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palco

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Scene al tempo dei lockdown / Teatro i, la ricerca in comune

Una conseguenza evidente della crisi sanitaria attuale è l’aggravarsi delle disparità. Per quanto la pandemia metta a dura prova la resistenza e l’attività di tutti, alcuni gruppi o individui si trovano in condizioni più svantaggiate di altri. Limitandoci al comparto dei lavoratori dello spettacolo dal vivo, è lampante che gli artisti affermati che godono già di una reputazione e di un supporto materiale per il proprio lavoro sono in una posizione più comoda (anche se ovviamente sempre a rischio) di chi comincia ad affacciarsi alla pratica del teatro. È poi anche chiaro che vi sia una disparità marcata nel rapporto creatore-fruitore. Se l’artista può quanto meno approfittare del tempo sospeso per concentrarsi sulla creazione, sulla progettazione e sulla propria poetica, il pubblico è del tutto tagliato fuori dall’esperienza estetica. Le misure di distanziamento e di tutela della salute non permettono che il processo creativo passi dal piano della forma, o della pianificazione/scrittura del testo, all’evento performativo: il cosiddetto ‘rito’. Per cercare di reagire almeno in piccola parte a questa disparità e per dare sia agli artisti emergenti che al pubblico un’opportunità di...

Letteratura teatrale per giovani lettori / I Gabbiani: “facciamo che io ero…”

È improbabile anche solo immaginarli un ragazzino o una ragazzina con in mano un testo teatrale, per di più scritto appositamente per i lettori della loro età. A differenza del teatro ragazzi, che in Italia sta vivendo una splendida stagione, la letteratura teatrale per i giovani (a eccezione delle solite cattedrali nel deserto) esiste al massimo come nicchia, non è un campo battuto con favore dagli editori, non rientra nei programmi scolastici ma neppure nelle abitudini di chi legge per passione. Eppure, il “facciamo che io ero” del teatro è la formula magica dell’infanzia. Mettersi nei panni e nella voce di figure inventate per vivere avventure strepitose e sperimentare terrore, coraggio e passioni potenti è quello che fanno tutti i bambini nascosti nel buio di una tenda improvvisata in salotto, ma anche gli adolescenti chiusi in camera ad ascoltare musica per ore. Non è certo sorprendente ribadire che film, musica e libri servono a viaggiare con la mente e raffinare la grammatica dei sentimenti, ma lo è invece accogliere la nascita di una collana di testi teatrali che allenano con discrezione e concretezza la naturale pratica dell’immaginazione, proprio in un momento storico in...

Autobiografie / L'archeologia del sangue di Enzo Moscato

Per chi non lo sapesse, Montecalvario si trova subito sopra via Toledo. Non è propriamente un quartiere, né una strada. Topograficamente, lo si può intendere come l’insieme di vicoli dei Quartieri Spagnoli che salgono dalla parte centrale di via Toledo fin sotto Corso Vittorio Emanuele, verso la collina di San Martino. Enzo Moscato, nel suo Archeologia del sangue, primo volume di una trilogia autobiografica, pubblicato nel novembre 2020 da Cronopio, lo definisce a più riprese “rione”, identificando in quell’insieme di vicoletti, bassi, soprannomi, strani figuranti di mestieri antichi e personaggi scomparsi, il luogo della sua origine: il posto dove tutto cominciò. Chi conosce la materia di cui il Teatro dell’autore attore napoletano si nutre, sa bene che essa prende vita da quello che sarebbe meglio definire come un “non luogo” dell’anima, difficile da inquadrare. È l’autore stesso, in uno dei racconti del libro, a tornare su questa questione:   Si può parlare dei Q.S. (or, if you like it, dei “Naples Spanish Quarters”), in vari modi: in modo “materiale”, cioè: fisico, geografico, topografico, antropologico, piscologico, sociale […]. E poi c’è, o ci sarebbe, un’altra maniera...

Riedizioni / Bernard-Marie Koltès: avamposto sul limite estremo

Troppo teatrante per la letteratura e troppo letterario per il teatro: l’opera di Bernard-Marie Koltès è l’emblema di quel vuoto di posizione in cui la scrittura teatrale è percepita in Italia, un paese dove il drammaturgo è una specie di figura omissiva, una creatura fantasiosa e ibrida che, da vivo, esiste spesso solo per luce riflessa. Tanto più se, come Koltès, si è autori teatrali come lui lo è stato: fedele a un’idea di scrittura teatrale oltranzistica, torrenziale, poetica nel modo più verboso e spudorato. Una scrittura che va a sfidare il letterato, convinto che la scrittura teatrale non sia “vera letteratura”, ma anche il teatrante, che davanti alla pagina fluviale e (apparentemente) statica di Koltès ha subito l’istinto di dire: questo non è teatro, ma letteratura. Un equivoco che viene da lontano, che ha fatto sì che un autore che è in Francia già un vero e proprio classico, una figura tra lo sciamano e l’icona rock (Koltès, oltre ad essere morto molto giovane, era un uomo bellissimo), fosse finora presente in traduzione italiana solo in sparse pubblicazioni episodiche, da tempo introvabili. Quella lacuna oggi viene finalmente colmata: Arcadiateatro pubblica un’edizione...

Roberto Andò / Thomas Bernhard, Piazza degli eroi

Il teatro oggi si vede solo su schermi, ed è una tragedia. L’ha detto Romeo Castellucci (qui, per esempio) e lo ripetono in molti: manca quella esperienza unica che è il respiro di un palco e di una platea dal vivo. Ma in assenza di altro l’opera ben girata, con un’idea televisiva, può suscitare emozioni e aiutare a rivelare il testo, specie se questo non è mai stato rappresentato. È avvenuto per una mirabile, emozionante edizione dell’ultima pièce di Thomas Bernhard, Heldenplatz, in traduzione italiana Piazza degli eroi, che speriamo di vedere presto anche in palcoscenico. È stato allestito dal Teatro di Napoli con la regia di Roberto Andò e trasmesso in versione televisiva firmata da Barbara Napolitano il 23 gennaio su Rai5, nell’ambito delle manifestazioni per il Giorno della memoria. E ci è sembrato un modo particolarmente efficace di celebrare questa ricorrenza, perché il testo non parla solo di nazismo storico, ma soprattutto di xenofobia, antisemitismo, razzismo risorgente, di nazionalsocialismo che si insinua nelle società democratiche attraverso la mentalità cattolica confessionale più retrograda, quella piccoloborghese, populista e socialista, di un socialismo...

Il teatro / Peter Handke. Attacco al sistema

L’Italia è uno dei pochi paesi al mondo in cui Peter Handke è noto quasi soltanto come romanziere: il che la dice lunga sia su quanto il genere teatrale sia considerato, da noi, la cenerentola nella gerarchia culturale, sia sul provincialismo che non lo fa percepire come una lacuna. Peter Handke è invece uno fra i drammaturghi più importanti del panorama teatrale internazionale: ed è stato proprio un testo teatrale, Insulti al pubblico, che l’ha reso famoso al grande pubblico tedesco; ed è da drammaturgo più che da romanziere che Wim Wenders lo chiamò, nel 1987, a firmare la sceneggiatura del celebre Il cielo sopra Berlino. Ora, finalmente, Quodlibet colma quella lacuna editoriale (l’ultima introvabile edizione del teatro di Handke, di Feltrinelli, era del 1969), ripubblicando i primi testi drammaturgici del premio Nobel austriaco, in un volume curato da Francesco Fiorentino che comprende due testi fondamentali – Insulti al pubblico e Autodiffamazione – insieme ad altri testi più brevi e meno noti.    Peter Handke. Insulti al pubblico altre pièces vocali (Quodlibet 2020).   Siamo nel 1966: Handke ha ventiquattro anni. Il suo editore Siegfrid Unseld, della...

Romaeuropa Festival / Anni luce per la nuova scena italiana

L'attrice posa col gomito sul tavolo ingombro di pagine di copioni, caffè, qualche matita, mentre il regista, più avanti sul palco, parla al pubblico. Improvvisamente il gomito le cede di schianto e lei sbatte violentemente il viso sulla superficie di legno, facendo sobbalzare tutta la sala. Le mani corrono al volto, il dolore è squassante. Ora le scosta: ride! Non è niente, era uno scherzo, ha lasciato andare la testa per simulare il colpo e ha percosso il tavolo da sotto il piano. La gag è gretta ma funziona. Il regista, Francesco Alberici, vuole provarla. Si siede al posto dell'attrice e tenta la mossa, ma il risultato non convince, il colpo non è ben simulato. Ci riprova. Niente, non va. Più credibile è la reazione successiva, il grido straziante, teatrale: Alberici in terra, si rotola sul palco, il corpo è percorso da spasmi.   Si tratta di una delle scene centrali di Diario di un dolore, debutto dell’attore/autore milanese (spesso sul palco diretto dal duo Deflorian/Tagliarini oppure con la propria compagnia Frigoproduzioni) al Romaeuropa festival della capitale. Nella settimana dal 6 all’11 ottobre – poco prima, dunque, che le attività teatrali e gli eventi...

Festival internazionale del teatro – Lugano / Il teatro è un cavallo di Troia

Il teatro, scriveva Julian Beck nel 1967, “è il cavallo di legno per prendere la città”. Oggi, con una pandemia in corso, il celebre motto del Living Theatre (Franco Perrelli intitola così un capitolo del suo I maestri della ricerca teatrale, 2007) prende nuove e inaspettate risonanze. Il teatro può diventare il cavallo di legno per riprendersi la città, ovvero il luogo della vita, della condivisione e della discussione pubblica? A guardare il programma del FIT Festival 2020, che ha appena concluso a Lugano la sua ventinovesima edizione, sembra di poter rispondere affermativamente. Gli artisti invitati (dall’Italia al Belgio, da Israele alla Corea) non hanno ceduto alla tentazione del disimpegno e dell’intrattenimento di un pubblico emotivamente affaticato dai mesi trascorsi; né, dall’altro canto, si sono limitati a operare come un reagente immediato ai traumi recenti, cercando empatia prêt-à-porter attraverso i temi caldi di isolamento e contagio. Hanno, piuttosto, provato a toccare senza sconti alcune questioni fondamentali: si sono occupati di morte e di perdita, dell’ambiente e dell’uomo, di religione e di rito. In particolare due nomi – di quelli che si vorrebbe poter vedere...

Addii / Frie Leysen, contro il consumo del teatro

“Ho una gran confusione in testa. Quindi tutto bene!” scriveva Frie Leysen a Romeo Castellucci, riprendendo una frase del regista che iniziava a dare notizia del suo Combattimento (da Monteverdi), che avrebbe presentato al Kunstenfestivaldesarts di Bruxelles nel 1999. La Socìetas Raffaello Sanzio al Festival c’era stata già stata con Giulio Cesare e vi sarebbe tornata con molte delle sue opere successive, a partire dal quarto atto della Tragedia Endogonidia. BR#4Bruxelles/Brussels. Scriveva ancora Frie Leysen:    “Anche nella mia testa c’è una gran confusione, quando si tratta di enunciare e aggregare delle parole sulla profonda impronta che il tuo lavoro incide in me… Perché questa impronta non ha contorni. È movimento: perturbazione. Emozione violenta e diffusa agitata da domande incessanti, da contraddizioni insolubili. Dolce luce che racchiude le ombre più spaventose” (ora in Socìetas Raffaello Sanzio / Romeo Castellucci, Epitaph, Ubulibri, 2003).    La lettera di Frie Leysen continuava ponendo domande stringenti a Castellucci su etica e estetica, scrivendo ancora:    “Il teatro come un lavoro di precipitazione chimica, un fenomeno fisico di...

Inequilibrio 2020 / Figure dell’apocalisse, con un omaggio a Giacomo Verde

Il 13 settembre 2020, su coordinamento di Giuliano Scabia, il festival Inequilibrio ha allestito la veglia-spettacolo pubblica Giacomo contastorie. Veglia affettuosa per un amico, nell’anfiteatro antistante al Castello Pasquini di Castiglioncello. L’evento è organizzato in memoria della vita, dell’arte e della morte di Giacomo Verde. Uomo dall’indole gentile, di natura semplice e dal temperamento giocoso, come è emerso da alcuni recenti ritratti postumi (per esempio quello scritto da Massimo Marino), egli fu soprattutto artista straordinario. Nei suoi circa cinquanta anni di attività, Verde lavorò prima come musicista e cantastorie di strada, poi si dedicò a un’altra forma di espressione artistica, di cui fu forse persino primo ideatore e pioniere. Si tratta del «video-racconto» o del «video-teatro», che unisce le tecniche della narrazione tradizionale, ossia dell’attore che recita con parole e oggetti, alla ripresa simultanea dell’azione performativa su handicam, collegata a un piccolo televisore.   Ph. Antonio Ficai. Allegrie di illusioni    A rendere omaggio all’artista sono stati il figlio Tommaso Verde e gli amici, parte dei quali erano visibili, altri...

50 anni di festival / Santarcangelo memorie

“L’attore ha una corona in capo / ma non è un re” si legge sullo schermo nero, dopo la sfilata dei nomi dei produttori del film. Si apre una grotta, una platonica caverna dalle quale baluginano non immagini ma voci, una polifonia: “Ho incontrato il festival che ero un ragazzo… Ma servono ancora gli artisti?… Il teatro è l’attore… Andate a vedere un teatro serio!... Santarcangelo genera il proprio cambiamento… Io lo detesto il festival…”, mentre iniziano ad apparire immagini sfumate e la camera si inoltra nella notte, e lucine, un circo nel bosco, carnose corolle di sensuali fiori… (sotto suona un violino, una musica romantica si fa ritmica). Quindi immagini sbiadite di spiagge inizi anni settanta, come eravamo, come ci rappresentavamo in super 8 familiari quando nacque il Festival internazionale del teatro in piazza, a Santarcangelo di Romagna, a pochi chilometri da Rimini… Una voce inizia a raccontare. 50 – Santarcangelo Festival è un appassionato documentario di Michele Mellara e Alessandro Rossi, Mammuth Produzione, realizzato in collaborazione con il Festival del teatro e con molte altre sigle, presentato il 6 settembre alle Giornate degli autori della Biennale Cinema di...

Tre lezioni del Covid ai critici teatrali / Non è facile tornare in scena

Non è facile tornare. Nel ritorno agli spettacoli post-lockdown, molti insospettabili critici, a voce o magari in un articolo, hanno confessato un brivido di piacere, ma quasi sempre, subito dopo, si sono ritratti in una qualche forma di excusatio non petita, per un riflesso automatico che sapeva di vergogna, di imbarazzo. Il tono si faceva minore, qualche distinguo zoppicava tra le righe. Anche queste parole lo sono, un'excusatio. Lo confesso: ho avuto il cuore allagato dalla bella luce dorata di luglio, dagli sguardi che correvano fra i danzatori di Alessandro Sciarroni al teatro India, e un tremito mi ha preso al Crucifixus rossiniano in Piazza del Popolo a Pesaro, alla riapertura del ROF – segnatamente sulle parole «Passus, passus et sepultus est», quando il soprano ha scelto di spostare la presa di fiato dopo il primo "passus", legandolo alla frase precedente.  Ma per essere sinceri con sé stessi, oltre ad ammettere il brivido bisogna chiedersi da dove siano venuti anche quella vergogna e quell'imbarazzo. Il sospetto è che siano legati al conflitto tra la gioia innegabile della bellezza ritrovata, che ci fa godere in forma intima, come una liberazione, in fondo un...

Una conversazione con Giuliano Scabia / Paesaggi con visioni

Firenze, a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno, sembra il luogo perfetto per ritornare sui propri passi. Qui, il ricco percorso di un artista come Giuliano Scabia si presenta come il terreno fertile in cui scoprire le dimensioni inesplorate di una poetica che, anche nei suoi voli più lontani, ricongiunge il suo autore a un presente che coinvolge ognuno di noi. L’attenzione per l’intricata filigrana di motivi che concorrono alla creazione di quello che chiamiamo semplicemente “oggi” rappresenta uno degli aspetti chiave della ricerca di Scabia, il quale esplora paesaggi in cui si condensano – come accade per la sua «stralingua» – stratificazioni di tempi e di storie. È proprio dalla consapevolezza della presenza di questa ricchezza sedimentata che è possibile muovere i propri passi, oltrepassando la soglia che separa l’ignoto da ciò che si conosce. In un anno inaspettato come il 2020, che ci costringe a una riflessione sul nostro modo di vivere lo spazio, le parole di un artista come Giuliano Scabia ci aiutano a comprendere in che misura natura, lingua, musica e cammino costituiscano paesaggi in cui si snoda il nostro vissuto, portandoci a riflettere sul significato di partire,...

Santarcangelo 2050: Futuro fantastico / La risorgenza dei festival

Il festival 2020 doveva essere una sontuosa edizione del cinquantenario di un luogo, Santarcangelo, che dal 1971, dai tempi del teatro politico, ha inventato modi non convenzionali di vivere la scena e di fare comunità. Perciò si sarebbe chiamato Futuro fantastico e, con una crasi tra 2020 e 50, 2050. Sarebbe stato un riepilogo e un rilancio. Ma le cose hanno deciso diversamente, proiettando direttamente i progetti, frutto di un anno e più di ricerche e di lavoro, davvero in una dimensione futuribile. Pandemia, distanziamento, spazi all’aperto, limitazione degli appuntamenti e degli spettatori; ma soprattutto sfida di esserci, nonostante il covid-19, per affermare che lo spazio dell’esperienza e della mente non si vuole far recludere.  In questo modo il festival ha conquistato una dimensione essenziale. Certo, i Motus, direttori artistici, hanno espresso il proposito di completare il disegno tra dicembre prossimo, con un focus sulle forze giovani e sulle creazioni in residenza, e l’estate 2021, con il grande appuntamento internazionale e politico che avevano immaginato, di cui restano tracce nel quadernone rosa lilla del programma, con interventi di Bifo, Lia Rodrigues,...

Teatri lirici / Covid. Lo spazio del melodramma

Si direbbe che solo i teatri, in Italia, abbiano preso sul serio la provocazione lanciata nel mezzo del “lockdown” da Jeremy Rifkin, il guru della “terza rivoluzione industriale”, che vaticinava “meno gente e meno ammassata” nella sale dello spettacolo dal vivo (ma anche sugli aerei e negli stadi: in questo caso profezia già fallita). In modo particolare si sono dati da fare i teatri d’opera, che assommano alle problematiche legate al pubblico e a quelle di chi sta in scena, anche le esigenze di chi deve suonare in orchestra e ha diritto come tutti alla sicurezza sanitaria. Del resto, l’opera è storicamente il tipo di spettacolo più multiforme, complesso e stratificato: inevitabile che la sua realizzazione sotto la sferza delle nuove regole sia la più complicata e quella che richiede più “creatività”.   Dalla metà di giugno, dunque, i teatri dove si fa musica hanno cominciato lentamente a rimettersi in moto. E spesso per farlo hanno seguito la strada indicata da Rifkin: una radicale riorganizzazione degli spazi interni, un rimescolamento dei luoghi tradizionalmente deputati a specifiche mansioni ma ora considerati inadatti se non off-limits. Per dire, nel giro di qualche...

Una conversazione / Ateliersi. Le mappe del cuore di Lea Melandri

Esserci in qualche modo, come si può, in piccolo; costruire un’architettura possibile per quel festival di teatro che, giunto alla sua ventiquattresima edizione, ci porta all’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini. Il retro del Teatro La Cucina è la scena: un grande prato verde, tigli tutto attorno, il palcoscenico, le sedie a distanza di sicurezza. Scommessa vinta, quella di Olinda: Da vicino nessuno è normale ci ha permesso di tornare davanti a corpi sul palco, ha consentito che ritrovassimo, con le mascherine, in piccolo, il ‘fare mondo’ che è il teatro.   Due tavoli in scena: uno alla destra e uno alla sinistra. Una poltrona bianca tra loro. In primo piano due leggii che paiono maschere, dietro cui il volto di chi si avvicina scompare. Un microfono al centro del palco e al centro di un quadrilatero di fonti luminose, steli verticali di alluminio attraversati da luci a led. Su uno dei tavoli plichi altissimi di lettere; l’altro coperto da riviste, ritagli. Davanti ai tavoli, Fiorenza Menni occupa la parte destra del palco, Andrea Mochi Sismondi quella sinistra: consultano i fogli, li rigirano tra le mani. Fiorenza si avvicina ad Andrea e poi fa ritorno; non si dicono niente,...

Claudio Ascoli e Chille de la balanza / Per una drammaturgia della distanza

Gli anni ’70 e i suoi 70 anni. È molto più di una semplice inversione di parole. Per Claudio Ascoli Napule ’70 racchiude il tempo di una vita, pensata e vissuta a teatro come atto di ribellione, di rovesciamento, di rivoluzione dell’ordine costituito. Personale, perché collettivo. E viceversa. È una conquista mai definitiva, mai raggiunta una volta per tutte e per sempre; è un orizzonte, piuttosto, che si sposta in avanti a ogni passo: che non cerca, trova. «Nella gamma delle mie priorità – afferma – la più alta è la libertà ed è il motivo per cui soffro l’istituzione. Io sono molto attratto dal sapere, non sono interessato al potere. Con Napule ’70 non voglio raggiungere un punto fermo, ma un punto di riflessione per capire cosa fare di nuovo, per trovare senso ai sensi». Parliamo a margine di una prova in vista del debutto nazionale al Napoli Teatro Festival Italia il 14 luglio (alle 21 e in replica straordinaria alle 23). Ci incontriamo a casa sua, ovvero nel Padiglione 16 dell’ex-manicomio di San Salvi, a Firenze. È la “città nella città” che lo ha accolto nel 1998 con Sissi Abbondanza, la sua compagna d’arte e di esistenza da oltre 40 anni, e i Chille de la balanza, la...

Archivio Zeta / Il Cimitero di guerra negato

«Disperati, increduli, smarriti» sono Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti, gli Archivio Zeta, perché la seconda parte del loro Pro e contra Dostoevskij non si farà al Cimitero Militare germanico del Passo della Futa (sul cimitero e sulla prima parte dello spettacolo, nel 2019, leggi qui). Sulla proibizione dello spazio la compagnia bolognese ha scritto il 19 giugno un post su Facebook che ha raccolto più di 700 reazioni, oltre 150 commenti, varie centinaia di condivisioni. Cosa è successo?  Da diciotto anni Archivio Zeta ha scelto come palcoscenico per i suoi spettacoli estivi un luogo fuori dell’ordinario, il Cimitero militare germanico della Futa appunto, dove sotto lastre tombali fitte lungo i pendii della collina sono sepolti molti militari tedeschi morti durante l’ultimo conflitto mondiale. Il luogo della pace di chi aveva portato furia e distruzione, tra i monti ventosi, con odori di menta e rosmarino d’estate, si è trasformato nell’arena amplissima dove rappresentare gli orrori e le meditazioni della tragedia greca, i misteri del Macbeth di Shakespeare, gli stermini e le tanta parole di propaganda della Grande Guerra mutando il sito in quel “teatro di Marte” di cui...

Riaprono i sipari / Il teatro delle contraddizioni

Prima contraddizione: il fine è ottimo, ma forse non ci sono i mezzi   Le scelte fatte dallo Stato per aiutare il Teatro a superare la crisi conseguente al coronavirus sono, nelle loro linee di principio, chiare e condivisibili: mettere in sicurezza le strutture teatrali pubbliche e private per garantire la loro sopravvivenza per i prossimi due anni. Al momento in cui scrivo non c’è ancora nulla di certo, ma sembrerebbe che la messa in sicurezza avverrà assegnando, per questa e per la prossima annualità, lo stesso finanziamento che i teatri si sono visti attribuire per l’anno 2019. Lo Stato poi, riconoscendo la situazione di eccezionalità in cui si troveranno a operare tali strutture, non chiederà, a fronte del finanziamento attribuito, la stessa certificazione di “numeri” (giornate lavorative svolte) che avrebbe preteso in una situazione normale. Sembra cioè che circa l’80 per cento del finanziamento che i teatri riceveranno non dovrà essere giustificato dai “numeri”, mentre il restante 20 per cento sì. Una indicazione di intenti fondamentale che verrà data ai teatri sarà quella di salvaguardare i propri livelli occupazionali. È bene ripetere che al momento queste sono...

Wajdi Mouawad e Attilio Scarpellini / Diari di quarantena

Dalla prospettiva di queste prime settimane di semi-libertà prende forma un pensiero rivolto a ciò che è appena accaduto. Sembrano già trascorsi molti anni dall’inizio, ma ancora deve installarsi quella distanza temporale che consentirà una vera e propria postura critica sui fatti di questi mesi. Quello di adesso è dunque un leggero voltarsi indietro, ancora un po’ incerto, mentre corpo e pensieri procedono, più o meno volenti o nolenti, verso l’avvenire enigmatico dell’estate 2020. In queste settimane trascorse da isolati, abbiamo vissuto o immaginato giornate che, se fossero consultabili sotto forma di pagine di diario, ritroveremmo riempite di annotazioni puntuali riguardanti elementi infinitesimali del quotidiano, epifanie sempre più piccole e interiori, pensieri slegati, ogni giorno di più, da quella dimensione quotidiana caratterizzata, precoronavirus, dal fluire costante delle azioni, degli impegni, del tempo.   Nelle giornate del tempo senza tempo ci siamo fatti domande, ci siamo chiesti come sarà, poi, ritrovarsi, tornare, pensare e ripensare il teatro, la scena, lo stare insieme. Il teatro, il nostro mondo. Ci siamo accorti che nulla si può davvero dare per scontato...

Immagini come sabbia negli occhi / Rabih Mroué, Sand in The Eyes

“La pittura, per quanto silenziosa su una parete, è in grado di parlare e di recare grandissimo giovamento”. Così scriveva nel IV secolo Gregorio Nisseno alludendo a un rapporto fra arte e didattica, che, visto da una prospettiva diversa, meno ingenua o forse meno fiduciosa rispetto agli intenti dell’apparato ecclesiastico, può essere letto come relazione fra arte e propaganda politica, fra arte – in definitiva – e potere. Che l'immagine sia veicolo di propaganda e quindi rechi in sé dinamiche di potere e di violenza appare evidente anche nelle ultime settimane, quando la fotografia e il video di Silvia Romano scesa dall'aereo in abiti islamici ha creato reazioni diverse, a prima vista inspiegabili, piegate in molti casi a scopi abusanti di propaganda. L'immagine, che pare essere qualcosa di opaco e oggettivo, vuole invece parlare, dice qualcosa, esprime un messaggio veicolato che dobbiamo saper decifrare se vogliamo essere fruitori attenti e consapevoli.    Per questo è interessante e suscita interrogativi ancora aperti e quanto mai attuali Sand in the Eyes, lo spettacolo-conferenza che il regista, attore e drammaturgo libanese Rabih Mroué ha proposto lo scorso autunno...

Verso la “Fase 2” / Ripensare le scene

Oltre lo streaming, per una diversa liveness   Il punto non è se la surrogazione dell'evento performativo via web sia sufficiente – visto che come hanno detto in tanti, compresa la newsletter di gruppo nanou, l'arte è sempre, tutta, dal vivo –, se quello in streaming o via Zoom sia ancora teatro oppure no. La scena ha dialogato da sempre con la tecnologia almeno fin dalla mechanè, che portava nello spazio del teatro incredibili “effetti speciali” già nell'antica Grecia; e non è morta con l'avvento del cinema ma anzi: la sua fluidità le ha consentito di confrontarsi e nutrirsi con gli orizzonti di una continua rimediazione. Non l'ha insegnato solo Walter Benjamin, ma gli artisti e le opere stesse in secoli di lavoro, di cui l'incontro – anche questo estremamente dal vivo – fra video e arti performative nel Novecento è solo l'ultimo episodio di una storia fertile e vivace, ben più lunga (mentre, come hanno ben spiegato Laura Gemini e Giovanni Boccia Artieri proprio su queste pagine, la liveness si esprime attraverso una serie di gradazioni molteplici che abbracciano di fatto anche l'opzione del digitale).    Il “dibattito” – un po' superato e per fortuna presto...

Il teatro di domani / Per un live dei corpi a distanza

Il contesto in cui ci muoviamo oggi nella riflessione sul teatro e sullo spettacolo dal vivo risente necessariamente del portato metaforico che il Covid-19 produce e che come ogni altra pandemia che abbiamo conosciuto rappresenta, come dice Susan Sontag della peste nel saggio Malattia come metafora (1978), un «sinonimo di catastrofe sociale e psichica». A questo si aggiunge che la condizione delle prime analisi emerse da parte di artisti, organizzatori, critici proviene da un lockdown emotivo, dettato dall’impossibilità di immaginare l’incontro dei corpi in scena e con gli spettatori. Si tratta insomma per lo più di considerazioni che schiacciano le prospettive future sulla condizione presente, estendendo quanto si prova ora (“avranno voglia gli spettatori di tornare a teatro?”) o l’abitudine alla condizione fisica più restrittiva (“come potranno gli artisti stare su un palco?”) all’immaginazione del domani. Partire dalla catastrofe richiede poi di immaginare tutti quei giusti elementi di tutela immediata e a medio termine di artisti, compagnie e lavoratori del mondo dello spettacolo dal vivo o di evidenziare come questa crisi mostri lucidamente la fragilità del sistema teatrale...

Scene virtuali / Un oceano di voci

Il silenzio dei teatri chiusi nella capitale rimbomba nell’etere riverberando una molteplicità di voci. Il Teatro di Roma da ieri, venerdì 3 aprile, dà il via a Radio India, stazione radiofonica gestita ogni giorno dalle 17 alle 20 dagli artisti di Oceano Indiano, il progetto di residenze creative ideato da Francesca Corona, consulente artistica del Teatro India, lo spazio dello Stabile deputato alla sperimentazione di linguaggi e di nuove relazioni col pubblico. Con la chiusura per l’emergenza sanitaria dopo alcune settimane di riflessioni e confronti la programmazione annullata si è trasformata in un’originale stazione radiofonica liv, che si può seguire su www.spreaker.it e in podcast su Spotify e sui canali online del teatro. Gli artisti Fabio Condemi, Daria Deflorian, Dom-, Industria Indipendente, MK, Muta Imago, con molti ospiti, daranno vita a programmi di silenzi, sparizioni, dischi reali o immaginari, viaggi nelle rovine, audiopaesaggi, kamere speculative, evasioni, incontri con persone straordinarie e ordinarie, radiodrammi, musiche per danzare sfrenatamente, dediche, bagni di suono. Il palinsesto, in aggiornamento continuo, si leggerà sul sito del Teatro di Roma. I sei...