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lavoro

(82 risultati)

Ciclo vitale di un’inoccupata

Mi presento, sono una venticinquenne entrata nel girone degli ufficialmente disoccupati in un assolato ma freddo mattino del dicembre 2011. Ricordo ogni nanosecondo di quel giorno e ripensando alla scena oggi avverto un retrogusto che ha un non so che di apocalittico. All’indomani del tanto agognato traguardo della laurea specialistica, mi siedo davanti al computer e compilo ingenuamente una candidatura in rete. Con soddisfazione inserisco il titolo di studio conquistato con tanta fatica e sul più bello… un fulmine a ciel sereno: sullo schermo appare l’espressione situazione occupazionale. Amara scoperta, la definizione di “studente” non mi donava più, e mi calzava a pennello quella di laureata in cerca di prima occupazione.   Dopo la triennale avevo già compilato molte candidature e inviato tanti curriculum, ma volete mettere l’alibi e la rassicurazione di essere ancora una studentessa? E improvvisamente cos’ero diventata? Una nullafacente, bis-patentata, ma pur sempre una nullafacente. Non ero pronta per questa presa di coscienza e i sensi di colpa e la frustrazione col tempo sono diventati insopportabili...

La storia della mia generazione

Nel 2008 Andrea Malabaila mi contatta. Dice di voler aprire una casa editrice. Allora era ancora tutto in fieri. Malabaila stava ancora scegliendo il nome. “Ma penso che alla fine la chiamerò Las Vegas”. Io ricordo di essere sbiancato. Ricordo di aver pensato “Ma perché proprio Las Vegas?”. Las Vegas mi ricordava slot machines, casinò, Cadillac, plastica, tette siliconate, fiches. Perché voler evocare questa dimensione nella mente dei lettori, quando in fondo un libro vuole portare un po’ di sapere, silenzio, meditazioni, monotonia, monocromia, pace, apertura agli altri? “Beh”, ricordo che mi ha risposto Malabaila, “Ma perché per me è una scommessa. Aprire questa casa editrice è più o meno come scommettere al casinò”. Certo, a ripensarci adesso, questa è proprio una frase tipica delle persone della mia età. È una scommessa. Un tentativo. Una questione provvisoria. Malabaila ha ragionato come uno della mia età – non posso dire della mia generazione, perché la mia generazione non esiste, non è mai esistita e se...

Voi siete qui

Tra le varie avventure che possono capitare a chi insegna in una scuola superiore c’è anche quella di occuparsi dell’Orientamento in uscita dei propri studenti: chi assume il ruolo di ‘funzione strumentale’ ha il compito di tenere i rapporti dell’istituto con l’università, il mondo del lavoro e il ‘territorio’ (qualunque cosa questo voglia dire) e di fornire un’interfaccia tra questi e gli studenti. Da quando ho accettato quel compito mi arrivano mail da enti formativi privati di ogni tipo che bramano di poter venire a presentare la loro offerta formativa nella scuole; corsi professionali, diplomi universitari, lauree on line, università di mezzo mondo; per quanto riguarda le Università pubbliche italiane constato che, fatto salvo gli uffici preposti all’Orientamento in ingresso, le singole facoltà (che presto spariranno) si trincerano dietro siti web e informazioni standard e parecchio insoddisfacenti. Tira aria di smobilitazione, insomma: i corsi di laurea a numero chiuso sono sempre più diffusi, fenomeno che si potrebbe correlare al calo alle iscrizioni e all’invito a...

Malpagato derubato deriso disgregato e ti amo Mariù

Alla borgata, il quartiere in cui sono nato, un sacco di bambini rispondevano: il calciatore. - Cosa vuoi fare da grande? - Il calciatore. Ci è riuscito solo Enzo, per un breve periodo e collezionando una quantità incredibile di autogoal. Adesso fa il posteggiatore abusivo a Roma. L’ho incontrato qualche mese fa, mentre mi accingevo a sostenere l’ennesimo sfortunato colloquio di lavoro. Ci siamo guardati negli occhi a lungo, poi abbiamo fatto finta di non conoscerci. Avrei voluto chiedergli l’autografo. Era l’unico calciatore che avessi mai conosciuto, ma ho pensato che non fosse il caso. Nel mio quartiere, comunque, non c’erano soltanto i calciatori, c’erano anche i bambini più fortunati, quelli che guardavano beati loro tantissima televisione e rispondevano: il meganoide o, in alternativa, il giocatore di golf. - Cosa vuoi fare da grande? - Il giocatore di golf. SPA-GHEEEEEE-TTI! Ce l’ha fatta solo uno di noi. No, non a fare il giocatore di golf, quello era chiaramente impossibile. Intendevo dire che è riuscito a diventare meganoide. Merito dell’eroina. L’ha amata a tal punto che...

Laborinto

I dati sulla disoccupazione giovanile sono in continua, costante crescita ovunque nel mondo, particolarmente in Italia, non c’è più lavoro per i giovani, ma anche per i non più giovani la situazione non è meno difficile, dal momento che chi perde il lavoro, molto difficilmente lo ritroverà. Una quantità enorme di persone, spesso prive di mezzi di sussistenza o temporaneamente sostenute dagli ammortizzatori sociali, destinati comunque a esaurirsi, costituisce la manifestazione di un corpo ormai frantumato alla disperata ricerca di se stesso. Ancora una volta il lavoro si rivela come l’unica pratica in grado di comporre i corpi, il sé; il soggetto, un corpo già ormai in pezzi, domanda un padrone che, agendo sul lavoro come procedura di compimento dell’esistenza, sappia rimetterne insieme i pezzi.   Sembra di trovarsi di fronte al ciclo della specie, quando l’individuo è ormai incarcerato all’interno di un tipo e, come spiega Lacan nel suo seminario sugli scritti tecnici di Freud, in rapporto a tale tipo si annulla – l’individuo non esiste o, meglio, esiste solo quando...

L’attesa è finita

Chi sta cadendo non fa progetti, spera solo di potersi fermare.   Ennio Flaiano   La mia “dolce attesa” fortunatamente è finita ma restano, indelebili, il ricordo della fatica, della disperazione e dell’umiliazione vissute da disoccupata e la rabbia nel leggere i resoconti/racconti di altri che vivono la stessa condizione. Durante quell’interminabile quadriennio, mi ha aiutata a non impazzire del tutto “fissare” le mie esperienze in un romanzo che ho battistianamente intitolato Lo scopriremo solo scrivendo, sia in omaggio a un’antica passione musicale sia per esprimere il carattere perennemente in fieri della ricerca di lavoro mia e di tanti altri “operai della parola”. Questo è il suo epilogo, con l’augurio che anche la “dolce attesa” dei lettori abbia termine.   Facciamo a capirci   Un personale, parziale frasario interpretativo writer-friendly...   È in riunione = Non vuole parlarti È fuori sede = Non vuole parlarti È appena uscito = Non vuole parlarti Sarà fuori tutta la settimana = Non vuole parlarti...

Il Primo Maggio in Dolce attesa

Oggi si celebra la Festa del Lavoro, una festa importante per un paese come il nostro che ha scritto nella propria Costituzione di fondarsi sul lavoro. Ebbene, noi sappiamo, ce lo ricordano ogni giorno i mass media, che milioni di giovani disoccupati si aggirano per l’Italia: un popolo di circa-trentenni senza impiego. C’è chi l’ha perso, chi non ne ha mai trovato uno e chi è stato fagocitato dal precariato più fosco e disperante. Tanti hanno smesso di cercare qualcosa. Sono milioni. L’unica ricchezza che gli resta è il tempo. Quando la disillusione colma la misura, il tempo libero diventa la sola dimensione esistenziale. Per questo abbiamo deciso di pubblicare una serie di interventi, raccolti nello Speciale Dolce attesa, coordinato da Ivan Baio e Angelo Orlando Meloni. Cosa fa chi non lavora? Vorrebbe davvero lavorare o va bene così? Ha riscoperto il tempo libero o riabilitato il tempo perso? Cosa vogliono questi giovani temporeggiatori senza guerra? Pesare su un welfare inesistente o lavorare? Cosa pensano di loro i genitori? E gli amici dei genitori? E i parenti tutti? Se davvero il lavoro nobilita l’...

Primo Maggio | La classe operaia è andata in pensione

Alfonso abitava al sesto piano della torre a stella dove vivevo anch’io da ragazzo, a Quarto Oggiaro. Era un operaio dell’Alfa Romeo; si divertiva a raccontarmi di quando era partito da Napoli neppure ventenne e appena sceso alla stazione Centrale di Milano guardandosi attorno si disse, convinto: “questa è la mia città”. Trovò quasi subito lavoro in fabbrica. Il suo caporeparto gli parlava in dialetto milanese e si incazzava se Alfonso (Rossi, un cognome che pare già un luogo comune) faticava a comprenderlo. Per par condicio lui replicava in napoletano, finché, nel tempo, trovarono nell’italiano la lingua franca per comunicare e lavorare al meglio, tutti assieme. All’inizio non conosceva nessuno, ma fra colleghi di reparto, sezioni di partito, riunioni sindacali, nel volgere di poco tempo si sentì già completamente integrato. Qualche mese dopo la sua partenza, la madre dal paese, piangendo di nostalgia al telefono, gli implorò di ritornare a casa. “No - fu la sua risposta - non torno. Qui mi chiamano ‘signor Rossi’, mi danno del lei e rispettano il mio lavoro”. Era...

Il fantasma del censimento

Ancora oggi non so perché ho deciso di lavorare come rilevatrice al censimento della popolazione. Forse perché dopo mesi e mesi trascorsi da sola davanti a un computer per scrivere la tesi di dottorato avevo bisogno di mettere nuovamente le mani nella terra, sbriciolarla, farla entrare nelle unghie e sentirne l’odore. In poche parole avevo bisogno di gente, di rumore, di guai, di tutto quello che è quotidianità: il caffè prima di entrare in ufficio, il barista con cui parlare di politica, la discussione, il dibattito, lo scontro, la guerra, fuori dalle pareti della mia stanzetta.   Per molti mesi io stessa ho tenuto una mano sopra la mia testa, facendole tante carezze appaganti ma anche calcandola sotto il livello dell’acqua, giusto quel tanto per asfissiarmi e quel poco per poter tirare fuori il naso e respirare, il minimo per non credere di essere morta. La mia “dolce attesa” non era ancora iniziata, visto che il termine per la consegna della soffertissima tesi era la fine di ottobre, eppure già stavo esorcizzando il potere di quella parola, che è appunto “attesa” e di quell’...

La vita è una lunga fuffa tranquilla

Mi chiamo Chicca e sono architetto. Caspita, ribatterete voi, non so se con ammirazione o con compassione o tanto per dire qualcosa. Per darvi un’idea: tempo fa ho visto un’intervista a Fuksas, quello che è talmente famoso che Crozza gli faceva l’imitazione, con il nome di Fuffas. Ebbene, Fuffas (quello vero, non Crozza) dichiarava, dal suo megastudio in centro a Roma - pieno zeppo di giovani collaboratori che sarei proprio curiosa di sapere quanto (e soprattutto se) guadagnano -, che se dovesse iscriversi all’università oggi non sceglierebbe Architettura, oppure emigrerebbe subito dopo la laurea, perché voler fare gli architetti, oggi, in Italia, è pura follia. Grazie caro, non potevi farti intervistare qualche anno fa? Così mi risparmiavo anni e anni e anni di studio rilievi plastici progetti scala 1:200?   Vabbé, ormai è andata. Mentre studiavo, per mantenermi facevo due lavori: commessa in un negozio di sabato e schiava in uno studio di architetti dal lunedì al venerdì. Poi questi dello studio ho dovuto mollarli per preparare la tesi, e la cosa divertente è che, dopo...

Musica senza passione

È ormai risaputo che la musica richiede passione. È appunto la “passione”, non l’entusiasmo, la professionalità, la dedizione, la serietà o l’ostinazione ad essere sempre più abitualmente associata con quanto riguarda la musica in generale, sia nella forma di fruizione/ascolto che in quella della sua realizzazione (nell’immaginario di massa è sempre più difficile concepire che si possa comporre musica senza anche suonarla o almeno dirigerla).   Ma perché proprio la passione? Perché non è invece alla noia, alla pazzia o anche solo alla superficialità d’animo che il solito ex compagno di liceo, il ritrovato amico d’infanzia o il lontano parente si sentono costretti a ricorrere per spiegare un’attività tanto astrusa come quella del musicista? Conosco musicisti che, per bilanciare (o sbilanciare definitivamente) l’imbarazzo che li coglie quando devono svelare la propria professione a chi ne è così distante, preferiscono rispondere a chi gli chiede: “che lavoro fai?”: “Il ladro”.   In...

La generazione peggiore

Quando il contratto non c’è, i topi ballano. Stanno tutti in fila davanti al nuovo Trony di Ponte Milvio, i topi, fanno rumore puntando al formaggio, sgomitano, rosicchiano altri dieci centimetri verso la linea gialla, perché quella è la cosa più vicina alla pensione a cui possono aspirare: è la dignità dell’arrivo, il conseguimento del legittimo risarcimento per tutta quella fatica fatta. D’altra parte si sono presentati lì alle cinque del mattino e quando hanno girato l’angolo si sono accorti di non essere né i primi né i soli. Hanno dormito in macchina, hanno accampato tende, si sono portati i fornelli da campo e sul farsi dell’alba hanno riscaldato fette biscottate col burro: se la meritano la linea gialla, se lo meritano di guardare negli occhi l’addetto alla fila che ne fa entrare due o quattro alla volta. Sono anche loro lavoratori, tutto sommato: devono arrivare a timbrare il cartellino per tempo e devono riuscirci da soli. Non si possono dare il cambio, altrimenti non vale: a uno che ha provato la carta della furbizia hanno urlato tre vaffanculo e hanno rotto gli...

Lezioni spirituali per giovani diversamente occupati

Lao Tzu Da ogni minuscolo germoglio nasce un albero con molte fronde. Ogni fortezza si erige con la posa della prima pietra. Ogni viaggio comincia con un solo passo.Ogni lavoro serio con un contratto serio.   Proverbio Il gioco è bello quando dura poco. Il lavoro è bello quando ti lascia tempo per giocare sereno.   Friedrich Nietzsche Da quando ho imparato a camminare mi piace correre. Da quando sono senza lavoro ho imparato ad amare le fatiche lavorative.   Oscar Wilde La cosa più difficile a questo mondo? Vivere! Molta gente esiste, ecco tutto. E senza lavoro sopravvive a malapena.   Proverbio Una mano lava l’altra, tutte e due lavano la faccia. Se il sapone è terminato andate al discount a piedi, per risparmiare.   Hermann Hesse La vita delle persone che lavorano è noiosa. Interessanti sono le vicende e le sorti dei perdigiorno. Questo era vero quando tutti lavoravano…   Charles Bukowski Solo i poveri riescono ad afferrare il senso della vita, i ricchi possono solo tirare a indovinare. Ecco, a me piacerebbe tanto azzardare a indovinare…   Steve...

Lista d’attesa

Tra due settimane torno a lavorare. Ho sempre lavorato, io, da quando si ha l’età per lavorare, ma lavoravo anche prima, durante le vacanze d’estate, è da quando ho sedici anni o giù di lì che lavoro, lavoricchio, tiro a campare, tiro il fiato tra un lavoro e l’altro, un lavoretto e l’altro, un’occupazione qualunque. In genere resto disoccupata per troppo poco tempo per dire che sono anche disimpegnata dal lavoro, che me la godo e non ci penso. Ma non ho soldi per un totale disimpegno, voglio dire che a mio parere uno l’idea della libertà ce la può avere solo con i liquidi, una libertà contante in cui le cose quotidiane non ti preoccupano. Insomma, la libertà è benestante, mentre io sono povera e nel mio caso il lavoro non nobilita, il lavoro non ti indebita se ti piace infilare la mano in tasca e tirar fuori qualcosa oltre i pallini di polvere e filo. Io se mi metto a ravanare nella borsa oggi che scrivo per questa rubrica ho un centesimo e un biglietto per il tram già vidimato, perciò inservibile. So che in Inghilterra la gente butta i centesimi per strada. Io non...

Il Metodo

Guadagnarsi il pane è davvero faticoso e triste. L’uomo si inventa pietose bugie a proposito del lavoro. Ecco un’altra abominevole idolatria, il cane che lecca il bastone: il lavoro. Luther Blissett, Q   Sono uno che soffre di rimorso cronico. È una vita che combatto contro il senso di colpa. Ne ho uno per ogni vizio più o meno innocuo che non riesco ad abbandonare: per il consumo smodato di wurstel crudi, per la masturbazione e per il tabacco. Fumare mi dava addirittura due sensi di colpa simultanei: uno per la consapevolezza ostinata con la quale ignoravo i danni del fumo; uno perché il fumatore è uno dei capri espiatori preferiti dalla società. Quindi, (un po’ per Clelia e un po’) per sopravvivere ai sensi di colpa, decisi di smettere. Fumai la mia ultima, epica sigaretta il primo aprile 2008. A questa fece seguito una prima eccezione, una seconda eccezione, una boccata in ricordo dei tempi del liceo, una in memoria di quando nei cinema e nei film si fumava tutti assieme il calumet della pace, e via mentendo fino a diventare un fumatore sì, ma occasionale! E che comunque ha smesso...

Sensi unici in contromano

Tornata dall’Erasmus nel 2005, fuori corso di un anno, la laurea in Lingue mi sembrava sempre più distante e meno necessaria alla mia esistenza. Già allora era evidente che non ci avrei fatto molto con quel pezzo di carta. In Francia avevo conosciuto il mio futuro marito, mio coetaneo, marocchino, solo che lui a differenza di me l’università non la poteva finire perché mancavano i soldi, che mamma dal Marocco non mandava più da anni. Fuori dal normale corso di studi in Francia il permesso di soggiorno non viene rinnovato, quindi comincia la vita da clandestino. Al mio rientro in Italia decide di venire con me, sperando che i vari zii emigrati a Milano lo possano aiutare a trovare un lavoro, ma tutti si dileguano e lui rimane da solo, senza un posto dove stare, senza documenti, in un paese che non conosce e di cui non parla la lingua. Decidiamo quindi di sposarci per regolarizzare la sua posizione in Italia, a 23 anni, entrambi senza lavoro, senza soldi, senza una casa e senza una laurea. Non pretendo che la mia scelta sia stata la più sensata e ponderata che potessi fare, anzi, ma non sento nemmeno il bisogno di venire...

Pochi minuti per distruggere, molti anni per costruire / Zygmunt Bauman. Conversazioni sull’educazione

Il libro di Zygmunt Bauman, Conversazioni sull’educazione (Erickson), uscito da poco e da cui è tratto questo lungo brano, è un’intervista diversa dalle solite, segnate dal botta e risposta, domande e risposte che si alternano con ritmo incalzante. Qui l’intervistatore, Riccardo Mazzeo, dirigente editoriale e intellettuale, pone al sociologo una domanda, ampia e articolata, e Bauman gli risponde per esteso. Sono tutte questioni che riguardono il tema dell’educazione.   Che ruolo devono assumere oggi gli educatori in un mondo così complesso e difficile? Che spazio c’è per quest’attività così importante per il nostro futuro nella “società liquida”? La paura e l’ansia sono i due sentimenti più diffusi tra i giovani, ma anche tra gli adulti che dovrebbero istruirli e educarli. Il teorico sociale risponde articolando prospettive ampie, facendo esempi, discutendo aspetti del contemporaneo, e persino, a volte, tracciando traiettorie tutte sue, differenti dalle interrogazioni di Mazzeo. Il libro è pubblicato dalla Erickson di Trento, una casa editrice che ha proprio al centro della sua missione culturale e civile i temi educativi, la formazione, le scienze psicologiche, la pedagogia...

Uno scassaminchia di professione

Alle 17.27 del primo aprile 2009 ero a Milano, intento a spedire via mail l’ennesimo curriculum con due righe di accompagnamento. Non sono mai stato particolarmente bravo con le presentazioni, specie se si tratta di presentare me stesso. Quel giorno invece ero particolarmente soddisfatto, in due righe avevo fugato a me stesso ogni dubbio sulla mia natura: “Buongiorno, se vi può servire la collaborazione di uno scassaminchia (trad: autore dolcemente satirico) per professione come il sottoscritto (il cv è una paginetta scarsa, ma non leggetelo se non avete voglia) chiamate pure. Buona vita e buon lavoro”. Dopo sei minuti, alle 17.33, mi risponde una donna, Grazia U., manager di una delle più grandi agenzie di comunicazione di Milano: “Gentile Signor Caldarella, La ringrazio, ma la nostra agenzia è al momento già in sovrannumero di scassaminchia. Forse non satirici come Lei, ma di sicuro più che sufficienti per le ns esigenze. Non mancherò di contattarla in caso si presentasse la necessità di qualche sostituzione. Distinti saluti”. Come potete immaginare, la mia soddisfazione fu massima. Fu...

Un’autorità in materia di pane tostato

Fai colazione con molta, molta calma. Tanto nessuno ti corre dietro. La parola chiave è: routine. Ecco, tu non ce l’hai una routine. Quindi puoi permetterti di sperimentare con le calorie, le GDA e tutto il resto. Colazione all’italiana, all’inglese, alla tedesca, continentale. Le hai provate tutte. Una volta hai perfino fatto colazione col minestrone della sera prima. Ma di solito vai sul classico: caffè, biscotti, merendine. E pane tostato. Soprattutto pane tostato. Col tempo sei diventato un’autorità in materia di pane tostato. Hai assaggiato tutte le marche, provato tempi diversi di tostatura. Quello San Carlo è più morbido, ma comincia ad ammuffire troppo presto. Il Mulino Bianco resiste di più. Attenzione, il pancarré è superato; adesso si tosta una cosa chiamata Pan Bauletto. Ne fanno diversi tipi: fette di pane integrale, di grano duro, ai cinque cereali più soia. Il migliore, hai deciso dopo mesi di tentativi, è quello di grano duro. Il timer va settato sul “3”, onde ottenere fette croccanti fuori e morbide dentro. Sopra puoi metterci quello che ti pare. Negli anni...

Dal diario di un disoccupato

15 dicembre 2010   Oggi visita dei miei. Un’ora e quaranta di puro nulla. Chiacchiere sul maltempo per evitare altri argomenti. Sei dimagrito. Berlusconi. Con Lietta come va? Ogni tanto mio padre ride scoprendo il vuoto osceno di un molare. Poi annunciano di dover andare via. “Ah giacché ci siamo…” si volta mia madre sulla soglia, come se un’idea improvvisa l’avesse tirata per la giacca e non fosse invece quello il motivo della visita. “To’, tieni”. Mi mette in mano un assegno. “È in bianco. Se hai qualche problema scrivici su la cifra che ti occorre”. Mentre intasco il pezzo di carta – qualche secondo di imbarazzato silenzio – intercetto mio padre con la coda dell’occhio. Un intrico di rughe in faccia. Mani dietro le spalle. Di tanto in tanto sorride con la sua bocca bacata. Non faccio in tempo a ringraziarli che lei, furtiva come un pusher, mi ha già rifilato un paio di banconote arrotolate. “Tieni anche questi. Se ti servisse del contante”. Tossisco. Mio padre si gratta la nuca con l’indice. Stacca una squama di pelle bruciata dalla psoriasi. Le...

O tempora, o mores

Alcuni stralci dal primo convegno: “La tassazione del tempo perso, un incentivo al lavoro sottopagato”.   Introduce i lavori il sottosegretario per la responsabilità, l’economia e la religione. “Se dal principio primo della realtà promana il bene, e sappiamo quale sia, il principio primo della realtà... il bene non può che promanare dal denaro. Ecco perché per quanto crudele possa apparire – Dio solo sa quanto mi sia costato accettare questo tipo di verità – chi non ha denaro, ahilui... non esiste. Ma le cattive notizie non finiscono qui, perché da ciò deriva che non avere alcun contatto col denaro conduce al male. Io stesso avevo proposto ad alcuni amici facoltosi uniamo il nostro denaro, facciamo una colletta di bene assoluto e sommergiamo fino a soffocarlo chi il bene non può permetterselo; un’utopia. Non perché ci siano difficoltà a organizzarsi, ma perché inevitabilmente ci troveremmo ad affrontare le ritorsioni dei soliti... poveri... malvagi. Non odiateli, amici, sono solo... sfortunati che non conoscono il bene. Chiuderei aggiungendo...

Terreno d’acqua

Ho introiettato il seguente insegnamento paterno: “Il lavoro, e in particolare quanto lavori, fa di te o una persona realizzata nella vita, o un assoluto fallimento”. Conformemente a quanto sostiene Max Weber in Etica protestante e spirito del capitalismo agli occhi di mio padre solo chi si sacrifica per il lavoro è una buona persona, degna d’amore e considerazione. Quindi, poco importa se si fa fatica a trovare lavoro… ciò che conta è che sei un imbecille perché a lavorare non ci vai. Nel mio caso, una fallita, anche se laureata con lode, che a ventotto anni mangia ancora la minestra che papà, con così tanto sacrificio e abnegazione, suda. Di sensi di colpa, dunque, considerata tale situazione, posso dire di essere satura. Si traducono immediatamente in giudizi morali, come se fosse il lavoro a determinare il valore spirituale della persona, l’unità di misura, il termine ultimo di paragone sul quale dosare lo spessore intellettuale e umano di qualcuno. La mia condizione fisica poi, non aiuta per niente. Se già per chi è – come comunemente si dice – “normodotato...

Il trigger venuto dal freddo

Nei primi giorni di disoccupazione il copywriter freelance si dedica ad attività a lungo vagheggiate. Alcuni riescono persino a leggere dei libri, ma è cosa breve. Ben presto diventa un homeless telematico: vagabonda dal sito di “Repubblica” a Pornhub, passando per qualche testata internazionale, che fa tanto cittadino del mondo, come il “NewYorker” o, per i più fighetti, “Le Monde”. Se ha l’iPad inganna l’ansia in una caffetteria illudendosi di trovarsi a San Francisco, o a Stanford o in qualche altro posto per americani gauche: la differenza è che qui se non ordina qualcosa ogni ora, lo guardano malissimo. Comunque, dopo una settimana in cui bivacca al caffè è chiaro a tutti che nella vita non fa un cazzo e l’espressione di vaga pietà delle cameriere è spesso insostenibile.   Mette allora in atto strategie miserabili: alla mattina ritarda la levata e tra colazione, studio dei giornali e accurate abluzioni diventa operativo verso mezzogiorno; di notte anticipa il momento di coricarsi, così si ritrova a dover riempire non più di dodici, quattordici...

Giorgio Bocca intervista Primo Levi / Essere antifascisti oggi

Nel 1985 Giorgio Bocca conduce una trasmissione a Canale 5; s’intitola “Prima pagina”. In seguito, ha raccontato varie volte della collaborazione alla tv berlusconiana. Intervista diversi personaggi, e nel giugno di quell’anno incontra Primo Levi. L’occasione è data dall’uscita di un libro dello scrittore torinese: L’altrui mestiere; un libro di saggi, meglio di articoli brevi, apparsi in vari giornali, principalmente “La Stampa”, con cui Levi collabora; in precedenza, negli anni Sessanta, anche su “il Giorno”, di cui Bocca era una delle firme. Una coincidenza, come l’altra, quella che probabilmente spinge Bocca a intervistare Levi: entrambi sono stati partigiani di Giustizia e Libertà. Levi per breve tempo, e in una scalcagnata banda partigiana denunciata da una spia. Inoltre, entrambi sono piemontesi; Bocca di Cuneo, Levi di Torino. La città della Mole si sente sullo sfondo di questa conversazione condotta nelle stanze dell’Einaudi, la casa editrice di Levi; Bocca è stato a Torino all’inizio della sua carriera giornalistica, prima di andare a Milano, l’altra sua città. Levi ci vive in modo discreto, ma intenso come si capisce dall’intervista stessa. La conversazione, qui...