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(37 risultati)

Una vita è i suoi libri / Leggere e scrivere

Una donna che legge seduta su un palo confitto nel mare, mentre le onde le si rifrangono intorno. Accavalla le gambe e appare concentrata nella lettura del libro, che regge in mano. Lo tiene con la mano sinistra e afferra il volume dalla costa superiore, mentre con la destra lo sfoglia; ha la testa reclinata ed è indifferente a tutto quanto accade intorno a lei. La foto è sulla copertina di un libro appassionato, A libro aperto. Una vita è i suoi libri (Feltrinelli), scritto da Massimo Recalcati, psicoanalista. Si tratta di un’autobiografia in forma di lettore, attraverso i volumi che l’autore ha letto nel corso della sua vita: una sequenza d’incontri decisivi. Ogni libro segna un momento particolare della vita di Recalcati, a partire dall’Odissea, incontrata da bambino, per passare attraverso Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern, L’interpretazione dei sogni di Freud sino ad arrivare a La strada di Corman McCarthy, uno dei libri su cui maggiormente Recalcati si è soffermato nei suoi ultimi saggi. Ogni libro è passaggio, la porta d’accesso a una realtà nuova, e insieme strumento per una trasformazione intellettuale: per una nascita del proprio sé. Tutto avviene attraverso...

Una matita per l'estate / Breve storia di alcune matite

  La matita che porto con me in questo periodo è nera con piccoli disegni bianchi, ormai un po’ consumati, viene dal Museo Carnavalet di Parigi; matita da bookshop direbbero i puristi, vero, ma le mie arrivano quasi tutte da quei negozi posti all’ingresso dei musei, e tratteggiano e sottolineano benissimo; mi ricordano i viaggi che ho fatto. La matita che porto con me è il mio pezzo di mondo, è una valigia che mi segue, un bagaglio che si è fatto trovare. Con questa matita ho sottolineato poesie, ho preso appunti a margine dei libri. Sono certo che tutte le citazioni annotate degli ultimi mesi le abbia decise lei. La uso anche per correggere sul taccuino le cose che ho scritto a penna, la matita trova l’errore, quando riapro le pagine se riconosco il segno che ha lasciato la matita vuol dire che ci devo ripassare. C’è da correggere finché c’è traccia di matita. Alcune poesie le scrivo tutte a matita, forse perché quando poi eliminerò qualche verso voglio che sia un’eliminazione definitiva.   Porto con me anche una seconda matita, un matitone, forma geometrica, triangolare, arriva dalla National Gallery of Denmark, dove non sono mai stato, è un regalo. Mi piace quella...

Qui, lì, là

Gocciolano come grani di pioggia fitta i nomi e le parole che da una parte all’altra del confine italo-svizzero scandagliano la terra, e scendono per gorghi tra un alto e un basso orografico che le muta; o, sospese nell’etere celeste, si irradiano per l’aria oltrepassando le frontiere, rubate un po’ qui un po’ là alla potenza delle radiazioni radiofoniche – l’RSI della Svizzera italiana –, sfuggite al ristretto suolo delle trasmissioni elvetiche che raggiungono l’alta Milano nel DAB già circolante, ma ai più ancora sconosciuto. È uno scendere di nomi verso valle – il nome di un cantone, Ticino, trascinato a sud nel letto di un fiume – è il mostrarsi bizzarro di una lingua che nella frontiera cambia forma secondo la mutevole realtà che ha luogo sul confine: la continuità docile del paesaggio che gradatamente trapassa in monti, di pendio in pendio, d’albero in albero; e il cambio di culture che si dissomigliano per divaricazioni, inversioni, aggiustamenti, interferenze. Di qui legge e di lì storpiatura: un maschile che diventa femminile, il suono di una...

Speciale Gianni Celati | La postura sbagliata

Quando son capitato sul sito di doppiozero e ho visto che c’era una rubrica speciale dedicata a Gianni Celati, con ricordi e interventi vari, mi son detto: ora scrivo qualcosa anch’io. Mi sono spremuto le meningi, ci ho pensato su a lungo, ma niente. Più che altro mi passavano in mente concetti o ragionamenti letterari di nessun interesse.   Poi invece mi è venuto in mano un libretto postumo di Thomas Bernard, I miei premi – in cui lo scrittore austriaco racconta le sue avventure idiosincratiche nel milieu dei premi letterari - e solo in quel momento mi è rivenuta in testa l’immagine di Gianni Celati ad un premio letterario, che per me, forse per effetto di imprinting, è l’immagine che meglio rappresenta Gianni Celati, ché è la prima che ho di lui.   È andata così: io allora dello scrittore Gianni Celati sapevo ben poco. Come tutti avevo letto alcuni suoi libri - Guizzardi, la Banda, il Lunario, i Narratori, forse sfogliato qualche suo saggio - ma insomma, lo avevo per lo più archiviato in qualche rubrica della memoria, magari nella cartella scrittori contemporanei, o...

I fatti di Roth e l’inverno di Auster

Philip Roth è seduto al tavolo davanti alla macchina da scrivere. Lo vediamo attraverso la finestra, rinchiuso tra le sbarre dell’infisso. Inforca un paio di occhiali da vista, una mano sul fianco e una al mento. Un sottile nervosismo sembra attraversarlo, la bocca socchiusa e la mascella in tensione, forse la presenza del fotografo, più probabilmente la rilettura del testo. A prima vista sembra notte, lo fa pensare anche la lampada accesa, in realtà nel riflesso della finestra s’intravede una luce diurna che illumina alcuni alberi. La fotografia è di Bob Peterson e fa parte di una serie che ritrae Philip Roth al lavoro. Siamo nel 1968: l’anno successivo il Lamento di Portnoy lo metterà al centro della scena letteraria americana. Vent’anni dopo, in seguito anche ad un esaurimento nervoso, darà alle stampe I fatti (Einaudi, traduzione di Vincenzo Mantovani).     Per effetto della luce i fogli appiano bianchi e intonsi, sia quelli appoggiati sul tavolo sia quello infilato nella macchina da scrivere. L’angoscia di un foglio bianco: nulla vi è di più di reale, incontrovertibile,...

Speciale Gianni Celati | Narratori in città

A Bologna avevo amici, no: amiche, che frequentavano assiduamente le lezioni di Gianni su Bartleby. Io avevo già dato l’esame, in un inglesuccio vergognoso che si rivelò bastevole sia a prendere il voto pieno sia ad aiutarle nella traduzione dei brani loro assegnati. Mi veniva inspiegabilmente facile. Tradurre letteratura, scoprivo lì, non era molto diverso da comporre enigmi. Discorso lungo.   La soggezione per il soave e focoso non-professore non mi era invece per nulla passata. Questo neppure dopo che un coetaneo che incontravo in treno pendolando tra Ferrara e Bologna, una di quelle conoscenze che a quell’età sono così facili, mi aveva raccontato che Gianni era un amico di suo padre, che suo padre compariva nel Lunario del paradiso e che una volta, quando il mio coetaneo era poco più che bambino, si erano anche presi una divertentissima mezza ciucca assieme, lui e l’amico del padre.   Penso di avere acquistato da Montroni, sotto le Torri, una delle prime copie dei Narratori delle pianure. Un evento, Gianni non pubblicava libri da molti anni. Non mi era piaciuto: mi aveva incantato, è una...

Conversazione con Jonathan Coe

Incontro Jonathan Coe per la seconda volta (dopo averlo già presentato al festival Collisioni, in Piemonte, due anni fa) al festival WriteIdea di Londra, di fronte ad un pubblico attentissimo e alla presenza di due interpreti per sordi. Come allora, Coe si dimostra persona sensibile, affascinante e modesta. Dopo avermi spiegato com’è riuscito a farsi definire dal quasi coetaneo Nick Hornby “...il miglior scrittore della sua generazione”(citazione buttata da Hornby in un articoletto, ma poi ripresa da Coe e immortalata sulla copertina dell’edizione tascabile di Circolo Chiuso), passiamo subito a domande concrete – le risposte, come sempre, si riveleranno ricche e stimolanti.     Il tuo ultimo romanzo, I Terribili Segreti di Maxwell Sim (2009), che narra la crisi esistenziale di un uomo di mezz’età, sembra in contrasto con altri di più ampio respiro, tipo La Famiglia Henson. Puoi parlarci di come arrivi a questo cambio di registro, di volta in volta?   È vero che libri come La Famiglia Winshaw e La Banda dei Brocchi fanno parte di quello che molti definiscono ‘lo stato della...

Oggetti d’infanzia | Il cancellino

GIRELLA ARCHEOLOGICA. Una striscia di feltro arrotolato, un rotolo di cimosa: ecco il cancellino. Una merendina, una conchiglia, uno sterco di mucca, un UFO che volava basso quando c’era la supplente. Grondava di bianco sui nostri vestiti. Quando era troppo impregnato di gesso si sbatteva sul poggia-cancellino, allo stesso modo in cui si picchietta un biscotto sul tavolo della cucina prima di inzupparlo nel latte. Ma il nostro passatempo preferito era agli antipodi: immergere il cancellino nel gesso per stamparlo sul cappotto dello sfigato di turno che se ne accorgeva a ricreazione finita. Una stampigliatura paffuta e scialba, una luna piena là dove il mostro di Düsseldorf aveva la M. Hai voglia a sbatterlo con la mano: il suo fantasma non ti abbandonava.   Marcel Broodthaers   BIANCO SU NERO. Come una pellicola fotografica per negativi, scrivere sulla lavagna è il contrario che scrivere su un foglio o su uno schermo. Quanti di noi hanno scritto bianco su nero solo alle elementari? Un po’ come scrivere con la pioggia anziché con l’inchiostro, suggerisce Marcel Broodthaers in La pluie (Projet pour un texte) (1969...

Tavoli | Lea Vergine

Matita, gomma, Nazionali Esportazione senza filtro, pacchetto verde. Con questo lavora Lea Vergine. Col temperamatite affina il lapis, con le sigarette spunta la bella voce arrochita, che poi le serve per scrivere. Dopo aver composto, tagliato e incollato una bozza di testo, la corregge ancora dettandola. “Ho bisogno della fisicità dello scrivere, il gomito deve andare lì, ho bisogno della carta, qualunque essa sia, anche la più schifosa.” La scrittura come pratica che flette insieme corde e muscoli personali, allenati febbrilmente. Del resto, il titolo del suo libro sulla Body Art, uscito nel ’74, era Il corpo come linguaggio. Come souvenir, a parete, una foto di quell’anno dell’artista Urs Lüthi. Con dedica sentimentale: “Le cicatrici sul mio viso dalle ferite nel mio cuore. Per Lea”. Che ci scherza su, con la consueta sprezzatura: “Era fermato regolarmente dalla mia portinaia. Che in pugliese stretto mi diceva: C’è un maschio vestito da donna, ma davvero può salire?” Non sorprende che tra le eroine di Un altro tempo, la recente mostra su Bloomsbury, modernismo e dintorni...

Lettera di Italo Calvino a Marco Belpoliti

Caro Belpoliti,   provo a risponderle per il tramite del mio follower Ernesto Ferrero. Le avessimo avute noi, le tecnologie digitali, ai tempi dell’Oulipo, il laboratorio di letteratura potenziale in cui ci scambiavamo formule di sfidecombinatorie con Perec, Queneau, il matematico Roubaud, e si giocava a chi riuscivaa liberarsi piùingegnosamentedalle contraintes, le costrizioni, le gabbie, gli impedimenti sempre più sofisticati che ci davamo. Era un oulipiano anche Dante, che riusciva a cavare un massimo di poesia dagli obblighi severi della terzina. Lavorare senza calcolatori allunga i tempi ma favorisce la sottigliezza del calcolo, l’arditezza delle soluzioni.   Le fiabe sono il regno della velocità, della densità, della concentrazione, e quindi si prestano bene alla prova delle gabbie di Twitter. Arrivo a dire che Twitter dovrebbe essere usato esclusivamente a scopi letterari. Lo scrittore guatemalteco José Monterroso ha prodotto un microracconto che nessun utente di Twitter mi risulta abbia ancora eguagliato. Esso recita: “Quando si risvegliò, il dinosauro era ancora lì”.   La concentrazione estrema, la restituzione della parola alla sua densità originaria sono...

Ragazzo, per sopravvivere scrivi!

Ragazzo, non fare il giornalista!, il mio primo articolo pubblicato da doppiozero, ha creato una vivace discussione fra i commenti e ha avuto il suo momento di gloria sui social network. Indicativo come anche i giornalisti più esperti e formatisi nel passato abbiano concordato con quanto scritto, sintomo di un cambiamento nel mondo del giornalismo che, soprattutto dall’interno, è stato notato da tutti. La polemica sui blogger non pagati all’Huffington Post ha fomentato la conversazione sulla crisi economica dell’informazione, ma nessuno pare conoscere la via per risolverla.   Comunque bando alle ciance: avevo promesso di svelare la soluzione personale trovata al problema del lavoro per chi ha come punto di forza l’italiano e ora mi appresto a spiegarla.   Lungi da me, nel primo articolo, dare la colpa della morte della figura del giornalista (nb: non del giornalismo) a internet. Come si può dare un risvolto così negativo a una tale innovazione?   A parte il giornalismo, internet ha cambiato il modo di stare sul mercato di tutte le aziende. Dalla catena di supermercati alla casa di moda, ogni settore...

Non siamo nati per leggere

Cosa cambia nella lettura con le tavolette digitali? Kindle, iPad o altro, succede spesso che si fatichi a ricordare quello che si è letto. Il libro tradizionale è tridimensionale, come noi stessi, la tavoletta invece bidimensionale (su questo tema rimando al mio precedente pezzo qui). Forse in qualche università americana ci sarà uno studioso che si sta già interrogando sui cambiamenti che la rivoluzione informatica degli ultimi vent’anni ha provocato e provocherà nella nostra attività di lettura.   Di sicuro l’ha fatto Maryanne Wolf in un libro molto interessante uscito qualche tempo fa: Proust e il calamaro (Vita e Pensiero). Non siamo nati per leggere, scrive la neuroscienziata cognitivista della Tufts University. Il nostro cervello non è fatto per aiutarci ad apprendere a leggere, e anche a scrivere. Per farlo deve imparare a realizzare nuovi circuiti collegando regioni preesistenti, la cui programmazione e il cui programma genetico ha altri scopi: dal riconoscimento degli oggetti alla denominazione.   Solo da poche migliaia di anni l’umanità legge; per farlo ha dovuto...

La storia della mia generazione

Nel 2008 Andrea Malabaila mi contatta. Dice di voler aprire una casa editrice. Allora era ancora tutto in fieri. Malabaila stava ancora scegliendo il nome. “Ma penso che alla fine la chiamerò Las Vegas”. Io ricordo di essere sbiancato. Ricordo di aver pensato “Ma perché proprio Las Vegas?”. Las Vegas mi ricordava slot machines, casinò, Cadillac, plastica, tette siliconate, fiches. Perché voler evocare questa dimensione nella mente dei lettori, quando in fondo un libro vuole portare un po’ di sapere, silenzio, meditazioni, monotonia, monocromia, pace, apertura agli altri? “Beh”, ricordo che mi ha risposto Malabaila, “Ma perché per me è una scommessa. Aprire questa casa editrice è più o meno come scommettere al casinò”. Certo, a ripensarci adesso, questa è proprio una frase tipica delle persone della mia età. È una scommessa. Un tentativo. Una questione provvisoria. Malabaila ha ragionato come uno della mia età – non posso dire della mia generazione, perché la mia generazione non esiste, non è mai esistita e se...

Umberto Eco a Toronto

Dopo tre mezze giornate di convegno da lui passate in platea, prendendo appunti e intervenendo solo di tanto in tanto e per brevi precisazioni, eccolo, Umberto Eco, finalmente al centro della scena. Sta seduto al tavolo dei conferenzieri, dietro a bottiglie d’acqua e succhi di frutta, sotto lo schermo di dimensioni colossali che occupa la parete dell’aula e copre la lavagna. Tiene il mento appoggiato sulle mani e le mani appoggiate al bel bastone che lo accompagna da quando le ginocchia lo portano in giro un po’ meno volentieri. Per strada, a volte lo fa roteare, il bastone, altre volte lo usa per accennare a passi di cabaret danzante canticchiando persino certe canzonette che sa lui.   Ora aspetta, e guarda il pubblico. Ha sempre avuto un certo atteggiamento sornione, Eco, nei momenti in cui non deve parlare, spiegare, intervenire, divertire, puntualizzare o satireggiare ad alta voce; pare ascoltare chi parla e pensare contemporaneamente ad altro, come un server che svolge ronzando diverse subroutine con pari efficienza. Eco &co, si potrebbe dire: è un’entità stratificata, una singolarità plurale; non sta mai facendo una...

Quattro anni fa moriva a Lisbona Antonio Tabucchi / Antonio muore

Antonio Tabucchi si è spento a Lisbona, la sua seconda patria, la città di Fernando Pessoa, la città di sua moglie Maria José, la città che la sua narrativa ha visitato, smembrato, illuminato di barbagli allucinati. In fondo tutto comincia da lì, da una fascinazione letteraria che poi diventa oggetto di studi e di specializzazione accademica. Chi lo ha avuto come docente testimonia una altezza di scandaglio e  una voluttà pedagogica che ha determinato una vera e propria trasmigrazione di  passioni e di pertinenze critiche. Tabucchi ha cercato subito nei suoi allievi l’auditorio privilegiato del suo discorrere. Non è un caso che da quella sui discenti è passato con naturalezza alla prodiga maieutica esercitata su alcuni giovani scrittori. E forse piuttosto che di maieutica bisognerebbe parlare di esercizio di fratellanza in cui ha fatto convivere esigente severità e divagante amicizia. La sua casa di Vecchiano è stata, in questo senso, ricetto e fucina di idee, e la sua tavola un’occasione di simposi ben irrorati di vino e letture ad alta voce. Ah, sentirlo leggere Palazzeschi, o Montale, o Carlos Drummond De Andrade, il gomito appoggiato sulla scrivania, il libro nella...

Scrivere del padre

Un lungo sguardo unisce Maddalena Rostagno e suo padre Mauro, così si apre Il suono di una sola mano (Il Saggiatore): tesi e muti si fissano per lunghi minuti. Sono reduci da un litigio e nessuno dei due vuole fare il primo passo. Quella è l’ultima volta che s’incontrano: Mauro Rostagno sarà ucciso in un agguato mafioso e Maddalena dovrà ricostruire la storia di suo padre per dare forma anche alla propria. Le due vite confluiscono una nell’altra, dove è mancata la parola del padre sarà la scrittura della figlia a riordinare uno spazio abbandonato tra i rottami delle calunnie e la burocrazia dei verbali.   Il padre ha perso ai giorni nostri la capacità di proteggere e di decidere. Il potere paterno si è distribuito e parcellizzato all’interno di reti di affetti che si estendono ben oltre l’angusto ambito famigliare borghese, o piuttosto piccolo-borghese. Complice il progresso scientifico che ha allungato la vita come mai prima, il padre è sempre più un vecchio padre, un uomo smarrito e incapace di ogni forma d’imposizione sui figli quanto di controllo sul proprio...

Lacrime & Bestseller

Domenica 4 marzo, mentre Massimo Gramellini presentava a Che tempo che fa il suo ultimo romanzo Fai bei sogni (Longanesi), l’alacre e solitamente petulante accademia di taglio e cucito che è Twitter stranamente taceva. C’era nell'aria una certa perplessità, forse anche un po’ di sgomento. Gramellini stava spiegando di avere scritto un romanzo attorno alle reali circostanze della morte della madre, avvenuta quando lui aveva nove anni e che gli era stata spiegata come dovuta a un infarto. Queste circostanze non venivano specificate al pubblico televisivo, si è detto, per non svelare un “colpo di scena” del libro ma anche per evitare che l’intervistato fosse sopraffatto dalla commozione in diretta tv. Gramellini ha sostenuto di aver sempre evitato di fare e farsi domande al proposito, di avere ricevuto la rivelazione da un’amica di famiglia, a più di quarant’anni di distanza dai fatti, e di avere allora provato una forte rabbia postuma nei confronti della madre.   La verità non era proprio difficile da indovinare, per lo spettatore. Per controllarla avrebbe potuto consultare su Internet...

La visione del futuro nasce tra i profughi

Mi trovo a Beit Sahour, un villaggio vicino a Bethlehem, in Palestina. Il viaggio per arrivare è avvenuto in modo inaspettatamente ricco. Questa volta ho deciso di arrivare dalla Giordania, via Istanbul. Da Amman, superato il ponte King Hussein, sono arrivato a Jericho dove ha luogo la prassi di confine per l’identificazione e la selezione degli ingressi. Il bagaglio, il corpo, la psiche ai raggi X.   Ad accogliermi, Sandi Hilal e Alessandro Petti, i progettisti e agitatori culturali che movimentano il fenomeno Decolonizing Architecture. Sono loro a curare e dirigere il progetto Campus in Camps, il motivo del mio stare, che a partire dal 16 febbraio offre a 15 giovani palestinesi un percorso formativo di due anni finalizzato a individuare nuovi modelli e processi da mettere in atto per rappresentare e raccontare un’altra visione nel futuro dei Refugee Camp. Nelle aspettative, una delle azioni in grado di portare un miglioramento progressivo della qualità della vita in questi luoghi.   Il sistema di partnership messo in piedi per la sua concretizzazione è composta da attori legittimati e con esperienza sul campo e, soprattutto,...

Tre domande a Matteo Melchiorre

La banda della superstrada Fenadora-Anzù (con vaneggiamenti sovversivi) è uscito nella scorsa stagione letteraria da Laterza ed è stata una delle sorprese più belle e una conferma del talento di Matteo Melchiorre (classe 1981), già autore di Requiem perun albero (Spartaco, 2006). Abbiamo rivolto qualche domanda a Matteo che sarà oggi alla Libreria Utopia di Milano (ore 18.30) per inaugurare “Italia piccola”, un ciclo di incontri sulla realtà italiana organizzato dalla Libreria in collaborazione con doppiozero.       Qual è il motivo che ti ha spinto a scrivere la storia della costruzione di una superstrada, peraltro continuamente rimandata?   Perché il cantiere era sotto ai miei occhi, e perché sono convinto che l’osservazione del presente sia urgente, senza gerarchie in termini di luoghi, senza che i centri valgano più delle periferie. Scrivere è un atto civile, non una implicazione commerciale – come purtroppo, lo sappiamo tutti, avviene di norma. Oltre a questa componente conoscitiva, però, c’è stata una...

Murakami Haruki. 1Q84

Murakami Haruki non racconta, piuttosto riveste. Come un abile decoratore, Murakami addobba la storia utilizzando frammenti luccicanti. Pezzi di personaggi, ambienti e situazioni che ricollocati dall’autore si trasformano in veri e propri lampi per il lettore, senza il bisogno di ricorrere a riduzioni o stereotipi. La scrittura di 1Q84 (Giulio Einaudi editore, 724 pp.) si mimetizza con la lettura in un testo che incrocia e sovrappone mondi e ruoli, primo fra tutti quello del lettore e quello dell’autore: imbrigliati in un unico movimento. 1Q84 si apre con una storia già ampiamente in corso: è come ritrovarsi seduti in un cinema a film iniziato con il regista a fianco che racconta cosa ci si è persi; per lo meno è straniante.   1Q84si svolge nel 1984, una sorta di epoca primitiva del digitale, in cui gli uomini vivono ancora a metà tra carta e calcolatori, obbligati a pensare al proprio tempo come ad un tempo passato, benché ancora vivo e mutabile, mentre la contemporaneità sembra non esistere più: l’immediatezza del passato l’ha privata di ogni senso, perché i passaggi tra un tempo e...

Primo Levi. Conversazione con Enrico Lombardi

Il 1985 è un anno importante per Primo Levi. Viene dopo la scrittura e la pubblicazione del suo unico romanzo, Se non ora quando?, del 1982, premiato e anche ben accolto dal pubblico, e di cui non si è ancora spenta l’eco; inoltre, gli ha confermato, per la prima volta, di essere uno scrittore; la critica non l’aveva sin lì accettato come tale; per tutti era solo il testimone. In quegli stessi mesi Levi ha terminato, e forse ha già consegnato all’editore Einaudi, I sommersi e i salvati, l’ultimo suo libro pubblicato da vivo, la sua opera più importante, una delle più importanti della seconda metà del XX secolo.   Come spiega a Enrico Lombardi, giornalista della rete radiofonica svizzera, intellettuale e lettore colto, per l’ex deportato di Auschwitz scrivere è un piacere: gli dà gioia, lo fa senza alcun travaglio. Al ritorno dal Lager, poi, scrivere gli è servito a guarire dal disturbo che affiorerà di nuovo negli ultimi anni della sua vita, quelli tra l’84 e l’87; un malessere che ha trovato nell’ultimo decennio di vita di Levi modo di...

Sciascia. 9+0

L'8 gennaio Leonardo Sciascia avrebbe compiuto 90 anni e a noi piace festeggiarlo attraverso le parole e le immagini del suo amico Ferdinando Scianna.     “Che cretino!”, commenta il magistrato ad elogio funebre del commissario di Una storia semplice il cui errore ha rivelato le sue complicità mafiose e lo ha portato a uccidere e a esser ucciso. Cretino perché si é fatto scoprire. Intelligente, infatti, per lui, per troppi cretini veri, è chi, nel disprezzo di tutti, attraverso la menzogna la fa franca. “Era un cretino!” simmetricamente sentenzia don Luigi, alla fine di A ciascuno il suo. Un epitaffio per il professore Laurana, il quale , per avere cercato la verità ed essersi illuso di trovare giustizia, giace ammazzato sotto grave mora di rosticci. Perché cretino, si capisce, è anche chi, ingenuamente, la verità e la giustizia si ostina a cercarle. Gli spettatori milanesi dell’edizione teatrale del Giorno della civetta , come chissà quanti lettori che non hanno capito o non hanno voluto capire, hanno applaudito e applaudono, con masochistica complicit...

Giorgio Bocca intervista Primo Levi / Essere antifascisti oggi

Nel 1985 Giorgio Bocca conduce una trasmissione a Canale 5; s’intitola “Prima pagina”. In seguito, ha raccontato varie volte della collaborazione alla tv berlusconiana. Intervista diversi personaggi, e nel giugno di quell’anno incontra Primo Levi. L’occasione è data dall’uscita di un libro dello scrittore torinese: L’altrui mestiere; un libro di saggi, meglio di articoli brevi, apparsi in vari giornali, principalmente “La Stampa”, con cui Levi collabora; in precedenza, negli anni Sessanta, anche su “il Giorno”, di cui Bocca era una delle firme. Una coincidenza, come l’altra, quella che probabilmente spinge Bocca a intervistare Levi: entrambi sono stati partigiani di Giustizia e Libertà. Levi per breve tempo, e in una scalcagnata banda partigiana denunciata da una spia. Inoltre, entrambi sono piemontesi; Bocca di Cuneo, Levi di Torino. La città della Mole si sente sullo sfondo di questa conversazione condotta nelle stanze dell’Einaudi, la casa editrice di Levi; Bocca è stato a Torino all’inizio della sua carriera giornalistica, prima di andare a Milano, l’altra sua città. Levi ci vive in modo discreto, ma intenso come si capisce dall’intervista stessa. La conversazione, qui...

Robert Walser. Ritratti di pittori

In fin dei conti, che si tratti di originali, riproduzioni o incisioni, ciò che posso dire è pressappoco questo: per alcuni istanti delle figure dipinte sono transitate nella sua vita. Robert Walser le ha incontrate ad una mostra, oppure sfogliando distrattamente qualche rivista. Hanno lasciato tracce, poi sono svanite, forse si sono perse, sono evaporate. Se fanno ritorno sulla carta, come cose scritte, le ritroviamo alterate: non sono più loro. È possibile che sia cambiato il fondale della scenografia, come ne Il bacio rubato di Fragonard, dato che nella stanza non ci sono altre persone in amabile discussione, o a “centellinare vino”. Qualcosa di simile a un capriccio, o magari un’impercettibile spostamento dell’asse terrestre, ha per un istante inceppato il tempo? Per un istante sembra che le cose si siano smaterializzate, per poi ricompattarsi, ma fuori posto.   In Walser, ogni immagine, ogni cosa, ha vita breve. Figure, personaggi, scene: sono lampi improvvisi, uno sfarfallio simile ai fotogrammi instabili del cinema delle origini (lo ricorda W.G. Sebald); l’immagine è un flash, pronta a sparire,...