salvo...

Quel MacDonald’s di Stephen King

Semiosi illimitata. (Umberto Eco, Interpretazione e sovrainterpretazione)     Nella raccolta A volte ritornano di Stephen King (ed. Bompiani) si può leggere un’introduzione firmata dallo scrittore John D. MacDonald. È un’introduzione molto piacevole scritta dall’autore del romanzo The Executioners trasposto in due versioni cinematografiche, la prima del 1962 col titolo Cape Fear interpretata da Robert Mitchum e la seconda del ’91 diretta da Martin Scorsese con Robert De Niro e un cast all star. The Executioners è grosso modo un romanzo dell’orrore, anche se John D. MacDonald, morto nel 1986, non viene certo ricordato come scrittore horror, ma piuttosto per i suoi romanzi hard-boiled, pulp e persino science-fiction. Come mai, allora, l’autore di un solo romanzo più thriller che horror ha firmato la prefazione di una raccolta di racconti dell’orrore scritta da uno scrittore dell’orrore?     Nell’introduzione, MacDonald suggerisce una risposta a questa domanda: “Per una strana coincidenza, oggi il romanzo Una splendida festa di morte di Stephen King e il mio...

Enzo Fileno Carabba

  Enzo Carabba preferirebbe come dimora gli abissi, a cui si dedica da molti anni come esploratore e come maestro di subacquee attività di visione. Liquido, peraltro, è anche il suo secondo nome, Fileno, che ha a che vedere con la devozione al vino e ai suoi rituali, come vuole una discendenza che rimanda agli Abruzzi dannunziani, di cui i suoi avi illustrarono il nome con una casa editrice celebre all’inizio del secolo scorso.   Quando è in superficie, esplora analiticamente i boschi nei dintorni della sua casa in campagna alla ricerca dei funghi, di cui è appassionato catalogatore (da tempo minaccia un’opera definitiva sul tema). Ha in comune con una illustre schiera di artisti la sua passione per la micologia e ogni tanto si ricorda che John Cage fu concorrente a Lascia o raddoppia proprio su questa materia, sbaragliando avversari che si presentavano su argomenti storici e geografici. Di mestiere, da sempre, scrive.   Un tempo fu costretto al ruolo di enfant prodige dal romanzo fantastico Jakob Pesciolini, dopo aver esordito, di fatto, in veste di poeta. Poi, come tutti i Tesei che prendono troppo presto il...

Pedro Almodóvar. La pelle che abito

È piuttosto tipico, nel cinema di Almodóvar, che gli elementi principali del racconto filmico, siano essi personaggi, oggetti, situazioni o risvolti della trama, divengano, all’improvviso (o gradualmente) qualcosa di diverso, arrivino, cioè, a trasfigurarsi, a mutare aspetto e a divenire altro da sé. In tal senso non fa eccezione nemmeno La pelle che abito, pellicola che già dal titolo pare rivestirsi di sfumature e rimandi concettuali tutt’altro che incidentali.   Con una perfetta assonanza con l’originale spagnolo, infatti, il termine “abito” si può leggere con la doppia accezione di abitare nel senso di occupare, risiedere o possedere, o quella di abito inteso come vestito, ovvero come qualcosa che si indossa e del quale, eventualmente, ci si può spogliare. E come potrebbe essere altrimenti in un film in cui protagonisti sono i corpi ancor prima dei personaggi? Corpi che si trasformano, che cambiano pelle, che dispongono gli uni degli altri ma che non si riconoscono in se stessi, non comunicano, non possiedono identità. E allora se l’abito non fa il monaco ancora meno lo fa il...