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malattia

(53 risultati)

I / Cinque domande sullo scenario futuro

Con queste cinque domande ci prefiggiamo di individuare i nodi che la crisi sanitaria del Covid-19 con le sue conseguenze ha provocato a livello mondiale, con l’idea che, come disse anni fa un economista americano, la crisi, per quanto terribile, è un’occasione da non perdere.   Walter Siti, scrittore   1. Quali saranno a tuo parere i principali cambiamenti che la pandemia del coronavirus ha prodotto? Provando a differenziare tra aspetti sociali, economici e culturali.   Il cambiamento principale si è registrato nella vita quotidiana: abbiamo capito quanto, nell’equilibrio delle masse, fosse legato all’uscire. Uscire di casa per evadere da se stessi. Tutte le chiacchiere vane, da cui non si impara niente, avevano una potente funzione rassicurante; uscire era la vera arma di distrazione di massa, molto più dell’intrattenimento o della propaganda politica. Stare muso a muso con se stessi, o con gli altri membri della famiglia, fa terribilmente paura. Fare shopping in giro aiutava i depressi molto più di quanto non li aiuti comprare le stesse cose su Amazon – che poi non sono proprio le stesse, perché in questo momento Amazon fa fatica a recapitare le cose inutili. La...

Metafisica del populismo VI / Teologia del virus

Quando si prova a pensare al cambiamento che il Covid 19 produrrà nel nostro futuro si è inclini ad un certo “apofatismo”. Come per il Dio “al di là dell’essere” della teologia negativa nessuna delle categorie del discorso pubblico alle quali eravamo abituati sembra infatti in grado di rendere ragione della trasformazione che sta operando nelle nostre vite e, soprattutto, di quelle che genererà “dopo”. Del virus, sul piano empirico, sappiamo molto. Con fiducia e riconoscenza ci rivolgiamo infatti agli scienziati e al loro certosino lavoro, ma anche gli scienziati condividono lo stesso nostro spaesamento circa ciò che il virus sta facendo e farà di noi in quanto “comunità umana”. La situazione è strana: da un lato abbiamo la certezza che è in atto un cambiamento radicale, che niente sarà come prima, dall’altro cosa accadrà, quale cambiamento è in corso, resta totalmente indeciso. Il trauma, del resto, ha proprio questa natura. È il sentimento incontrovertibile di un “accadere” che però non ha oggetto.   Il trauma certifica, con la sua dolorosa evidenza, che qualcosa è accaduto, segnando una discontinuità radicale e irreversibile nelle nostre vite, ma non ha un contenuto da...

Negantropocene / Il virus è il messaggio della società automatica

La potenza comunicativa di questo virus, di certo il più mediatico della storia, va ben oltre la sua capacità di tenere in ostaggio le routine produttive dei media. Esso modifica progressivamente la percezione dello spazio-tempo, creando un effetto di sospensione in cui tutto può accadere e difatti tutto accade. Un processo in cui persino le categorie fondamentali di spazio/tempo si modificano all'avanzare dell'infezione. Da ciò deriva l’oscillazione inaudita dell’essere dinnanzi alla sua avanzata, quell’apriamo tutto o chiudiamo tutto che ha caratterizzato il punto di vista della politica e del cittadino comune, alle prese con un insostenibile e continuo riadattamento cognitivo. Questa capacità del virus di plasmare e riplasmare l'intera sostanza del sociale, lo avvicina a ciò che M. McLuhan considerava come un mezzo puro. In quel caso era la velocità della luce elettrica, che rappresenta un medium senza messaggio, informazione allo stato puro, in questo caso anche il virus si presenta come un mezzo senza messaggio.   Del resto il virus produce una percezione quasi relativistica del tempo, cosicché ciò che vediamo oggi – come gli effetti del lockdown...

Contagi e mortalità / Le sirene della Val Seriana

La Val Seriana è oggi, probabilmente, il territorio più colpito al mondo dal Covid 19. Io ci vivo da quasi quarant’anni e dall’inizio di marzo ho dovuto accettare di viverci nella reclusione più totale. Ogni mattina i notiziari locali e le chat ci aggiornano su amici e conoscenti: i contagiati, i ricoverati, i morti.  Sopravvivere in completo isolamento è possibile: i nostri sono paesi piccoli e si sono organizzati, i negozi di alimentari fanno consegne a domicilio, la raccolta differenziata non perde un colpo, i medici superstiti al contagio rispondono al telefono appena possono, i volontari passano dalle farmacie e portano le medicine a chi ne ha bisogno. Le mascherine, qui, non sono mai state in vendita e anche i medici di famiglia ne sono sprovvisti. Ma questa è una vecchia storia italiana: mai equipaggiati bene i nostri soldati in prima linea, noi.   Fino a pochi giorni fa sentivamo in continuazione le sirene delle ambulanze, era il nostro tappeto sonoro e noi ci stavamo sopra, anzi, ne eravamo avvolti. Ora non è più così, ma nessuno si illude. Sappiamo bene che ormai le strade sono deserte e che le ambulanze non hanno più bisogno di segnalare il proprio passaggio....

Psichiatria evoluzionistica / Buone ragioni per stare male

Per capire che cos’è la psichiatria evoluzionistica bisogna prima comprendere cos’è la biologia evoluzionistica, ossia la disciplina scientifica che studia la storia degli organismi viventi basandosi sui principi generali dell’adattamento all’ambiente. La biologia evoluzionistica ci dice che a plasmarci così come siamo è stata la selezione naturale. Da qui la medicina ha inizialmente tratto l’errata conclusione che anche le malattie possono essere il risultato della selezione naturale. In realtà non sono le malattie ad avere spiegazioni evolutive, bensì le caratteristiche che ci rendono vulnerabili alle malattie.  La domanda che pone la medicina tradizionale è: Perché ci ammaliamo? E ancora: Una volta stabilito il motivo per cui ci ammaliamo, in che modo possiamo guarire? La domanda della medicina evoluzionistica è invece: Perché la selezione naturale ha lasciato nei nostri organismi dei tratti che ci rendono vulnerabili alle malattie?   Da quest’ultimo quesito trae origine la psichiatria evoluzionistica. Se è vero che le persone affette da una disfunzione congenita che non permette loro di provare dolore muoiono nei primi anni della vita adulta, allora significa che il...

Boomer / Sessantenni nello specchio del coronavirus

Ti viene da pensare al Diario della guerra del maiale dopo l’invito dell'assessore al Welfare della Lombardia Giulio Gallera rivolto agli over 65 a non uscire di casa per prevenire il coronavirus. Ci si sente sotto attacco, c’è poco da fare, sembra che il sistema si scateni come i giovani di Buenos Aires del racconto di Bioy Casares che per una settimana cercano di eliminare “i maiali”, cioè tutti coloro che hanno più di cinquant’anni. E tu, come “i maiali”, sei costretto a difenderti nascondendoti e fuggendo le tue stesse abitudini.  Ma come, dice Lella Costa: “Noi, i figli del boom, siamo carne di cannone quando impongono di non andare in pensione, di lavorare sempre più, di rimboccarsi le maniche e anche di contribuire a mantenere figli e nipoti. Poi, arriva questa malattia e ci dicono, in sintesi, che siamo cagionevoli ed è meglio tenerci a casa. In realtà, mi sembra che questa Milano sia piena di settantenni in forma, consapevoli, capaci di prendersi cura della loro salute. Perciò viene un po' da ridere, all'invito a stare chiusi a casa.” (intervista in Repubblica-Milano del 04.03.2020).    A un “esame di realtà” le ragioni della scienza sono evidenti e...

Speranza e immaginazione / Se una zolla è rapita dal mare

In questi giorni sono salito in Appennino ma l’Appennino non c’era più. Tutto era lì, identico a prima. Le faggete, i denti di arenaria, le nevi residuali. Ma l’Appennino non era più lì perché qualcosa mi impediva di stabilire un ponte tra quello che avevo sotto gli occhi e quello che in più di quarant’anni si è raccolto, tra desiderio e memoria, nel mio paesaggio mentale. Le cucine delle osterie erano ancora calde, le piste tra i cuscini di foglie erano identiche a quelle che percorrevano i manipoli celtici o le brigate partigiane, l’odore del fumo dai comignoli era quello di mio padre e di mio nonno. Ma l’Appennino era scomparso. Non potevo più contare su di lui, vaporizzato. Dall’alto del Crinale guardavo giù la cappa lenticolare su Modena, sul polo ceramico, sulla Pianura padana. Ma non era solo la nube delle polveri sottili e delle zattere di CO2 alla deriva sopra cervelli e polmoni. Era come il 1962, come se una nuova Rachel Carson collettiva avesse scoperchiato il vaso di Pandora su una verità inconfutabile: non c’è angolo della Terra che sia salvo. Ieri erano le molecole di DDT, oggi è il virus pandemico, che sta impattando come un iceberg di panna contro il Titanic di...

Ai confini della viralità / Il meme come virus, il virus come meme

Dopo anni di utilizzo eufemistico del termine, la viralità torna prepotentemente a sconquassare le nostre vite, riportandoci traumaticamente dal virtuale, a cui ci si riferiva tempo prima, al più tragico reale che ci sfugge e non riusciamo a gestire. Da quando il virale si è trasformato da aggettivo a sostantivo (il video, il contenuto, il meme), ci eravamo scordati dell’inquietudine, dell’angoscia e del panico che può provocare la vera viralità, o meglio la viralità biologica, poi aumentata dalla viralità mediatica e social. La crisi prepandemica o pseudopandemica, che ha bloccato una città dinamica come Milano, ha reso ancor più palese lo scenario di domesticazione dei consumi che in un saggio in uscita chiamo "isolation". Con Amazon che associa le ricerche sull'amuchina ai condom, mentre i supermercati vengono saccheggiati e i servizi di delivery e le app di dating online vivono un momento di grande splendore. Il virus hackera il funzionamento dei sistemi esperti, degli uffici, delle istituzioni e dei consumi, inducendoci a riflettere sulla loro natura/funzione. Meglio approfittarne per entrare in modalità smart working (per D. De Masi finalmente sdoganato proprio dalla crisi...

Scienza e dissenso / La lingua nel tempo del Coronavirus

Termine di un lessico tecnico-scientifico, coronavirus è, come parte del discorso, un nome comune: “s[ostantivo] m[aschile] […], invar[iabile] - Gruppo di virus a RNA, morfologicamente caratterizzato da una frangia di proiezioni superficiali a guisa di corona. I c[oronavirus] patogeni per l’uomo sono responsabili di affezioni acute delle prime vie respiratorie, compresa una forma di raffreddore”. Ecco quanto ne dice la voce del Supplemento al Lessico universale italiano dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana. La pubblicazione rimonta al 1985: è dunque escluso che il riferimento al raffreddore stia lì a fare volontaria ironia. Capita tuttavia che l’ironia sia ultra-umana e se ne impipi delle volontà. Col tempo, può così comparire persino in una voce enciclopedica, inattesa.   Coronavirus ce ne sono allora tanti: come tipi, s’intende; che siano d’altra parte tanti come repliche di ciascun tipo va da sé: diversamente, non si parlerebbe in proposito di rischi di epidemia o, addirittura, di pandemia. La gente del mestiere può trovarsi così nella necessità di battezzare un tipo o un altro, per dirne e scriverne univocamente. Tra competenti, ciò può diventare indispensabile, come...

Untori, numeri e false voci

Di tutti gli strumenti inventati dal genere umano si può fare un uso buono o cattivo. Ad esempio, per quanto riguarda la matematica, io mi sono convinto da tempo (a ragione o a torto: non ho le prove di quanto sto per dire) che usi cattivi, compresi in un arco che va dal discutibile al deleterio fino al pessimo e all’esecrabile, sono avvenuti in campo economico-finanziario. Economisti ignari di matematica e matematici ignari di economia hanno cooperato per mettere in circolazione una serie di tecniche e procedure che hanno provocato effetti enormi, in larga misura imprevisti, nella più assoluta indifferenza dell’aurea definizione, condivisa a suo tempo dallo stesso Adam Smith, secondo cui l’economia, dopo tutto, è «una scienza morale».   Esempi di uso buono, anzi, prezioso della matematica si trovano invece in campo medico; e in particolare in campo epidemiologico, tema che imperversa nell’informazione di questi giorni. Un’efficace esposizione dei dati fondamentali è stata fornita da Paolo Giordano sul «Corriere della Sera» dello scorso 25 febbraio, in un articolo al quale rimando senz’altro (Coronavirus, la matematica del contagio che ci aiuta a ragionare in mezzo al...

Fatti e paure / Cina. Reazioni e società

Chi si interessa di Asia e di Cina non può, in queste settimane, dimenticare il coronavirus. Io però ho timore di scriverne. Non sono un giornalista, non ho fonti certe, non ho la capacità né l’abitudine a controllare la veridicità delle notizie, dei tanti falsi e semplificazioni che impazzano in rete, ma anche su mezzi di informazione importanti. Preferisco che questo lavoro lo facciano i professionisti del giornalismo, o almeno coloro che tra questi tengono la schiena dritta e non vanno a cercare comodi allarmismi per conquistarsi segmenti di mercato. Nella incertezza informativa di queste settimane – infodemia, è stata definita – non mi sento neppure di mettere giù un pezzo che renda conto delle parole che a me giungono dagli amici di Pechino, riguardo alla loro personalissima esperienza, alle restrizioni alla vita comune, ai tanti che sono stati invitati a lavorare da casa, al traffico rarefatto, ai sistemi in atto per ridurre al minimo i contatti tra le persone.   Una rapida carrellata di realtà private e individuali non può indurre una sintesi, e noi in questo momento è di una sintesi che necessitiamo, a meno di non fare come quei brutti telegiornali che ‘raccolgono le...

Il nuovo volume della collana Riga / Il desiderio di essere capiti

La malattia fa spesso venire una gran voglia di essere capiti. I malati all’ospedale non fanno che chiedere ai dottori di capirli. Vogliono essere capiti dalla scienza e rimessi a posto come macchine. Tutti noi malati coltiviamo questo ideale meccanico di comprensione, che ci dà qualche speranza. E gli altri naturalmente mostrano di capire la “cosa” che ci rende malati. C’è sempre un gran traffico di dicerie tra parenti e dottori, per capire la “cosa” che rende malato un malato. E i dottori la spiegano con le loro parole meccaniche, ma nessun parente e nessun malato sa di preciso di cosa parlino i dottori. Tuttavia ci scambiamo tutti occhiate e discorsi per dirci: “Hanno capito”. La stessa situazione si trova in quelle attività che sono chiamate creative. Anche queste sono una malattia che fa venire una gran voglia di essere capiti. Si vorrebbe che gli altri capiscano la “cosa” della nostra creazione. Si vorrebbe che dicessero: “Sì, è questo, significa questo, è bello per questo”. Che soddisfazione, che stordimento e che follia, sentire di essere capiti! Come negli ospedali ci sono i dottori che spiegano la “cosa” della malattia, così in questo settore ci sono i critici che...

Diagnosi / La malattia e i suoi nomi

Mia nonna materna è morta di cancro nella Jugoslavia degli anni sessanta del secolo scorso, ma il termine non era contemplato, né in pubblico né in privato. Nemmeno “brutto male” si diceva. Si moriva e basta, si alzavano gli occhi al cielo o si puntavano a terra, il perché della dipartita era un mistero che ai bambini appariva ancora più grande. Non ci si doveva pensare, l’uomo nuovo socialista non era previsto si ammalasse, fosse vulnerabile, perché questo ricordava la sua ineluttabile condizione umana dove la sorte collettiva si declina al singolare. Infatti, a Praga come a Dresda, tra tutti i libri vietati dell’epoca, proibitissimo era Riflessioni su Christa T. di Christa Wolf, la storia di una giovane donna malata, che tiene un diario e racconta la sua lotta con la leucemia.   Ogni periodo storico e ogni cultura si possono studiare, e forse un po’ capire, dalle modalità sempre diverse di dire e rappresentare, di chiamare la malattia, di definirla. Dunque, dalla sua diagnosi. L’annuncio dipende dai toni e dagli umori, dalla formazione e dalla postura del medico. Tra paziente e diagnosi si instaura un rapporto dialettico, ma non sempre il medico riesce ad essere farmaco....

Da vicino nessuno è normale / Margini. Otello Circus a Olinda

I manicomi sorgono abitualmente alla periferia delle città, scriveva Franco Basaglia in un testo del 1965, in zone isolate, circondate da mura che diano il senso preciso della separazione. La figura del malato di mente, espressione di una rottura della norma, è un’immagine da tenere a distanza perché non abbia a turbare il ritmo di una società che non si sente responsabile dei suoi frutti negativi e crede di risolverli allontanandoli da sé.    Prove Otello, maggio 2018, ph Vasco Dell'Oro. Il malato di mente come figura che abita i margini: non è la sola, in questo tempo, e non è pensando solo a lei che queste parole appaiono di una faticosa attualità.  È in questa società che l’uomo, sottoposto alla tirannia della normalità, si ammala.    Olinda – progetto collettivo nato nel 1996 – ha fatto dello spazio dell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano, spazio di periferia e segregazione, spazio dunque di una doppia esclusione, un luogo di apertura, e lo ha fatto guidata da queste domande: come evitare di produrre il ghetto? Bisogna proteggere i matti dal mondo cattivo o il mondo cattivo dai matti? Chiusi i manicomi, infatti, non sono crollati i muri...

Testimonianza di un dolore / L'understatement di Severino Cesari

Di Severino Cesari mi resterà indelebile il ricordo del suo signorile understatement che non aveva il sapore dello snobismo ma di una spontanea e umanissima attenzione verso l’altro. Sapevo, si sapeva da anni, che lottava contro un male che gli dava poche speranze e che quella eroica resistenza si sarebbe spezzata mettendo la parola fine a un esercizio instancabile di quotidiana cognizione della sua malattia.   Di quella tenace, sofferta ma talvolta persino ilare resistenza ci resta una straordinaria documentazione scritta, Severino negli anni ci ha dato un’anatomia letteraria  del male che lo affliggeva, con un attenzione chirurgica al dettaglio e una capacità che non ha eguali di restituire ai colori, alle emozioni e alla pietas della scrittura ogni dettaglio di quella lunga vitalissima agonia. Le scritture, appunti, pagine sparse, testimonianze su facebook, i racconti in diretta delle progressioni e regressioni del suo male sono un sofferto capolavoro di osservazione di sé e del mondo intorno a lui dalla specola della sua ostinata resistenza. Spero che un giorno ne nasca un libro, sarà una testimonianza lucida di rara potenza letteraria. Severino aveva una dote che...

Un ricordo / Severino Cesari. La dolcezza umbra

La dolcezza è stata la cifra umana di Severino Cesari, una qualità che appartiene agli umbri, e che è anche quella della regione dove Severino era nato, terra di profondi umori, grazia e anche di determinazioni assolute; perché c’era qualcosa di roccioso in lui, che si è manifestato dal momento in cui la malattia l’ha colpito, atterrato, ma non demolito, anzi. Roccia ed erba verde e tenera, sono le immagini che conservo di Severino. La prima volta che l’ho visto era nelle stanze di via Tomacelli, a Roma, al Manifesto. Era l’inizio degli anni Ottanta e Severino vi era arrivato da poco, proveniente, credo, da un altro giornale di quella che allora era l’estrema sinistra, Il quotidiano dei lavoratori. Nonostante che lo stigma del periodo fosse l’ideologia, manifestata in ogni modo e a ogni livello, lui non aveva nulla di simile. Non che ne fosse privo, non mancava di una visione del mondo, tuttavia non la metteva mai avanti, non entrava nei discorsi che s’intrecciavano con lui. La curiosità, la disponibilità, la capacità di ascoltare. Prima di parlare lasciava passare qualche secondo, come se stesse raccogliendo le idee, come se quello che voleva dirti dovesse passare almeno due...

“Che senti?”. “Silenzio.” / Storia della mia depressione

Dopo molti giorni in cui mi svegliavo di cattivo umore, con un peso nel petto, difficoltà a deglutire, senso di oppressione, una mattina mi sono svegliato chiedendomi: perché mi sveglio sempre di cattivo umore? E ancora: perché dovrei invece svegliarmi di buon umore? Ma soprattutto: cos’è il buono e il cattivo umore? Dove sta la verità dell’umore? Fingo di più quando sto di buono o di cattivo umore? E fingo rispetto a cosa? Rispetto alla realtà del mio umore, o rispetto alla fisionomia oggettiva della realtà che mi circonda? E quindi come dovrei essere, una volta accertata la fisionomia oggettiva della realtà che mi circonda, di buono o di cattivo umore? E se riesco con ragionevole obiettività ad accertare la fisionomia della realtà che mi circonda, ossia se mi riscopro dotato della qualità psicologica necessaria a giudicare con ragionevole obiettività la fisionomia della realtà che mi circonda, perché allora il mio umore sembra insensibile a questa realtà, perché il mio umore reagisce come se questa realtà non esistesse, ma anzi come se la realtà di riferimento fosse un’altra, come se quest’altra realtà fosse, diciamo, tendenzialmente più brutta della realtà oggettiva? ...

Quattro poesie / Materia grigia

Pubblichiamo la prima delle quattro poesie di Robin Morgan. Qui il saggio introduttivo di Maria Nadotti.     1. Disturbi del movimento     Dopo decenni di picchetti, petizioni, due volte il carcere e peggio – il supplizio delle riunioni – ora il nome della diagnosi lo trovo divertente.   Tutto è raccolto nella materia grigia – in gergo, per cervello – mentre sprofonda mentre si fa materia scura. Però, del grigio della mia nessuno ha precisato il tono: perla? antracite? Non è scientifico, del resto, il gergo.   Scientifico è il disturbo neurologico, lo dicono degenerato – pare un giudizio morale –  e induce il mio magnifico cervello a sputacchiare    da nervi e muscoli, a farfugliare, e un dibbuq dissoluto mi danza l’hip hop, così, lungo le dita, mi dà colpi nell’occhio, mi rovescia sul grembo il caffè, mi fa incespicare e di questo mi rimbrotta,   sopra lo schermo fa sbandare il mio cursore, e la mia firma – la fluida firma mia gioiosa, di cui tanto ero fiera – la incricca nel reticolo di un ragno avvinazzato.   Quale ironia, trovarmi tutta scatti proprio quando stavo scoprendo il valore della quiete. Dunque, Cervello,...

Un'antropologa sulla propria vecchiaia / Clara Gallini. Storia di una malattia

Un libro coraggioso, questo di Clara Gallini (Incidenti  di percorso. Antropologia di una malattia, Nottetempo), non solo perché affronta con sorprendente lucidità il percorso di una malattia, la sua, ma anche per come lo fa. Ci vuole un certo coraggio, oggi, a scrivere: “Ora sono vecchia – una parola che non usa più, resa orrorosa da quel linguaggio renziano che esorta alla rottamazione di quanto non sarebbe giovanile. Vechia e malata...”. In un'epoca in cui la cosmesi lessicale tenta in ogni modo di fare scomparire la vecchiaia, esorcizzandola attraverso eufemismi e slogan vincenti, ammettere (e accettare) con chiarezza la propria condizione è atto coraggioso.   E lo è anche il cercare di reagire al male e alle terapie invasive tentando di trasformare l'intero sistema terapeutico in un campo di osservazione per chi come lei, ha trascorso la vita “osservando e partecipando” come fa ogni antropologo. Allieva di Ernesto De Martino, Clara Gallini diventa, in questo ultimo lavoro, osservatrice partecipante di se stessa e dell'apparato umano, tecnico e simbolico che è la medicina, raccontandoci la storia di un corpo malato. Se Malinowski, padre dell'osservazione partecipante...

Prima parte / Nuove cartoline dai morti (I)

La signora che faceva la chemioterapia vicino a me leggeva sempre i fotoromanzi.   ***   Mi piacerebbe che qualcuno lo facesse sapere a Tonino, il carpentiere siciliano che lavorava con me in Svizzera. Non mi ricordo di che paese era e non mi ricordo neppure il cognome. Aveva i baffi e gli piacevano gli spaghetti col tonno.   ***   Tenevo la mia mano stretta nella sua. Lei guidava, mi stava portando in ospedale. Ci stavamo amando e ora io stavo morendo. Fuori pioveva, la pioggia bucava il vetro, arrivava ghiacciata sul mio petto.   ***   Lo sapevo che sarei morto a marzo. Lo avevo capito a ottobre che sarebbe stato il mio ultimo inverno. E ora sono qui senza cappotto, con un vestito elegante che non mi ero mai messo.   ***   Chi mi veniva a trovare sotto sotto sperava che io non guarissi, e così è stato.   ***   La malattia mi ha cambiato la faccia, me l’ha fatta più grossa. Sembrava che avessi due facce. Due giorni in ospedale e poi mi hanno rimandato a casa. Sognavo di morire nell’ambulanza. E invece sono rimasta altri tre mesi nel letto. Sono morta una sera di febbraio. Tirava un vento fortissimo. Sentivo che quel vento mi stava...

Cadute di stile e cadute con stile

Dovrebbero decorare il soffitto, penso mentre aspetto. Che senso hanno i quadretti e i poster alle pareti? Tanto i pazienti stanno sempre in posizione orizzontale. Spinti sui carrelli, come le valigie all'aeroporto, e altrettanto spesso persi e dimenticati tra una tappa e l'altra.   Sono piuttosto rilassata, da quando una siringa formato famiglia di antidolorifico mi ha spedita in un mondo migliore, dove non si boccheggia contorcendosi per le fitte lancinanti. A disturbarmi è soltanto il tizio calvo parcheggiato accanto a me sulla sua sedia a rotelle, cellulare incorporato nell'orecchio. Sta raccontando a tutta la sua rubrica, con dovizia di particolari, come ha fatto a rompersi il bacino cadendo da uno sgabello. Finalmente chiude la comunicazione. Per attaccarne subito un'altra. Dal vivo:   «Ciao. Io ho una frattura al bacino. E tu?» «Lo stesso.» «Come hai fatto? Io sono caduto da uno sgabello.» Le prime venti volte non l'avevo capito. «Io da cavallo.» «Oh, vai a cavallo?» No, stavo facendo un giro in mongolfiera e sono precipitata sulla sella, così, per caso....

Intervista a Santiago López Petit

Elia Verzegnassi Molti pensatori hanno provato a considerare la rivolta tanto come evento che sfida l'ordine sociale, quanto come tattica con cui lacerare le maglie di un potere rivelatosi nel tempo intoccabile rispetto ad altre operazioni politiche (rivoluzione, antagonismo, forme alternative di rappresentanza, ecc.). A essere posta in rilievo, in entrambi i casi, è la qualità irruenta della rivolta, la carica con cui essa irrompe nel reale perturbando le condizioni da cui pur essa è sorta. Si potrebbe avvicinare la rivolta, in favore di questo carattere, a ciò che, nel suo Lo Stato guerra. Terrorismo internazionale e fascismo postmoderno, viene definito come «gesto radicale»?   Santiago López Petit Di fronte alla difficoltà di pensare oggi la propria idea di rivoluzione, di fronte all'impotenza alla quale sembriamo condannati, alcuni di noi cercano nella ribellione, o meglio, in ciò che sarebbe una pratica di sovversione, una via per attaccare la realtà. Non è strano che, almeno nel mio caso, questa indagine mi avvicini al pensare il gesto radicale a partire dal gesto dadaista. Duchamp, com...

Pietro Barbetta. La follia rivisitata

Se l'umanità potesse fare un sogno comune, che cosa sognerebbe? Sognerebbe Moosbrugger, i suoi occhi dolci, la sua mitezza, la simpatia che ne celano il crimine. Queste, le conclusioni cui giunge Ulrich, l'uomo senza qualità descritto da Musil, in un mondo che di qualità – rispetto al residuo mitteleuropeo anni Trenta – ne ha ancor meno. Anche nei suoi sogni. Il sapere di Ulrich – ogni lettore lo sa – non ha valore, si disperde nella mediocritas e nell'indifferenza, mentre in Moosbrugger è il volere a non avere qualità. La volontà di quest'ultimo è ferma, ma indifferente alla tonalità morale dei suoi effetti. Per questo, più che occhi sbarrati – come quelli dei pesci, di cui parlerà Odon von Orvath – gli occhi di Moosbrugger riflettono un'umanità placida, se non proprio serena. Il suo sguardo, non meno della mediocrità di Ulrich, si intona a meraviglia all'air du temps.   Moosbrugger è dolce, simpatico ma – ecco il punto – è pure un assassino. La sua follia e, di conseguenza, la sua azione omicida possono...

Morire felici?

Ogni libro di Hans Küng, teologo e sacerdote cattolico noto per le sue posizioni eterodosse, è destinato a suscitare discussioni e controversie. Non fa eccezione l'ultimo, pubblicato dalla casa editrice Rizzoli, intitolato Morire felici? Lasciare la vita senza paura (2015). Küng, da qualche tempo ammalato di Parkinson, è membro di un'associazione svizzera che accompagna i malati inguaribili a morire con l'aiuto della medicina o, per dirla in modo più diretto, con l'eutanasia attiva. Küng ha espresso più volte pubblicamente il desiderio di porre fine alla propria vita quando la malattia non gli consentirà più, intellettualmente, di essere se stesso. Una scelta opposta a quella di Giovanni Paolo II, che Küng critica con un'asprezza talvolta irritante ma di cui chi conosce i suoi duri e dolorosi contrasti col magistero papale può comprendere l'origine. Con questo nuovo libro, spiega nell'intervista posta ad apertura, vuole approfondire e chiarire ai suoi lettori i motivi di una decisione che ha provocato critiche e perplessità da parte sia di avversari che di amici e sostenitori....