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solitudine

(48 risultati)

Modi del sentire / La solitudine del tampax positivo

Qualcuno, infine, me lo aveva gentilmente spiegato. In francese “tampon” è il tampax. Per riferirsi all’analisi del Covid-19 si usa soltanto la parola “test”: se faire tester, faire le test. A quel punto ho realizzato che da mesi stavo evocando un fantastico tampone vaginale-virale, senza che nessuno avesse avuto il coraggio di farmelo notare. Un grottesco tampòn, che sdrucciolava insieme al suo accento verso qualcosa di molto intimo.  C’è una solitudine tutta femminile dei giorni in cui il tampone si occupa della fuoriuscita del nostro sangue mestruale, della quale nessuno parla. Di quella solitudine mi sono ricordata quando è arrivato anche per me il giorno del tampax positivo. “Votre test est positif (année de naissance 1970). Si c’est votre premier test positif dans les 3 mois, isolez-vous”. Nell’anno del mio primo mezzo secolo, alle soglie della sospirata menopausa in cui manderò al diavolo tutti i tampax dell’universo, il mio cellulare mi ordina in modo educato ma fermo di isolarmi. Perché positiva al coronavirus, che dopo aver corteggiato il mondo intero come la morte con la fanciulla, è entrato anche dentro di me. Mescolandosi al mio sangue.    Non gli farò...

Cannibali e anoressiche / La solitudine della madre

Vivarium è un fantathriller psicologico, una perturbante allegoria, un incubo surreale la cui visione mi è stata proposta dalla quattordicenne di casa. Si tratta del lungometraggio d’esordio del regista irlandese Lorcan Finnegan, che ne ha scritto soggetto e sceneggiatura. Presentato al Festival di Cannes del 2019, il film è ambientato in un loop di infinite villette verde pastello, sotto un cielo fittizio punteggiato da identiche nubi seriali. Una giovane coppia in cerca di casa viene condotta in questo labirinto di casette disabitate da un singolare agente immobiliare che improvvisamente sparisce. I due cercano di uscire dalla trappola ma girano in tondo, non c’è segnale di servizio telefonico e la benzina finisce. Nessuno può uscire da quel sogno fittizio, ma loro non lo sanno ancora e così si fermano a dormire nel panopticon numero 9, il villino loro assegnato, pensando sia solo per una notte. Con sorpresa, la mattina seguente, trovano del cibo davanti alla porta, in una scatola anonima, in confezioni asettiche sottovuoto che preservano da tutto, anche dal gusto. Il secondo giorno, nel pacco che si materializza non si sa come, trovano un neonato con il biglietto “Crescetelo e...

Modi del sentire / Solitudine

Il 9 febbraio 1821 Leopardi nel suo Zibaldone di pensieri annota: “L’anima, i desideri, i pensieri, i trattenimenti dell’uomo felice, sono tutti al di fuori, e la solitudine non è fatta per lui: dico la solitudine o fisica, o morale e del pensiero. Vale a dire che se anche egli si compiace della solitudine, questo piacere, e i suoi pensieri e trattenimenti in quello stato, sono tutti in relazione con le cose esteriori, e dipendenti dagli altri, non mai con quelle riposte in lui solo”. Quando inizio a scrivere questo pezzo sono le dieci di domenica 24 gennaio 2021 e mi trovo in una quasi perfetta congiuntura temporale: tra pochi giorni infatti saranno passati duecento anni da quando Giacomo Leopardi ha formulato e messo per iscritto il suo pensiero sulla solitudine umana. Nel mio giardino la pioggia batte incessante. Le foglie sulle sommità degli alberi risplendono quasi bianche, il cielo è crestato di una specie di spuma marina. L’aria, che di solito a quest’ora è pervasa da uno scintillio fresco e sottile, sembra sbiadire in un albore plumbeo. Osservo i laurocerasi che si drizzano sulla ringhiera di confine, le loro ombre si distendono, lo spazio che occupano si dissolve come in...

Perdere / L'intimità che fa paura

Dieci ragazzi si ritirano in una casa in campagna per sfuggire la pandemia. Immersi nella natura passano le giornate tra balli, giochi, cibo e racconti. Decidono per la vita, per il gruppo, per un’intimità fresca, lontana dalle case di origine. Il dispositivo di questa nuova intimità non è lasciato al caso, ma segue una regola precisa: ogni sera, ogni giovane inventa una storia che gli altri commentano. In una atmosfera di libera espressione creativa e di vita, dieci ragazzi, inventano dieci novelle per dieci giorni; a turno ogni giovane stabilisce l’argomento del giorno all’interno di un grande contenitore tematico che riguarda la capacità del soggetto di superare le avversità: ecco il congegno salvifico del Decameron. Non è la prima volta che si parla del Decameron in questi giorni pandemici, dato che il libro di Boccaccio fu scritto dopo la peste che invase l’Europa nel 1348. Eppure, oggi, potremmo mai prendere sul serio un plot del genere? Sebbene si tratti di finzione, non ci sembrerebbe troppo irrealistico che dieci ragazzi contemporanei, a cui non abbiamo offerto una grande dimestichezza con l’organizzazione del quotidiano, se la possano cavare in un luogo isolato, lontano...

Quaderno 4 / L’insonnia infermiera

Le notti registrano tutto quello che ho perduto, lasciato a Milano o spazzato via dal virus, e poi svolgono il nastro impresso nei sogni. Ho perduto due gruppi di meditazione, trentaquattro persone. Da tanti anni incontravamo la meditazione insieme, con avvicendarsi di persone diverse ma con la stessa passione. Due sere alla settimana per sentire il diritto di cittadinanza del silenzio e della lentezza, del sentire del sottosuolo, dell’esitazione. Ho perduto la scuola, centinaia di bambine e bambini a cui portare semi di poesia e spuntavano parole indelebili dai più muti, dai non visti. Come J. che per una poesia sugli alberi, ha scritto solo, con scrittura tremolante: Lattuga.   E ho lasciato la mia casa piena di libri, la mia coinquilina amica, che sapeva di me e io di lei, i libri che ti vengono in mente in un preciso momento e non puoi aspettare, le finestre e tutta la piccola cattiveria umana che mi ha circondato nelle strade e nei negozi. E le vie, le piazze, le fontanelle vedovelle nascoste nei parchi, i passi sotto la luna con paura di donna e avventura di bambina. Le tante vite che ho vissuto, i morti, la famiglia che è scivolata via. La persona che sapeva ascoltarmi...

Empatie ritrovate

Curioso fenomeno. È iniziato il lockdown anche se nessuno l’ha proclamato. O almeno così sembra. Senza rendercene troppo conto stiamo tornando alla tana, e le visite sono di nuovo rare e poco gradite. Signore delle pulizie e corrieri vengono accolti freddamente. Naturalmente potrebbe trattarsi di coazione a ripetere: i tre mesi di segregazione domestica della primavera scorsa hanno lasciato il segno. Ma che tipo di segno hanno lasciato? Sui davanzali di alcune finestre si notano ancora bandiere imbruttite dal tempo e qualche striscione ricavato da vecchie lenzuola con sopra scritto “andrà tutto bene”. Una rassicurazione per bambini, di nessuna utilità neppure per loro, come nei film americani in cui tutti ripetono “I love you” e “I love you too” che non significano niente, o appena un “ciao” buttato lì distrattamente. I segni psichici sono più difficili da decifrare. I malati psichiatrici più gravi hanno reagito in modi diversi: con sorprendente indifferenza o con più acute manifestazioni di disagio. Il vasto (vastissimo) mondo delle patologie diciamo così intermedie, per esempio depressi lievi e cronici, ansiosi, ipocondriaci, narcisisti (se ancora è possibile distinguerne i...

Il ritorno del trauma / Ha senso parlare?

Non so bene cosa dire, non so che parole usare. Dice: E allora stai zitto! Ma no, nonostante tutto, ho voglia di parlare, di dire la mia, così in generale, su tutto, qualunque cosa va bene, purché io possa dire, parlare. Perché è di questo che adesso ho bisogno: di parlare, di esercitare il mio “diritto animale” di parlare, di esprimermi, esprimere il mio personale bisogno di estrinsecare, come posso, tutto quello che mi passa per la mente mentre sto davanti a questo immenso stordimento concettuale che via via, in questi giorni, si sta configurando nella sua massa enorme, smisurata. Tutti hanno bisogno di dire, di esprimere, di raccontare. Fiumi di parole, come diceva la nota canzoncina. Tutti sentono come l’urgenza di misurarsi con la loro propria verbalizzazione dell’evento che ci colpisce. Tutti devono provare a spiegare che cosa succede, che cosa succederà. Ognuno a modo suo, con gli strumenti più o meno sgangherati o sofisticati che possiede. Non è la ricchezza linguistica o intellettuale che decide per me: l’importante è che io lo faccia, che lo possa fare. Perché è un “naturale” modo di elaborare ed esorcizzare il terrore che ci invade: terrore di morire o di avere un...

Quali saranno gli esiti? / Il sale della solitudine

Difficilmente uno può scegliere di stare solo per un desiderio vitale, lo capiamo meglio adesso che, per stare al riparo dal virus, ci tocca vivere in una sorta di buio sociale. Perché il buio, qualunque buio, è una condizione insopportabile, tout-court. “Alone is alone, not alive!” dice Robert il protagonista di Company – musical americano del 1970 di George Furth e Stephen Sondheim –, cantando Being Alive il giorno in cui compie trentacinque anni e pensa alla sua solitudine e alla sua paura di non riuscire a trovare nessuno con cui costruire una relazione felice. (Una versione assolutamente struggente ce l’ha regalata Adam Driver – ascoltatela, vi prego, qui – in Storia di un matrimonio, lo straordinario film di Noah Baumbach, candidato all’Oscar nel 2019). Della solitudine, tuttavia, abbiamo bisogno, come della sete, del silenzio, del dubbio, e di tutti quegli elementi costitutivi che muovono le dinamiche del desiderio. Del desiderio di vivere, appunto.    E la storia occidentale ha fatto sì che la solitudine sia diventata una dimensione di vita auspicabile, preferibile ad altre forme di socialità forzata, come la famiglia ad esempio. Mattia Ferraresi in...

Eros / La quarantena di una neotrentenne

In questi giorni di quarantena, dal mio balcone, tra la lettura di un libro e la cura delle mie piante, ho preso coscienza della mia solitudine. Io che così non mi ero mai sentita e che sono sempre stata in grado di stare bene da sola. Sul balcone sono rimaste le impalcature, come a ricordare un abbandono: fino a un mese fa mi svegliavo per il rumore dell’allegro lavorio dei muratori che con i loro attrezzi sbattevano sulle barre metalliche dei ponteggi. Un lavoro interrotto. Resta la gabbia e la speranza di tornare a sentirli lavorare.   Ho piantato dei semi in questi giorni che sono riuscita a trovare al supermercato, li controllo ogni giorno e annaffio i vasi nel mio balcone-gabbia. Ho pianto vedendo le persone nelle loro casa-prigione davanti alla mia, pensando a mia nonna che è da sola e ha paura di non camminare più. Ho immaginato di essere al mare, la luce che c’è nelle case di mare e la brezza leggera che entra dalla finestra, e ho pianto pure per quello, ho pianto perché mi mancano i miei genitori e perché ho passato giorni di tale paralisi che non riuscivo a leggere, studiare, guardare film che valessero la pena. Ho pianto per quanto mi son sentita inutile e stupida...

Diario 4 / All’improvviso questa immane stanchezza

All'improvviso questa immane stanchezza. Nonostante il 25 aprile, nonostante la primavera tiepida che riempie di foglie verdi gli alberi nei viali, nei cortili, nella macchia dei giardini pubblici visti da lontano, nonostante le giornate che si allungano morbidamente. Ci siamo rinchiusi quando per uscire ci voleva il cappotto, i rami erano spogli, faceva notte alle sei. Ora è tutto un cinguettio, un'alba anticipata, un volo di storni al tramonto. Nelle vetrine dei negozi sono rimasti i saldi invernali, erano già gli ultimi residui, capi improbabili tirati fuori da magazzini che sembravano già di trent'anni fa anche al naturale, corsi e ricorsi della moda, ma ora, immobilizzati in centro a Milano, sono uguali a certa archeologia urbana di aree disperse (le mercerie con i bottoni anni settanta, le bacheche di partiti di sinistra spazzati via da decenni, le cartoline ritoccate a mano che ancora incontri in certi paesi dell'interno dell'Abruzzo), a certi negozi danneggiati dal terremoto e mai più riaperti, in centro Italia. Deve essere la settimana in cui si lavora alla riapertura e infatti un bar qui vicino ha messo fuori spazzoloni, igienizzante, vernice, per rinfrescare il grosso...

Case / Ripensare l'abitare

In queste ultime settimane (ormai siamo entrati nella sesta) si sono moltiplicate sui giornali e nell’infinita giungla dei social, le immagini, le parole, i suoni e le testimonianze provenienti dall’universo domestico in cui più di metà dell’umanità vivente è reclusa. Si tratta di un fenomeno planetario come mai era avvenuto nella nostra Storia: quattro miliardi di persone, distribuite lungo i cinque continenti, totalmente connesse, chiuse in casa. È un’esperienza di cui coglieremo la potenza simbolica ed emotiva solo nei prossimi tempi, quando ricominceremo a uscire per strada. Solo allora i risultati di questo trauma individuale e collettivo globale emergeranno, decretando un cambiamento d’uso e percezione dei luoghi che sarà tutto da comprendere, decifrare ed elaborare.   Per il momento la casa è una prigione dorata per tutti quelli che dichiarano che stanno benissimo isolati e che non uscirebbero più; un buon ritiro per i fortunati che hanno deciso di rifugiarsi in campagna in attesa che l’epidemia finisca (una memoria nobiliare e contadina evidentemente appena assopita); un denso recinto familiare in cui si sono costruite lentamente complesse relazioni territoriali ed...

Presuntuosi e impreparati / Allarmi inascoltati

Nella conferenza scientifica “Ambiente e virus a mutazione genetica” che si tenne a Long Island a metà degli anni ‘80, Edwin Kilbourne – uno dei più importanti virologi americani, morto nel 2011 – propose un contributo inusuale. Kilbourne immaginava la possibilità che un nuovo pericolosissimo virus emergesse nel mondo, un virus più contagioso, letale e difficile da controllare di tutti i virus allora conosciuti. Kilbourne lo chiamò MMMV (Maximally Malignant Mutant Virus) e ne descrisse le immaginarie caratteristiche. MMMV aveva la stabilità nell’ambiente dei poliovirus, l’alto tasso di mutazione dei virus dell’influenza, la capacità di spillover del virus della rabbia e la lunga potenzialità di latenza dell’herpes virus. Ancora, si sarebbe trasmesso attraverso l’aria e replicato nelle basse vie del tratto respiratorio, come l’influenza, e avrebbe potuto inserire i propri geni direttamente nel nucleo delle cellule ospiti, come l’HIV.    Ora, SARS-COV-2 non è naturalmente il mostruoso virus immaginato da Kilbourne quarant’anni fa, ma diciamo che ci si avvicina: viaggia nell’aria con le goccioline di salive (droplet), rimane attivo a lungo sulle superfici e si moltiplica...

Pensatori acrobatici e funamboli / Il virus che sfugge alla presa dei saperi

L’antropologo Clifford Geertz parla dell’uomo come di “un animale sospeso a ragnatele di significato che lui stesso ha filato”. Che cosa accade quando la trama di queste ragnatele viene lacerata? Non è difficile immaginarlo, è già accaduto, e non smette di accadere: l’animale-uomo precipita, con le sue costruzioni e i suoi azzardi mentali, nell’abisso che da sempre è aperto sotto i suoi piedi.  Augusto Placanica, storico e filosofo delle catastrofi, parla di un’onda lunga dei terremoti, un effetto a distanza, una crepa invisibile nel tessuto del pensiero, che spinge a riconsiderare il suo ambito d’azione e le sue stesse possibilità. Prendiamo il terremoto di Lisbona del 1755, di cui ha recentemente parlato anche Gabriele Pedullà su “L’espresso” del 19 aprile. Nel 1751, inizia la grande fioritura dell’Illuminismo, con il monumentale disegno dell’Encyclopédie diretta da Diderot e d’Alembert. La luce dei Lumi comincia a diffondersi fino al momento in cui, nella città di Lisbona, alle 9.30 del 1 novembre, la terra trema, torna l’oscurità, e la Storia pare scivolare all’indietro. L’orizzonte si fa buio: “Che può lo spirito vedere all’orizzonte? Nulla: il libro del Destino si...

Dalla finestra / Lombardia zavorra?

14 aprile – Dopo una Pasqua a base di esibizioni muscolari della polizia (elicotteri, droni, posti di blocco, inseguimenti spettacolari, riprese dall'alto di terrazzi e balconi) e notizie di falsi esodi verso le seconde case pompate dalle fanfare della propaganda, sembra incrinarsi il patto di fiducia fra cittadini e Stato. Tu mi sospetti in maniera ingiustificata, mi controlli fin dal cielo, mi sanzioni per ogni scemenza, insomma non ti fidi di me, mai, e io dovrei continuare a fidarmi di te? Anche a fronte di notizie terribili sulla gestione confusa e scomposta, pericolosa fino a diventare mortale, di situazioni delicate, che continuano a uscire grazie, finalmente, alle inchieste? Non più. Cambiano un po' di cose. Davvero.   17 aprile – Si apre la pratica “Lombardia”. Si aprono le inchieste della magistratura, cominciano a uscire corpose inchieste giornalistiche, soprattutto sulla situazione case di riposo. Si discute del disastro Lombardia. C'è chi parla di superbia punita, di karma, di punizione divina per la troppa spocchia, di schadenfreude, c'è chi rinfaccia i discorsi odiosi sentiti troppe volte dal nord nei confronti del sud.   Il paese è spaccato. C'è una parte...

Strati / L'empatia, nel bene e nel male

Pochi giorni prima dell’infuriare del virus in Europa, e in Italia in particolare, avevo scritto un possibile inizio di questo articolo e ora non posso fare a meno di riportarlo come una sorta di testimonianza fattuale di un prima che oggi forse non c’è più. “Nell’aria – dicevo – c’è come un sentore di disgregazione, cresce un’allerta psicologica contro ciò che separa, divide e allontana. Viene da alzare la voce per lanciare un sincero ‘Teniamoci stretti!’ per affrontare una sensazione forte di smarrimento, per un incombere di paure generiche che si intersecano con quelle personali di ognuno di noi. Insomma: teniamoci stretti perché tutti abbiamo bisogno di tutti.  Per questo viene naturale riflettere sull’empatia, sulla qualità che, nel bene e nel male, ci tiene insieme.” Eravamo intorno alla fine di febbraio. E solo pochi giorni dopo l’esplosione dell’epidemia, Mariangela Gualtieri in Nove marzo duemilaventi ci ha detto, con grandezza: “ci dovevamo fermare. / Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti / ch’era troppo furioso / il nostro fare. Stare dentro le cose. / Tutti fuori di noi.”    Quello che ora stiamo vivendo, che forse sarà uno switch epocale, tocca anche Critica...

Scritture d’emergenza / Nel vuoto

In scena una donna giovane o molto giovane.   1. Eccomi sono qui io sono qui  in carne ossa sangue nervi  sono qui giovane essere umano  qui dietro il muro dello schermo  e parlo a te  a te che mi guardi  di là da questo muro tu mi guardi  e mi chiedi che cos’è questo vuoto  fino a quando durerà questo vuoto  questo vuoto intorno  questo spazio vuoto  questo spazio vuoto fra me e te  fratello amico   mio amante mio assassino  noi siamo qui  io di qua dal muro dello schermo  tu di là dal muro dello schermo  e tutti gli altri intorno  tutti davanti al muro dello schermo  tutti in ginocchio  davanti a un muro tutti in questo vuoto  questo vuoto fuori  questo spazio vuoto  questo vuoto intorno  questo vuoto fra noi  siamo qui ficcati in questo vuoto  questo vuoto del tempo e da questo vuoto del tempo  io ti parlo e dico:    2.  quello che viene dopo  non è la fine o la continuazione  quello che si è interrotto  non si può continuare  questa non è una pausa  non è l’intervallo  primo e secondo tempo...

Essere all'altezza / Il coronavirus come acceleratore di immanenza

Ogni evento è un acceleratore di ciò che è in atto. A sua volta e a suo tempo, ciò che è in atto è un evento o è stato un evento.  Ogni evento ha un suo ritmo, un suo decorso, una sua capacità di mobilitare gli altri eventi intorno a sé, da quelli più vicini a quelli più lontani, in misura diversa e magari minima, senza tuttavia lasciarne nessuno davvero intatto. Strana comunicazione di tutti gli eventi con tutti gli eventi. Strana coincidenza per cui ogni evento è in un certo modo ogni altro evento. Ma quella comunicazione non è piatta, senza differenziazioni, senza differenti velocità e linee di forza. Un grande evento, noi lo definiamo tale perché sembra intercettare gran parte degli altri, infletterne il movimento nella propria direzione, metterla al proprio servizio e nutrirsene. O magari relegare alcuni o molti altri ai margini della scena o nel dimenticatoio di ciò che è ormai privo di incidenza (ma anche questo essere relegati ai margini, non è forse una forma limite dell’essere intercettati dal grande evento, sicché nulla resta mai davvero fuori dall’evento e dalle sue differenti linee di accelerazione?).   E così il coronavirus è un evento, forse il maggiore...

Virus e anziani / Non senza mio padre

Al Pio Albergo Trivulzio di Milano, storica casa di cura per gli anziani meno abbienti, si rincorrono le cifre dei decessi avvenuti tra marzo e questi primi giorni di aprile: a oggi si parla di 110 morti, un numero, già molto alto, che pare destinato a crescere rapidamente visti i ritardi con cui la gestione ha messo in moto l’intervento straordinario per fronteggiare la virulenza del Covid-19. I dirigenti si rimpallano le responsabilità, il personale denuncia le numerose negligenze, e la procura di Milano ha aperto un’inchiesta con l’ipotesi di “diffusione colposa di epidemie e omicidio colposo”. È legittimo pensare che l’impreparazione al coronavirus abbia esaltato i difetti organizzativi di tutte le strutture di accoglienza degli anziani, di cui quella di Milano è solo un clamoroso esempio. La giustizia farà il suo corso, si dice, ma questa è una vicenda che nell’incendio della pandemia ci fa sbattere contro uno dei macigni più duri del nostro tempo: la realtà di emarginazione estrema in cui tanti dei nostri vecchi trascorrono l’ultimo tratto della loro esistenza. Un vero abbandono di massa di cui non si ha nemmeno percezione.    C’è un luogo comune, sempre meno...

W la radio / Diario di un’autrice radiofonica in quarantena

La sveglia è sempre alla stessa ora, sei del mattino. Quindici minuti di esercizi sul tappetino viola, colazione, bagno, vestiti, giacca e poi fuori. Le bambine salutano e mi augurano buon lavoro, io chiudo la porta, sfilo le scarpe e in punta di piedi salgo in soffitta, nascondiglio perfetto per lavorare qualche ora in santa pace. Lo studio approntato non è male – portatile, cuffia, casse, microfono, registratore – tradiscono solo la tuta, i capelli spettinati e lo stendino accanto al tavolo. Alle 7,30 arriva puntuale il messaggio di Nicola Lagioia, in conduzione a Pagina3, la rassegna stampa culturale di Radio Rai Tre di cui curo la redazione. Qualche giorno fa hanno montato nel suo salone un apparecchio che consente di registrare con una qualità superiore a quella di un collegamento telefonico, alle nove Nicola lo accende e inizia a parlare dal suo salotto, mentre un tecnico e un regista lo seguono dagli studi di via Asiago in guanti e mascherina, rigorosamente a un metro di distanza l’uno dall’altro; dall’altra parte della città poi ci sono io, che lo ascolto dal mio studio-piccionaia. Concludo il mio lavoro per la Rai, carico una lavatrice, chiudo il cestello, pigio il...

Ologrammi / Baudrillard e il virale

Negli ultimi anni, all’interno della nostra cultura, la parola “virale” ha visto progressivamente indebolirsi i significati che possedeva. Il grande successo del web e dell’universo digitale, infatti, ha sempre più portato tale parola ad esprimere dei significati di popolarità, consenso e successo. Ma oggi, dinanzi alla drammatica diffusione in tutto il mondo di un vero virus, la parola “virale” sta riacquistando quelle connotazioni di segno negativo che esprimeva in precedenza. Connotazioni che possedeva ancora quando il sociologo francese Jean Baudrillard ha cominciato a utilizzarla e che, proprio per questo motivo, gli sono servite all’epoca per compiere un’operazione trasgressiva. Perché, in una certa misura, parlare di virus e viralità in quel momento faceva scandalo.    Pertanto, Baudrillard ha fatto più volte ricorso al concetto di viralità. L’ha fatto, ad esempio, nel 1990 nel volume La trasparenza del male (SugarCo), nel quale ha aggiunto ai tre differenti ordini di simulacri che aveva precedentemente individuato un quarto tipo di ordine: quello “virale”. Infatti, negli anni Settanta, all’interno di Lo scambio simbolico e la morte (Feltrinelli), aveva affermato...

Giornata mondiale della poesia / Il silenzio. Intervista con Milo De Angelis

Fino a pochi giorni fa il mondo sembrava oppresso da una pesante cappa di suoni e rumori. Nella clausura forzata di queste settimane, rimpiangiamo quel brulicare caotico di vita che riempiva le nostre strade e il silenzio ci appare come un macigno difficile da gestire, mentre il tempo si dilata in tutta la sua durata. Ha dunque senso oggi riflettere su questa dimensione. E ancora di più farlo attraverso la poesia, una lingua che sembra avere un solo scopo: sfiorare, sia pure per un attimo e nella più grande economia di mezzi la parte essenziale e assoluta, e quindi silenziosa, della vita: “la nostra verità, la nostra ombra, il nostro segreto”, come ha scritto Milo De Angelis, poeta tra i più importanti e influenti degli ultimi decenni.    Il silenzio che in questi giorni abita le nostre strade può essere l’occasione per riflettere su un silenzio più interiore, per indagare la parte più profonda di noi? Da una parte ritengo di sì: la città vuota e metafisica si innesta perfettamente nel silenzio che regna da sempre dentro di noi e, guardandola dal balcone, mi sembra di celebrare delle tacite nozze con lei. Dall’altra però questo silenzio carcerario, non essendo...

Solidarietà introversa / Una comunità di solitudini

Papa Francesco cammina con una piccola scorta tra le vie deserte del centro di Roma. Non è una scena di un film di Buñuel, né un’installazione di Cattelan. Piuttosto evoca la cifra più profonda del suo pontificato: rinunciare all’idea di una sovranità astratta, restare accanto a chi trema, a chi ha paura. Sotto i colpi del Covid-19 è la città che trema, che ha paura, che è caduta nello sconforto. Francesco si mostra come l’Altro che risponde alla chiamata del suo popolo. È la prima parola, la parola più eminente di ogni pratica di cura: “eccomi!”. È la postura materna di tutti coloro che oggi si prendono cura dei nostri malati. Eccomi! “Non vi lascio cadere, non mi allontano, resto con voi. Qualcosa di spaventoso sta accadendo; una strana guerra, ma io sono in mezzo a voi”. Non si tratta di negare, di rimuovere, di minimizzare la gravità estrema di questo tempo, ma nemmeno di restare paralizzati, privati di speranza. Il corpo del papa appare come un punto bianco nel buio.   Il contrasto tra questa scena e quelle recenti del saccheggio dei supermercati e della fuga dalle zone rosse è eloquente. Il prendersi cura lascia in questi casi il posto alla regressione panicata....

Cereda, Parrella, Cappagli / Tre uscite dalla solitudine

Paola Cereda. Quella metà di noi   Matilde Mezzalama è un’ex insegnante in pensione, vedova, con una figlia poco presente, due nipoti che vede solo durante le feste comandate e un segreto che le affatica la parola, le riposa in bocca e toglie forza e decisione al suo parlare. Il mistero di un peccato indicibile affiora fin dalle prime pagine del romanzo di Paola Cereda e si intuisce che si annidi proprio lì la ragione per cui, dopo una vita passata a scuola, tra lezioni e orto didattico, a far crescere piante e persone, Matilde si ritrovi ad accudire, in qualità di badante, le memorie sconclusionate di un ex dirigente Fiat. L’ingegner Dutto ha comandato, lavorato e viaggiato a lungo, ha vissuto in India e in Brasile inseguendo affari e seduzioni, adesso l’ictus lo schiaccia su una sedia a rotelle, arreso e solo, con i “fantasmi nella testa e un continuo disordine dei sentimenti”. In una Torino piena di confini Matilde abita una terra di mezzo, divisa tra lingue, case, decisioni sospese, e nella strada che va dal suo appartamento tra i palazzi di Barriera di Milano e le eleganti stanze dell’ingegnere in pieno centro, fa il conto di ciò che rimane una volta persi sogni e...

14 giugno 1837 moriva a Napoli / La luna leopardiana

Molti anni fa aprivo il libro Il demone dell’analogia (Feltrinelli, 1986) con un saggio dal titolo La luna leopardiana. Cercavo di leggere le presenze lunari nei Canti, secondo il ritmo del loro meraviglioso accamparsi via via nei versi, in rapporto alla riflessione leopardiana sulla luce, sul notturno, sull’esplorazione interiore e sulla ricordanza. Lo scritto si chiudeva con alcune pagine intitolate “Pulchra ut luna”: postilla sugli attributi lunari, nelle quali ripercorrevo le fonti e le forme dell’analogia tra la luna e il femminile. Qui vorrei solo aggiungere un margine a quel lontano saggio. Un margine con due brevi passaggi: uno legato a un ricordo, l’altro relativo ad alcuni versi del Canto notturno. Sarà accaduto anche ad altri. Per me il legame con Leopardi, e la stessa scelta di passare molto tempo all’ombra dei suoi scritti, ha origine dall’apprendimento a memoria nella prima adolescenza del Canto notturno, e dalla sovrapposizione dei suoi versi alle contemplazioni della luna che sorgeva nella campagna o che tramontava nel mare. Osservare la luna che si levava sopra il manto di ulivi e via via prendeva campo nel cielo facendosi nitida o velandosi dietro nuvole...