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regia

(21 risultati)

La Biennale di Antonio Latella / L'invenzione della regia

È più di una selezione di spettacoli la Biennale Teatro di Antonio Latella. È un segno d’autore, è una domanda sui paesaggi della regia oggi, su come quest’arte che ha segnato il Novecento sia cambiata e, sopravvissuta a se stessa, stia cercando nuove strade. La rassegna – che si è inaugurata il 25 luglio e si è conclusa l’11 e il 12 agosto con la dimostrazione di lavori creati negli atelier del College, con allievi attori e maestri registi o registe – è il primo atto di un progetto quadriennale, ancora non svelato in tutte le sue tappe dal neo-direttore.   Questo primo episodio si intitola “Registe” e ha il coraggio di mostrare lavori di donne che si possono definire a pieno titolo autrici dei loro lavori, anche quando usano testi preesistenti, classici o contemporanei. Hanno tutte circa quarant’anni e sono quasi tutte sconosciute o poco note da noi. Tutte usano incrociare, in spettacoli scritti principalmente sulla scena, teatro, musica, danza, performance, momenti ispirati decisamente alle arti visive, in cui il corpo, l’immagine, la poesia (e spesso l’indignazione) giocano un ruolo centrale. Tutte lavorano con gruppi stabili di attori, piuttosto secondo le pratiche del...

Conversazione con Claudio Longhi / Teatro partecipato, attore, regia, scrittura

Dal 2012 Emilia Romagna Teatro Fondazione produce a Modena progetti teatrali speciali definiti di “teatro partecipato”. Tali progetti si caratterizzano per l’impegno a tempo pieno di un nucleo stabile di attori professionisti in una serie di appuntamenti che nel corso di molti mesi, spaziando da cene-spettacolo a laboratori nelle scuole, da reading di grandi romanzi a partite di calcio, attraversano spazi culturali, ricreativi e commerciali della città, e coinvolgono la più varia umanità in una riflessione su uno specifico tema socio-politico di volta in volta posto al centro del lavoro. Spingendo sul pedale ludico da un lato e su un rigore intellettuale impregnato di materialismo storico dall’altro, coadiuvati dal dispiegamento di una sofisticata rete di partnership e una raffinata strategia di comunicazione, tali operazioni mirano esplicitamente a convocare i cittadini intorno al teatro, perché tutti vi riconoscano nuovamente lo spazio in cui la comunità si riunisce per interrogarsi sul presente. I materiali, le riflessioni, gli studi accumulati precipitano infine in uno spettacolo in scena in teatro nella stagione ufficiale, con una affluenza entusiastica di pubblico che...

Il Cupiello di Latella: un altro Natale

È uno strano tempo, questo, per il nostro teatro. Proprio nel momento in cui si sospettava definitivamente conclusa la grande avventura novecentesca del teatro di regia (e si cominciava infatti a parlare di post-regia), sui palcoscenici italiani si affacciano negli ultimi mesi spettacoli radicali e dirompenti, belli e importanti, che proprio a quell'area – e alla sua tradizione, critica, tutta italiana – si possono in qualche modo far risalire. La misuratissima Alcesti di Massimiliano Civica (un'intervista di Massimo Marino e la recensione di Attilio Scarpellini), il Macbeth potente di Chiara Guidi (di nuovo in un bell'articolo di Scarpellini), il viaggio del Teatro delle Albe nella Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi (recensione di Rossella Menna).   Sono lavori – molti dei quali hanno trovato spazio su doppiozero – diversi e forti della propria specificità, che però nel complesso rilanciano la sfida di quella linea genealogica che rimanda piuttosto direttamente allo scarto prodotto in Italia, a inizio del secolo scorso, fra i tentativi (a volte forzati) di importare una logica di lavoro teatrale di respiro europeo...

Apichatpong Weeraesatakhul, uno spirito misterioso

La Thailandia, tra le prime mete esotiche ed erotiche degli italiani, ormai la conosciamo tutti. Il solo nome evoca un certo paesaggio, certi volti, certe cose da fare, per lo più di svago e di shopping. “Quest’anno vado in Thailandia... torno in Thailandia... ho comprato casa in Thailandia... ho sposato una thailandese”... Tanto che ormai non ci possono più vedere né ci trattano più con la fascinazione o la curiosità di prima. Abbiamo addirittura perso il ruolo dei “turisti porta soldi”: ora, semmai, il turista italiano è quello che ritorna, sempre nello stesso posto, portando le magliette che non usa più per i ragazzini del posto, facendo regali dall’Occidente un po’ come fosse l’amico dello zio d’America, quando, in realtà, cosa abbiamo a che fare noi con questo popolo? Ben poco. Tranne, appunto, aver scelto la sua terra come meta di incontro con l’Oriente, con un Oriente che oggi non è più così esotico, che abbiamo accanto, ogni giorno, sul bus, al ristornate, nelle vetrine dei negozi, per strada, un Oriente di cui riconosciamo il suono...

Francamente me ne infischio

Quella di Rossella O’Hara è la storia dell’America   Francamente me ne infischio è la versione teatrale firmata da Antonio Latella e dalla sua compagnia stabilemobile di Via col vento, romanzo di Margareth Mitchell reso celebre dalla pluripremiata versione cinematografica diretta da Victor Fleming.   Nello spettacolo, cinque episodi autonomi di un’ora ciascuno, la grande narrazione del romanzo e del kolossal – l’epopea di Rossella O’Hara, dall’infanzia felice e frivola nella tenuta di Tara all’indipendenza e alla maturità cittadina, attraverso amori successivi e logiche di convenienza, trasformazioni sociali epocali e lotte, sullo sfondo della Guerra di Secessione statunitense – è esplosa in una quantità e varietà di punti di vista. A partire da un semplice quanto lucido assunto: Rossella, vestita di verde (il colore tanto dei dollari quanto dell’innocenza) come nel film, è la metafora dell’America. Nella sua storia, a cavallo fra Otto e Novecento, si possono leggere, in tutte le loro contraddizioni, la fondazione dello Stato e del mito americano:...

Le avventure di una metropoli

Abbiamo incontrato Maurizio Nichetti ai Frigoriferi Milanesi, in occasione della presentazione di Milano, si gira!, volume fotografico realizzato “a dieci mani” da Mauro D’Avino, Lorenzo Rumori, Simone Pasquali, Roberto Giani e Andrea Martinenghi: una sorta di viaggio nel tempo, alla scoperta delle location (o di quel che ne rimane) che per oltre mezzo secolo il capoluogo lombardo ha fornito al cinema italiano. Uomo di cinema riservato ma dallo sguardo acuto, Nichetti ha attraversato Milano in lungo e in largo; con i suoi film ne ha saputo cogliere in anticipo i mutamenti sociali e urbani; sulla scia di una gloriosa tradizione che va da Keaton a Laurel e Hardy fino a Tati, ha raccontato le battaglie quotidiane dell’individuo contro una società sempre più meccanicistica e massificata. Parlare con lui significa insomma guardare, attraverso il prisma deformante della comicità, le trasformazioni di una città durante l’ultimo trentennio.       All’epoca del tuo lungometraggio d’esordio, Ratataplan (1979), ti rendevi conto di descrivere una realtà metropolitana che stava cambiando?   Per tutti gli anni Settanta ho lavorato nella pubblicità: Milano stava per...

Intervista a Robert Guédiguian

Durante il recente Bergamo Film Meeting, il celebre regista francese Robert Guédiguian, autore di film come Le nevi del Kilimangiaro e Marius et Jeannette, noto per la militanza nelle sinistra francese e per un cinema popolare dai forti accenti sociali e dai toni sospesi tra il dramma e la commedia, ha tenuto una seguita masterclass. Doppiozero lo ha incontrato per una bella chiacchierata sul cinema italiano, il ruolo della memoria nel suo lavoro e la disgregazione sociale che ha caratterizzato gli strati più poveri della società  contemporanea.     Robert Guédiguian, lei da giovane ha seguito molto da vicino il cinema italiano…   Sì, a diciotto anni il cinema italiano era per me il migliore al mondo. Conosco a memoria i film di Pier Paolo Pasolini, ma anche quelli di Francesco Rosi, Marco Ferreri, perfino il cinema più popolare, Luigi Comencini, Dino Risi, Elio Petri per un cinema direttamente militante…     E Ermanno Olmi?   Ermanno Olmi, sì. D’altronde ha girato a Bergamo dove ci troviamo oggi…     A proposito di un cinema...

Esilio stile tardività

Pubblichiamo di seguito una conversazione inedita di Andrea Cortellessa con Franco Cordelli in occasione del suo settantesimo compleanno.   Doppiozero ha dedicato inoltre a Franco Cordelli l’ebook Declino del teatro di regia, accompagnato da una conversazione con Andrea Cortellessa e da una teatrografia di Simone Nebbia.       AC: È un caso, ma un caso eloquente, che escano in contemporanea – per festeggiare i tuoi settant’anni, il 20 febbraio – due libri che possono ben rappresentare gli estremi di un percorso. Partenze eroiche, ripubblicato da Gaffi con una postfazione di Andrea Caterini, è un libro del 1980 (dunque sette anni posteriore al primo, Procida) ma è il tuo primo libro di saggi e raccoglie pagine degli anni Settanta e, in qualche caso, della fine dei Sessanta. Declino del teatro di regia, che abbiamo realizzato per il momento come e-book con doppiozero, raccoglie invece una selezione dell’ultimo quindicennio della tua attività di critico teatrale. E sono libri a specchio rovesciato, sin dai rispettivi titoli: non solo in questo, ma nel taglio che hai dato ai materiali coi...

Franco Cordelli. Declino del teatro di regia

Il 20 febbraio 2013 Franco Cordelli, autore, saggista, critico tra i maggiori intellettuali italiani, compie 70 anni.   In questa occasione, la libreria di doppiozero si arricchisce di un nuovo ebook, Declino del teatro di regia,che raccoglie ottanta “cronache teatrali” di Cordelli, attraversate dal sentimento di cosa sia il teatro di regia degli ‘anni Zero’. Qui il link per scaricarlo gratuitamente.    Il libro raccoglie ottanta articoli usciti sul Corriere della Sera tra il 1998 e il 2012, tutti dedicati a registi contemporanei italiani o stranieri, prendendosi la responsabilità di indicare gli spettacoli più significativi degli anni Zero. Grazie al ricco schedario teatrografico allestito da Simone Nebbia, il testo è anche uno strumento indispensabile per chiunque nel teatro lavori o il teatro studi. Dedicati come sono a figure di registi dal più o meno accentuato tratto demiurgico, questi articoli parrebbero contraddire il declino del titolo gibbonsiano scelto dall’autore, ma – come egli scrive nella premessa – nel loro insieme rappresentano appunto il tramonto di una grande stagione...

Il Macbeth pulp di Andrea De Rosa

“Un classico – dichiarava Italo Calvino in un celebre articolo dell’81 – è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”. Esaltato come croce e delizia dall’avventura postmoderna, questo è il destino riservato in scena alle opere di Shakespeare, così come al suo Macbeth, opera che – soprattutto rifratta nei grandi traumi del “secolo breve” – ha fatto tremare (e riflettere) generazioni. Il re più nero dell’opera del Bardo riempie di sé, della propria ambizione e dei propri massacri la tragedia più breve dell’opera shakespeariana; storico come il Giulio Cesare ma rapito dagli incantesimi dell’individualità come le creature del Sogno, più tiranno di Riccardo III, più ambiguo di Amleto e più sanguinario delle figlie di Lear è stato il rovello d’eccellenza per i tanti pensatori e registi che vi si sono accostati: Visconti, Kurosawa, Orson Welles e Polanski; Jarry, Ionesco e Heiner  Müller.   Macbeth. Frédérique Loliée e Giuseppe Battiston.   C’è chi, naturalmente, ci...

Milano nello sguardo del cinema

La conversazione qui pubblicata è estratta dal libro Una scelta per Milano. Scali Ferroviari e trasformazione della città (Quodlibet), a cura di Laura Montedoro: un corposo studio corale dedicato ai sette scali ferroviari milanesi dismessi che rappresentano un’occasione eccezionale e irripetibile di trasformazione urbana e di messa a punto di un’idea di città.   Il volume raccoglie pertanto numerosi contributi secondo uno schema tripartito: una prima parte contiene i saggi d’indirizzo volti a delineare strumenti e obiettivi del progetto urbano contemporaneo. La seconda parte presenta le esplorazioni progettuali per il riordino degli scali e una raccolta di casi studio. La terza, infine, propone una sorta di verifica a più voci delle ipotesi sviluppate nelle prime due, interrogando sia architetti e urbanisti, come Emilio Battisti, Pierluigi Nicolin e Luigi Mazza, sia personalità extradisciplinari di assoluto rilievo, come Ermanno Olmi, partendo dall’assunto che per capire una città sono necessari molti punti di vista, compreso quello del cinema, spesso trascurati dal mondo accademico ma forse gli unici in...

La regia, i sofisti, la città

La filosofia si addice al teatro. Claudio Longhi fonde vari dialoghi di Platone in uno spettacolo vivacissimo, Il sofista, che inizia provocatoriamente con immagini di talk show, con un Marco Travaglio sfinge e un Giuliano Ferrara profeta cinico a dividersi lo schermo, intervistati da un ammiccante Enrico Mentana. Sofisti, opinionisti, intellettuali (TUI: Tellekt-Ual-In, li ribattezzava Brecht nelle sue cineserie metaforiche):spacciatori di false verità?   Il regista quarantenne, allievo di Luca Ronconi, salito agli onori della cronaca per una rilettura di grande intelligenza e divertimento dell’Arturo Ui di Brecht con Umberto Orsini, dimostra che i dialoghi di Platone possono essere materia pulsante per le scene, per ricercare i fondamenti della nostra etica e smascherare i meccanismi della nostra comunicazione. E soprattutto si interroga - con un gruppo di attori giovani, fedeli, entusiasti, bravi, pronti a cimentarsi con leggerezza calviniana in imprese ardue - su un teatro nuovo, che abbandoni le sicurezze di ieri e si misuri con le domande di una società che sembra poter fare a meno del teatro (dell’arte, della cultura).  ...

Nekrosius: la regia debole

Caligola è, a dir poco, uno dei testi-chiave del Novecento: prima prova teatrale di Albert Camus, è un percorso vertiginoso sugli estremi dell’esercizio del potere, scritto a partire dal 1937, proprio mentre l’Europa precipitava nell’avanzata dei totalitarismi. Di più, le ragioni per riprenderlo oggi si sprecano: parlare di attualità socio-politica o culturale diventa quasi tautologico. Perché nel testo di Camus non si trovano solo gli indizi dell’imminente deriva autoritaria dei governi europei, complice la connivenza di una classe sociale neo-dominante incapace di imporre o proporre alternative; ma anche temi se possibile ancora più cocenti, come l’enorme divario fra la popolazione e i propri rappresentanti, i confini fra l’esercizio e l’abuso di potere, fra logica razionale e umanità. In definitiva quell’inconciliabilità dell’individuo rispetto alla società, dell’uomo col mondo, che tanto spesso di questi tempi ricorre minacciosamente sulle pagine dei quotidiani dedicate a politica e anti-politica. L’assurdo, difficile trovare altre parole, come...

Leonardo di Costanzo. L’intervallo

Nella Biennale cinematografica, avara di premi per il cinema italiano, la rivelazione è arrivata da un piccolo film napoletano, collocato senza coraggio in una sezione minore, L’intervallo (2012) di Leonardo di Costanzo. Quasi sconosciuto al grande pubblico, Di Costanzo, napoletano (anzi ischitano), classe 1958, è stato fin ad ora apprezzato per una serie di documentari (‘A scuola, Prove di stato) che lo hanno fatto conoscere nel circuito dei festival internazionali, ma ancora non si era misurato con un film di finzione.   Scritto con Maurizio Braucci, valente scrittore e sceneggiatore napoletano, e Mariangela Barbanente, L’intervallo è una piccola storia che rispetta le unità aristoteliche di luogo, tempo e azione. Due adolescenti, Salvatore (Alessio Gallo) e Veronica (Francesca Riso), passano una giornata in un grande palazzo abbandonato (una scuola? un collegio?), mentre ogni tanto arriva qualche emissario dal mondo esterno che fa intuire come la ragazza abbia commesso qualche sgarro a un piccolo boss e il ragazzo, che di professione è venditore ambulante di limonate, deve farle da guardia. Lo scioglimento della...

Qualche idea di regia

A dispetto dell’impolveramento a cui sembrano destinati tanti padri nobili del modernismo italiano – quanto più canonizzati, tanto più evitati quando non addirittura snobbati – si potrebbe dire che Questa sera si recita a soggetto (e con esso tutta la trilogia del teatro nel teatro) di Pirandello sia un testo di grande attualità. Innanzitutto perché, ai suoi tempi, lo fu: un intervento davvero “a caldo” su un tema cocente come l’avvento della regia e la resistenza opposta dalle compagnie d’attore. Ma anche perché, a volte con un po’ di sorpresa, il Pirandello meta-teatrale si scopre ripreso e riutilizzato dalle frange più insospettabili dell’avanguardia e del Nuovo Teatro. I sei personaggi, allestito da Pitoëff, fu recensito da un entusiasta Artaud, che ne fece un terreno di analisi vibrante quasi alla pari di quell’esperienza della performatività balinese che continua a scuotere animi e studiosi dalla lontana Expo parigina del ’31. Questa sera, poi, fu uno dei primi spettacoli del Living Theatre e, a quanto pare, a Julian Beck rimase appiccicato un simpatico...

Rovistando nella cassetta degli attrezzi

Cosa si portano a casa, dunque, i giovani attori e performer, drammaturghi e registi, dai laboratori di queste Biennali Teatro? Quali strumenti utili possono aggiungere alla propria “cassetta degli attrezzi”? Quali metodi giocarsi nei loro prossimi spettacoli? E se un’attenzione doverosa va alla concentrazione sulle singole individualità degli allievi – visibili, come racconta Elena Conti, nelle diverse modalità di riscaldamento e training, un panorama curioso e variopinto che inaugura ogni mattina i laboratori veneziani e che può raccontare delle storie e culture, idee di teatro e di vita completamente diverse che si incontrano in questi giorni in laguna – è interessante anche andare a rovistare fra gli strumenti e i metodi che i cinque maestri della Biennale 2012 stanno offrendo a questi giovani aspiranti artisti. Nelle edizioni passate, si può dire, i laboratori, pur nelle specificità dei singoli maestri, conversero – oltre che per il dato generazionale, capace di riunire a Venezia le nuove spinte della regia europea – in una dimensione della ricerca dal carattere autoriale, in cui gli...

Àlex Rigola. Un campus d'agosto

Àlex Rigola, fra i rappresentanti di quella nuova possente generazione della regia europea che – ne abbiamo visto qualche esito proprio nelle ultime sue Biennali – continua a scuotere i palcoscenici e a reinventare il linguaggio teatrale, è al secondo mandato come direttore del festival lagunare. Qui, con l’intenzione di fare di Venezia un campus internazionale delle arti sceniche, sta sperimentando una curiosa formula di direzione, capace di intrecciare la logica laboratoriale con il momento della messinscena. Tale orientamento sembra coinvolgere tutti i livelli della creazione teatrale: prima di tutto quello della regia e dell’attore, ma anche – testimone è il festival 2011 – quello della scenografia, del light design e addirittura della critica teatrale. Il primo giorno del nuovo Laboratorio Internazionale delle Arti sceniche, Rigola ha incontrato la redazione che seguirà e racconterà i lavori: ecco quanto è emerso.   Una Biennale all’insegna del laboratorio: il progetto, avviato nel 2010, che quest’anno si condensa in un’unica settimana e richiama a Venezia più...

Laboratori Biennale: Luca Ronconi

Luca Ronconi, in cinquant’anni di lavorìo incessante sui palcoscenici di tutta Italia e non solo, è conosciuto e seguito per una linea creativa che ribolle di una curiosità instancabile, sempre tesa a stuzzicare i limiti delle convenzioni del linguaggio e a eccedere gli orizzonti della scena. Con opere-fiume, dilaganti e travolgenti, ormai entrate a pieno titolo nella storia del teatro e con spettacoli memorabili, Ronconi ha saputo attraversare un ventaglio tuttora inafferrabile di possibilità autoriali: dalle spiazzanti riletture dei classici ai vertiginosi affondi nella modernità, dal lucido attraversamento di testi comunemente considerati “irrapresentabili” alla scoperta di una solida vocazione drammaturgica all’interno di contesti insoliti, come i modelli matematici del Barrow di Infinities. Ma il lavoro di Luca Ronconi – da quell’Orlando furioso che nel ’69 portò finalmente la regia italiana all’attenzione internazionale, in un doppio riscatto sospeso fra canone e ricerca, che vede affermarsi una norma e contemporaneamente la sua stessa trasgressione – non si risolve...

Cannes 65 – Al festival in Limousine

“Dove vanno a dormire le Limousine?” Si chiede Eric Packer, il giovane protagonista di Cosmopolis di David Cronenberg. La riposta gliela dà, in qualche modo, Leos Carax mostrando nel suo Holy Motors un nutrito gruppo di Limo che si prepara a “coricarsi” in un’autorimessa della periferia parigina, discutendo (letteralmente!) sulla natura e sul carattere dei propri conducenti. Questo di Cannes – sessantacinquesima edizione – è stato, per certi versi, un festival in Limousine. E non soltanto perché le lussuose autovetture sono protagoniste nei due film sopraccitati – tra i più controversi del Concorso – e nemmeno perché il celebre Boulevard de la Croisette ne è percorso in lungo e in largo e in continuazione, ma anche perché la Limousine, emblema del lusso, dell’eccentricità e dell’esibizione di più pacchiana natura, è sembrata assumere, nell’ambito festivaliero, i contorni di una metafora (anche cinematografica) molto ben adattabile ai nostri tempi. Divenendo, da un lato, il simulacro magniloquente, superfluo e ingombrante di un mondo...

Mariti di Ivo van Hove e la regia europea

Il nome di Ivo van Hove ricorre da qualche anno nei maggiori festival europei di arti sceniche. Dall’Holland Festival di Amsterdam al Theater der Welt, dal Ruhr triennale a strutture di fama internazionale come il De Singel di Anversa. Ad Amsterdam il regista belga dirige la compagnia Toneelgroep, residente al teatro cittadino Stadsschouwburg, e sfogliando il repertorio del gruppo ci si trova di fronte a numeri imponenti, sensibilmente distanti dalle produzioni medie dei nostri teatri: per la stagione in corso Toneelgroep ha in repertorio diciassette diverse opere, la gran parte dirette da van Hove e le restanti da nomi di punta della regia europea (Johan Simons, Thomas Ostermeier, Luk Perceval, fra gli altri). Forte è dunque la sensazione di trovarsi di fronte a un teatro “industriale”, una modalità che in Italia è praticata da pochissime strutture in un manipolo di grandi città.     Era dunque alta l’attesa per una delle sue produzioni più recenti, Mariti, dall’omonima pellicola di John Cassavetes (1970), vista in prima nazionale al festival Vie di Modena, rassegna che come poche ha il merito...

Steve McQueen. Shame

Shame è un’occasione mancata. O un errore di percorso, se si preferisce. Un saggio sociale in forma cinematografica che pur centrando in pieno l’argomento, ne fallisce in maniera inesorabile la trattazione e che disfa attraverso i contenuti e lo svolgimento ciò a cui dà vita nella forma. Ed è un peccato.   Non solo perché Steve McQueen – che aveva incantato e convinto con il suo film d’esordio, Hunger (2008) –, è e rimane un autore dalla spiccata personalità e dall’indiscutibile talento, ma anche perché un’opera come questa, considerando le qualità che mostra nel cogliere e mettere in scena aspetti peculiari e non banali della società contemporanea, avrebbe potuto dire e comunicare molto di più di quanto non si sia trovata a fare. E del resto i primi venti minuti di film, assolutamente convincenti e incisivi, rappresentano un’esemplare prova di regia. McQueen, infatti, mette in campo le proprie migliori virtù di cineasta concentrando nell’apertura una presentazione ineccepibile e calibrata del protagonista: Brandon, un uomo d’...