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Le icone di Hiroshima

Sono passati settant'anni. L’atomica non finisce mai di incombere su di noi. Per questo ricordare la prima volta in cui è stata usata su obiettivi civili, a Hiroshima, e poi la seconda, a Nagasaki, non è un dovere di memoria e di pietà puro e semplice ancorché necessario: è una meditazione obbligatoria sul presente e su un sempre possibile futuro prossimo, sull’infinita capacità di male delle società e dei singoli.   Doppiozero ricorda le due tragedie con l'articolo di Yosuke Taki apparso ieri e con questo di Giuseppe Previtali.     Gli avvenimenti dell’Agosto 1945 in Giappone hanno aperto una nuova pagina nella storia dell’uomo. La caduta dei primi ordigni atomici sulle città di Hiroshima e Nagasaki è stata letta come uno dei più grandi traumi del Novecento, insieme allo sterminio degli ebrei d’Europa da parte del regime nazista. Ogni trauma storico ha in sé una potenza evocativa che non è apertamente esprimibile: vero e proprio momento topico della letteratura testimoniale è infatti il riconoscimento dell’incapacità di...

Sognando l’atomo

Sono passati settant'anni. L’atomica non finisce mai di incombere su di noi. Per questo ricordare la prima volta in cui è stata usata su obiettivi civili, a Hiroshima, e poi la seconda, a Nagasaki, non è un dovere di memoria e di pietà puro e semplice ancorché necessario: è una meditazione obbligatoria sul presente e su un sempre possibile futuro prossimo, sull’infinita capacità di male delle società e dei singoli.   Doppiozero ricorda le due tragedie con le riflessioni di Yosuke Taki oggi e di Giuseppe Previtali domani.     A Nuclear Story   In questi giorni ho avuto modo di collaborare alla traduzione di un film su Fukushima (Fukushima: A Nuclear Story) di e con Pio D’Emilia, il noto giornalista italiano che vive in Giappone da più di trent’anni. È un film bellissimo che avrebbe dovuto fare un giapponese, ma soprattutto è stata un’occasione per rendermi conto di quanto un’intera generazione di giapponesi, dopo gli anni Cinquanta, sia stata allevata sotto un’ingannevole pioggia di messaggi subliminali, nemmeno tanto celati, per indurci a...

Anime

Erano gli anni ottanta, in Italia, quelli della consacrazione delle televisioni private e dell’affermarsi del duopolio televisivo nazionale in luogo della monoteistica – una e trina – programmazione statale. Chi, allora, stava attraversando l’infanzia riconosceva però a un’altra dialettica degli opposti il potere di dominare il proprio immaginario: da un lato stava l’animazione tradizionale voluta da Walt Disney e dall’impero da lui eretto; dall’altro erano i disegni animati giapponesi. In verità, secondo la considerazione infantile più comune, le due correnti dominanti dell’animazione si distinguevano per una differenza molto più immediatamente percettiva.     Quelli di casa Disney erano i disegni animati curati e preziosi, come l’abito buono da indossare per una cerimonia, una festa: era il loro statuto più frequente, quello del lungometraggio, a donare loro quell’aura autorevole e degna di rispetto. Guardarli al cinema o in VHS con i genitori era celebrare appunto un’occasione, parteciparvi e riconoscerla. Questo rango a tutti gli effetti elitario non...