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ideologia

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I nuovi populismi secondo Marco Revelli / La democrazia e l’ospite inquietante

In un servizio della Bbc, trasmesso il giorno dopo il referendum sulla Brexit, un operaio attempato col caschetto giallo e il giubbotto fosforescente, che lavora in un cantiere nel centro di Londra, si trova ai piedi di un possente grattacielo in vetro e in acciaio. Di fronte al telecronista, punta l’indice in alto e al suo microfono dichiara lapidariamente: “Quelli lassù hanno votato remain, noi quaggiù leave”. Quelli lassù sono i lavoratori dinamici e cosmopoliti, integrati nei circuiti globali della finanza, della comunicazione, del commercio internazionale; quelli quaggiù sono gli operai edili e i lavoratori saltuari, che la sera rientrano nelle abitazioni della periferia della città. Quest’immagine, tratta dall’ultimo libro di Marco Revelli (La politica senza politica. Perché la crisi ha fatto entrare il populismo nelle nostre vite, edito da Einaudi), non solo esemplifica icasticamente la frattura sociale che spiega l’esito sorprendente e ancora tormentosamente difficile da gestire di quel referendum, ma è anche l’ologramma dell’onda populista che, da anni, ha investito l’Europa e contagiato il mondo,  fino a culminare proprio nel risultato referendario inglese e, a un...

Atlante occidentale / Conservazione

Ci siamo sempre dichiarati progressisti, ma ora il cosiddetto progresso, se continua a procedere secondo gli attuali schemi del modello di sviluppo ultraliberista cino-anglosassone, sta prendendo una brutta piega. Quindi la Sinistra dovrebbe cercare di conservare le conquiste sociali del '900, conservare il ruolo centrale della politica, conservare il ruolo dell'ideologia e degli intellettuali, conservare la cultura, la bellezza, la biodiversità, le differenze, il territorio, il mare, le buone maniere, i linguaggi, i partiti veri, la memoria, gli ospedali, le scuole, le pensioni, i diritti, l'antifascismo intransigente, i ghiacciai, le melonaie, gli artigiani, i sindacati... Come? Conservando la capacità di analizzare, studiare, ricercare, elaborare una Nuova Teoria che sia in grado di interpretare e gestire il presente, senza correre dietro alla pseudomodernità. Non bastano i social, ci vogliono i socialist. 

Antisemitismo / L’avvenire di un’avversione

È uscito da pochi mesi anche in Italia l’agile ma enciclopedico volume di Pierre-André Taguieff su L’antisemitismo. Pregiudizi, teorie, comportamenti (Cortina editore, Milano 2016). La sua prima edizione data al 2015, per le Presses Universitaires de France. Il testo in traduzione si rivela denso, ben articolato e, al medesimo tempo, di utile lettura anche per il modo in cui il materiale è organizzato e quindi proposto al lettore. Dieci capitoli sintetici sull’evoluzione dell’odio contro gli ebrei, sui criteri per interpretarlo, sulle parole per raccontarlo. Si tratta infatti di un libro che offre una scansione tematica e storica, logica e cronologica, permettendo così di definire i termini del problema e i suoi numerosi riflessi sul presente. Una sorta di handbook, in buona sostanza, che dopo un percorso di riferimenti e ragionamenti fa quindi il punto della situazione odierna, sia sul piano dell’evoluzione fattuale, materiale del pregiudizio antiebraico, sia sullo stato della riflessione e della pubblicistica di merito.   Non è l’unico in materia, avendo il lettore a disposizione un ampio ventaglio di offerte editoriali, ma si segnala per l’asciutto rigore. L’autore,...

Utile e inutile / “Scuola” è oggi una parola della Neolingua?

Una premessa. Tra le cose che si fanno, ci sono le utili e le inutili. Ci sono poi quelle per le quali, semplicemente, l’alternativa non è pertinente e non ha senso chiedersi se, facendole, si fa qualcosa di utile o di inutile.   Riconoscere come ci sia qualcosa che trascende e delimita l’area di applicazione dell’opposizione tra utile e inutile rende più ricca e articolata la prospettiva di osservazione, di descrizione, di spiegazione dell’esperienza umana nel mondo e del mondo. E la impoverisce al contrario l’idea che tutto vada finalmente ridotto al modulo che mette in contrasto l’utile e l’inutile: la rende inoltre intrinsecamente totalitaria; la mette nelle mani di un pensiero unico.   Ciò che non è né utile né inutile non è infatti quel banalmente inutile di cui una superiore scaltrezza (peraltro solo presunta) riconosce infine la meta-utilità. Così a quella prospettiva totalitaria può capitare di opinare, quando, bontà sua, le capita di argomentare di “utilità dell’inutile”.   Non sono del resto argomenti del genere a redimere ciò che non è utile né inutile agli occhi di un mondo capace com’è di pensare solo nei termini di utile e di inutile. Se ne decreta al...

L'ottimismo di stato / Eroi del lavoro socialista

Questa volta prendiamo le mosse dalla prima pagina di un giornale, uno a caso tra i tantissimi che uscivano sul territorio dell’Unione Sovietica, molto omologati tra loro ma con difformità talora assai sottili che potevano fare la differenza. In particolare il numero del 26 giugno 1934 che, per celebrare le “persone eccellenti” dei kolchoz della Centrale di Meccanizzazione Trattoristica di Rež, cittadina nella regione di Sverdlovsk (oggi Ekaterinburg), abbinava le testate del Bol’ševik (Il Bolscevico) e dello Stalinets (Lo Stalinista). Rispettivamente organi del Comitato Regionale del Partito Comunista e della Sezione Politica della succitata Centrale della città. L’occhiello riportava un brano da un recente discorso di Stalin che cito integralmente visto che costituisce il filo rosso del nostro discorso: “Qualsiasi contadino, colcosiano o coltivatore diretto ha oggi la possibilità di vivere come si addice al genere umano se soltanto è intenzionato a lavorare onestamente, a non poltrire, a non bighellonare e a non depredare i beni del kolchoz”.   Il titolo dell’articolo, che altro non sarebbe stato che uno stralcio più ampio da un discorso staliniano al XVII Congresso del...

Uno dei concorsi migliori degli ultimi anni / Le vittime di Cannes

In un saggio pubblicato un paio di anni fa, intitolato Critica della vittima, Daniele Giglioli metteva in luce come nella costellazione ideologica contemporanea l’identificazione con la vittima sia diventato uno dei principali generatori di identità. La vittima è davvero “uno degli eroi dei nostri tempi”. Avere sofferto un dolore, avere subito un torto, avere patito una qualche forma di violenza garantisce innocenza e immunizza da ogni critica. Il cinema, che è storicamente uno dei punti sensibili attraverso cui leggere le formazioni ideologiche dei propri tempi, è stato negli ultimi anni complice e artefice di questa elevazione della vittima a oggetto del desiderio del nostro immaginario. Il cinema americano in particolare – sia quello mainstream che quello indipendente –  forse influenzato da un discorso pubblico sempre più ossessionato dall’igienismo del politically correct e dalle feticizzazione delle garanzie delle minoranze, negli ultimi anni ha pescato a piene mani: ne è un esempio il pessimo film-spot per Medici Senza Frontiere di Sean Penn presentato un po’ incomprensibilmente a Cannes quasi al termine del concorso e accolto da unanimi fischi nell’imbarazzo generale...

Scambiarsi i verbi difettivi

Ci sono dei casi spesso fortuiti, a volte cercati, in cui due o più persone si incontrano “in angolo”, nel riflusso di una marea e loro sono controcorrente, nel bagliore di un fiammifero per scambiarsi una sigaretta, nell’autobus che entrambi o più hanno preso per sbaglio. Accade quando si è costretti da una maggioranza silenziosa a nascondersi nella vergogna di un atto non sostenibile o di una parola che si sa che non potrà essere detta. Non mi riferisco qui al coraggio eroico di chi in circostanze avverse combatte contro regimi e totalitarismi, no, piuttosto rivendico la modestia di potere scambiarsi la propria incertezza. Sia chiaro, nessuna ideologia del “queer” mi interessa, appunto perché appunto l’incertezza è quanto di più lontano dalla prosopopea della “diversità”. Per “scambiarsi i verbi difettivi” bisogna trovarsi dalla parte di chi non fa una teoria del proprio comportarsi perché quello che lo spinge non è un presupposto, ma lo stupore dell’aspetto inedito e sorprendente della vita. Per avere questa voglia di “scambiarsi i verbi...

Ideologia gender e media education

Da alcuni mesi, parallelamente all’iter legislativo dell’ultima riforma scolastica, divampa in Italia una polemica, a tratti grottesca, sulla cosiddetta “ideologia gender”. I fronti sui quali si muovono quanti pretendono di difendere l’infanzia dai discorsi sulla sessualità e sul gender (oscuro termine inglese per dire semplicemente “genere”) sono due: le linee guida sull’educazione sessuale nella scuola e i libri per l’infanzia. Poco importa che le prime siano state redatte, in origine, dall’OMS e recepite dalla legge in questione e che tra i libri illustrati sotto accusa vi siano dei classici della letteratura per l’infanzia considerati ormai fondamentali. Ciò che conta, in questo frangente, è proteggere i nostri bambini da una nuova, pericolosa, “Ideologia”.   In molti hanno cercato di spiegare che l’“ideologia gender” non esiste. Tentativo apprezzabile e condivisibile, visto il carattere di urgenza che ha assunto la questione. Tuttavia, la vera questione è: come mai gli insegnanti e i genitori italiani sono ancora così ingenui rispetto al...

Questioni di Gender

Se immetti su un motore di ricerca il termine “ideologia”, oggi come oggi, i tanti suggerimenti che trovi non si rivolgono alle ideologie di un tempo, mirate a indottrinarti per non farti pensare, bensì al gender, e a questa ideologia del gender viene attribuita ogni sorta di “nefandezza”: corrompe i giovani, distrugge le famiglie, favorisce gli omosessuali, mina la moralità, e via dicendo. Conclusione affrettata: a tale ideologia occorre senz’altro opporsi. A contare sarebbero solo i due sessi (maschio e femmina) che, copulando, si amano e generano in modo del tutto naturale figli sani, felici, eterosessuali. Un bel determinismo biologico!   Torniamo però coi piedi per terra. Perché non ci sono solo due sessi (lo attestano biologia, psicologia, filosofia), perché le relazioni sessuali non presuppongono di necessità amore, perché l’amore rimane un complesso di emozioni, razionalità, scelte, maturità, che non può, né deve essere esclusiva delle coppie eterosessuali, coppie, tra l’altro, non sempre rispettose della moralità, non sempre in grado di...

L'ideologia

Il fatto è dunque il seguente: individui determinati che svolgono un'attività produttiva secondo un modo determinato entrano in questi determinati rapporti sociali e politici. In ogni singolo caso l'osservazione empirica deve mostrare empiricamente e senza alcuna mistificazione e speculazione il legame fra l'organizzazione sociale e politica e la produzione. L'organizzazione sociale e lo Stato risultano costantemente dal processo della vita di individui determinati; ma di questi individui, non quali possono apparire nella rappresentazione propria o altrui, bensì quali sono realmente, cioè come operano e producono materialmente, e dunque agiscono fra limiti, presupposti e condizioni materiali determinate e indipendenti dal loro arbitrio.   La produzione delle idee, delle rappresentazioni, della coscienza, è in primo luogo direttamente intrecciata all’attività materiale e alle relazioni materiali degli uomini, linguaggio della vita reale. Le rappresentazioni e i pensieri, lo scambio spirituale degli uomini appaiono qui ancora come emanazione diretta del loro comportamento materiale. Ciò vale allo stesso...

Per una storia dell'infanzia

Nell’età classica, il bambino non contava nulla; si sperava che il momento dell’infanzia fosse il più breve possibile, in modo da raggiungere velocemente l’età della ragione, nella quale si sarebbe potuto finalmente parlare di lui, farne oggetto di massime e di commedie. Questo silenzio mitico si accordava perfettamente con la filosofia essenzialista del periodo: l’unità dell’essenza umana prescriveva l’identità delle età e rigettava al di fuori di ogni commento tutto ciò che era altro dall’uomo: l’infanzia era un tempo morto perché era un tempo ineffabile: non ci sono né pazzi né bambini nella nostra letteratura classica.   Sappiamo come la Rivoluzione francese, soprattutto nei suoi esiti, abbia provocato un divorzio sempre più profondo tra le pretese universaliste della borghesia e la coscienza dello scrittore, tra la sua condizione e la sua vocazione; sappiamo anche come questo divorzio, prima ancora di portare lo scrittore a un impegno sul piano formale, abbia prodotto un certo numero di fughe: l’Ottocento ha inventato l’innocenza,...

Ideologia biblica del lavoro

Lavorerai col sudore della tua fronte! Fu la maledizione che Jehova scagliò ad Adamo. E così, come maledizione, Adam Smith considera il lavoro. Il «riposo» figura come lo stato adeguato, che si identifica con la «libertà» e la «felicità». Il pensiero che l’individuo «nel suo normale stato di salute, attività, abilità e destrezza» abbia anche bisogno di una normale posizione di lavoro, e di eliminare il riposo, sembra non sfiorare nemmeno la mente di Adam Smith. Senza dubbio la misura del lavoro si presenta come un dato esterno, che riguarda lo scopo da raggiungere e gli ostacoli che per raggiungerlo debbono essere superati mediante il lavoro. Ma che questo dover superare ostacoli sia in sé una manifestazione di libertà – e che inoltre gli scopi esterni vengano sfrondati dalla parvenza della pura necessità naturale esterna, e siano posti come scopi che l’individuo stesso pone – ossia come realizzazione di sé, oggettivazione del soggetto, e perciò come libertà reale, la cui azione è appunto il lavoro: questo, Adam Smith lo...

Il consigliere

Con Il royal baby (Rizzoli 2015) Giuliano Ferrara lancia un'opa, per nulla ostile, sul governo Renzi, o meglio, benché sia una cosa sola, sul giovane premier. A far da coerente termine medio Berlusconi, a cui per vanto e non per scorno viene avvicinato Renzi: «Ha il fuoco nella pancia, il nuovo nato, come l'altro, il babbo, brucia di megalomane ambizione. Ma è anche lui mite, alla fine, e ridanciano e innamorato del suo ostentarsi piacente al populazzo (Ludovico Ariosto)». Non che, quanto a megalomane ambizione, Ferrara sia da meno, quando intitolando capitoli e sottocapitoli Io e Renzi, Craxi. Il Cav. Renzi. E io, si mette ben in evidenza nella foto di famiglia. È proprio la psicologia del consigliere di cui vorremmo fare un po' di filogenesi.   Matteo Renzi e Silvio Berlusconi   Per tracciare il profilo, anche storico, di tal figura, il primo nome che verrebbe alla mente è quello dell’Ulisse dell’Iliade allorché comincia col suggerire le modalità con cui Elena potrà scegliere tra i suoi molti pretendenti (Biblioteca Di Apollodoro) e termina ovviamente in gloria con l’...

Il presepe slow e gli artigiani del gusto

Se si vuole vedere come un sistema di idee può trasformarsi in scelte visive, interazioni umane e insiemi di sapori, l’evento a cui partecipare è il Salone Internazionale del Gusto di Torino. Ci si troverà di fronte a una variegata e consistente manifestazione del sistema di idee che, per intendersi, sta intorno al cibo “lento”, tipico, buono e giusto: lo slow pensiero.   Dentro il fenomeno sociale che Gianfranco Marrone definisce gastromania, lo slow pensiero ha un ruolo decisivo perché riguarda valori essenziali, come il buono, il giusto, il pulito. E se il pensiero del cibo, anzi il pensiero gastromane, esce dall’ambito della nutrizione e del gusto, e si espande in sfere sociali molto più ampie (politiche, economiche, etiche, criminali), lo slow pensiero lo fa all’ennesima potenza; può essere utile pensarlo come una delle ideologie, attualmente in voga, più chiare, definite, sviluppate. Vi invito a considerare l’ambito politico, religioso o quello generalmente culturale e sociale per trovare una “linea di pensiero” altrettanto diffusa e precisa, alta ma nello stesso...

Pensare come uno Stato

È sempre difficile leggere i segni dei tempi e sappiamo quante volte prendiamo cantonate a voler tirare delle conclusioni generali dagli avvenimenti correnti. La storia, ci ha insegnato Montale, è tutt’altro che maestra di vita. Quello che si può fare è cercare modestamente di proporre delle ipotesi di lettura del presente, sempre pronti a ricredersi e a ribaltarle. Una delle strane ipotesi che si affacciano in questo periodo è l’idea che la tanto bistrattata “piccola borghesia” stia avendo un ruolo non marginale nella crisi che stiamo attraversando a livello mondiale e nelle risposte ad essa.   Che ci voglia un’analisi di classe del momento attuale è ormai richiesto da più parti, anche dalle meno propense ad utilizzare questo tipo di attrezzistica. Oggi pochi si vergognano di affermare che il mondo è davvero nelle mani di un capitalismo sempre meno regolato e regolabile. Ma poi le analisi più radicali non entrano nel dettaglio di chi è la vittima e di chi sono i responsabili dell’attuale contingenza storica. Sembra che a fronte di un capitalismo selvaggio ci sia una...

Garage

Nel suo recente viaggio in California Matteo Renzi non è andato in pellegrinaggio al 2066 Crist Drive di Palo Alto per scattarsi un selfie davanti all’ingresso del bianco garage della famiglia Jobs. Lì, in questo luogo molto americano, West Coast, è sorta la leggenda di Apple, una delle marche più famose del mondo, il brand più prestigioso dell’età del personal computer. La mancata visita non ha nessuna importanza, perché nel brand-Renzi la parola garage probabilmente c’era già: rimanda all’idea di due ragazzi californiani, Steve Jobs e Steve Wozniak, che hanno cambiato il mondo nella autorimessa dei genitori, progettando e assemblando i primi cinquanta esemplari dell’Apple I, usando come progettisti, operai e promoter, se stessi, la sorellina di Jobs, Patti, e i figli dei vicini. Una sorta di bricolage casalingo che è diventata una delle icone del XXI secolo, con i suoi annessi e connessi di leggende metropolitane.   Trasformando la Leopolda.05 in un garage, Renzi prosegue la sua politica di marketing, dove il messaggio vale più di ogni altra cosa, quasi avesse mandato a...

Il processo Eichmann

Si era nei primi anni Novanta, racconta in Il processo Eichmann, pubblicato da Einaudi, la storica Deborah Lipstadt, americana, esperta delle questioni della Shoah. A Washington si stava mettendo in piedi il Museo dell'Olocausto (Lipstadt ne era tra i consulenti) e a un certo punto si pose la questione se esporre dei capelli delle donne prigioniere o assassinate, donati dal museo di Auschwitz. Al contrario del culto cattolico delle reliquie, l'esposizione di una parte del corpo significa per gli ebrei religiosi profanare il morto. Alcuni tra i consulenti erano a favore (per far vedere una prova materiale dell'accaduto nel Lager), altri contro. Alla fine prevalse la voce di una superstite della Shoah che disse: “Potrebbero essere stati i capelli di mia madre. Non vi ho dato mai il permesso di metterli in mostra”.   Ad Auschwitz, aggiungo io, i capelli (e parlo dei capelli, cosa intimissima, visto che alle pie ebree è vietato farne mostra in pubblico) sono invece esposti alla vista di tutti: chi ha ideato quel museo lo ha fatto con una chiara intenzione di trasformare il luogo in una specie di Disneyland dell'orrore (e stiamo parlando degli anni Cinquanta in una Polonia...

Singapore

Sono in partenza per Singapore. Bel raduno di scrittori, traduttori, editori, si chiama Bridging Cultures, e almeno centocinquanta persone discuteranno e si affanneranno attorno a tematiche (letterarie, editoriali, linguistiche) che riguardano l’Asia dell’Est e il Pacifico. Anni fa ho speso qualche mese a Singapore, facendo un po’ di scouting in giro per l’Asia del sud-est. Mi hanno chiesto: e perché fai base proprio lì, il posto più costoso, quello che letterariamente ti dà di meno? Io non avevo una risposta precisa. Sapevo che da quella città stato mi sentivo attirato proprio per la sua anomalia. È il posto che più ricorda una certa fantascienza anni cinquanta-sessanta, quella più sociale che in fondo seguiva le orme di Orwell. E cosa c’è di più orwelliano di Singapore? Dove il termine grande fratello ha un senso, se non qui? Molto sta cambiando, di recente. Alla piazza finanziaria si è sostituito il parco giochi per turisti asiatici. Ma un certo clima da patria degli androidi, degli uomini macchina, dei quadri d’azienda clonati in laboratorio c’è...

Lo giuro

Nessun rimorso, dice il brief. E prosegue: Raccontate a Doppiozero le vostre storie di azzardo, di rischio. Nel momento in cui, al principio di questo articolo, adopero la parola brief, subito me ne pento. Lemma troppo feriale, screditato dall'uso storpiato che ne fece a suo tempo Nicole Minetti (brieffare), rubato al business english e poi trascinato in contesti d'uso impropri, secondo un borioso utilizzo dell'anglismo che circola qui a Milano. Ma soprattutto questa circostanza mi è prova di come un piccolo pentimento, e un minuscolo rimorso, siano presenti ogni istante, mimetizzati nei fluidi del pensiero.   Qual è stata la volta in cui, invece, non mi sono per nulla pentito di qualcosa che ho fatto? E c'è qualcosa che ho fatto di cui possa sentirmi addirittura or-go-gli-oso? Si sono verificati nella mia biografia eventi noti, episodi che hanno trasgredito le regole, ma hanno permesso un cambiamento positivo? La risposta è sì ed è custodita dentro un periodo della vita che risale ormai a molti anni fa. Primi anni '90. Un postino, un giorno, mi recapitò un rettangolino di cartone. Color verde acquamarina...

Cos’è la cultura di destra?

Cos’è, oggi, la cultura di destra? La domanda non è poi peregrina. Quando Furio Jesi, nel 1979, compilava il suo Cultura di destra (ripubblicato dall’editore Nottetempo in un’edizione ottimamente curata da Andrea Cavalletti), poteva rispondere indicando un panthéon di scrittori, filosofi e intellettuali di riferimento che avevano declinato questa cultura.   Oggi invece avremmo qualche problema in più. Allora erano vivi e vegeti alcuni valori, gridati ad alta voce e scritti con l’iniziale maiuscola: Tradizione, Cultura, Giustizia, Rivoluzione, Libertà. Come disse lo stesso Jesi in uno dei testi acclusi alla nuova edizione, “una cultura, insomma, fatta di autorità, di sicurezza mitologica circa le norme del sapere, dell’insegnare, del comandare e dell’obbedire”. Esser di destra significava poter contare sul passato, sulla sua autorità – che è poi autorità del Padre. Oggi invece pare essersi compiuto l’omicidio rituale di quel padre: al Passato si è sostituito il Futuro. La cultura di destra non è più tradizionale, conservatrice,...

Una conversazione con Fabio Mauri / Senza paura del buio

Ho incontrato Fabio Mauri a Roma, nella sua casa di Piazza Navona, nel gennaio del 2007. Stava lavorando all’opera che avrebbe poi esposto pochi mesi dopo all’Hangar Bicocca di Milano in una mostra intitolata Not Afraid of the Dark. Era la prima volta che lo intervistavo, anche se avevo ascoltato molte volte dalla sua bella voce profonda i racconti di una vita fuori dal comune, trascorsa a stretto contatto con i più importanti artisti e intellettuali nei decenni chiave del secondo dopoguerra italiano. Artista, critico, editore, insegnante, fondatore di riviste ormai storiche (“Quindici”, “La città di Riga”), a quasi 82 anni non aveva perso nulla della curiosità per le cose nuove, del rigore e anche di quella cifra inconfondibile, fatta di precisione, inadattabilità e acutezza di sguardo, che lo aveva sempre accompagnato.   Fabio Mauri ha rappresentato in Italia un modello di artista-intellettuale largamente in anticipo sui suoi tempi, impegnato in un dialogo senza remore con la storia, la cultura della modernità e le sue fatali contraddizioni. In lui sensibilità religiosa, vocazione artistica, dandysmo, sottigliezza intellettuale, inclinazione didattica e capacità...

Santa Giovanna dei segni

E arrivò il primo Brecht di Luca Ronconi, un Santa Giovanna dei macelli lontano da ogni ortodossia. Ronconi lo porta in scena sullo storico palcoscenico del Piccolo Teatro di via Rovello che vide i Brecht di Giorgio Strehler come una sfida a un autore che paradossalmente ha evitato per decenni, lui che ha messo in scena “epicamente” Quer pasticciaccio brutto de via Merulana e I fratelli Karamazov, lui che i testi li ha smontati nelle loro componenti strutturali. Forse di Brecht gli dava fastidio l’ideologia. O meglio la lettura ideologica che ne hanno fatto: quel socialismo militante che riassorbe anche i continui dubbi in una visione inevitabilmente finalistica.     Ora che solo di domande e non di risposte si vive, è giunto il momento di riprendere il drammaturgo di Augusta fuori da ogni agiografia, di rivoltarlo, asciugarlo dalle pretese di grande spettacolo, perfino da un certo grottesco da cabaret espressionista, facendone rifulgere le contraddizioni, in uno spettacolo secco, crudele, “scientifico” (avrebbe detto lo stesso Brecht), dove le certezze si smontano, piuttosto. Ronconi va al testo del 1929,...

La poesia di Wislawa Szymborska

Quando vinse il Nobel nel 1996 molti, non conoscendola, si stupirono. In realtà di Wislawa Szymborska, già famosa all’estero, era stata pubblicata dall’editore Vanni Scheiwiller nel 1994 e tradotta, con un legame che solo la morte di entrambi, a poca distanza l’uno dall’altra, ha spezzato, da Pietro Marchesani. Il libro si intitolava Gente sul ponte. L’immagine sulla copertina era tratta da una tavola del pittore giapponese Utagawa vissuto nella prima metà del l’Ottocento e ammirato da Van Gogh. Rappresentava alcune persone sorprese da un acquazzone su un ponte. Non si vedevano i visi, ma solo i corpi descritti con precisione tra gli aghi di pioggia. Una scelta perfetta che sembrava sintetizzare il tratto di questa poesia: essenziale, nitida, complessa.   C’era in Wislawa Szymborska, e la conoscenza della persona lo confermava, qualcosa della Cordelia shakespeareana. La sua poesia, non a caso forse così traducibile, non ha nulla di compiacente, né di arrogante, ma prova a dire la verità a costo di essere sgradevole, con se stessa prima di tutto. La sua franchezza non ha bisogno di...

Berlusconi o l’obesità realizzata

Il pamphlet di Mario Perniola è un’utile provocazione. Almeno potenzialmente. Ma, come tutte le provocazioni, anche le più stimolanti, appartiene alla breve durata, all’effimero, e la sua utilità può essere recepita solo oltrepassandolo. Qual è il limite di Berlusconi o il ’68 realizzato? Quello di essere un pamphlet, quello di cercare la formula che riassume un’epoca. Ma nessuna epoca si lascia riassumere in una formula. Nessun movimento. Quello che chiamiamo “il ‘68” non è una cosa sola. Ciò che manca allo scritto di Perniola (e che lo apparenta alle semplificazioni che vorrebbe contrastare) è la capacità di fare buone distinzioni.   Eppure molte affermazioni di Perniola sono condivisibili. Nella sua descrizione del ‘68 egli individua subito un tratto permanente di ogni ideologia di sinistra: l’egualitarismo, l’odio per le differenze, il rancore per i più dotati: ogni preminenza intellettuale sarebbe un attentato all’eguaglianza tra gli uomini. Questa indicazione critica è condivisibile, a patto però di precisarla: la...