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percezione

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Un mondo aptico / Touch

Se si cerca sui dizionari oggi in commercio la parola “aptico”, non la si trova, o almeno non in tutti. Eppure il termine indica qualcosa di fondamentale nell’azione del toccare. L’etimo della parola è “tocco”; Haptikos il termine greco da cui deriva. Indica la capacità di “venire in contatto con qualcosa”. Il termine inglese equivalente è “Touch”, anche se non ha la medesima origine etimologica, termine che certamente tutti conoscono facendo uso di quel “tocco” ogni giorno, più volte al giorno, manipolando i dispositivi elettronici: smartphone e tablet. L’aptico è una funzione della pelle, come ha scritto Giuliana Bruno in Atlante delle emozioni (Johan & Levi edizioni), costituisce il “mutuo contatto tra noi e l’ambiente”. Quel tocco, Tuoch, riguarda il riconoscimento degli oggetti attraverso il tatto.   La percezione aptica, come spiegano gli psicologi e gli studiosi di percezione, deriva dalla combinazione di due aspetti: la percezione tattile, per cui gli oggetti toccati suscitano sulla pelle una sensazione (ad esempio, se una superficie è rugosa o scabra) e la propriocezione, che deriva dalla posizione che la mano ha rispetto all’oggetto toccato. Grazie a questo...

I gatti, il dito puntato e la cultura umana

Qualche anno fa mi sono reso conto che i gatti di casa non capiscono il gesto di indicare, cioè di mostrare con il dito. Sono gatti (tengo a precisarlo) che capiscono una quantità sorprendente di cose, come del resto la maggior parte dei loro simili; e immagino che, per parte loro, spesso si stupiscano di quanto poche ne capisca io. All’idea di indicare, però, sembrano impermeabili. In questo sono in buona compagnia: a quanto pare, tutte le grandi scimmie – tanto più simili a noi di quanto non lo siano i gatti, e di noi ancor meglio equipaggiate quanto a diti indici – non sono use indicare. Possono bensì apprendere il gesto, se appositamente addestrate, ma non lo praticano fra loro, pur avendo sviluppato nella loro storia evolutiva una comunicazione gestuale piuttosto articolata.   La questione è familiare agli specialisti. Nei convegni di studi sul comportamento dei primati o sull’apprendimento del linguaggio il cosiddetto pointing è un tema cruciale. Se infatti il gesto di puntare con un dito può apparire di una disarmante semplicità, le implicazioni concettuali sono oltremodo complesse...

La madre di tutte le danze

Perché l’Africa? Da parecchi anni lettera27 si dedica all’esplorazione di temi legati al continente africano e con questa nuova rubrica vogliamo aprire un dialogo con i protagonisti culturali che si occupano dell’Africa. Qui potranno esprimere opinioni, raccontare storie, stimolare il dibattito critico e suggerire idee per ribaltare i tanti stereotipi che circondano questo immenso continente. Ci piacerebbe aprire con questa rubrica nuove prospettive: geografiche, culturali, sociologiche. Creare stimoli per imparare, per essere ispirati, ripensare e condividere conoscenze. Elena Korzhenevich, lettera27   Qui l'articolo introduttivo della serie: Why Africa?      English version     Questo testo è dedicato alla memoria di Didier Schaub     “Perché l’Africa?” Davanti alla domanda, il primo impulso è stato quello di imitare l’attore americano che recita nella pubblicità del caffè, e rispondere: “What else?”. “Cosa, altrimenti?” Sono figlio di Lydia e Simon, due eroi bassa. Sono il prodotto di questi due esseri...

Neuroestetica e coscienza riflessiva

Il tentativo di spostare la frontiera della rappresentazione dei fenomeni umani a un livello di profondità intracorporea, oltre la superficie del visibile, “dal mondo esterno tridimensionale al sé interno multidimensionale e alla mente inconscia”, come ha scritto Kandel, viene perseguito parallelamente e con risultati concomitanti dalla letteratura e dalle arti figurative. Nella Vienna di Freud la scuola pittorica di Klimt, Kokoschka e Schiele immette nella sperimentazione stilistica la forma degli stati mentali e, particolarmente nei ritratti, nelle deformazioni anatomiche e cromatiche che investono i volti, imprime l’immagine incorporata della psiche, la condizione della mente divenuta sintomo fisico.   Kokoschka assume uno sguardo diagnostico, che incide il corpo con freddezza chirurgica, e non è estraneo alla suggestione della scoperta dei raggi x: un potenziamento della visione attraversa la superficie della pelle, penetra nella struttura del soggetto, rende visibile una stratigrafia dell’essere umano, una anatomia profonda del corpo, quasi il risultato di una dissezione. L’intensificazione dello sguardo denuda il...

Combattere il terrore

Questo articolo è un estratto del saggio contenuto nell’ultimo numero della rivista “Carte Semiotiche” (La Casa Uscher) curato da Angela Mengoni e dedicato al ruolo delle relazioni anacroniche che attraversano la cultura visuale     Combattere il terrore   Nella storia dei conflitti successivi alla guerra fredda, la “guerra al terrore”, scatenata dall’attentato contro le Twin Towers dell’11 settembre 2001, comprende un insieme di dinamiche in cui gli obiettivi, le organizzazioni strategico-narrative, i confini spazio-temporali e gli attori coinvolti si moltiplicano e si diversificano a seconda dell’emergere delle minacce terroristiche, scatenando di volta in volta scontri diretti contro obiettivi nazionali, come l’occupazione dell’Afghanistan (ottobre del 2001) e la seconda invasione dell’Iraq (marzo del 2003). William J. T. Mitchell, autore di riferimento nell’orizzonte dei visual studies e fautore di un’iconologia del presente, nel suo Cloning Terror. La guerra delle immagini dall’11 settembre a oggi (La Casa Usher, 2012) spiega con chiarezza le trasformazioni...

Falcinelli. Dentro il visual design

“In quanto rappresentazione, una mappa significa […] e allo stesso tempo mostra che significa”, scriveva Louis Marin, teorico dell’arte e semiologo, a proposito della mappa come ritratto della città. Come un ritratto racconta tanto della persona che è immortalata quanto della mano che ha contribuito a tracciarlo (e così dello stile dell’autore e del suo punto di vista sulla scena), così ogni immagine porta su di sé, per chi la sa guardare, l’impronta di chi l’ha prodotta. E questo indipendentemente dal fatto che l’immagine si trovi in un museo, nel lembo strappato di un manifesto pubblicitario o sullo scaffale di un supermarket. O, ancora, sulla copertina di un libro. Intorno al potere delle immagini – e di quelle immagini che sono, per loro natura, seriali – ruota Critica portatile al visual design, l’ultimo lavoro di Riccardo Falcinelli, graphic designer in prima linea in campo editoriale oltre che studioso e docente di grafica. Il saggio, com’è chiaro sin dal titolo, propone un approccio al visual design nella sua globalità attraverso oggetti e prospettive...

Perché non ricordo gli ebook?

Incontro Giovanna in una libreria. Sta cercando tra le novità i libri da leggere questa estate. È incerta se comprare un libro di carta, oppure la sua versione ebook. Quello tradizionale pesa di più e costa anche di più, tuttavia, mi confessa, i libri che legge sul tablet non se li ricorda per nulla. “Strano – dice – è come se leggessi qualcosa di cui non conservo memoria.” E non è questione dei saggi, che legge di meno sul tablet, ma proprio dei romanzi o racconti. “Com’è possibile?”, mi domanda. La medesima osservazione me l’ha fatta un mese fa un amico. Anche lui ha constatato che i testi letti in versione elettronica sono meno ricordabili: “Che sia un mio difetto?”, mi ha domandato. Da allora mi sto interrogando su questo strano effetto di oblio, o scarsa memorizzazione. Da tempo mi sono accorto che le email, ma anche i documenti, che ricevo via posta elettronica, li ricordo meglio se li stampo. Visti su un foglio A4, le parole, le frasi, i concetti, li trattengo meglio. Ma non posso stampare tutto, sia per una ragione pratica, sia per un problema etico: si consuma...

La verticale sulla linea dell'orizzonte

Agosto, esterno notte. Cammino nella città dove tutti non possono fare altro che camminare: Venezia. Tanto si cammina che nemmeno ci si ferma per salutare un amico, ci si saluta dal fondo di una calle e si continua a parlare  fin quando si è a portata di voce, sempre senza fermarsi né voltarsi. In questa città ci solo sono rumori di cose e di persone, i miei zoccoli risuonano nel buio delle case, sogni d’oro a passo d’uomo. Non sono una camminatrice di professione, cammino come fanno tutti, senza pensarci. Sembra però che pensare e camminare abbiano una loro consonanza speciale. Rebecca Solnit, l’autrice di Storia del camminare, sospetta che “la mente, come i piedi, possa lavorare alla velocità di circa tre miglia all'ora”. Se così è, allora la nostra vita si muove ben più rapidamente della velocità del pensiero. Gambe in spalla dunque, per raggiungere i luoghi dove ci siamo inoltrati dobbiamo mettere le ali ai piedi! Spesso si cammina per fare ordine nei pensieri, inanellarli uno all’altro ed estrarne una mappa invece che pensarli tutti contemporaneamente...

I miei passi immobili

I miei passi accadono. Sono simultaneamente mossi e immobili, quindi sospesi. Sono di una dolcezza ineffabile, cercano da una vita di non fare rumore, cadendo – scanditi – lievi come neve – per non dare fastidio disturbando l’andare delle cose.  Il mio camminare ha una dolcezza ineffabile, talmente delicata da essere impercettibile. Il mio camminare trattiene l’accidentalità del vivere di tutti e di ciascuno, sospendendo i suoi passi in immagini di sogno: sogni ad occhi aperti, rêverie, simultaneamente motore del mio costante precedere per tentativi. Il mio camminare è un costante accadere a me stessa. In questo evento che io sono – cosi come chiunque altro è – irrompono – in quanto anch’esse eventi – immagini, alle quali poi trovo parole per metterle su carta. Questa scrittura per immagini, le immagini stesse a cui do voce, è poesia nel mio cammino, del mio cammino, sul mio cammino. So camminare nell’immobilità così: poeticamente facendo rilucere ciò che si cristallizza, in un gioco di luce della mente e del mondo che amorosamente e silenziosamente...

Quando il nero si vede bianco

  Tra i privilegi di chi svolge un’attività fuori dall’orario di ufficio vi è quello di poter viaggiare sui mezzi pubblici stando comodamente seduto, senza essere stipato come una sardina. Di questo privilegio anche il nostro sguardo ne trae giovamento, perché può spaziare liberamente all’interno della vettura e posarsi su ciò che al momento meriti attenzione. Qualche giorno fa, durante la traversata della città in tram, il mio sguardo vagante venne attratto da una coppia di indumenti identici, indossati da un ragazzo e da un uomo adulto, il cui tono colloquiale lasciava supporre fossero padre e figlio. Si trattava di due giubbotti di cotone cerato, molto di moda quest’anno, ai quali, in pendant avevano accostato entrambi un paio di scarpe anch’esse di vernice nera lucida. Per chi vive nelle grandi metropoli, sono sempre più frequenti le occasioni per registrare quanto la moda plasmi e modifichi non solo il comportamento degli adolescenti ma anche degli adulti, al punto da non riuscire più a distinguere, in molteplici circostanze, gli uni dagli altri. Ma in verità il mio sguardo...

Intervista di Matteo Bellizzi a Gianni Celati

MB Proprio con Verso la foce è iniziata l’esplorazione nel paesaggio, ricordi l’origine di quel richiamo verso l’apertura del mondo esterno?   GC Ho sempre avuto questo sentimento di aver sbagliato strada, ma nel corso di questi sbagli quando sono arrivato a questo libro mi è sembrato fosse quello meno sbagliato di tutti. Mi affidavo a qualcosa che era tutto fuori, era un lavoro per credere al mondo e credere anche alla mia mancanza quindi anche in questi deserti che sono le nostre campagne. Non sopportavo più l’idea corrente di finzione «Il romanzo è una finzione personaggi che non esistono nella cosiddetta realtà etc.» ma io non sopporto due cose: prima il fatto che si dia per scontato che c’è una finzione ma che dietro a quello ci sarebbe la realtà e allora la finzione è come una finestra aperta sul mondo. Quest’idea truffaldina di pretendere che esista davvero una realtà. Quando si dice realtà si dice esattamente il contrario di quello che dicevo io con la nozione di mondo. La realtà è così astratta che non sappiamo neanche a...

Per Enrico Nosei

  26 agosto 2008 Gentile Enrico Nosei   Tutto è cominciato nel 1981 da un lavoro appassionante assieme a Luigi Ghirri e venti altri fotografi, per trovare un modo di descrivere ciò che era allora un nuovo paesaggio italiano, a quei tempi definito “post industriale”.   Lavorando con fotografi come Luigi Ghirri, Gabriele Basilico e altri, mi sono trovato su un terreno senza confini precisi; non tanto una ricerca di cose “oggettive” da fissare, bensì uno studio dei modi di percepire il mondo esterno. Verso la foce è il mio libro (un attraversamento della valle del Po), nato da questa esperienza: non più letteraria, ma consacrata all’incertezza del percepire.   E quando la RAI 3 (su suggerimento di Angelo Guglielmi) mi ha offerto di trasformare Verso la foce in un documentario, ho dovuto partire da zero, per le mie scarse cognizione tecniche etc. Nel film documentario che sono riuscito a mettere assieme (Strada provinciale delle anime, anno 1991) ho imparato molto sia da Ghirri – che era con noi – sia dai miei operatori che a loro volta hanno imparato molto da lui....