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patria

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Torino, 5 marzo, ore 17.23

La sensazione mi sorprende al semaforo di corso Novara, angolo corso Giulio Cesare. C’è qualcosa di nuovo nel paesaggio dei balconi che si affacciano dai casamenti multipiano dell’incrocio: anzi, d’antico. Ci metto un attimo, poi la sensazione si precisa: questo era un posto dove per anni hanno sventolato le bandiere arcobaleno della pace. All’inizio sgargianti nella loro fresca dichiarazione pacifista; poi sempre più stinte e opache, proprio come la coscienza dell’opinione pubblica. Adesso, invece, i terrazzi delle case popolari sono improvvisamente fioriti di tricolori. In effetti, non solo qui, ma in tutta Torino si vedono facciate imbandierate. Sono singoli appartamenti, ma anche più scenografici striscioni biancorossoverde che inglobano mezzo condominio. Il 17 marzo si avvicina. La prima cosa che mi chiedo è se il tricolore garrisce sugli stessi terrazzi dove prima sventolava la bandiera della pace. Sono incline a credere che in buona parte sia così: che quei balconi e quelle bandiere appartengano a persone che vogliono comunque esprimere un’idea, un’appartenenza. Se l’ipotesi è...

Matria

Oggi, dopo le tragedie del Novecento, “patria” è forse una parola, se non inservibile, irrecuperabile. Patria è ancora la nazione maschia (o meglio – in un rovesciamento semantico – la nazione femmina la cui inviolabilità è garantita dagli italiani maschi), è il precipitato della peggiore retorica bellicista ed escludente, respingente e classista. Eppure queste parole di Levi, inaspettatamente, sembrano dirci che è possibile ancora restituirle un senso. Stefano Jossa, a un recente convegno dedicato a letteratura italiana e identità nazionale (Marzo 2011. Una d’arme di lingua d’altare/di memorie di sangue di cor) insisteva ragionevolmente sull’urgenza di dare pieno corso al lemma “matria”, quale possibile alternativa all’ormai inattingibile “patria”. Probabilmente è così. Altrimenti si tratterebbe di risalire a una nozione che, proprio a cavallo del processo di unificazione nazionale italiana, preesiste al becero nazionalismo moderno. Recuperare quell’idea di patriottismo che Maurizio Viroli contrappone appunto alle degenerazioni...

La patria come luogo qualsiasi

Primo Levi ha bisogno di concretizzare l’idea di “patria”, di localizzarla. Lo fa partendo dall’analisi del termine, per arrivare fino quasi a cancellarne la natura retorica e deterrente. La abrade con accuratezza, passo passo, frase dopo frase. Vi passa sopra la carta ruvida della propria esperienza di “ebreo indigeno” in Italia, che è come dire “ebreo errante”, oppure “uomo senza patria”. Il risultato è qualcosa che quasi non si vede più, lisciato e levigato, chiaro, ma senza alcunché di rassicurante. “Se morrò, morrò in patria, e sarà il mio modo di morire per la patria”. Significa: morendo qui dove vivo, magari senza neanche capire bene come e perché ci sono finito, sarò un eroe che muore per la patria. Basterà che io sia qui, ossia nel luogo qualsiasi in cui mi è capitato di vivere in seguito a evenienze e contingenze, o a “difficoltà psicologiche”, perché io possa morire da eroe. Trascorrere la vita in un luogo qualsiasi, e ancora di più, morire in un luogo qualsiasi, è un’azione...

Due patrie

Una riflessione importante e sofferta quella di Primo Levi sulla patria e le sue insidie. L'Heimat, la cui memoria è diventata nel secolo breve del 900 un sinonimo di violenza e di morte, è ormai attraversata da una furia patriottica che non è né innocente da un punto di vista politico né casuale da un punto di vista storico. Nei campi di sterminio, la forza maieutica dell'Illuminismo si è scontrata con il disincanto, con i dubbi e la disperazione generati dalle sue promesse fallite. Una “nuova patria” etnica, razzista e assassina per la cui memoria si è pronti a morire e a uccidere, è all'orizzonte. Un nuovo straniero, “interno” come il suo altro storico, “l'ebreo”, affiora come un nuovo nemico ai confini della patria europea, si insinua nel “noi” sicuro e apparentemente indiviso, lo minaccia pericolosamente. In Europa, la questione del nemico da cui difendere la patria emerge così drammaticamente, un'altra volta, con una forza nuova. Contingente e simile al modo in cui guardava all'ebreo, ora guarda all'arabo. Una storia che si muove all...

Preferisco di no

Patria? “Preferisco di no”. Neppure nella versione attenuata, ragionevole e gentile di Primo Levi, che vede nel  “morire in patria” un “modo di morire per la patria”.Qui, mi pare, è il nucleo centrale del suo ragionamento. Ma attenzione: il pacato ragionare di Levi si potrebbe increspare fino a prendere una insospettata tonalità radicale. Cominciamo col dire che quotidianità e sacrificio si corrispondono: se ognuno di noi riesce a “morire in patria”, e cioè a resistere nei suoi soffocanti confini, a galleggiare quotidianamente nelle sue acque fetide, se riusciamo in questo minimo e pur difficile intento, che è comune, ordinario, e al tempo stesso eroico, cioè non scappare, allora saremo capaci di “morire per la patria”. Andiamo appena un po’ più avanti lungo la linea tracciata dalle parole di Levi. C’è un’ulteriore conseguenza che probabilmente Primo Levi non avrebbe mai tratto, ma noi, estenuati dalle reiterate esecuzioni del nostro inno nazionale, dalle mani sul cuore, persino dalle “patriottiche” apparizioni del grande Roberto...

Patria / A Party

Cinque quartine di anagrammi pro Patria (I. Federalismo) Patria rapita: a parti ti apra. (II: Beni culturali) Patria pirata, pia art par ita. (III. Beni ambientali) Patria, ràpati! A prati partìa. (IV. Società) Patria, arpia, t i tarpa parità. (V. Prospettive) Patria tapira, pàrati a patir!

La mia patria è la lingua

L’espressione corrente in Italia per designare la propria origine, appartenenza, identità è “il mio paese”. Provate a ripeterla in uno qualunque dei dialetti italiani: ha sempre la stessa coloritura emotiva. Suona diretta, sincera, autentica: nulla di astratto, di costruito o convenzionale. Le si addicono le intonazioni affettuose, partecipi, ora sorridenti ora commosse, ma più spesso nel senso della rassegnazione o della nostalgia che non della fierezza o della determinazione. Lo stesso non avviene con l’espressione “la mia città”, dove una sfumatura di orgoglio è più frequente: serve all’amor proprio meglio che all’intenerimento. Sarà perché provenire da una città, storicamente, è cosa diversa che provenire dal contado? Perché chi è nato in un paese è più probabile che ne parli da emigrato, anche se solo a qualche decina o centinaio di chilometri di distanza? Certo, “la mia città” ha un’implicazione più esclusiva e (paradossalmente) più campanilistica: manca della felice ambiguità di...

La nostra patria

Abbiamo una patria biologica, il nostro corpo. E una patria giuridica, la nazione dove siamo nati o dove abbiamo cittadinanza. È capitato a tanti di perdere la patria biologica per rispondere ai bisogni della patria giuridica. Alla patria biologica e a quella giuridica in qualche modo non c’è rimedio. Ci siamo già dentro. E se possiamo cambiare nazione non possiamo traslocare in un altro corpo. Forse abbiamo bisogno di patrie intermedie, provvisorie. Abbiamo bisogno di luoghi e idee in cui raccoglierci in un sentimento patriottico, un sentimento di appartenenza. L’epoca dell’autismo corale in cui stiamo vivendo tende sempre più a schiacciarci dentro i confini della patria biologica e a renderci insensibili a tutto il resto. Una posizione del genere pone ogni individuo sostanzialmente in guerra con il resto del mondo. Ognuno è una patria, ognuno ha una lingua, un territorio da difendere. E viviamo in un mondo di inferriate, di cancelli, di confini. La colonna dorsale è un’asta e la testa di ognuno una logora bandiera.

Italia mia

Più che commentare questa famosa pagina di Primo Levi, contenuta in uno dei capitoli finali dei Sommersi e i salvati, dal titolo Stereotipi, mi piacerebbe riuscire a riviverne lo spirito. Ecco perché ho deciso di festeggiare a modo mio il centocinquantenario dell’unità nazionale chiamando Irina e Alì, Mohamed e Hafiz, Paulo e Abdullah a recitare in pubblico alcuni celebri versi della letteratura italiana. Prima dell’anniversario ci siamo preparati perché per loro non è facile decifrare quelle parole, del resto così difficili e distanti anche per molti di noi. Eppure, mentre ascoltavo un ragazzo bengalese leggere a voce alta: “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai / silenziosa luna?” o una ragazza ucraina: “Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo / di gente in gente, mi vedrai seduto / su la tua pietra, o fratel mio, gemendo /il fior de’ tuoi gentili anni caduto…”, mi sono emozionato. Nel timbro di voce di questi adolescenti smarriti, che vivono accanto a noi, mi sembrava tornare a risplendere una luce oscurata. Absalem, fuggito dal regime dittatoriale imposto...

I vecchi e i giovani

Quando tutto stava per iniziare, fra il 1820 e il 1825, Giacomo Leopardi affida al suo Zibaldone intuizioni importanti e dolorose sul tema della giovinezza, ne trascrivo una breve e personalissima campionatura: Il giovane non ha passato... I desideri e le passioni sue sono ardentissime ed esigentissime. Il giovane non ha provato né veduto. Non può esser sazio... L’ardore giovanile non sopporta la mancanza di una vita presente, non è soddisfatto del solo vivere nel futuro, ma ha bisogno di un’energia attuale… I giovani disprezzano e prodigano la vita loro, ch’è pur dolce, e di cui molto avanza loro; e non temono la morte… e così il giovane scialacqua il suo, come s’egli avesse a morire fra pochi dì… i giovani non solamente soffrono più dei vecchi… ma eziandio s’annoiano più dei vecchi e sentono molto più di questi il peso della vita… Perciocché ne’ giovani è più vita o più vitalità che nei vecchi… Ho ripensato a Leopardi durante la lettura del recente e ammirevole Troppo umana speranza di Alessandro Mari...

Giorgio Caproni / Identità italiana

Queste due poesie epigrammatiche di Giorgio Caproni sono tratte da Res Amissa, raccolta postuma pubblicata nel 1991 per le cure di Giorgio Agamben. Il tema prevalente della silloge è di carattere teologico: la 'cosa perduta' è la Grazia, il Bene. Tenendo presenti queste premesse (sebbene i due testi appartengano alla sezione «Anarchiche o fuori tema») è forse possibile attingere qualche significato ulteriore da questi risentiti «versicoli» caproniani: quel Dante, per esempio (così assiduamente letto, annotato e riscritto da Caproni nel corso dell'intera esistenza), è anche il poeta teologo, il poeta cittadino, degradato, nell'Italietta «laida e meschina», a orpello retorico. Matteo Di Gesù Patria Laida e meschina Italietta. Aspetta quello che ti aspetta. Laida e furbastra Italietta. Ahimè Fra le disgrazie tante che mi son capitate, ahi quella d'esser nato nella «terra di Dante». (Giorgio Caproni, Tutte le poesie, Garzanti, Milano, 1999)