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(113 risultati)

Festival di Cannes I / Il cinema… tra la maman e la putain

È senz’altro uno dei più indecifrabili ed enigmatici film della carriera di Philippe Garrel: Les Ministères de l’art, realizzato per la televisione francese nel 1988 è un documentario di poco meno di un’ora che si propone di fare uno dei più classici atti di periodizzazione. È infatti un film che prova a mostrare, o a delimitare, una generazione di registi francesi (o per meglio dire, gravitanti attorno al cinema francese dato che vi sono anche un tedesco e una belga) che pur richiamandosi all’evento della Nouvelle Vague ne sono in qualche modo conseguenti. Ci sono interviste a Benoît Jacquot, Werner Schroeter e André Téchiné; ci sono le due sequenze di Elle a passé tant d’heures sous les sunlights dello stesso Garrel con Chantel Akerman e Jacques Doillon; c’è Brigitte Sy al Louvre; ci sono un giovanissimo Leos Carax e Juliet Berto; e poi una strana scena dove, prima Philippe Garrel e poi Jean-Pierre Léaud recitano un enigmatico testo sul cinema, parola per parola, ripetendolo prima uno e poi l’altro. Si tratta in realtà di un intervento di Jean Eustache, pronunciato nel 1977 in un programma radiofonico di France Culture chiamato “Le Cinéma des Cinéastes” con Claude-Jean Philippe...

Stéphane Brizé / Un altro mondo: si salva solo l’individuo

Il cinema di Stéphane Brizé, autore di tre film in sette anni sulle disparità sociali prodotte dal liberismo, è sempre attuale nonostante il più recente, Un altro mondo, sia arrivato nelle sale dopo l’impensabile emergenza economica causata dalla pandemia. Scegliendo di analizzare, tra gli altri, il tema della correlazione tra qualità e quantità di tempo che ognuno concede al proprio impiego e alla propria vita privata, ha messo in luce diseguaglianze che proprio la pandemia ha ulteriormente accentuato: tra chi può e chi non può scegliere dove e quando lavorare, tra chi può e chi non può scegliere volontariamente quando è il momento opportuno di fermarsi. Ancora una volta, Brizé ha scelto Vincent Lindon come protagonista, ma non c’è alcuna correlazione con gli altri personaggi da lui interpretati: l’attore, durante la Mostra del Cinema di Venezia (dove il film era in concorso) aveva contestato l’uso del termine “trilogia” proprio per questo motivo.   Stéphane Brizé. Meno rigido l’atteggiamento del regista, consapevole di avere completato una trilogia a ritroso: ogni nuovo film analizza le cause degli eventi del precedente, pur cambiando i nomi di personaggi e aziende. In...

Rifondare la saga / Il mondo capovolto di The Batman

C’è un’inquadratura in The Batman, visibile anche nel trailer, già diventata cult. Al termine di un inseguimento per le strade di Gotham che – per ritmo e iperrealismo – sembra uscito da un poliziesco, la batmobile, definita da un design molto concreto e poco futuribile, sperona la macchina guidata da Oswald Copplebot, il Pinguino, il mafioso interpretato da un irriconoscibile Colin Farrell, e la fa ribaltare. A questo punto, come spesso accade nel film, veniamo “incastrati” nella soggettiva del villain: il mondo ci appare capovolto e il cavaliere oscuro, a testa in giù, si avvicina minaccioso nel frame ribaltato, sullo sfondo di una città in fiamme, accompagnato dalla poderosa marcia funebre di Michael Giacchino. È facilmente l’inquadratura che rimane maggiormente in testa di tutto il film, ma al di là della sua efficacia estetica essa sembra dire che le coordinate del genere cinecomic sono qui violentemente ribaltate e reinventate, senza multiversi e invasioni aliene. In altre parole, The Batman è un oggetto culturale meno posizionato all’interno del mondo DC e più brutalmente calato nella contingenza storica. In questo scenario, non c’è altra via se non quella di smantellare e...

Il nuovo Paul Thomas Anderson / Licorice Pizza e la città che non c’è

Fat Bernie’s, Tiny Toes, Chadney’s, il Tail o’ the Cock, il Cupid Hot Dogs, il Mikado, i flipper, le Pepsi, le coca cole, gli hamburger divorati ai Drive-In, le imprese di pubbliche relazioni e gli agenti dello spettacolo: il primo elemento che colpisce quando entriamo nel mondo di Licorice Pizza, è quello di trovarci di fronte a un’immane distesa di merci, di pubblicità, di businessman veri o sedicenti tali. Durante il film spesso si sentono in sottofondo radio e televisioni accese che parlano delle virtù dei prodotti in vendita o di oggetti da acquistare. E forse non è un caso che nel primo appuntamento in cui vediamo Gary e Alana, i due protagonisti del film, una delle prime frase che lui dice a lei è: “you should start a business!” (“dovresti aprire un’impresa”).      Non c’è niente da fare, che ci piaccia o no è questo il mondo della San Fernando Valley, la regione dove è ambientato il film: uno sprawl urbano fatto di piccole cittadine, paesi e suburbi che si trovano al di là delle colline di Hollywood e che ancora oggi rappresentano uno dei bacini di quartieri residenziali middle-class (a dire il vero ormai sempre più upper middle-class) della città di Los...

23 marzo 1922-23 marzo 2022 / Ugo Tognazzi, sperimentatore dell’eccesso

“A me Ugo Tognazzi fa paura”, mi ha detto C. qualche tempo fa, mentre in TV passava In nome del popolo italiano (1971), film bello, diseguale e disperato di Dino Risi, in cui l’attore è protagonista a fianco di Vittorio Gassman. Quando, un po’ sorpreso, le ho chiesto il perché, mi ha risposto che ha sempre associato Tognazzi a qualcosa di esagerato, di eccessivo, che la spaventa.  Ci ho pensato su a lungo, e devo ammettere che in effetti l’eccesso è, ed è stata, una componente di grande rilievo nella vita e nella figura pubblica di Ugo Tognazzi. La voglia matta di vivere è il titolo dell’affettuoso documentario che il figlio Ricky gli ha dedicato in occasione del centenario della nascita, avvenuta a Cremona il 23 marzo 1922. Una “voglia matta” legata soprattutto ai piaceri primari dell’esistenza. Il sesso e il cibo: impossibile non parlare di un’accoppiata che, declinata in vari modi (stavo per scrivere “servita in tutte le salse”), è divenuta col tempo quasi un luogo comune della pubblicistica sull’attore.   I mostri.   Tognazzi stesso, d’altronde, ha offerto ampio materiale su cui lavorare, dentro e fuori le scene. Poligamo nella finzione (da Ménage all’italiana...

Candidato a 7 premi Oscar / Kenneth Branagh, Belfast

27 luglio 2012: si inaugurano ufficialmente i Giochi Olimpici di Londra. Intitolata Isles of Wonder, per la regia di Danny Boyle, la cerimonia inizia con tre brevi filmati di cori a cappella registrati in Scozia, Galles e Irlanda del Nord, poi naturalmente si concentra sulla celebrazione dell’Inghilterra e della sua città più rappresentativa. Il primo attore ad avere l’onore di recitare in mondovisione è Kenneth Branagh, nel ruolo del grande ingegnere vittoriano Isambard Kingdom Brunel; le sue parole, intese come omaggio all’isola della Gran Bretagna, sono quelle pronunciate da Calibano in La Tempesta di Shakespeare: “Be not afeard; the isle is full of noises, sounds and sweet airs, that give delight, and hurt not” (Non devi aver paura; l’isola è piena di rumori, suoni e dolci arie, che danno piacere e non fanno male).   Anche se Branagh era stato ingaggiato per la parte solo un mese prima in sostituzione di Mark Rylance, rinunciatario per motivi personali, era sembrato il testimonial perfetto per rappresentare la quintessenza dell’anglicismo: l'allievo ed erede di Laurence Olivier, l'interprete e regista shakespeariano di teatro e cinema più noto dei nostri tempi,...

Ennio, il suono dell’attesa / Morricone secondo Tornatore

Di Morricone sapevamo già tutto. Sapevamo delle sue passeggiate in salotto all’alba, della sua metodicità imperturbabile, dell’amore per la moglie, del temperamento schivo e della sua cocciutaggine. Sapevamo anche della frustrazione per non essersi affermato come autore di musica pura, che Giuseppe Tornatore ha impiegato come molla narrativa per raccontare la storia di una redenzione dal senso di colpa in Ennio, il documentario da lungo tempo annunciato e finalmente uscito nelle sale con ben 350 copie, dopo una felice anteprima nell’ultimo scorcio di gennaio.   D’altra parte, Morricone aveva già lasciato che gli aneddoti su di lui circolassero in filmati, interviste, libri, e un’autobiografia. Per essere un compositore, e con quel carattere, Morricone si è esposto mediaticamente molto di più di tanti altri della sua generazione, e addirittura più degli esponenti di quelle successive già immerse nel mondo della condivisione digitale. Se fosse stato veramente un personaggio misterioso, Tornatore non avrebbe avuto tutto quel repertorio di filmati (found footage dicono gli specialisti) per confezionare un avvincente film di montaggio. Ma Ennio non è un film per chi cerca...

Il nuovo film dei fratelli D’Innocenzo / America Latina. L’abisso spiegato

È Amore; poco altro da aggiungere. È Amore, unica frase di lancio nella locandina di America Latina scelta per accompagnare la presentazione in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, era stata anche l'unica espressione su cui imperniare la conferenza stampa, quando i giornalisti erano stati pregati di non raccontare nulla della trama, soprattutto del finale. Molte interviste di quei giorni ai registi Fabio e Damiano D'Innocenzo e al protagonista Elio Germano risultavano stravaganti: domande e risposte giravano attorno a una storia che non poteva essere esposta. Se Germano si concentrava a grandi linee sul senso del suo personaggio, un animo puro e sensibile che viene schiacciato dall'idea di mascolinità forte che la società contemporanea impone, i registi ribadivano che il loro thriller psicologico fosse anche una storia sull'umano bisogno d'amore, senza poter svelare molto altro. Quelle prime locandine veneziane indicavano anche l'uscita nelle sale prevista nel novembre successivo; data poi spostata in avanti, tuttavia il rinvio a gennaio non è servito a intercettare un pubblico numeroso, nonostante nello stesso periodo gran parte della contro programmazione si sia...

How meta can you get? / Matrix Resurrections, uno sberleffo camp

L’ironia è il grande alibi, o il paravento, del postmoderno quando diventa pigro. Quando cioè anziché seminare o coltivare dubbi, smitizzare, lavorare di decostruzione, insomma condurre la propria opera culturale, linguistica, filosofica, finisce per puntare al minimo sforzo. Fino a mettere le mani avanti: ehi, non vorrete mica prendermi troppo sul serio? Non vedete che sto scherzando? Mi è venuto da pensarlo dopo la visione di Matrix Resurrections, quarto capitolo del franchise che contribuì a costruire un pezzo tutt’altro che trascurabile dell’immaginario pop tra la fine degli anni ‘90 e i primi 2000. E che, a quasi vent’anni di distanza dalla supposta fine della trilogia classica (Matrix Revolutions, 2003), prova a rinverdire i fasti di quello che fu un enorme successo. Oppure, a leggerlo in altro modo: prova a chiudere stavolta per sempre – in modo tombale, per restare dalle parti del suo titolo – un discorso che forse non avrebbe mai dovuto essere riaperto.    Carrie-Ann Moss, la regista Lana Wachowski e Keanu Reeves alla premiere del film (Getty Images). Lo stesso pensiero può trovare conferme ancora più facili, cioè più evidenti. Per esempio in quella che è la...

Un’intervista inedita / Peter Bogdanovich, un regista dell’istinto

Lo scorso 6 gennaio Peter Bogdanovich se n’è andato. Aveva quasi 83 anni: era nato il 30 luglio 1939. Prima di dirigere Voyage to the Planet of Prehistoric Women nel 1968, con lo pseudonimo di Derek Thomas, aveva lavorato per il New York Theatre, l’unico posto in città dove, nel 1960, si poteva vedere un western di John Ford. Aveva scelto una manciata di film introvabili di Howard Hawks per una delle sue retrospettive dal titolo “The forgotten film”. Del resto in quegli anni “chi era chic parlava di Antonioni e Fellini e nessuno o quasi di Hitchcock; di Hawks, nessuno sapeva niente”. Susanna, Acque del Sud, Il grande sonno… C’era la fila per l’ingresso che girava intorno all’isolato. Erano dieci anni che nessuno chiedeva Gli uomini preferiscono le bionde alla 20th Century Fox, ma alla seconda settimana di proiezioni la produzione cominciò a pretendere le percentuali.     Cinefilo fin da bambino, Bogdanovich si era avvicinato al cinema grazie a suo padre, Borislav Bogdanovich, “uno splendido gentiluomo europeo”. Il primo film che aveva visto in sala era stato Dumbo, poi erano arrivati quelli con Douglas Fairbanks Jr., Errol Flynn, Richard Widmark, Gene Kelly e Marlon...

12 dicembre 1960 – 7 gennaio 2022 / Vitaliano Trevisan, alle estreme conseguenze

Vitaliano Trevisan era un artista scomodo nell’unico modo in cui si può essere scomodi oggi: era scomodo soprattutto per se stesso. Mai che i suoi libri, il teatro, le letture, lo abbiano visto davvero schierato contro qualcuno o qualcosa per indirizzarsi in favore di persone o idee antagoniste. Mai che abbia potuto trarne vantaggio, inoltre (e soprattutto). Perché la posizione che assumeva, il margine del discorso dove si collocava, era quello che gli permetteva uno sguardo obliquo, che mostrava ciò che riusciva a vedere solo lui. Allo stesso tempo, quello sguardo che non si poteva condividere, e che non permetteva affiliazione di opinione o di schieramento politico ufficiale, risultava urticante, irritante perché portato sempre alle estreme conseguenze. Anzi, solo le estreme conseguenze, inseguite con insistenza, con l’accanimento di un martello interiore che batteva sempre sullo stesso punto, erano garanzia di fuga da un pensiero ragionevole – non importa se ben informato e intelligente – per inseguire la convinzione che non c’è pensiero ben informato e intelligente che può dare conto dell’attuale esistenza, a casa nostra, nella nostra lingua, ma si possono soltanto condurre le...

12 dicembre 1960 – 7 gennaio 2022 / Vitaliano Trevisan. Un ponte, un crollo

Una volta Vitaliano Trevisan mi mise le mani addosso. Ad Asiago, il bellissimo altopiano che sovrasta la nostra città comune, Vicenza. All’ingresso di non so più che evento culturale. Forse una decina, o dozzina di anni fa. Sono un disastro con le date, e in generale la memoria funziona più a frammenti che con un approccio storico: ricordo quel che ricordo, quando capita. E poi sono benedetto da una sorta di oblio delle cose spiacevoli. Anche questo episodio me l’ero pressoché dimenticato. A ricordarmelo è stato proprio lui, pochi mesi fa. Con la prima di una serie di telefonate che ricucivano un rapporto sfilacciatosi tanti anni prima.    Può sembrare strano citare un fatto simile. Strano come commemorazione di un morto. Strano, ovviamente, il fatto in sé. E strano che sia stato lui – diciamo, esagerando: l’aggressore – a ricordarlo a me, l’aggredito. Ma chi ha conosciuto Vitaliano di persona sa che nulla di tutto questo è strano davvero.  Così come nella sua scrittura, c’era sempre in lui un senso di minaccia incombente. Dietro lo sguardo glacialmente ironico di quegli occhi azzurrissimi, la possibilità di qualcosa di imprevedibile. E pericoloso. E così,...

Un film dei Manetti Bros. / Diabolik. Un incubo a fumetti

Diabolik dei Manetti Bros. è un film che ha diviso, soprattutto i critici, schieratisi in clan e fazioni. Un punto su cui mi pare di poter dire siano tutti d’accordo è che, alla base di questa divisione, ci sia una serie ben precisa di scelte di direzione artistica, che per alcuni sono un elemento positivo, per altri costituiscono invece la causa del naufragio del film e un’occasione sprecata. Prima ancora che un film riuscito o meno, quindi, Diabolik è un film spiazzante, proprio perché altro rispetto a ciò che la quasi totalità dei critici e degli spettatori si attendeva. Lontano – come lo è per sua natura il mondo creato dalle sorelle Giussani nel 1962 ed edito dalla Astorina – dall’estetica accumulativa dei cinecomics dell’ultimo decennio, distante da ogni tentazione action, il film dei Manetti è deliberatamente sotto ritmo, quasi ingessato. Ironia della sorte, slittato di un anno rispetto all’uscita prevista causa Covid, Diabolik arriva in sala contemporaneamente a Spider-Man: No Way Home, ultimo prodotto del Marvel Universe, segnato invece da un approccio al fumetto che si colloca totalmente agli antipodi.   I Manetti Bros. (seduti) con Miriam Leone e Valerio...

Il cinema alchemico di Marco Martinelli / Fedeli d’Amore. Il film

Un altro Dante ancora. Marco Martinelli e Ermanna Montanari da anni scavano la Divina Commedia e il suo autore. Ci hanno regalato opere di grande fascino, realizzate coinvolgendo nei cori decine di cittadini, Inferno del 2017 e Purgatorio del 2019. Nel frattempo e in attesa del Paradiso, bloccato dalla pandemia, hanno raccontato “di traverso” il poeta, la ricchezza della sua riflessione, la luce della sua poesia, l’aura che riverbera da lui verso di noi. Lo hanno fatto in uno spettacolo concerto buio e intenso, fedeli d’Amore, sette episodi unificati dalla voce narrante di Ermanna Montanari, dalla musica di Luigi Ceccarelli, da un viaggio immaginale tra bui, controluce, apparizione di strutture metalliche, emersione di affreschi, perpetrato da Martinelli come graffi fin sotto la pelle del Dante più conosciuto (su doppiozero lo ha raccontato Anna Stefi, qui).    Ora quel testo e il suono di quello spettacolo, ossia “le voci” di Ermanna Montanari e della strumentazione musicale di Luigi Ceccarelli, diventano due delle molteplici piste di un film che allarga la visione, dall’interno dell’anima del poeta al suo intero mondo (e al nostro). Il racconto diventa sogno o...

Su Netflix il Leone d’Argento / Jane Campion, Il potere del cane

Nelle numerose versioni della Bibbia tradotte in italiano, al ventunesimo verso del Salmo 21 (o 22, secondo la numerazione ebraica) non sempre si trova il riferimento al potere del cane. “Deliver my soul from the sword, my darling from the power of the dog”, così si aprono e chiudono il romanzo di Thomas Savage del 1967 e il nuovo film di Jane Campion, che le è valso il secondo Leone d'Argento personale alla Mostra di Venezia ed è ora disponibile su Netflix; la frase che dà il titolo a entrambe le opere si trova nella traduzione inglese della Bibbia scelta dallo scrittore statunitense. Un lettore italiano che consultasse la versione della Conferenza Episcopale Italiana del 2008, invece, leggerebbe un’invocazione leggermente diversa: “Libera dalla spada la mia vita, dalle zampe del cane l'unico mio bene”.   L’inglese The Power of the Dog, tradotto letteralmente nelle versioni italiane sia del romanzo sia del film e già presente anche in alcune trasposizioni italiane della Bibbia, è più evocativo ma il senso non cambia: tutto il salmo è un'invocazione accorata rivolta a Dio per non essere lasciati soli, per ottenere protezione e salvezza. Una richiesta d'aiuto che tra l'altro...

Live long and debunk / Star trek, la pista delle stelle

Il 13 ottobre 2021 l’attore novantenne William Shatner è diventato l’uomo più anziano ad aver fluttuato nello spazio, per la precisione ad aver fluttuato sopra la linea di Kármán, confine immaginario dell’atmosfera terrestre. E se vi state domandando chi è questo signor William Shatner, si tratta, ovviamente, del capitano James T. Kirk, il comandante di quella USS Enterprise impegnata in una missione quinquennale che non ha mai finito di far sognare milioni di persone sparse in tutto il mondo. L’universo narrativo di Star Trek in effetti sta vivendo giorni di gloria e numerose sono le nuove produzioni ad esso connesse. Star Trek, la pista delle stelle, tuttavia, non è qualcosa di inedito, ma è la ristampa di un (enorme) volume pubblicato da Mondadori nel 2017 e da anni introvabile in Italia, che racchiude la novellizzazione delle prime tre, storiche serie andate in onda negli USA dal 1966 al 1969. In Italia, in verità, il programma fu trasmesso per la prima volta su Telemontecarlo nel 1979 e poi sui canali di altre reti private. Star Trek, da noi, ha quindi saltato il Sessantotto e gli anni Settanta e chi lo sa se sarebbe piaciuta allo stesso modo se fosse uscita a ridosso delle...

Sorrentino candidato agli Oscar / È stata la mano di Dio

Le zie, le sorelle di mio padre, erano quelle che più di tutte nominavano ‘o munaciello: bambino, piccolo monaco, creatura invisibile, figura magica, portento religioso, mistero della fede (o di chissà cosa) che si aggirava per casa. ‘O munaciello viene da racconti lontani, un po’ leggenda, un po’ verità. Per Matilde Serao, per esempio, era più vicino alla verità che alla leggenda, ma se pensiamo a Napoli la distanza tra leggendario e reale è sottile, così come quella tra falso e vero. Perciò ‘o munaciello esiste nelle cose di Napoli, un po’ lo vedi un po’ no, un po’ ci credi un po’ no. Ci credi quando ti conviene, magari. Nelle frasi delle zie la figura fiabesca era a volte un benefattore (soldi comparsi in un cassetto di cui nessuno ricordava la provenienza) altre era un dispettoso (cose sparite, oggetti finiti da qualche parte e mai più saltati fuori, piatti rotti senza che nessuno ammettesse di averli fatti cadere), ma comunque era una figura benevola. Forti di questo racconto una volta nascondemmo una zuppiera piena di fragole già pronte per essere servite, nessuno riuscì a trovarle per ore, e solo quando qualcuno esclamò: “Ma chi è stato? ‘O munaciello?”, le facemmo...

14 agosto 1928-9 dicembre 2021 / Lina Wertmüller: tutto a posto e niente in ordine

«Ero una rompiscatole fin da piccolissima. Non stavo ferma un momento, scalciavo piangevo strillavo e, soprattutto la notte, non dormivo, un aspetto, quest’ultimo, che si è trasformato in una consuetudine per tutta la vita. Tenendo conto che io, per quasi tutti i miei ormai parecchi anni, ho dormito in media tre o al massimo quattro ore per notte, posso ritenere di aver vissuto il doppio del tempo di una persona normale», così Lina Wertmüller (al secolo Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Spanol von Braueich) descrive sé stessa nel libro di memorie Tutto a posto e niente in ordine (che prende il titolo da un suo film, non autobiografico in quel caso, del 1974).    E lei, Lina Wertmüller, ha vissuto davvero più di una vita, icona del cinema italiano del mondo – sul serio, però, non per modo di dire. Muove i primi passi in teatro, lavorano a fianco di Guido Salvini, Giorgio De Lullo e Garinei e Giovannini, conosce Enrico Job con il quale inaugura un sodalizio per la vita (professionale e privato), poi è autrice e regista per la radio e la TV, dal varietà allo sceneggiato (Canzonissima e Il giornalino di Gian Burrasca), passa poi al cinema, prima come segretaria di...

Almodóvar, Sciamma, Sorrentino / L’immagine della madre: sdoppiamenti, traumi e memorie

Tra i film più belli del 2021 ci sono tre opere molto diverse, che tuttavia sembrano dialogare intorno a come oggi si possa ripensare il cinema in quanto immagine del tempo. Si tratta di Petite Maman, di Céline Sciamma, Madres Paralelas, di Pedro Almodóvar, e È stata la mano di Dio, di Paolo Sorrentino.  La madre è il comune nucleo simbolico e formale attorno al quale questi lavori ruotano, in due casi fin dal titolo. Ma la madre non funziona semplicemente da contenuto, evento emotivo, o ricordo, bensì come immagine costitutiva e strutturante. La presenza di una situazione materna variamente modulata (ora sviluppata come espediente fiabesco, ora come dispositivo drammatico di intreccio, ora come messa in scena del passato) opera come varco dove scavare, anzitutto in senso filmico, possibilità diverse di riconsiderazione e di rielaborazione formale del passato.  Sia Sciamma, che Almodóvar che Sorrentino hanno costruito trame originali piene di sdoppiamenti, ripetizioni e elementi trattati in maniera seriale e parallela; è come se la finzione, attraverso le simmetrie, costruisse effetti di tensione per via di immagini che a forza di riflettersi possono scoprirsi nuove e...

Tra cinema e letteratura / Dovlatov, le sigarette e l'underground sovietico

Sergej Dovlatov (1941-1990) è stato uno scrittore sovietico (almeno per appartenenza cronologica) di origine ebraico-armena, vissuto non senza difficoltà in URSS ed emigrato negli Stati Uniti nel 1978.   Lo scrittore Sergej Dovlatov. Il film a lui ispirato, Dovlatov, produzione russo-polacco-serba per la regia di Aleksej German junior (in italiano il titolo si arricchisce di una discutibile integrazione “i libri invisibili”), ha debuttato alla Berlinale del 2018 dove è stato insignito dell’orso d’argento per il miglior contributo artistico. Immediatamente dopo la prima berlinese ha fatto la sua comparsa sugli schermi russi; inizialmente la proiezione era stata prevista soltanto per quattro giorni, dall’1 al 4 marzo 2018, ma visto il successo (il film sarebbe arrivato in Russia a contare 396.413 spettatori) ne fu autorizzato il prolungamento fino all’11 dello stesso mese.   Il manifesto russo del film. Il manifesto italiano del film. La pandemia impedì la sua circolazione nei cinema italiani e solo il 4 novembre di quest’anno è approdato alla distribuzione nel nostro paese. Data non casuale, omaggio alla festa dell’unità nazionale russa eliminata dal calendario...

2001-2021 / Mulholland Drive: viaggio al termine dell’inconscio

Un uomo legato, gambe e braccia, a un letto. Del suo aguzzino si vedono solo i piedi, con eleganti scarpe scure, e le mani, tra le dita una siringa. L’uomo è un detective alla ricerca di risposte, sulle tracce di un mistero che una giovane donna si è portata nella tomba lasciando dietro di sé solo pochi fumosi indizi. L’aguzzino è un medico affiliato con una misteriosa organizzazione criminale: «Le ha chiesto di ricordare. Cosa deve ricordare? Mentre sarà addormentato, il suo subconscio ci fornirà la risposta. Sogni d’oro».  Qui “inizia” Mulholland Drive: da una scena di Un bacio e una pistola di Robert Aldrich, una delle pietre tombali, insieme a L’infernale Quinlan di Orson Welles, del noir classico. Definito un “noir apocalittico” – per la sua tematica, certo, ma anche per gli effetti esplosivi che ha avuto sull’immaginario cinematografico a venire – il film denuncia la crisi dell’identità americana nell’era del maccartismo. Lynch lo saccheggia con gusto sia per Strade perdute che per Mulholland Drive, due manifesti della crisi psichica dell’uomo all’alba della globalizzazione.       Questo millennio cinematografico si è aperto con la celebrazione delle...

Filmmaker Festival 2021 / Amos Vogel. Cento anni di sovversione

Il nome di Amos Vogel forse non è noto in Italia quanto dovrebbe, persino fra i cinefili di lungo corso. Eppure si tratta di una figura chiave: con buona approssimazione, si può dire sia stato il più grande programmatore di film del XX secolo, un autentico “santo patrono” per chiunque faccia questo mestiere. Non a caso, in occasione del centenario della nascita (18 aprile 2021), le iniziative per ricordarlo e omaggiarlo si sono moltiplicate un po’ in tutto il mondo. Oltre a New York, dov’è morto novantunenne nel 2012, che ha visto alcune delle maggiori istituzioni cittadine fare a gara nel tributargli onori (MoMa, Lincoln Center, Film Forum, Anthology Film Archive), vale la pena ricordare la Spagna, con il festival Punto de Vista che gli ha dedicato un’ampia retrospettiva, curata dall’ex direttore della Viennale Alexander Horwath e da Regina Schlagnitweit, dall’evocativo titolo “Amos in Wonderland”; e ovviamente la sua città natale, Vienna, dove nel corso dell’ultima edizione della Viennale, ben sei curatori (Nicole Brenez, Go Hirasawa, Kim Knowles, Birgit Kohler, Roger Koza e Nour Ouayda) hanno reso omaggio non tanto all’uomo, quanto all’idea che è stata sempre alla base dei suoi...

Un requiem con stile / Wes Anderson, The French Dispatch

Wes Anderson è ovunque. Spot pubblicitari (Prada, H&M), videoclip musicali (Aline, di Christophe), design (il Bar Luce della Fondazione Prada, il British Pullman Train per la catena alberghiera Belmond), persino un progetto espositivo itinerante (Il sarcofago di Spitzmaus e altri tesori, progettato in collaborazione con la moglie Juman Malouf e allestito presso il Kunsthistoriches Museum di Vienna e la Fondazione Prada). Piaccia o meno, l’opera multimediale del regista texano è l’esempio vivente e lampante di come si costruisca una personalità autoriale nell’era dei social media e del self-branding. Potremmo dire, alla McLuhan, che per lui lo stile è contenuto (The Substance of Style è appunto il titolo di un importante video-essay su Anderson, realizzato anni fa da Matt Zoller Seitz), la profondità superficie. È così che è riuscito a crearsi un fandom devoto e onnipresente. Fra YouTube e Instagram non si contano i riferimenti, gli omaggi, i supercut amatoriali, i reels dedicati al dietro le quinte dei film. Per non parlare poi dei sempre più numerosi epigoni o semplici imitatori, da entrambe le sponde dell’Oceano.   Giusto per fare un esempio, a partire dal profilo...

Il romanzo di Albinati al cinema / La scuola cattolica: una censura superflua

La scuola cattolica è il film che Stefano Mordini ha ricavato dal romanzo di Edoardo Albinati, 1300 pagine di variazioni su unico tema: «nascere maschi è una malattia incurabile». La scuola cattolica è quella in cui i genitori della borghesia romana mandavano i figli nella speranza di metterli al riparo dalla violenza che – come recita una didascalia – nel 1975 è all’ordine del giorno. Ma, come spesso capita, fare di tutto per evitare un male è il modo migliore per finirci dentro fino al collo. In quegli anni alcuni istituti romani collezionavano criminali. Al Tiozzi, scuola privata di Monteverde, c’era la futura cellula dei NAR: i fratelli Fioravanti, Alibrandi, Anselmi, Bracci, Carminati. Il San Leone Magno, la scuola del film, era frequentato da due assassini, Izzo e Guido, e da Gianluigi Esposito, una vita a mezzo tra terrorismo nero e banda della Magliana.    All’inizio vediamo gli studenti in costume da bagno, sull’attenti attorno a una piscina dove il professore li passa in rassegna. Quando si mettono a fare flessioni, l’angolo di ripresa basso mostra un groviglio di gambe, schiene e nuche. Nell’ultima scena tre di quei ragazzi se ne stanno svestiti e abbandonati...