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nazismo

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L’ultimo degli ingiusti

Aspettiamo dietro la porta. Dentro una troupe televisiva sta intervistando Claude Lanzmann. Vanno per le lunghe. Comprensibile, forse, dato che non capita tutti i giorni di parlare con l’autore di Shoah, il film di oltre dieci ore in cui il regista e intellettuale francese fa parlare i sopravissuti della deportazione e dello sterminio degli ebrei europei. In questi giorni non c’è giornale, TV o radio che non l’abbia sentito, che non abbia raccolto la sua voce e le sue dichiarazioni.   Il suo nuovo film, L’ultimo degli ingiusti, è uscito a novembre in Francia e ora anche in Italia. Un film a suo modo scandaloso. A distanza di trent’anni dal suo capolavoro Lanzmann fa parlare uno dei personaggi più discussi della terribile stagione che sconvolse il Vecchio continente: Benjamin Murmelstein, il capo del Consiglio ebraico di Theresienstadt, a meno di 100 chilometri da Praga, il ghetto modello costruito dai nazisti per mostrare al mondo come venivano trattati gli ebrei deportati. Il rabbino Murmelstein è l’unico Decano dei ghetti costruiti dai nazisti a essere sopravissuto. Prima ancora era stato un personaggio...

I fatti di Roth e l’inverno di Auster

Philip Roth è seduto al tavolo davanti alla macchina da scrivere. Lo vediamo attraverso la finestra, rinchiuso tra le sbarre dell’infisso. Inforca un paio di occhiali da vista, una mano sul fianco e una al mento. Un sottile nervosismo sembra attraversarlo, la bocca socchiusa e la mascella in tensione, forse la presenza del fotografo, più probabilmente la rilettura del testo. A prima vista sembra notte, lo fa pensare anche la lampada accesa, in realtà nel riflesso della finestra s’intravede una luce diurna che illumina alcuni alberi. La fotografia è di Bob Peterson e fa parte di una serie che ritrae Philip Roth al lavoro. Siamo nel 1968: l’anno successivo il Lamento di Portnoy lo metterà al centro della scena letteraria americana. Vent’anni dopo, in seguito anche ad un esaurimento nervoso, darà alle stampe I fatti (Einaudi, traduzione di Vincenzo Mantovani).     Per effetto della luce i fogli appiano bianchi e intonsi, sia quelli appoggiati sul tavolo sia quello infilato nella macchina da scrivere. L’angoscia di un foglio bianco: nulla vi è di più di reale, incontrovertibile,...

Nerd pride! La strana vita di Alan Turing

Dura la vita dei nerd e dei gay nella prima metà del Novecento. Immaginatevi poi una persona che riuniva in sé entrambe le caratteristiche. È questa la storia al centro di Enigma. La strana vita di Alan Turing, il fumetto scritto da Francesca Riccioni e disegnato da Tuono Pettinato che racconta le vicende del grande matematico, padre dell'intelligenza artificiale ed eroe della guerra, e mette insieme nazismo, nerdismo, omosessualità, mele avvelenate, guerra, amore, matematica e codici segreti (Rizzoli Lizard, 120 pagine, 16 euro).   Certo, Turing è anzitutto colui che inventò il concetto di “macchina universale”: oggi i computer possono simulare tutto o quasi, dalla tv alla radio, alla macchina da scrivere. E chi non conosce il test di Turing, cioè il modo per distinguere un essere umano da una macchina? Blade Runner non l'avete visto? Sulle equazioni di Turing si basa gran parte della matematica all'opera nell'informatica di oggi. E poi con il suo Colossus è riuscito a decrittare i codici segreti della macchina Enigma usata dalla marina nazista per comunicare segretamente, contribuendo...

dOCUMENTA (13) – Kassel

dOCUMENTA, che quest’anno è giunta alla sua tredicesima edizione, è una mostra d’arte contemporanea nata nel 1955 per volontà di Arnold Bode (1900-1977), un architetto e artista originario di Kassel. La città, pesantemente bombardata durante la Seconda guerra mondiale, doveva diventare un luogo dove – all’inizio ogni quattro anni e dal 1972 con cadenza quinquennale – la Germania si sarebbe ripensata attraverso l’arte. Nel progetto originario il bisogno di elaborare collettivamente un lutto senza rimuovere le proprie responsabilità si saldava con l’urgenza di immaginare la rinascita del paese e di scrollarsi di dosso l’oscurantismo nazista e l’eccesso di obbedienza che aveva portato e tenuto al potere il regime hitleriano.   Alla prima edizione di dOCUMENTA rispondono molti degli artisti più significativi del XX secolo, da Pablo Picasso a Henry Moore. E così sarà per tutte le edizioni successive che, a partire dal ‘72, saranno ogni volta affidate a un diverso direttore cui sarà data piena libertà creativa, tematica, politica, organizzativa:...

La morte e Liala. Quando Jesi esplorò la destra

“Non si può dedicare un certo numero di anni allo studio dei miti o dei materiali mitologici senza imbattersi più volte nella cultura di destra e provare la necessità di fare i conti con essa”. Con questa netta enunciazione di intenti Furio Jesi, nell’incipit dell’introduzione del suo saggio Cultura di destra, stabiliva da subito il compito e i confini che si era prefissato, quando decise di affrontare le pulsioni storiche e culturali che stavano alla base del neo fascismo e della nuova borghesia italiana reazionaria. E non era certo un compito facile, in quanto nel clima di acceso scontro ideologico della fine degli anni Settanta (nel 1979 esce la prima edizione del saggio per Garzanti) il termine “cultura di destra” era considerato come un ossimoro e tutti gli studi sul mito, sul sacro e sul leggendario giudicati materia per ottusi nostalgici in odore di fascismo. Maneggiare quella materia non era facile allora e non è facile nemmeno adesso, per noi che, come piccioni sopra un cornicione, assistiamo attoniti al baratro culturale residuo di quella che è da considerarsi come la fase crepuscolare della...

Ernest Jones e il quislinguismo

Al convegno Tipi umani particolarmente strani, tenuto presso l’Università di Bergamo lo scorso novembre, Marco Dotti, durante un suo intervento su Knut Hamsun, ci ha ricordato il fenomeno del quislinguismo. Che cos’è? Ne parla Ernest Jones (1879 - 1958) in un breve saggio, quattro paginette, pubblicato per la prima volta nel 1940 e riapparso nel 1951 sul primo di due volumi - Ernest Jones Essays on applied psychoanalysis (London, Hogarth) - che ancora si possono trovare, stravecchi e gualciti, in vendita online, benché il libro sia da tempo fuori stampa.   In molti sanno che Jones è stato il primo biografo di Freud, qualcuno ha letto che fu tra i sostenitori della permanenza in Inghilterra di Melanie Klein, che lavorò per far ottenere a Freud il trasferimento a Londra durante l’avvento del nazismo in Austria. Le parti eroiche dell’uomo sono abbastanza note. Nessuno, o quasi nessuno, ricorda il Jones che gestì, negli anni Trenta, le pagine più inquietanti riguardanti l’espulsione di Wilhelm Reich dalla società di psicoanalisi, accusato di marxismo, e le sue manovre parallele per...

Torna il teatro di Brecht

Un boom che pare garantire benessere a tempo indeterminato, seguito da livelli d’inflazione a dir poco storici; l’investimento in azioni che sembrano destinate a crescere a dismisura e la speculazione malcelata delle lobby bancarie; i piccoli risparmiatori prima preoccupati poi in lacrime che si radunano rumorosi davanti a Wall Street, tempio dichiarato del progresso occidentale. Sembrano resoconti dell’altro ieri, mentre sono storie di quasi cent’anni fa, di quel venerdì nero che gettò gli Stati Uniti e il mondo nella Grande Depressione. Sia ben chiaro, il paragone è di comodo: parliamo del 1929 per incontrare il lavoro di Brecht, un artista e intellettuale la cui esistenza ha singolarmente coinciso con le trasformazioni cruciali del ‘900 e pare essere ancora destinata ad accompagnarne gli esiti. L’occasione è d’eccezione: dopo un lungo oblio, l’opera brechtiana sembra essere tornata all’ordine del giorno teatrale proprio in questi ultimi anni, guarda caso anche grazie a testi scritti proprio a ridosso della crisi, da La resistibile ascesa di Arturo Ui di Claudio Longhi a Orazi e Curiazi dell...

Francesco Permunian. La Casa del Sollievo Mentale

La Casa del Sollievo Mentale (Francesco Permunian, Nutrimenti, 2011, pp. 176) è il luogo dove celebrarne l’assenza, il limbo allucinato in cui sostare senza riposo tra il rimpianto della follia perduta e l’incontrollato abbandono. Le pareti sono di carta e parole, solide quanto occorre per imprigionare le anime incendiarie e voluttuose che la abitano, ma non abbastanza per trattenere il contagio. Sui bordi del lago di Garda, come tra le quinte polverose di un teatro abbandonato, maschere deformate e sconvolte compaiono sul palcoscenico: Alfonso Maria Manotazo, nobile e romantico discepolo di Guido Ceronetti; il parassita Alfreduccio, necrofilo profanatore di cadaveri, libri, bambole e termosifoni; Donna Maria Reginalda, presidentessa delle Dame di San Vincenzo, che offre la redenzione tra le sue gonne di santa. Nel dramma in due atti della follia, un inconsapevole Caronte bibliotecario accompagna il lettore tra i relitti e i deliri della ragione disfatta e di seguito sfilano variopinti e disperati il pluriomicida impotente, la tanguera etilista, il medico con il vizio della letteratura e la zia Arpalice, stretta dalla schizofrenia tra visioni mariane e...

Dieter Schlesak. L’uomo senza radici

Dieter Schlesak con L’uomo senza radici (traduzione di Tomaso Cavallo, Garzanti, Milano 2011, 462 pagine) dissolve la forma romanzo nella storia privata della propria famiglia riuscendo a raccontare il Novecento della Shoah e delle ideologie attraverso un romanzo composito, che muta pagina dopo pagina quasi biologicamente. Schlesak maneggia letterariamente il sogno e l’allucinazione dando senso e spazio alle illusioni e alle esaltazioni che furono il motore di terribili tragedie. Le parole si fanno così briciole cadute da un tempo che ritroviamo oggi, con angoscia, sulla nostra tavola. Dieter Schlesak scioglie nel suo romanzo una sorta di canto funebre che partendo dalla morte della madre lo riporta nei luoghi dell’infanzia. Esule da sempre, come tedesco in Romania in un impero ormai dissolto, come razza occupante e poi come minoranza sotto scacco della dittatura comunista, Schlesak si ritrova così straniero ai luoghi della sua stessa infanzia e ai suoi stessi ricordi che rievocano litanie scomparse, canzoni perdute. Il ricordo si mischia al sogno, i brevi capitoli, anche di una sola pagina, sono veri e propri vaneggiamenti (Il titolo originale...

Victor Klemperer. Cronache di una vita e di una lingua

Pubblichiamo qui due riflessioni di Roberto Gilodi e Michele Ranchetti sugli scritti di Victor Klemperer.     “Sistemando il pacco del manoscritto, mi tormentavo ancora una volta chiedendomi se mai riuscirò a utilizzare tutto ciò che ho accumulato. Ma non posso pensare a queste cose se non voglio sprofondare nell’assoluto non essere”. È il 20 gennaio 1945 quando il filologo e francesista Victor Klemperer (1881-1960) chiude le annotazioni della giornata con queste parole. Ormai le sorti della guerra sembrano segnate, gli eserciti alleati hanno avviato l’offensiva finale e stanno per invadere la Germania. Ma quanto tempo dovrà ancora passare prima della resa? E quando nel febbraio del 1945 i nazisti decidono di deportare anche le coppie miste, Victor e sua moglie Eva (lui ebreo assimilato e convertito al protestantesimo, lei ‘ariana’), si chiedono se da ultimo la macchina dello sterminio inghiottirà anche loro.   La vicenda di Klemperer, allievo di Vossler e collega di Auerbach e di Curtius, è emblematica di un’intellettualità ebraica per la quale l’...

Primo Levi, alle origini della zona grigia

Pubblichiamo un commento di Marco Belpoliti agli articoli di Sergio Luzzatto e Domenico Scarpa, apparsi il 19 giugno 2011, qui riprodotti per gentile concessione del Domenicale Sole 24ore. Il Domenicale ha un nuovo caporedattore, Armando Massarenti, e un nuovo formato – più grande – che ritorna alle sue origini, dopo l’esperimento del tabloid-rivista dell’anno trascorso, continuando così una tradizione grafica e culturale assai importante nel paesaggio giornalistico italiano.     Quando saranno raccolte e pubblicate le lettere di Primo Levi, si scoprirà che i suoi libri sono sempre accompagnati da una continua messa a fuoco di temi e problemi, approfondimenti e cambiamenti progressivi, di cui l’epistolario è senza dubbio il documento più vivo. Per quanto sia riuscito a leggere delle lettere di Levi nel corso della curatela delle sue “Opere”, uscite presso Einaudi in nuova edizione nel 1997, sovente custodite da amici e interlocutori più o meno occasionali, mi è subito parso evidente che non esiste un Levi intimo o privato, in vena di confidenze personali (ci sono anche...

I maestri della destra

“Ma come, davvero esistono ancora la destra e la sinistra? Non era stato tutto archiviato, passato in giudicato, chiuso e sepolto?”. La voce di Massimo Cacciari tradisce uno stupore genuino. Sembra passato un secolo da quando, ed era soltanto una decina d’anni fa, i suoi interventi ai convegni della “nuova destra” accendevano discussioni furibonde tra gli intellettuali di sinistra. Eppure è bastato che Garzanti riproponesse a quattordici anni di distanza un testo come Cultura di destra dello scomparso germanista Furio Jesi per suscitare una reazione furibonda tra gli esponenti italiani di quell’area un tempo definita appunto “nuova destra”. Si tratta di una bieca “operazione commerciale”, tuona dalle colonne dell’Italia settimanale Gianfranco de Turris, un tentativo dei “residui dell’intellighenzia marxista di mettere ancora alla sbarra gli antichi nemici” e di “far compiere alla cultura italiana un balzo indietro di tre lustri, ricreando un clima di caccia alle streghe”. Insomma, una vera e propria demonizzazione, attuata “nonostante crolli e controcrolli” e...

Per sconfiggere l’entropia

Sostiene la simpatica Bice Curiger, curatrice della cinquantaquattresima Esposizione Internazionale d’Arte, che la divisione in padiglioni nazionali è la specificità e l’unicità della Biennale di Venezia; ed è tutt’altro che anacronistica. Conseguentemente ha costruito sull’idea di nazionalità e storia la sua mostra, intitolandola ILLUMInazioni. La novità è che la curatrice ha creato quattro nuovi “para-padiglioni”: strutture architettoniche create da quattro artisti (Son Dong, Monika Sosnowska, Oscar Tuazon e Franz West) che ospitano le opere di altri artisti, dando vita a delle “opere-ambiente” a metà tra scultura e architettura che presentano delle altre opere più o meno omogenee. Un’idea interessante che però funziona soltanto nei primi due casi: lo stridore e l’incoerenza non sempre sono un valore, e queste purtroppo sono le caratteristiche di molte parti della Biennale, soprattutto all’Arsenale.   Giardini. Da qui conviene quindi partire, senza un itinerario preciso, annotando soltanto quello che è interessante. È...