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infanzia

(77 risultati)

Noi, i ragazzi della Graziella rosa

Negli Anni Settanta, quando anche le Brigate Rosse ascoltavano Lucio Battisti benché fosse considerato di destra, e dunque non solo missino ma proprio fascista, i bambini italiani nati e cresciuti in campagna o comunque nei piccoli centri si dividevano in due macro-categorie che con la politica non avevano nulla a che fare, nonostante si fosse nel decennio poi passato alla storia come quello degli «anni di piombo».     C’erano quelli che desideravano la bicicletta da cross, e che se la vedevano regalare in occasione del decimo compleanno o una volta conseguita la licenza elementare. E c’erano quelli che pur desiderandola come e più dei primi, e raggiunto il medesimo genetliaco e superato l’identico esame, dovevano farsi bastare la Graziella della sorella maggiore. Magari rosa. La bici da cross in realtà era, più che uno status symbol, un preludio. Chi la otteneva infatti era un motociclista in miniatura, e di lì a poco, una volta salito in sella al primo Ciao e poi alla prima Guzzi o alla prima Ktm con tanto di «chiodo» di cuoio nero marca Schott, T-shirt bianca Fruit...

Michela Murgia. L’incontro

Nonostante il titolo (L’incontro, Einaudi, pp. 112, € 10) l’ultimo libro di Michela Murgia è un susseguirsi di scontri: scontri culturali, scontri fisici, emblematici e verbali. Il protagonista è Maurizio, un ragazzino che vive in una sperduta campagna sarda, i cui giochi solitari di anno in anno vivono una dispiegante e liberatoria parentesi estiva nella casa di paese dei nonni, a Crabas. Lì i coetanei, le bande, le corse in bicicletta, le amicizie profonde danno sollievo alle costrizioni di una vita in solitudine. Il primo incontro-scontro è linguistico e sarà lo scheletro dell’intero racconto: l’“io” di Maurizio, del bambino “educato dalla solitudine a diventare per sempre l’unica misura di se stesso”, si frantuma di fronte alla potenza del “noi” di Crabas, “una parola che tutte le bocche declinavano in continuazione come fosse la spiegazione stessa del mondo”, e da cui Maurizio si fa placidamente invadere. “Non ci diamo proprio per vinti, eh?” gli aveva detto una volta Giulio mentre lo guardava con la fionda stretta tra le mani prendere per l...

Cirigliano / Paesi e città

Le erbe selvatiche raccolgono il vento, iniziando il passante alla legge schiva del luogo. La mattina lungo i vicoli non si sente una voce né un suono che non sia quello del vento tra la legna accatastata. Appena arrivati si vanno a salutare le comari, si sosta un poco da ognuna, si accettano un dolce fatto in casa per l’occasione, qualche uovo fresco. Si parla della salute, dei figli emigrati a Torino o a Carpi e si passa avanti.   Quando muore qualcuno, le anziane lo vanno a salutare con grembiuli neri e antichi gioielli d’oro. In fila l’una dietro l’altra, toccano la bara con un gesto breve delle dita, come in un’acquasantiera. Il tempo si deve ai frutti della campagna, alla cura degli animali, alla recita dei rosari. A pranzo si cucinano i frutti dei propri campi, sul fuoco del camino, col tempo che ci vuole. Poi, si resta  a chiacchierare di come si è preparato quel piatto, della stagione, dei morti, e di nuovo dei parenti lontani. Le ore passano anche senza fare niente.     Come molti paesi, Cirigliano è un luogo che stenta a ripartire. Non si può nemmeno dire che sia colpa del sindaco. Fino a tre anni fa ce n’è stato uno che ha fatto costruire un...

Malpagato derubato deriso disgregato e ti amo Mariù

Alla borgata, il quartiere in cui sono nato, un sacco di bambini rispondevano: il calciatore. - Cosa vuoi fare da grande? - Il calciatore. Ci è riuscito solo Enzo, per un breve periodo e collezionando una quantità incredibile di autogoal. Adesso fa il posteggiatore abusivo a Roma. L’ho incontrato qualche mese fa, mentre mi accingevo a sostenere l’ennesimo sfortunato colloquio di lavoro. Ci siamo guardati negli occhi a lungo, poi abbiamo fatto finta di non conoscerci. Avrei voluto chiedergli l’autografo. Era l’unico calciatore che avessi mai conosciuto, ma ho pensato che non fosse il caso. Nel mio quartiere, comunque, non c’erano soltanto i calciatori, c’erano anche i bambini più fortunati, quelli che guardavano beati loro tantissima televisione e rispondevano: il meganoide o, in alternativa, il giocatore di golf. - Cosa vuoi fare da grande? - Il giocatore di golf. SPA-GHEEEEEE-TTI! Ce l’ha fatta solo uno di noi. No, non a fare il giocatore di golf, quello era chiaramente impossibile. Intendevo dire che è riuscito a diventare meganoide. Merito dell’eroina. L’ha amata a tal punto che...

Milena Agus. Sottosopra

Sottosopra (Milena Agus, Nottetempo, 2012) è l’unico titolo possibile per questo romanzo-clessidra, che nei continui capovolgimenti dei piani spaziali confonde i sensi e le cronologie. Il punto fermo intorno cui ruotare è la voce di una giovane universitaria che si fa narratrice delle vicende dei vicini di casa intrecciate alle sue memorie private. L’infanzia della protagonista è raggomitolata nelle giornate spese con la madre ad aspettare ospiti che non si presentano, a vestirsi bene per fare visita a parenti che non si fanno mai trovare in casa. Così le vane attese e gli inviti a vuoto finiscono nella quieta follia materna, che si preoccupa delle bibite da offrire agli ospiti venuti per le condoglianze, come se il cadavere del marito fedifrago e suicida non fosse ancora caldo e penzolante dal soffitto e la gente avesse semplicemente ricominciato a frequentare la loro casa dopo prolungate assenze.   Per scampare al contagio di un’Ofelia disperata, la ragazza è spedita dalla zia e rimarrà lì, nella Cagliari delle vacanze, in un appartamento della Marina in cui trascorre i mesi universitari. Qui...

...voglio caro Nanni

Io non sono capace di raccontare il Nanni Ricordi pubblico, il discendente della famiglia storica che nei primi ‘800 fondò la leggendaria Casa Ricordi, quella che fece conoscere al mondo la musica di Rossini, Donizzetti, Bellini, Verdi, Puccini e altri, e che nel 1840 mise le basi di ciò che ora viene chiamato diritto d’autore, tutelato in Italia e poi internazionalmente. Il Nanni Ricordi che negli anni ‘50 creò la Dischi Ricordi S.P.A. incidendo il primo disco della Callas, il rampollo dell’alta società milanese un po’ pioniere un po’ visionario che con le sue brillanti intuizioni ha dato spessore alla musica leggera italiana, che ha scoperto, lanciato, collaborato o prodotto alcuni tra i più grandi di quel periodo: Umberto Bindi, Luigi Tenco, Gino Paoli, Sergio Endrigo, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Ornella Vanoni, Michele, Ricky Gianco, Gianfranco Manfredi, Lucio Dalla, Giovanna Marini, Lucio Battisti, Fabrizio De Andrè, Francesco De Gregori, Ivan Cattaneo, Antonello Venditti, Gianna Nannini, Paolo Conte e altri meno noti. “Che Nanni fosse scopritore di talenti”, ricorda Ennio...

Nuovi sguardi per un teatro dell’infanzia

Baby Don’t Cry di Babilonia Teatri è uno spettacolo per l’infanzia duro e lieve, mai sdolcinato. Comincia nel buio, con un pianto inconsolabile, sotto una luce gialla intermittente di soccorso, fra una carrozzina con lucine da luminaria di festa e un albero di natale. Una voce ripete, in incalzante litania: “Non piangere. Non serve a niente. Non vedi che non posso, non posso… Il papà, cosa ti ha detto!… Dai un bacino al tato… alla tata… Questo è pericoloso. Poi piangi, piangi… Io ti devo curare, io ti devo amare… Io…Io… Io…”. Inscena le ipocrisie, le viltà, la distrazione degli adulti, i ricatti esercitati dai bambini e i conseguenti sensi di colpa dei genitori. Racconta, per salti analogici, per suggestioni, un rapporto difficile, quello tra padri sempre più distratti e figli coccolati, e abbandonati soli, mettendo a confronto, ferocemente, contendenti entrambi troppo concentrati su di sé. Narra di bambini delle nostre società opulente e di altri che hanno pianto posando per la prima volta i piedi sul nostro suolo, pensando che non avrebbero...

Natività

Mancavano pochi giorni al Natale. Ero in quarta elementare. Fuori era buio e pioveva. Ingannavo l’attesa contando le goccioline che scivolavano sul vetro appannato della finestra, come le finestrine del Calendario dell’Avvento. Sognavo l’arrivo dei regali e non mi sembrava esistesse altro. Il bambino, che stava seduto nel banco di fronte al mio, alzò gli occhi dal suo quaderno, mi guardò perplesso e disse ad alta voce: “Francesco è tutto blu!”. Ci fu una grande confusione e in pochi minuti mi ritrovai in infermeria.   Mentre stavo sdraiato sul lettino, tutto nudo, come su un tavolo anatomico, l’infermiera riuscì a rintracciare mia madre nella scuola dove insegnava e la fece venire d’urgenza. Mi consegnarono a lei con un misto di paura e ribrezzo. Sul taxi, che sfrecciava per le strade addobbate con le luminarie, tremavo tutto e sbavavo, mentre cantavo come un disco rotto la canzoncina del Natale. Il conducente disse a mia madre: “Signora, non son fatti miei, ma fossi in voi lo porterei diritto all’ospedale”. La parola ospedale non era mai piaciuta alla mamma e gli rispose seccata...

Con L’uomo della sabbia attraverso gli spettri della realtà

Scoprire in quali pieghe si addentra il percorso dei Menoventi – ovvero di Consuelo Battiston, Gianni Farina e Alessandro Miele – è avventura per spettatori curiosi e attenti, felici di ancorarsi a una poltrona che quanto più sarà salda, tanto più potrà capovolgere e rimescolare i pensieri, rubando ogni certezza. Per la compagnia romagnola (per due terzi d’adozione) il tessuto della realtà e le sue infinite increspature sono quanto mai materia di lavoro, luogo denso in cui agire l’attore e i suoi strumenti. “In realtà sta a capo all’ingiù la realtà”, segnala il punto -18 del “termometro” alla rovescia che scandisce la ricerca dei Menoventi: un percorso che avanza per sottrazione, rubando allo spettatore tutto ciò che possedeva per sentirsi al sicuro nel buio della sala (perfino l’anima, come nel radiodramma Il contratto, ispirato al precedente Postilla, spettacolo per un solo spettatore).     Con gli ultimi lavori i Menoventi sembrano introdursi sempre di più nel fondo di labirintiche questioni. Per Santarcangelo 41, oltre a...

Surgical Commander

Da alcuni anni le domande per i concorsi universitari si sbrigano prevalentemente online, perlomeno nel mondo anglofono. Una volta spedire un’application negli Stati Uniti comportava uno spreco di soldi e carta nonché una mattinata da capelli bianchi negli uffici postali. Indimenticabili gli sguardi demoniaci degli impiegati quando varcavo la soglia dell’ufficio postale con un plico di carte a malapena trattenuto tra le braccia, ansimante perché la scadenza era alle porte. Qualcuno poi perdeva la pazienza quando m’impadronivo di ogni angolo dell’ufficio per accertarmi di avere un dossier completo: lettera di presentazione, curriculum, progetto di ricerca, bibliografia indicativa, calendario delle attività da svolgere, nota di spese dettagliata, copia delle pubblicazioni, programmi dei corsi passati, quelli proposti per la nuova istituzione, valutazioni degli studenti, lettere di raccomandazione, busta affrancata indirizzata al mio recapito. Il tutto in cinque, a volte otto copie.   L’Italia è purtroppo rimasta fedele alla carta. Pochi giorni fa, per riempire una “richiesta di fotocopie” mi sono visto...

Dieter Schlesak. L’uomo senza radici

Dieter Schlesak con L’uomo senza radici (traduzione di Tomaso Cavallo, Garzanti, Milano 2011, 462 pagine) dissolve la forma romanzo nella storia privata della propria famiglia riuscendo a raccontare il Novecento della Shoah e delle ideologie attraverso un romanzo composito, che muta pagina dopo pagina quasi biologicamente. Schlesak maneggia letterariamente il sogno e l’allucinazione dando senso e spazio alle illusioni e alle esaltazioni che furono il motore di terribili tragedie. Le parole si fanno così briciole cadute da un tempo che ritroviamo oggi, con angoscia, sulla nostra tavola. Dieter Schlesak scioglie nel suo romanzo una sorta di canto funebre che partendo dalla morte della madre lo riporta nei luoghi dell’infanzia. Esule da sempre, come tedesco in Romania in un impero ormai dissolto, come razza occupante e poi come minoranza sotto scacco della dittatura comunista, Schlesak si ritrova così straniero ai luoghi della sua stessa infanzia e ai suoi stessi ricordi che rievocano litanie scomparse, canzoni perdute. Il ricordo si mischia al sogno, i brevi capitoli, anche di una sola pagina, sono veri e propri vaneggiamenti (Il titolo originale...

La Flor de la Canela

La pigrizia ha sempre dominato la mia vita. Da bambina detestavo camminare, a volte persino uscire, una resistenza tenace ad abbandonare la tana, i giochi, i libri. Nelle gite ero quella che voleva fermarsi a riposare, che aveva fame, che aveva sete, che le facevano male i piedi, Ay Maria Dolores..., sfotteva mia mamma che era una sveltona animata da un nervo sotterraneo che emergeva in ogni gesto. Aveva un passo rapido, deciso, "airoso", "... jazmines en el pelo y rosas en la cara, airosa caminabaaa la flor de la canelaaa...", faceva il ritornello d'un valzerino peruviano che andava per la maggiore in casa, lo ballava ridendo e muovendo i fianchi e mio padre le dava corda sicché lei si credeva la Flor de la Canela stessa e anche noi lo credevamo, bella era bella, profumata pure e camminava così ariosa che starle dietro era uno strazio, Amàaa... Anda despacio por favooor..., lei si voltava sbuffando, l'avrei uccisa. Dell'infanzia ricordo una sola passeggiata da me voluta e goduta.   Playa de Ondarreta. I 4 dell'Avemaria   Seguendo le istruzioni d'una rivista, mia madre ci aveva fatto dei costumi da...

Parigi - L’intrepido fantino al Grand Palais

  Parigi è tante cose. Per molti, per i visitatori e per i turisti, è principalmente un giocattolo. A Parigi si gioca sulla Tour Eiffel, si gioca davanti alle vetrine dei gioiellieri di place Vendome e ai tavolini dei bistrot di Montmartre. Un po’ perché la retorica degli uffici del turismo francese ha trovato più facile raccontare la città in questo modo, un po’ perché niente è meglio del kitsch di cui Parigi è ben dotata per stimolare la fantasia infantile che si annida in ognuno di noi. Ma principalmente perché Parigi è una città demodé che difficilmente abbandona le proprie abitudini: piuttosto le accantona in attesa di farci qualcosa, come vecchi giocattoli non più buoni, ma di cui i nipoti sapranno certamente cosa fare.   La mostra Des jouets et des hommes, aperta in questi giorni al Grand Palais, è forse una delle più originali e riuscite esposizioni degli ultimi anni e allo stesso tempo è una mostra tipicamente parigina per tipologia - monumentale: oltre mille gli oggetti esposti - e per filosofia con il Grand Palais trasformato in...

Tutti sono stati bambini. Conversazione con Giuseppe Caliceti

  Da quando sono un insegnante ho notato che tutti gli adulti, indipendentemente dalla loro professione, quando parlano di scuola rimuovono costantemente la loro esperienza di studenti, dando giudizi di taglio vagamente sociologico che magari si appoggiano sulla vicenda dei loro figli o di adolescenti che conoscono. Chi non lavora nella scuola – e spesso anche chi ci lavora – ha a che fare con una rappresentazione ideologica della realtà costruita dai media. Una rappresentazione che dipinge la scuola come il teatro di una catastrofe e il luogo della barbarie, con il preciso compito di servire l’attacco contro la scuola pubblica in corso da tempo, di cui i Gelmini, Brunetta, Tremonti hanno scritto solo la pagina più recente, offensiva e brutale. I problemi reali vengono sistematicamente ignorati e l’invenzione di presunte emergenze serve per legittimare provvedimenti, in genere tagli di spesa o mostruosità burocratiche inconcludenti, che creeranno nuovi problemi: in questo modo in dieci anni la condizione della scuola italiana, e la qualità della vita al suo interno, è peggiorata davvero e sistematicamente. Il...

Arrivederci, signor Erwin

Es gibt kein schlechtes Wetter, es gibt nur schlechte Kleider, non esiste il cattivo tempo, esistono solo vestiti inadeguati.   Ho l’appuntamento con Erwin Brugger alle dieci del mattino alla stazione di Herisau. Arrivo dieci minuti in anticipo e lui è già alla stazione che mi aspetta con la sua giacca rossa antipioggia e gli scarponi da montagna.   Arriviamo con la macchina all’inizio di un sentiero leggermente in salita. Erwin aveva portato due ombrelli. Incominciamo a risalire il sentiero che entra dentro un bosco in leggera pendenza. Continua a piovere, non fa freddo e l’aria è estremamente piacevole e profumata. Cammino senza parlare al fianco del Signor Erwin e, di tanto in tanto, faccio qualche scatto lungo il sentiero (com’è ingombrante a volte la macchina fotografica!). Erwin Brugger cammina sempre qualche passo davanti a me e mi suggerisce di soffermarmi ogni volta davanti a delle targhe che riportano dei frammenti di scritture di Robert Walser.   Io non riesco a leggere perché la mia attenzione è tutta rivolta verso quel signore distinto con i capelli bianchi e il passo sicuro...

Cammin facendo...

“Cammin facendo…” era l’intercalare col quale la nonna Giulia riprendeva fiato, e riordinava le idee, quando mi raccontava le storie per addormentarmi. Accoccolata vicino al mio letto, con il cane lupo Penelope ai piedi, nella sua grande casa di Firenze, dietro la Questura, si sentiva puntualmente chiedere dalla mia vocetta irrimediabilmente sveglia: “Facendo cosa?” Questo la faceva innervosire. Per lei sembrava ovvio che il tempo si facesse trascorrere camminando. Ma il cammino tornava anche in altre sue espressioni. Per dire che una cosa andava trattata con pazienza, nei tempi giusti, diceva: “Cammin, cammino”. Quando la facevo arrabbiare, invece, mi mandava via con un brusco: “Cammina!”. Fu lei che, avrò avuto quattro anni, mi portò, in un tiepido pomeriggio primaverile, a fare per la prima volta quella camminata che sarebbe diventata la mia “passeggiata per antonomasia”, finchè abitai nell’appartamento sopra i tetti, dei miei genitori, nella via che prendeva il nome dal maestro sodomita di Dante, alla periferia nord della città. La strada saliva dolcemente, tra...

Lerici / Paesi e città

Una volta a Lerici c’era il mare. Giuro, ne ho le prove, come dice Arminio. Il mare e altro, ma adesso occupiamoci solo del mare. Come faccio a dirlo? Beh, quando qualche volta ritorno là e, come mia abitudine, mi frugo nel naso (Federico!!! Almeno fallo che io non ti veda! La Signora, la pianista) mi sembra di sentire sempre quel misto inconfondibile di puzzo d’alga e carcassa di granchio in decomposizione. E le mie narici dilatate e sgombre riaprono, come Sesamo, il mondo perduto dei Ravatti ( lericino, in italiano ‘ciarpame’, ‘res nullius’ in latino), roba che noi bambini trovavamo poco sopra la battigia dopo le mareggiate e nascondevamo nelle nostre favolose tasche (e poi nei cassetti, fuori dagli sguardi indiscreti della summenzionata).   Chiamarla roba è forzato: un niente, un tempo, appunto, qualcosa una volta con una forma e una funzione, ora trasformate, resa irriconoscibile dal mare: prima sasso grigio e poi barattolo di Coca Cola (non stupite, a Lerici, nel ’45, aveva già fatto la sua comparsa una delle prime avvisaglie della nuova invasione barbarica, tecnologica questa volta, tanto pi...

Panta rei?!

È sempre bello tornare nel proprio paese natale, dove il pane è il più buono, i pomodori sono più pomodori e l’acqua disseta meglio di tutte le altre. “Panta rei” afferma Eraclito e sono d’accordo, certo! Non ci si può bagnare due volte con la stessa acqua, come non si può fare la stessa medesima esperienza due volte giacché ogni cosa nella sua realtà apparente è sottoposta alla inesorabile legge del tempo. Già, già. Ma allora come si spiega quello che mi è successo lo scorso week end quando, tornata nella mia Pisa in cerca di colori e suoni familiari, mi è capitato di portare mia figlia a sciacquarsi gli stinchi, rigati di sangue in seguito ad una rovinosa caduta sulla ghiaia, alla fontanella che si trova davanti a casa di mia nonna.   La fontanella, o meglio “la fonte” come la chiama mia nonna, è lì da sempre ed è sempre uguale, anonima nel suo modo camaleontico di confondersi con lo sfondo ma così attenta a ciò che le succede attorno, ritta e vigile nel suo aplomb discreto. La nonna ha sempre abitato...

La falena dell’Acheronte

Ad interessarmi, in quei primi anni, erano quasi solo le farfalle, intendo, le farfalle diurne, quelle che in gergo tecnico si chiamano “ropaloceri”, ovvero “antenne a clava”, essendo questa la caratteristica-chiave che le contraddistingue dalle farfalle notturne, le falene, quelle che hanno antenne di varia forma: filiformi, piumose, a pettine, e così via.   Erano solo le farfalle diurne, dicevo, quelle che mi ossessionavano quando uscivo con il mio retino a caccia: multicolori, bellissime, eleganti, furtive, astute, leggere, veloci. Ma attenzione, lettore: il mondo delle farfalle sensu lato comprende anche la ben più abbondante categoria delle falene che sono 10 volte più numerose delle farfalle. Al mondo vi sono quasi 170.000 specie di farfalle, ed il 90% di esse sono falene. In Europa, ad esempio, abbiamo meno di 500 specie di farfalle diurne su di un totale di 5000. Ma l’interesse per le falene era davvero minimo nei primi anni di ricerche ed esplorazioni per i prati ed i boschi del Biellese. Infatti, questi esseri sono spesso grigiastri, bruni, smorti, monotoni, scuri, pelosi, dal grande corpo e dall’...

La Fontanella della Cavanella

Si trovava vicino al greto del fiume Magra a Villafranca Lunigiana. Sgorgava in continuazione dal terreno del podere della “Cavanella”, da un semplice tubo di ferro inserito nella parete rocciosa. Un getto d’acqua limpida, cristallina, sempre gelata, che finiva in un “bozo” che a sua volta scivolava dentro a un ruscelletto allegro e disordinato per scorrere veloce fra pietre ricoperte di muschio, d’erbacce e di felci ai margini fra il capelvenere. A godersi l'umidità, rospi, rane e girini. Tra le foglie della vegetazione arborea filtravano i raggi del sole creando sull’acqua una tavolozza con tutti i riflessi argentei immaginabili, l’aria era satura di magia. Le sere d’estate i bambini più piccoli venivano mandati a riempire i fiaschi di quell’acqua pura e i morosi, con la scusa di bere, si fermavano a pomiciare.   Avevo poco più di sei anni, come tutti i bambini del paese frequentavo le Suore. Nel mese d’agosto ci portavano al fiume e la tappa alla Fontanella era inevitabile. In fila bere a turno, a gogo o sul palmo, per poi scatenarci tutti dentro il ruscello, cadere sulle...

Le fontanelle di Paese

L’acqua ha sempre un potere magico e magnetico, attrattivo, una calamita che tiene insieme le nostre vite in una sete che ci accomuna, in quel cammino arso, nel deserto del reale, che è spesso la vita. Quando rievoco la fontanella, ora ai margini delle nostre attività frenetiche, ridotta a elemento estetico, da decoro urbano, mi si stringe un po’ il cuore.   So che alcune Municipalità più pioniere e sensibili, hanno moderni distributori con acqua filtrata o gassata, fra l’entusiasmo un po’ fanciullo di qualche pensionato che rievoca il rito domestico, nel nobile gesto di attingere l’acqua fresca e giornaliera da portare in tavola. L’indifferenza delle automobili che scorrono attorno alla piazza, dove è messa a dimora, è forse la cifra del nostro tempo: tutto ciò che è umile e onesto è una presenza mimetica, reso ingrigito, superato dai tempi e dall’abitudine. Mi sovviene la poesia di Guido Gozzano, con la sua umanizzazione della fontana e la nostalgica rievocazione di calure estive, dove nel silenzio delle sieste, la fontana scandiva la sua presenza rassicurante...

L'imprinting del lavatoio

I miei nonni vivevano in un piccolo borgo di campagna friulana. Vi si arrivava da una stradina sterrata ripidissima, le cascine s’alternavano ai letamai e agli orti, all’entrata del borgo un arco di pietra segnava il confine, la casa dei nonni era in cima alla salita, un grande cancello rosso, un fico carico di frutti, la stalla, il fienile, galline, conigli, lì ho passato parte della mia infanzia. Serate d’inverno coi vecchi seduti nella stalla a chiacchierare, serate d’estate giocando coi bambini del borgo a correre a rotta di collo giù dalla discesa, a catturare lucciole e maggiolini.   Prima dell’arco, c’era un antico lavatoio di pietra dove le donne lavavano i panni, io e mia sorella accompagnavamo sempre mia nonna con la sua cesta piena. L’acqua sgorgava dalla fontanella limpida e ghiacciata, riempiva la vasca, mia nonna iniziava il rito. Con quelle sue braccione di contadina sfregava, sbatteva, strizzava, noi la tenevamo d’occhio. Aspettavamo impazienti gironzolando, raccogliendo fiori, osservando coccinelle sotto il sole a picco. Aspettavamo il momento, pronte a scattare appena avesse riposto l’...

Il primo mascherone della fontana del Carmine

Il primo mascherone della fontana del Carmine era quello riservato alla squadra vincente, alla più forte del pomeriggio passato sul campetto in terra battuta a pochi metri di distanza. Perché è quello più vicino, con l’acqua che sgorga con dolcezza e regolarità; perché è sul lato sinistro, che ti permette di bere meglio, e perché non ti sporcavi le scarpette da calcio col fango sempre presente ai piedi di quello opposto.   Il rito del dissetarsi al termine di ore e ore passate sotto al sole su quel campo metà sabbia e metà erba, ottimo come pascolo, ma non per giocare a calcio (per noi era comunque un “erbetta” perfetta) non si dimentica facilmente. È il ricordo degli anni più spensierati. E mentre l’acqua ci ripagava del sudore disperso nel sempre presente polverone delle partite che finivano puntualmente a “coppia e rigori”, una sorta di compensazione calcistica che permetteva alla squadra perdente di salvare ai supplementari almeno l’onore; e mentre tu, sconfitto ancora una volta, rileggevi da grande stratega di calcio tutta la gara cercando...

Battaglie

Non sapevamo che venissero  dette “vedovelle” e non credo di aver mai fatto troppo caso a che l’acqua uscisse dal Drago (sempre smagliato, ingiallito dall’uso e che brillava come oro), ma una cosa la sapevamo bene, anzi due: che sul Piazzale Martini c’era una sola fontanella, così la chiamavamo, sul lato verso via Cicero Visconti, avamposto del territorio ostile e pericoloso  costituito dalla via Fausto Tommei e da Piazzale Insubria, e che non era prudente avvicinarsi quando i ragazzi più grandi la presidiavano con un piede appoggiato sulla piccola vasca, dimostrando così che la consideravano una proprietà loro e che se ne sarebbero andati forse mai. Ma quando, in certi torridi pomeriggi di tarda primavera o d’estate, vedevamo da lontano che era tutta a nostra disposizione, ci precipitavamo, la palla sotto il braccio, per rinfrescarci e bere a più non posso. C’erano tre modi di bere: il primo consisteva nel succhiare avidamente l’acqua che scendeva fresca bagnandosi la faccia e i capelli, il secondo raccogliendola nel palmo delle mani (questo era tipico dei più educati e dei...