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infanzia

(76 risultati)

I fatti di Roth e l’inverno di Auster

Philip Roth è seduto al tavolo davanti alla macchina da scrivere. Lo vediamo attraverso la finestra, rinchiuso tra le sbarre dell’infisso. Inforca un paio di occhiali da vista, una mano sul fianco e una al mento. Un sottile nervosismo sembra attraversarlo, la bocca socchiusa e la mascella in tensione, forse la presenza del fotografo, più probabilmente la rilettura del testo. A prima vista sembra notte, lo fa pensare anche la lampada accesa, in realtà nel riflesso della finestra s’intravede una luce diurna che illumina alcuni alberi. La fotografia è di Bob Peterson e fa parte di una serie che ritrae Philip Roth al lavoro. Siamo nel 1968: l’anno successivo il Lamento di Portnoy lo metterà al centro della scena letteraria americana. Vent’anni dopo, in seguito anche ad un esaurimento nervoso, darà alle stampe I fatti (Einaudi, traduzione di Vincenzo Mantovani).     Per effetto della luce i fogli appiano bianchi e intonsi, sia quelli appoggiati sul tavolo sia quello infilato nella macchina da scrivere. L’angoscia di un foglio bianco: nulla vi è di più di reale, incontrovertibile,...

Ermanna Montanari: fare-disfare-rifare teatro

Come si può raccontare il teatro vivente, quello per cui la creazione è lavoro col magma dell’esistenza, non rappresentazione né intrattenimento? Laura Mariani e Ermanna Montanari ce lo mostrano in un bel libro, il cui merito va ugualmente alla studiosa e al suo oggetto di studio. Ermanna Montanari. Fare-disfare-rifare nel Teatro delle Albe, edizioni Titivillus, racconta la vita e l’arte di un’attrice unica, capace di una recitazione che è musica, sferzata ruvida, affondo nel dialetto, sogno, sensibilità pulsante e ferita, in uno stare in scena che è destrutturazione, ricostruzione, invenzione di mondi. Lo firma una studiosa del Dams bolognese, Laura Mariani, abituata a immergersi nei mondi complessi di attrici come Sarah Bernhardt, Giacinta Pezzana, Eleonora Duse e in problemi come quelli del travestitismo teatrale. Qui ha abbandonato gli archivi per seguire da vicino un’attrice nel pieno della sua attività, rovistando nella storia della sua formazione, negli spettacoli cruciali che ha realizzato e che la definiscono, nei nuovi lavori creati di recente e in quell’avventura che è stata la...

Oggetti d’infanzia | Magic Rock

Quando mi hanno chiesto se mi andava di scrivere qualcosa legato a un gioco della mia infanzia a cui sono affezionata, mi è tornato in mente un oggetto che ricordavo di aver trovato nell’uovo di Pasqua. Ma poi ho pensato: non è proprio un gioco della mia infanzia, e in più è triste. Non che io abbia avuto un’infanzia triste, cioè un po’ sì, come tutti credo, giorni tristi e giorni felici, e giorni così così.  Ricordo però che il giorno in cui ho trovato questo oggetto era un giorno felice. Felice perché era Pasqua e a Pasqua ero sempre felice di aprire le uova. E così quel giorno, aperto l’uovo, avevo trovato una specie di capsula di plastica, mi sembra gialla, come quelle degli ovetti kinder, e dopo che la mamma mi aveva aiutato ad aprirla, io avevo tirato fuori il regalo che c’era dentro.   Di solito non si dovrebbero citare i nomi delle marche, perché poi qualcuno potrebbe pensare che si sta facendo pubblicità, ma adesso non è così. Il regalo che conteneva l’uovo aveva una specie di copertina di forma esagonale di...

Oggetti d’infanzia | Il pacco dal Sud

Più che di un oggetto, si tratta di un insieme favoloso di oggetti e di un contenitore povero. La cornice è Pavia, i lunghi e nebbiosi inverni di Pavia verso la fine degli anni ’50, l’inizio dei ’60. Un paio di giorni all’anno mio padre telefonava dall’ufficio a mia madre annunciandole “è arrivato il pacco”. Non so i miei fratelli, perché i ricordi d’infanzia si conquistano in solitaria e poi diventano esclusivi, ma io entravo in agitazione da subito.   Quando mio padre tornava a casa, la sera, qualcuno doveva scendere a dargli una mano: il pacco era pesante e bisognava “maneggiarlo con cura”. Era di cartone, rinforzato sulla base da un cartone più spesso, chiuso con doppie armature di spaghi intrecciati. I nodi erano ingegnosissimi, c’era dietro tutta la sapienza delle nonne spedizioniere del nostro sud, ma questo l’avrei capito solo più tardi, parecchio più tardi. Insomma, noi stavamo attorno al tavolo della cucina, tanto piccoli da raggiungerne i bordi solo sulla punta dei piedi, mia madre prendeva le forbici e iniziava a districare le corde...

Mike Kelley ad Amsterdam

L’opera si chiama Day is done. È una video installazione complessa, con molti punti focali, costituita perlopiù da fotografie tratte da annuari scolastici e giornali locali. Catalogate da Kelley, queste immagini vengono rielaborate, diventano racconto di vita americana ma anche teatrino dell’umiliazione a cui possiamo essere sottoposti tutte le volte che ci esponiamo al rischio di svolgere delle attività socialmente accettate. All’entrata, un video ci mostra un bambino biondo che durante la recita di Natale dimentica la sua parte; rischia di piangere, però non piange. Alle sue spalle un video mostra un ragazzo brutalizzato da alcuni coetanei; un uomo vestito da diavolo urla; dall’altra parte della stanza fa mostra di sé un palcoscenico messo su alla buona, e proprio al centro di questa galleria dell’oscurità, su un ripiano, c’è una culla, e dentro la culla c’è un bambinello nero carbonizzato, e sul legno della culla è inciso il nome: Kelley.     Ho scoperto per caso, arrivando in una Amsterdam coperta dalla neve, che lo Stedelijk Museum, da poco...

Oggetti d’infanzia | Il grembiule

I miei ricordi d’infanzia sono quasi tutti tristi, non ho ricordi felici. I miei ricordi sono pochi oltre che tristi, e riguardano quasi tutti la mia scuola e la mia maestra. Alle elementari la mia maestra si chiamava Domenica Inglese. Domenica Inglese, nonostante fosse molto vecchia, aveva i capelli e gli occhi nerissimi e pensava che io fossi molto stupida. Io sapevo di non essere stupida, ma purtroppo non avevo strumenti per farle capire che si sbagliava. E siccome pensava che ero stupida, non mi faceva mai leggere né andare alla lavagna a fare gli esercizi di grammatica e di matematica. Ecco perché a scuola io mi annoiavo moltissimo: perché sapevo che non ero stupida, e glielo dicevo anche, ma lei non mi credeva, faceva sempre recitare gli altri, esercitare gli altri, mentre nel frattempo io mi dondolavo sulla sedia e mi infilavo i capelli in bocca.   La maestra Domenica Inglese ci obbligava tutti a portare il grembiule blu, e io odiavo il grembiule blu. Durante il pomeriggio non facevo altro che pensare al grembiule blu, e passavo il tempo a inventare scuse per non metterlo assolutamente mai. Non volevo portarlo innanzitutto perch...

Laura Fidaleo. Dammi un posto tra gli agnelli

Quando la nonna, durante le esercitazioni antiguerra, voleva che mangiasse le carrubbe come i maiali, lei si rifiutava: “mangiavo solo anemoni prima del tramonto, perché gli anemoni quando cala il sole si chiudono. Ci mettevo il dito in mezzo per farle resistere, ma loro niente, toccava farle fuori. Non sempre è sopportabile un rifiuto”. Dammi un posto tra gli agnelli (Nottetempo, pp.137, € 10), libro d’esordio di Laura Fidaleo, racconta di questo e di altri tentativi di riempire vuoti ed esorcizzare rifiuti; noveracconti frugano ferite aperte senza mai lasciarle chiudere e guarire. Quasi nulla succede e se qualcosa accade, è sullo stesso piano dei ricordi e della registrazione impressionistica di un presente storico e quotidiano. Nel deserto dell’anima seminato di relitti, la memoria serve a ricostruire uno strappo, come i “pesciolini d’argento che scappano dagli album di fotografie e che si rubano quell’ultima dolcezza della colla, l’attaccatura al passato”. Ogni racconto è una voce femminile che cataloga anomalie tanto ricorrenti da partorire una normalità sconfortante....

Oggetti d’infanzia | Il cancellino

GIRELLA ARCHEOLOGICA. Una striscia di feltro arrotolato, un rotolo di cimosa: ecco il cancellino. Una merendina, una conchiglia, uno sterco di mucca, un UFO che volava basso quando c’era la supplente. Grondava di bianco sui nostri vestiti. Quando era troppo impregnato di gesso si sbatteva sul poggia-cancellino, allo stesso modo in cui si picchietta un biscotto sul tavolo della cucina prima di inzupparlo nel latte. Ma il nostro passatempo preferito era agli antipodi: immergere il cancellino nel gesso per stamparlo sul cappotto dello sfigato di turno che se ne accorgeva a ricreazione finita. Una stampigliatura paffuta e scialba, una luna piena là dove il mostro di Düsseldorf aveva la M. Hai voglia a sbatterlo con la mano: il suo fantasma non ti abbandonava.   Marcel Broodthaers   BIANCO SU NERO. Come una pellicola fotografica per negativi, scrivere sulla lavagna è il contrario che scrivere su un foglio o su uno schermo. Quanti di noi hanno scritto bianco su nero solo alle elementari? Un po’ come scrivere con la pioggia anziché con l’inchiostro, suggerisce Marcel Broodthaers in La pluie (Projet pour un texte) (1969...

Oggetti d’infanzia | La bambola

Era uno dei primi Natali del dopoguerra, quando si ricominciava a star meglio e a sperare di essere felici. Si poteva di nuovo trovare di tutto e, anche se i soldi erano ancora pochi, le feste portavano di nuovo i regali. La bambola arrivò in un pacco enorme mandato dal più caro amico di famiglia, un affascinante attore di teatro, che faceva sempre regali sontuosi. Una volta scartata, risultò grande quasi quanto lei, che aveva quattro anni. Era bionda, con degli splendidi boccoli e un fiocco. Gli occhi azzurri si muovevano, si chiudevano e si aprivano. Le labbra rosse erano aperte in un sorriso. Era vestita di bianco, un vestito moderno, corto sulle gambette nude, ai piedi calzini e scarpine.   La mise in piedi, poi seduta, per poterla dominare meglio. Superava tutte le altre bambole in suo possesso che, al confronto, sembravano smorte e sciupate. La mamma entrò nella stanza. “È bella, vero?” “Tanto! È bellissima.” “Vedi? È fatta come Shirley Temple.” “Chi?” “Una bambina bellissima e bravissima che ha fatto tanti film in America.” Continuando a...

Oggetti d’infanzia | L’aeroplanino

L’aeroplanino era prestampato in metallo. A differenza delle macchinette non aveva le ruote. Era la riproduzione in scala molto ridotta di un caccia della Seconda guerra: l’ala larga e arrotondata dello Spitfire, con due cannoncini, lo distingueva dallo spigoloso nemico, il Messerschmitt, che avrebbe inoltre dovuto farsi notare per un forellino al centro dell’ogiva. Era piccolo e stava comodamente in tasca. Da lì usciva già volando, trattenuto per la fusoliera da due dita e con tutta l’autonomia del braccio per andare su e giù, passare tra le gambe dei mobili, le persone, sfiorare pali, spigoli, gerani.   L’aeroplanino non doveva mai posarsi in terra, o sul piano di un mobile. Temevo che avesse lo stesso problema dei rondoni. Calcolavo piste d’atterraggio e palmi di tavolo liberi per la rincorsa, ma quando mi abbassavo a sfiorare il suolo, non fidandomi, finivo per tirare a me la cloche, cabravo deciso, il muso verso il cielo. Il carrello era perduto. L’elica assente e la carlinga opaca che non si vedeva niente dentro. Mancava persino il piano di coda orizzontale: ferita di duello aereo, manovra azzardata,...

Oggetti d’infanzia | Mezzaluna

Attizza fisicamente, intriga, bella, panciuta, misto d’arma celeste e cavallo a dondolo. Soppiantata da robot tritatutto, i bambini d’oggi non conoscono il potere seduttivo che ha esercitato sulla mia generazione, ci siamo caduti tutti. Quale piccolo aiutante di cucina non ha voluto provare a maneggiarla? In molte case italiane credo sopravviva ancora rintanata in qualche cassetto, conservata come puro oggetto di culto.   Da me è sul muro di fronte ai fornelli della minicucina dove ogni utensile appeso si guadagna il posto sgomitando, niente è lì per caso. Aò... pare de sta’n barca, ha detto l’amico Buggi valutando lo spazio angusto mentre annusava il sugo. Lei se ne sta lì mezzonascosta, infrattata tra coperchi, coltellacci e padelle, usata, maltrattata, dimenticata. Resiste stoica, regina dormiente della salsa verde, il legno panciuto dei pomelli secco e un po' schiantato, la lama opaca che traballa ed esce dalle sedi.     Non ci contiamo più, non la vediamo neanche, eppure è lì, all’altezza degli occhi, a portata di mano. La tiro giù e mi scappa un...

Oggetti d'infanzia | L’apparecchio dei denti

Una vendetta tardiva, vana come tutte le vendette, eppure dovuta, e dolce, a suo modo. Perché con questo particolare oggetto d’infanzia, amaro come pochi altri, ancora nel ricordo a quattro decenni di distanza, bisognava prima o poi regolare un conto aperto, facendolo passare avanti ai molto amati e ancora rimpianti oggetti perduti o anche ai semplici odori e sapori e rumori familiari, lo scatto del coperchio di una scatola di latta, l’odore di vernice dentro gli armadi, il dolce pungente di certi biscotti, oggi tutti dispersi come relitti che il mare ci rigetta, come dicono i poeti. Ma l’apparecchio dei denti no. Lui sta in una classe a parte, la classe della paura, dell’ostinazione, dell’odio bianco, del sentirsi esultare dentro.   Lui, nella fattispecie, era una cosa doppia, dalla consistenza indefinibile e vagamente oscena, una specie di conchiglia, di un color malva chiaro simile nel suo spessore di resina traslucida a quel tono rosato che ha la gengiva o il sotto lingua quando scrutiamo allo specchio la mucosa umida di saliva. Corredate le due valve da una corona d’acciaio, un filo sagomato ad arco e poi piegato e ripiegato fino ad assumere l’aspetto di un congegno...

Oggetti d’infanzia | Figurine

Si era partiti, se non ricordo male, con il massimo rispetto per le convenzioni sociali e le divisioni di genere: una femmina, dunque figurine per femmine, quelle con gli animali della giungla in sagome tondeggianti che andavano staccate dal supporto rettangolare sul quale rimaneva una parte consistente del disegno, residuo da buttare via quando il rinoceronte o lo scimpanzé avevano trovato posto lungo il corso d’acqua o tra le felci disegnate sulle pagine dell’album a colori. Quando dal pacchetto comprato in edicola la domenica mattina saltava fuori una doppia (identico rinoceronte, identico scimpanzé) questa andava ad alimentare il mazzo per gli scambi, tenuto stretto con un elastico, venerato come il santo Graal, riposto in un luogo sicuro della cartella o nelle tasche del paltò, sciorinato sotto gli occhi delle compagne di scuola al suono dell’intervallo, quando uno scambio preparato da un’adeguata trattativa poteva fruttare anche sette, dieci nuove acquisizioni in un colpo solo.   Ma poi la cosa deve aver finito col perdere d’interesse: c’era sempre, in ogni classe, la bambina esagerata, quella che suo padre era andato a Roma con l’aereo e al ritorno le aveva portato...

Oggetti d’infanzia | La buca dell’immondizia

Già la terminologia racconta l’abisso temporale che divide le epoche. Oggi si chiamano Rifiuti Solidi Urbani. Ieri, semplicemente e brutalmente: immondizia. Una parola che evoca da subito un’esigenza di purificazione e catarsi.   Noi andammo a vivere nel condominio in cui ho passato infanzia e adolescenza nel 1963. Era un edificio con pretese, superiore allo standard che mio padre, semplice impiegato di banca, avrebbe potuto permettersi. Ma la proprietaria dell’immobile era una lontana parente e, in cambio dei suoi servizi come amministratore e factotum, la mia famiglia poté soddisfare le sue aspirazioni di avanzamento sociale.   Non ho ricordi di come si sbrigasse la questione dell’immondizia nel casamento popolare in cui abitavamo prima. Ma nella nuova casa c’era la “buca dell’immondizia”. Vale a dire, una colonna verticale che correva per tutto il condominio con aperture a ogni piano dove gli inquilini, aprendo una specie di botola verticale a maniglia, gettavano i loro rifiuti. Tutti. La fisiologia della cosa è curiosa, a pensarci: l’idea era che qualsiasi schifezza tu producessi...

Oggetti d’infanzia | Registratore

Per molto tempo l’ascolto della musica è stato un rituale legato alla stanza della mia casa d’infanzia definita sala: moquette turchese scuro per terra e divani in pelle marrone, un grande stereo con giradischi addossato a una parete, molto spazio fra il tavolo e le poltrone. Per conquistarmi quel territorio ci fu bisogno di dimostrare a mio padre che sapevo maneggiare con perizia la puntina, inserirla in modo appropriato nei solchi neri senza graffiare, e che mi accorgevo se c’era polvere e sapevo toglierla con un pannetto antistatico speciale, di color arancione. Avevo bisogno della sala, e del giradischi soprattutto, perché a sette anni avevo iniziato a frequentare un corso di danza classica, disciplina che con più o meno assiduità ho praticato per i vent’anni successivi. Passavo i pomeriggi a ripetere gli esercizi appresi a scuola dalla mia insegnante russa, insieme ai nomi di musicisti che nella loro grafia straniera racchiudevano il mistero di mondi che in tutto ritenevo superiori al mio. Ai valzer viennesi di Strauss si affiancarono i notturni di Chopin, le Gymnopédies di Satie, e Prokofiev e Fauré, tutti...

Oggetti d’infanzia | Cancello

Da piccola, durante i mesi estivi, la grande aia della nostra casa veniva allestita per accogliere i numerosi braccianti che lavoravano i campi sotto la direzione del mio nonno paterno. Mangiavano in fretta seduti su cassette da frutta all’ombra degli alberi di noce, si sdraiavano per un breve riposo sull’erba o sulle stuoie di canna sparse qua e là per poi tornare presto alle loro faccende faticose. Nella calura del mezzogiorno accompagnavo spesso la nonna al limite dell’aia che si affacciava sui campi, per chiamare a raccolta i braccianti, e per aiutarla a portare i fiaschi colmi d’acqua e vino freschi. Una grande apertura delimitata da pioppi secolari separava la corte dalle terre coltivate.   In un sogno ricorrente che ha accompagnato per anni la mia infanzia e che mi ha fatto così spesso svegliare di soprassalto in preda al panico, vedevo su quel confine tra corte e campi, tanto innocuo di giorno, un sontuoso cancello in ferro battuto: due ante mastodontiche incorniciate in basso da un ornamento di varie file di fiori, in alto, abbellito da pennacchi a forma di fulmine, un chiavistello a capocchia quadrata lo teneva incatenato...

Oggetti d’infanzia | Latte Nestlé

La latta rotonda, nel ripiano alto del frigorifero, era sempre un po’ unta. A prenderla in mano, ci si restava quasi incollati, come a formare un’unica entità ibrida e ideale che costituiva il principale desiderio del mio palato e il buco senza fondo dell’iperestesia tardo moderna. All’interno c’era una tersa sostanza bianca che nemmeno le lunghe e fascinose rêveries di un Gaston Bachelard avrebbero potuto descrivere nelle sue ricchezze materiche e nella sua algida compiutezza cromatica. Questa sostanza era assai consistente, al punto che, per esser correttamente consumata, andava allungata con un tot d’acqua di rubinetto riscaldata sul fornello col pentolino – a ipocritamente ricostituire ciò che non era mai stata, ovvero una porzione di latte caldo per la sedicente colazione del bambino (cioè di me, forse proprio per questo tendente all’adipe già da allora).   Sto parlando di un barattolo di latte condensato prodotto da una celebre marca alimentare allora esotica, se non esoterica, che soltanto la cieca smania di progresso tipica di quegli anni ha potuto a poco a poco naturalizzare...

Oggetti d'infanzia | Compagno

Qual è l’oggetto della mia infanzia? Io non riesco a dirlo, qual è. La sua immagine mi appare chiaramente, in testa, ma il suo nome non mi esce di bocca. Al massimo, penso, potrei disegnarlo su carta, come quando da bambina non avevo avuto il coraggio di chiedere al mio compagno di classe una cosa che per me era davvero importante e allora gli avevo passato sotto banco un foglietto tutto accartocciato sopra cui avevo  scritto: “Vuoi diventare il mio fidanzato?”.  Mi ci era voluto del gran coraggio, per farlo. Poteva rispondere “Sì” e mi sarei sentita l’undicenne più felice del mondo, oppure “No” e avrei probabilmente cercato di cambiare scuola, quartiere, città, nazione, pianeta: potendo. Invece lui, all’intervallo, mi aveva detto: “Forse”. Panico: tutto l’ampio ventaglio di se-ma-però non  l’avevo assolutamente previsto, e non sapevo neanche come gestirlo.   Quelli erano gli anni dei bianchi e dei neri, privi di sfumature, fondati su assolute certezze. Dove potevi usare solo i punti esclamativi, mai di domanda o -tantomeno- di...

Oggetti d’infanzia | Il fucile

Nella celebre intervista con Truffaut, Hitchcock racconta una barzelletta in voga nella Hollywood di allora, che sintetizza il problema dell’invenzione creativa e dell’originalità.   Un giovane sceneggiatore affamato di gloria si addormenta dopo aver bevuto troppo. A metà della notte si sveglia, eccitatissimo, perché ha appena sognato una storia incredibile, mai vista, il grande soggetto che lo lancerà nell’empireo del cinema e farà di lui l’autore più pagato di Hollywood. A tentoni afferra un pezzo di carta, scrive il soggetto, poi si riaddormenta. Al mattino il nostro eroe riemerge lentamente da sogni ingarbugliati, finché viene trafitto dal ricordo di ciò che è successo poche ore prima. Ma dov’è il foglietto? In preda al panico lo cerca e alla fine, con un gemito di trionfo, lo ripesca da sotto il letto. Sulla carta, con una grafia concitata, c’è scritto: “Ragazzo si innamora di ragazza”.   L’ho fatta lunga perché la storia è bella, e per scusare la mia pretesa di essere l’inventore del fucile sparaelastici....

Oggetti d’infanzia | Subbuteo

L’oggetto decisivo della mia infanzia, a pensarci adesso, è stato il Subbuteo, ovvero quel gioco del calcio in miniatura che in seguito è stato scalzato dai videogames. Il Subbuteo a volerlo spiegare è semplicissimo: un panno verde faceva da campo (spesso fissato a un tavolo di compensato con delle puntine da disegno - e chi voleva essere molto elegante e attento ai particolari sceglieva delle puntine verdi, cioè dello stesso colore del panno che a sua volta richiamava l’erba del prato), le porte, due squadre di giocatori e un pallone.   Che sia stato un oggetto decisivo lo dico adesso perché a ripensarci io a Subbuteo ci giocavo quasi sempre da solo. Le partite che preferivo erano quelle in cui tenevo tutt’e due le squadre, la mia e quella avversaria. Cercando di essere più imparziale possibile, guidavo a suon di tocchi dell’indice destro sia i giocatori amici che quelli nemici. Impersonavo, se si vuole, sia i buoni che i cattivi, sia il bene che il male. E trovavo motivi di godimento sia quando giocavo per i miei che quando giocavo per gli altri: nel primo caso c’era la voglia di segnare, magari il...

Oggetti d'infanzia | Misirizzi

L’infanzia, si sa, è un tempo magico, e raccontare l’infanzia vuol dire anche raccontarne gli oggetti che più l’hanno abitata. Non solo i giocattoli, ma gli oggetti più comuni e quelli più speciali, e magari anche quelli strani di cui ci vergognavamo un po’: tutti sono diventati parte di noi, ci hanno accompagnato nell’età adulta, dimenticati in un angolo della memoria.   A quel tempo di meraviglia, di scoperte e paure che è l’infanzia si può a volte tornare grazie a un oggetto qualsiasi, che però, sta qui la magia, era il nostro, e ci spiega chi eravamo, cosa desideravamo e cosa detestavamo, anche. E che forse ci diceva, allora, cose che avremmo poi capito solo molto più tardi, quando di quell’oggetto era rimasto solo un ricordo sfocato.   Per questo ricordare un oggetto d’infanzia vuol dire non solo tornare ad affacciarsi su quell’epoca di prodigi e spaventi, ma pensare a cosa siamo diventati, noi, tutti, ormai adulti, a chiederci com’era il mondo che immaginavamo e com’è ora, così grande e terribile.  ...

Oggetti d’infanzia | La pila

L’infanzia, si sa, è un tempo magico, e raccontare l’infanzia vuol dire anche raccontarne gli oggetti che più l’hanno abitata. Non solo i giocattoli, ma gli oggetti più comuni e quelli più speciali, e magari anche quelli strani di cui ci vergognavamo un po’: tutti sono diventati parte di noi, ci hanno accompagnato nell’età adulta, dimenticati in un angolo della memoria.   A quel tempo di meraviglia, di scoperte e paure che è l’infanzia si può a volte tornare grazie a un oggetto qualsiasi, che però, sta qui la magia, era il nostro, e ci spiega chi eravamo, cosa desideravamo e cosa detestavamo, anche. E che forse ci diceva, allora, cose che avremmo poi capito solo molto più tardi, quando di quell’oggetto era rimasto solo un ricordo sfocato.   Per questo ricordare un oggetto d’infanzia vuol dire non solo tornare ad affacciarsi su quell’epoca di prodigi e spaventi, ma pensare a cosa siamo diventati, noi, tutti, ormai adulti, a chiederci com’era il mondo che immaginavamo e com’è ora, così grande e terribile.  ...

Oggetti d’infanzia | Fare cuscino

L’infanzia, si sa, è un tempo magico, e raccontare l’infanzia vuol dire anche raccontarne gli oggetti che più l’hanno abitata. Non solo i giocattoli, ma gli oggetti più comuni e quelli più speciali, e magari anche quelli strani di cui ci vergognavamo un po’: tutti sono diventati parte di noi, ci hanno accompagnato nell’età adulta, dimenticati in un angolo della memoria.   A quel tempo di meraviglia, di scoperte e paure che è l’infanzia si può a volte tornare grazie a un oggetto qualsiasi, che però, sta qui la magia, era il nostro, e ci spiega chi eravamo, cosa desideravamo e cosa detestavamo, anche. E che forse ci diceva, allora, cose che avremmo poi capito solo molto più tardi, quando di quell’oggetto era rimasto solo un ricordo sfocato.     Fare cuscino   Una platea che manifestava un interesse molto lusinghiero verso quanto avevo da dirle, l’altra notte, ha seguito le mie spiegazioni a proposito di un modo di dire molto diffuso e conosciuto da tutti. Ne avevo appena scoperto io stesso, e con sorpresa, la vera origine. Il modo di...

Noi, i ragazzi della Graziella rosa

Negli Anni Settanta, quando anche le Brigate Rosse ascoltavano Lucio Battisti benché fosse considerato di destra, e dunque non solo missino ma proprio fascista, i bambini italiani nati e cresciuti in campagna o comunque nei piccoli centri si dividevano in due macro-categorie che con la politica non avevano nulla a che fare, nonostante si fosse nel decennio poi passato alla storia come quello degli «anni di piombo».     C’erano quelli che desideravano la bicicletta da cross, e che se la vedevano regalare in occasione del decimo compleanno o una volta conseguita la licenza elementare. E c’erano quelli che pur desiderandola come e più dei primi, e raggiunto il medesimo genetliaco e superato l’identico esame, dovevano farsi bastare la Graziella della sorella maggiore. Magari rosa. La bici da cross in realtà era, più che uno status symbol, un preludio. Chi la otteneva infatti era un motociclista in miniatura, e di lì a poco, una volta salito in sella al primo Ciao e poi alla prima Guzzi o alla prima Ktm con tanto di «chiodo» di cuoio nero marca Schott, T-shirt bianca Fruit...