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Jonathan Glazer. Under the skin

“Mi trovi carina?”, chiede retoricamente Scarlett Johansson ai ragazzi che carica sul suo furgoncino, per le strade fredde e umide della Scozia. Una domanda inutile, un artificio seduttivo ingenuo che rivela la facilità con cui riesce ad attirare gli uomini e a portarli con sé, grazie alle sue sembianze. Il corpo di questa ragazza senza nome, interpretata dalla diva americana, è infatti la maschera assunta da una creatura misteriosa che si rivelerà, sotto la pelle, soltanto alla fine. Il regista Jonathan Glazer procede per continue ellissi e reticenze, mostrandoci soltanto la misteriosa apparizione di questo corpo in un ambiente bianco e senza dimensioni, dove per la prima volta si veste da donna, per poi affrontare le strade di Glasgow e dintorni, allo scopo di catturare uomini.     Ciò che sappiamo è soltanto ciò che vediamo: il peregrinare rituale con il furgoncino, l'accostamento a ragazzi solitari che camminano per strada, la seduzione immediata e l'arrivo “a casa”. La scena che segue, nell'ambiente intimo in cui lei invita le sue conquiste, è in uno spazio nero...

Il racconto della festa

“È una festa alla povertà”, dice il venditore di libri usati di via Vittorio Emanuele all'indomani del festino. “Non è una festa, ma il racconto della festa”, rincara la dose il mio amico Nicolò che, come me, assiste per la prima volta al festino di Santa Rosalia, da 390 anni momento clou del culto della fanciulla nata intorno al 1128 che secondo la leggenda e la devozione popolare liberò dalla peste Palermo nel 1624.   Come accade ormai da qualche anno, il festino – che cade nella prima metà di luglio, quindi in un'atmosfera anche meteorologicamente torrida – porta a galla le tensioni sociali di una città da molti definita come “in ginocchio”, in cui il centro storico cade letteralmente a pezzi e i lavoratori, o ex-lavoratori, protestano a margine della festa in faccia a una politica sprofondata nelle sue logiche di potere. Una terracotta dell'artigiano Vincenzo Vizzari rappresenta così la pupilla della città: seminuda, i lunghi capelli con cui viene rappresentata dall'iconografia tradizionale sparsi al vento, mentre con espressione angosciata ed...

Tra le pieghe di Mad Men

Don Draper è un uomo di successo. Ha un lavoro prestigioso (è una sorta di guru creativo in un’importante agenzia pubblicitaria sulla Madison Avenue), ha completi eleganti e donne all’altezza del suo fascino carismatico, non solo bellissime ma anche complicate e spesso molto irrisolte. Ha un passato oscuro e tragico, è tormentato da molti demoni, sempre in bilico tra vocazione alla grandezza e pulsioni autodistruttive.   Don Draper è il protagonista indiscusso di Mad Men, la pluripremiata serie firmata dallo showrunner Matthew Weiner per il canale via cavo americano AMC. Difficile parlarne senza fare spoiler, perché negli USA la serie è arrivata nelle scorse settimane alla metà della sua settima stagione (la trasmissione riprenderà per gli episodi conclusivi nell’autunno 2014), ma la distribuzione italiana è ferma alla quinta, trasmessa da Rai4.   Mentre racconta la nascita della pubblicità moderna e insieme la vita di Don, fatta di effimeri momenti di esaltazione intervallati da derive inarrestabili, costellata da molto alcool e altri eccessi (di sesso e lavoro soprattutto), la...

Cosa ha risposto Bernbach

Una pubblicità non esiste. Esistono i diversi modi di pensarla e produrla. Così come non esiste un giornalismo, un design, un cinema, un fumetto, una tv. Anche nell'oceano del linguaggio pubblicitario, come negli altri linguaggi della modernità, ci sono autori, stili, scuole nazionali e capolavori così come naturalmente orrori, servilismi e cialtronerie di ogni sorta. Finché quest’opera di discernimento non sarà condivisa, un dialogo tra chi parla di pubblicità in toto e chi invece ne pensa e produce una in particolare potrà generare scintille.   Un esempio classico è il testo del 1962 che presentiamo qui in prima traduzione italiana: uno scontro tra lo storico e filosofo Arnold Toynbee, schierato su posizioni d'integrale condanna del fenomeno pubblicitario, e quel William "Bill" Bernbach (1911-1982) al quale questo blog è dedicato, forse il più grande autore dell'advertising moderno, di certo il primo a separarlo dal capitalismo e farne un'esplicita risorsa democratica.   Per Toynbee, del quale Ratzinger amava citare le analisi sulla crisi dell'occidente...

L'esperto di comunicazione

I media hanno creato una figura che più di ogni altra dimostra la nostra primitiva soggezione di fronte ai fenomeni di massa: l'esperto di comunicazione. La definizione è in sé stupefacente, di ampiezza tale da incantare: egli può dunque pronunciarsi su una materia pressoché infinita, da internet agli speech dei politici, dai palinsesti tv alla pubblicità, e poi i giornali, gli eventi, le pubbliche relazioni, la radio, i graffiti, le cover... Possibile? Il suo è evidentemente un sapere magico, basato sull'intuizione, su un talento innato. Più che un mestiere: una qualità. Una conoscenza non trasmettibile. Eppure il solo linguaggio pubblicitario moderno ha oltre trecento anni di storia, e si dispiega in un ambito mondiale sconfinato, a oggi così poco censito da rendere ardua qualunque indagine rigorosa, senza considerare la ricchezza delle sue implicazioni (economia, sociologia, estetica...). Così come la grafica esige altre specifiche attenzioni, o la tv, e via dicendo. Di fatto, il nostro esperto è una figura di fantasia. Ma a quale bisogno corrisponde l'invenzione di questo...

Il bene della pubblicità

Potrà disturbare molto Il bene nelle cose. La pubblicità come discorso morale di Emanuele Coccia (Il Mulino, 2014), ma anche suscitare uno schietto entusiasmo in chi non ne può più di sentir parlare con toni apocalittici o da crociata moralizzatrice del mondo in cui viviamo. Come se in questo mondo, l’unico che ci è dato, non ci fosse niente di buono e non vi trovassero casa né il godimento né l’inventiva, materia prima di cui sono fatti il desiderio e l’immaginazione che annunciano il nuovo. Come se fossimo approdati a una tappa troppo avanzata nella degenerazione della specie umana per concepirne la reversibilità o la correggibilità. Ebbene, a chi scambia la fase attuale – una delle tante, e neppure la più sinistra – per un capolinea storico e si diletta a elencarne (e dunque ad alimentarne) quotidianamente i punti di non ritorno, Coccia contrappone una sapiente visione ‘dal basso’ o ‘di strada’ che stimola e rincuora, proponendosi come antidoto metodologico ai depressivi menù che ci vengono imbanditi senza sosta dagli chef dell’economia,...

Totem Berlusconi

Su meriti e demeriti di Silvio Berlusconi l'Italia si divide da trent'anni. Fuori da tribunali e dibattiti, però, una certezza c'è: la sua vicenda ha fatto calare sulla parola pubblicità, sul suo semplice suono, un giudizio storico inesorabile, trasformandola in una nuova espressione idiomatica. Pubblicità, cioè inganno. Quando Repubblica ha voluto attaccare Berlusconi con massimo sprezzo, l'ha definito "pubblicitario". Dal suo avvento in poi, gli atti di governo inefficaci ma spettacolari un tempo bollati per il loro "effetto annuncio", sono diventati "spot". Tutto il suo consenso è stato interpretato con un colossale vedi alla voce reclàme. A mo' di esempio, una manifestazione del 2010 contro il governo Berlusconi: prima una rappresentante sindacale dice "dalla crisi si esce investendo sul lavoro e non sulla pubblicità”, poi Vendola dichiara "Berlusconi ha sostituito i valori costituzionali con la pubblicità” e infine Bersani attacca i "miracolistici spot” dell'allora presidente del consiglio. Quell'anno, da destra, anche la...

Un manifesto femminicidio

Di recente, in Italia, si è parlato molto di un paio di argomenti che politici di mestiere, media e parecchie aree di movimento hanno voluto mettere in stretta correlazione: femminicidi e pubblicità sessista.   Partiamo dal sillogismo non-solo-boldriniano secondo il quale l’immagine del corpo femminile che scorre quotidianamente sotto i nostri occhi – su giornali e riviste, muri cittadini, fiancate di autobus e tram – rappresenterebbe un vero e proprio oltraggio alle donne, nonché un’induzione a fare di loro e del loro corpo reale ciò che agli uomini pare e piace, tipo sottometterle, maltrattarle, umiliarle, seviziarle, su su fino alla loro eliminazione fisica, ormai da noi sbrigativamente detta femminicidio.     Secondo la vulgata politicamente corretta oggi in vigore nel nostro paese, la pubblicità si sarebbe trasformata insomma da strumento di semplice induzione all’acquisto in strumento di induzione all’offesa e al crimine nei confronti delle donne in carne e ossa.   Va da sé che qualsiasi persona di buon senso non può rinunciare a distinguere tra donne...

Vending machine

Parleremo di macchinette che non sono più tali.Vending machine, distributori automatici. Caffè, merendine, acqua minerale, sigarette, assorbenti, banconote: possono distribuire molte cose. Da qualche anno, come vedremo, hanno anche preso vita.   Prima che accadesse erano dei silenziosi avamposti delle aziende, pezzetti di terra conquistati in territorio neutrale. Niente a che vedere con i negozi affollati o con gli spettacolari stand di una fiera. Un distributore era solo il simbolo più essenziale del rapporto tra marca e persone, un braccio meccanico dell'economia di mercato.   Per cambiare, il distributore si è innanzitutto dato una storia. Era il 2009, teniamo a mente la data. Con un clamoroso rovescio narrativo, non più fuori ma dentro quel parallelepipedo fu immaginato un mondo straordinario, epico e infantile: una Fabbrica della Felicità. Ora quella bottiglia di Coca che rotola fino al dispenser era molto altro. E soprattutto, la vending machine non era più un semplice congegno.     È allora che nascono ovunque installazioni che trasformano le vending machine in altrettanti set...

Il bambino come sfondo

La cronaca racconta l'errore di un art director. In cerca del volto di un bambino per pubblicizzare un Kindergarden, ha affidato a Google Immagini la parola chiave. Forse digitando semplicemente "bambino" oppure, in modo ancora più funzionale, "bambino sorridente". Purtroppo, la foto prescelta tra le tante è stata quella di Gregory Villemin, ucciso nella Francia del 1984. Di quel volto ha fatto una texture, ingrandendolo, sfumandolo leggermente, impaginando sopra il testo.   Solo dopo la pubblicazione su un giornale, qualcuno ha riconosciuto il volto. Seguono scuse dispiaciute, ritiro del giornale dalle edicole, dichiarazioni d'inconsapevolezza di un art director chissà forse bambino anch'egli all'epoca dell'omicidio.   Siamo, sembra, nel vasto - e incolpevole, ma anche indifferente a tutto - territorio della velocità esecutiva, della piccola produzione realizzata in economia. Pescare dalla rete (Flickr, Pinterest, Google Images...) immagini per utilizzi locali, circoscritti e fuori controllo è abitudine corrente. Non devi negoziare né comprarle. La rete agevola chi vuol...

L'allegria contro Pinochet

Può la Milano da bere sconfiggere una feroce dittatura? Nel Cile del 1988, fu una frivola campagna pubblicitaria a propiziare la vittoria del No a Pinochet?   Bisogna prepararsi a bei paradossi davanti a “No - I giorni dell’Arcobaleno” di Pablo Larrain (nomination miglior film straniero Oscar 2013, vincitore a Cannes della Quinzaine), film che promette di incrinare più di un’idea corrente. Per cominciare, quella che vede nel linguaggio pubblicitario la negazione di ogni valore umanistico, una sorta di baco della democrazia. E se fosse invece una risorsa inutilizzata?     “No” è anche il primo film del cinema moderno a raccontare il pubblicitario come eroe democratico grazie al suo lavoro, non perché abiura o cambia vita. Nessuna parentela col tormentato Kirk Douglas scolpito da Kazan in The Arrangement o con gli alienati di Olmi in Un certo giorno. Il che fa di René Saavedra, il giovane creativo del film, una vera perturbante novità culturale.   Anche la pubblicità è raccontata da una prospettiva inedita ai più. Non sistematico inganno o gesto...

Candidato e testimonial

Se si vuole capire cosa succede a una nazione, non si può fare a meno di osservarne la pubblicità. L’abbiamo scritto sul primo numero di Bill, citando Norman Douglas, lo riscriviamo all’indomani delle elezioni, dal momento che anche in materia politica la pubblicità italiana si è pronunciata da tempo.   Prendiamo una delle caratteristiche più tipiche della nostra democrazia: la proliferazione dei cosiddetti partiti personali, quelli nati cioè intorno a singoli personaggi. Lo si è detto, soltanto in Italia sono così numerosi. Bastava guardare la quantità di cognomi sulla scheda elettorale 2013: il partito di Monti, di Grillo, di Ingroia, di Berlusconi, di Giannino, e prima ancora quelli di Di Pietro, di Fini, di Lamberto Dini, di Leoluca Orlando… Non organizzazioni che scelgono di volta in volta il proprio leader ma movimenti nuovi, raggruppatisi intorno a un solitario artefice.   E cosa c’entra la pubblicità con questa storia? A prima vista dovremmo stare dalle parti del retaggio genetico italiano: la ricerca di uomini forti, di scorciatoie carismatiche… ben...

Catanzaro / Paesi e città

In una campagna pubblicitaria di molti anni fa, Beppe Grillo, allora in versione “solo comico”, si era prestato a fare da testimonial tv per una serie di spot dedicati allo yogurt Yomo. Era indubbia­mente una pubblicità originale per quei tempi. Grillo caz­zeggia amabilmente con un mostriciattolo - ispirato da una parodia di Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) e da ET (1982) di Steven Spielberg - che è sceso sulla terra da un’astronave solo per mangiare lo Yomo. Mentre gesticola e motteggia al suo solito modo, in questa buffa situazione (immortalata in sei o sette spot prodotti e andati in onda all’epoca), spicca su tutto l’abbigliamento del comico. Un dettaglio nella partitura delle gag aveva evidente­mente il compito di sovraesporre la già comica assurdità delle scenette. Grillo indossa una tipica felpa sportiva da college che porta scritto, ben visibile e in un inglese a lettere cubitali, il logo “University of Catanzaro”. In realtà (ci vorrebbero le teche Rai per controllare), l’espediente comico della felpa derisoria che inalberava l’improbabile vessillo “University of Catanzaro”, Grillo lo aveva indossato anche prima di quello spot fortunato. Addirittura ai suoi...

Grafica italiana, lo stile della modernità

La grafica fa parte di quelle cose che tutti guardano senza davvero vederle. Eppure senza la grafica gran parte della comunicazione nel nostro mondo contemporaneo non esisterebbe: dai libri al computer, dalla pubblicità al packaging, dai quotidiani alle caramelle. I grafici, poi, sono considerati delle semplici appendici, strani operatori dell’immagine, che devono dare forma ai prodotti, oltre che ai sogni e alle ambizioni di scrittori, filosofi, editori, imprenditori, politici, e perfino contestatori. Tutti hanno bisogno dei grafici, ma nessuno li reputa davvero importanti. Forse per questo si è dovuta attendere la quinta mostra del nuovo museo del design della Triennale di Milano per vedere finalmente scorrere davanti ai nostri occhi un concentrato del “paesaggio dei segni”, che vediamo ogni giorno percorrendo in automobile le strade delle nostre città, oppure sedendoci su una panchina di un parco con un giornale o un libro in mano. Finalmente la grafica è entrata nel tempio del design e l’ha fatto in modo discreto eppure eclatante.   Il gran mascherone rosso di Leonetto Cappiello, che pubblicizza Oxo, brodo...

Primavera messicana | Secondo i piani

Transitare sotto il mastodontico Segundo Piso, il secondo piano della circonvallazione (Periferico) della città, è come attraversare lo scheletro di un dinosauro esploso. Piloni grigi e sgorati di centinaia di tonnellate di cemento spinti sull’asfalto del piano di sotto da milioni di auto, giorno e notte. Un’autostrada che sovrasta e non più circonda una città che l’ha superata, di soppiatto, da anni. Se si è sopra le sue ossature, si è salvi. La selva cittadina di luci, di notte, si scuote agli occhi come una pelle anfibia in bagliori sublimi. Al tramonto, apprezzi non solo i complessi montagnosi aranciati che circondano il Distrito Federal, dalla postura americana, ampia e non aspra, ma anche la metropoli verdissima, benché squarciata da cavee misere e rugginose, ricche di saponi giallastri e tendoni rosso mamey da mercatino.   In questi tempi elettorali, dai palazzoni che spuntano ai lati di questo preistorico e distopico Secondo Piano, spiccano, oltre alle pubblicità di bibite e assicurazioni pensionistiche, i cartelloni di candidati elettorali, locali e nazionali. Nel novero: la giovane...

Il peggior IPO di sempre? Riflessioni sul futuro di Facebook

“The worst IPO ever”. Questo il giudizio di Bloomberg sull’IPO Facebook del 17 Maggio scorso. Oggi, una decina di giorni dopo il lancio in borsa del social network, le azioni sono crollate del 25 per cento - da 38 $ a 29 $ - bruciando in totale 25 miliardi di dollari: più o meno il valore complessivo della banca Morgan Stanley che aveva gestito l’IPO. L’andamento di Facebook in borsa non solo ha vanificato le speranze di una nuova ripresa delle borse USA guidata da un terza dot.com boom, ma ha rivelato la natura ormai disfunzionale e autoreferenziale dell’attuale sistema finanziario. All’IPO di Facebook è capitato di tutto: dal malfunzionamento del software di trading Nasdaq che ha disturbato seriamente l’andamento dei cruciali primi momenti del lancio, alle soffiate non ufficiali ad alcuni investitori che contraddicevano le stime ottimistiche di operatori vicini a Facebook e Morgan Stanley. È da quest’ultimo che è derivata l’accusa a Facebook e Morgan Stanley di aver gonfiato il valore e le prospettive della società di social networking oltre ogni possibilità reale, perseguendo...

Andy Warhol

Riga, una collana che avvicina ai grandi innovatori del Novecento   Riga è nata nel luglio del 1991 senza nessun particolare programma. Volevamo piuttosto fare la rivista «che ci sarebbe piaciuto leggere». Una rivista dedicata al contemporaneo, ad autori e temi che ci sembravano rilevanti nel corso dell’ultimo secolo, ma non solo. Una rivista che conservasse la memoria del passato, e insieme che si protendesse sul futuro.   Marco Belpoliti, Elio Grazioli     Per dirla in un modo che scimmiotta un poco Warhol stesso: non c’è più grande sconosciuto dell’uomo famoso. La fama è una maschera, sotto la quale sta non solo l’uomo ma la sua stessa opera. Chi è dunque veramente Andy Warhol? Quale il significato della sua opera?   Tutti lo conoscono, la stragrande maggioranza lo identifica con le icone della cultura pop: i divi cinematografici, il cibo in scatola, le personalità famose; molti conoscono anche i suoi “Incidenti”, più drammatici e controversi; i cultori della musica pop ricordano le sue copertine di dischi, dai Velvet Underground ai Rolling Stones...

Pop Camp 1 e 2

Riga, una collana che avvicina ai grandi innovatori del Novecento   Riga è nata nel luglio del 1991 senza nessun particolare programma. Volevamo piuttosto fare la rivista «che ci sarebbe piaciuto leggere». Una rivista dedicata al contemporaneo, ad autori e temi che ci sembravano rilevanti nel corso dell’ultimo secolo, ma non solo. Una rivista che conservasse la memoria del passato, e insieme che si protendesse sul futuro.   Marco Belpoliti, Elio Grazioli     «In qualcuno dei tuoi voyages au bout de la nuit ti è mai capitato di imbatterti nella parola camp?». Si era nel 1954, e così Christopher Ishwerwood introduceva il narratore di Il mondo di sera alla sfera del camp, dandone la prima discussione a stampa. Non nella dimensione «totalmente degradata» dei «circoli equivoci» – in cui il termine indicava, ad esempio, «un giovincello svenevole, con capelli ossigenati, cappello e boa di struzzo, che finge di essere Marlene Dietrich» – bensì in quella estetica ed emotiva in cui si esprime «ciò che è fondamentalmente serio in termini di...

Leggere: il futuro e noi

Da qualche settimana il “Guardian”, il prestigioso quotidiano inglese, ha inaugurato una sua pagina Facebook. Non è la solita pagina FB, che promuove la fidelizzazione al giornale attraverso i social network, bensì una vera e propria pagina del quotidiano che contiene notizie e articoli del giorno. Apri e vedi il menù di quella mattinata con i pezzi principali. Se ne clicchi uno, i tuoi amici di FB riceveranno istantaneamente la notizia che stai leggendo proprio quel pezzo, e chi vorrà potrà a sua volta cliccarlo. Si tratta di un passo ulteriore verso il trasferimento del quotidiano stesso, o almeno di sue parti significative, nelle pagine di FB, sposandone in pieno la logica di funzionamento.   “The Guardian” è un quotidiano molto letto sul Continente, e spesso capita che una notizia pubblicata lì diventi il giorno successivo un pezzo su un giornale italiano; perciò suppongo che ben presto i quotidiani italiani, in particolare i loro supplementi culturali, più facili da trasferire nella logica FB, adotteranno la strategia del social network, e migreranno lì sopra. Del resto,...

Groupon, la macchietta dell’advertising

Ufficio turistico e piccola agenzia di welfare low cost. Guida gastronomica e succedaneo d’un automobile club. Internet sforna inedite creature a ritmo battente, e tra quelle di maggior successo popolare e commerciale c’è di sicuro Groupon. Ti offre di tutto, dalla manutenzione della caldaia alla visita cardiologica, e tutto rigorosamente a prezzi stracciati. Ma Groupon è anche altro. È anche una galleria degli orrori pubblicitari. La macchietta dell’advertising.   Per esempio, l’avreste mai detto che per sponsorizzare un esame baropodometrico con contestuale realizzazione di plantari ortopedici, si presentasse il tutto così: “Lo scheletro umano ha molte funzioni, oltre ad arredare le aule di scienze delle scuole di tutto il mondo. Ad esempio sostiene i bicipiti sexy di un uomo e protegge il cuore delle donne dagli urti di una relazione sbagliata. Conviene prendersene cura: fallo alla Sanitaria Majorana!”. Finora, nessuna scomparsa registrata.   Vagamente in stile Alberto Sordi, da medico della mutua, la promozione di una seduta di filler con acido ialuronico, al ritmo di: “Chi si somiglia...

L’area Ex-Enel a Milano: un punto di partenza

L’altro giorno sulle Prealpi vicino Como, tempo straordinariamente limpido, mi son voltato per vedere Milano dall’alto, ma una cortina caliginosa la nascondeva completamente; alla fine l’ho localizzata perché spuntava il pirla da luna park del nuovo grattacielo: con tutto il rispetto che porto a Mitridate, l’idea di dovermi reimmergere in quel mare di polveri sottili mi faceva star male. Da giovane facevo l’urbanista e conoscevo il Bernardo (Secchi) che al PIM già si occupava di promuovere il centro direzionale: ci sono voluti quarant’anni per realizzarlo e il fatto che io abbia abbandonato la partita dopo i primi tre giustamente a voi non frega niente. Era l’epoca delle Città Nuove inglesi, all’università erano un mito; mi sono sentito obbligato a visitarle e l’idea che Milano spostasse il suo baricentro dal triangolo ottocentesco Montenapoleone, Vittorio Emanuele, Manzoni alle Varesine non mi dispiaceva: era un modo per decongestionare la città, purché si creassero nuovi centri anche in periferia. Accortomi che erano tutte chiacchiere, di più, che l’urbanistica era il...

Parigi - L’intrepido fantino al Grand Palais

  Parigi è tante cose. Per molti, per i visitatori e per i turisti, è principalmente un giocattolo. A Parigi si gioca sulla Tour Eiffel, si gioca davanti alle vetrine dei gioiellieri di place Vendome e ai tavolini dei bistrot di Montmartre. Un po’ perché la retorica degli uffici del turismo francese ha trovato più facile raccontare la città in questo modo, un po’ perché niente è meglio del kitsch di cui Parigi è ben dotata per stimolare la fantasia infantile che si annida in ognuno di noi. Ma principalmente perché Parigi è una città demodé che difficilmente abbandona le proprie abitudini: piuttosto le accantona in attesa di farci qualcosa, come vecchi giocattoli non più buoni, ma di cui i nipoti sapranno certamente cosa fare.   La mostra Des jouets et des hommes, aperta in questi giorni al Grand Palais, è forse una delle più originali e riuscite esposizioni degli ultimi anni e allo stesso tempo è una mostra tipicamente parigina per tipologia - monumentale: oltre mille gli oggetti esposti - e per filosofia con il Grand Palais trasformato in...

Videoclip

Rivendicarne la paternità italiana sarebbe scorretto, eppure quando si parla di video musicale è difficile non pensare alla cosiddetta Musica cromatica del futurista Bruno Corra. Anno 1912, così Corra definiva il suo disegno diretto su pellicola, ispirato alla musica di Mendelssohn e Chopin. È trascorso un secolo e il minimo che si posa affermare è che il videoclip è divenuto una forma d’arte ormai a sé stante. L’idea di sviluppare un filmato accoppiato a una musica è in pratica coeva del cinema sonoro. Cosicché il jazz, che alla fine degli anni 20 nel secolo passato andava per la maggiore, cominciò a essere accompagnato dalle immagini. Da Minnie the Moocher di Cab Calloway (il primo vero clip della storia, secondo gli storiografi) a Duke Ellington, dai Beatles a Bohemian Rhapsody dei Queen (il primo videoclip della storia, sostiene a torto la massa di appassionati di musica rock), l’evoluzione di questa “ristretta” forma di linguaggio ha trovato proprio negli anni ’80 il suo massimo amplificatore.     Con lo sviluppo della discografia su scala industriale...

La bandiera attorcigliata

  Il 17 marzo 2011 sono stato a Marsiglia. Era previsto un incontro presso l’Istituto italiano di cultura. Sono partito la mattina presto da una Torino in piena ossessione tricromatica –le bandiere ai balconi, gli adesivi sulle vetrine dei negozi, oltre le vetrine i manichini abbigliati in bianco rosso e verde, nei banconi degli alimentari i cibi ugualmente armonizzati a tre colori, e ancora bandierine sparse sui tavolini dei caffè, in cartoleria le penne tricolore, in panetteria le focacce condite con mozzarella lattuga e pomodorini. In Galleria San Federico ho visto anche una cantante con una specie di turbante tricolore, e sulla superficie di una pozzanghera in piazza Carlo Alberto il residuo di cherosene non era al solito iridescente ma di un partecipe oleoso tricolore.   Durante il viaggio in treno ho letto Repubblica. Tra una notizia e l’altra comparivano le pubblicità. La maggior parte si collegava esplicitamente all’unità d’Italia. Le ho contate: ventisei su settantasei pagine. I salami Beretta sono fratelli d’Italia dal 1812, Superga è la scarpa degli italiani, Conad ha l’unità...