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Un inedito / Rafael Alberti: marinaio a terra

La terza edizione di Cremonaletteratura sarà interamente dedicata ad Antonio Tabucchi, e si  terrà sabato 27 e domenica 28 ottobre presso l’Archivio di Stato di Cremona dalle ore 16 alle ore 19,30 (a cura di Giovanni Catelli e del Lyceum Club Internazionale).   Una grande testa con una bianca criniera leonina, corpulento, il sorriso largo e un po’ stereotipato alla Vittorio de Sica, cordiale, estroverso, la voce forte: Rafael Alberti me lo ricordo così, quando lo conobbi in quella sua casa di Trastevere che era a metà fra lo studio del bohémien, il salotto intellettuale e il rifugio del poeta in esilio. Era la fine degli anni Sessanta, non ricordo esattamente l’anno, Franco sembrava non dovesse morire più (e infatti lo tennero ancora abbastanza in vita quando era già morto davvero), e il ritorno nella Spagna fascista forse era ormai per Alberti un sogno già abbandonato. Me lo fece conoscere Murilo Mendes, a suo modo un altro esule, anche se il suo era un esilio obliquo e reticente, una scelta più che una costrizione, e che principalmente non aveva alle spalle il trauma di una guerra civile, della scelta delle armi, della persecuzione poliziesca. Alberti e Murilo Mendes...

Speciale Aqua / Qualcuno e i suoi passi

Qualcuno e i suoi passi dentro il suono che fa l’alba una specie di rumore una sorta di stupore un momento dopo l’altro un piede dopo l’altro:   il gabbiano fermo a San Tomà l’odore di caffè che viene da un bar il gatto alla Scuola Grande di San Rocco il ponte dove mi hai aspettato la prima volta;   credevo di sbagliare strada e invece l’ho trovata così mi trovano i canali che spuntano e non so se l’acqua applauda ma mi accompagna.

Intervista a Dunya Mikhail / Le regine rubate del Sinjar

Dunya Mikhail è una poetessa irachena di fama internazionale esule dagli anni Novanta negli Stati Uniti. Ne Le regine rubate del Sinjar (Ed. Nutrimenti. Traduzione di Elena Chiti) raccoglie le testimonianze di decine di donne irachene prevalentemente di culto yazida che sono riuscite a fuggire e a mettersi in salvo dopo essere state rapite e vendute da miliziani dello Stato islamico attraverso il loro mercato delle schiave, souk al-sabaya, (che è anche il titolo originale del libro di Mikhail in arabo), nel quale avveniva la compravendita di donne non sunnite considerate bottino di guerra e trasformate in schiave sessuali. Quello che Dunya Mikhail realizza attraverso questo libro è un importante lavoro di documentazione giornalistica su una delle pagine più tragiche della recente storia contemporanea; il genocidio della popolazione yazida perpetrato da miliziani dello Stato islamico a partire dal 3 agosto del 2014 nell’Iraq settentrionale, attorno alle montagne del Sinjar, non lontano dal confine siriano. Gli yazidi – di etnia a predominanza curda – sono una delle minoranze più antiche presenti in Iraq e praticano una religione sincretica che data migliaia di anni. Sono...

Gli umili fiori dei boschi / Il trasformismo dei ciclamini

Come le viole dei campi, i ciclamini sono gli umili fiori dei boschi. Come quelle, reclinano il capo, non per modestia ma per diffidenza: almeno così azzarda la simbologia applicata al regno vegetale, forse per via del tubero velenosetto, saturo di saponine ma ghiotto boccone per i grifi suini, donde il didascalico nome popolare di panporcino. Anch’essi han battezzato un colore che, ciclicamente (l’avverbio è quanto mai pertinente), torna a tingere gli outfit femminili, specie d’estate quando il più profumato della famiglia, il Cyclamen purpurascens o Ciclamino delle Alpi, accende l’ombra del sottobosco.      Quel che più mi sorprende di questa piccola erbacea perenne, imparentata con le Primule, è il miracolo di trasformismo e d’ingegneria botanica di cui è capace. Chi mai immaginerebbe che dal solitario bocciolo a forma di mezzo fuso, con i petali pressati a spirale l’uno sull’altro, sortisca un fiore volgente all’indietro cinque alucce rosa carminio (lacinie riflesse), ovvero orecchie, come preferiva chiamarle D.H. Lawrence: («And cyclamens putting their ears back», Sicilian cyclamens). Entro la corolla – una coppa perfetta, traslucida, montata su cinque sepali...

L’ombra delle cose escluse / Tempo riflesso

L’antico respiro del presente   Corrado Benigni è un avvocato. Ha scritto qualche anno fa un libro, Tribunale della mente, che sembrava nato in un’aula del Palazzo di Giustizia, tanto era fitto di termini giuridici, di lessico e sintassi processuale. Ora quell’aula di tribunale sembra aprirsi, scoperchiarsi, sfondare le sue mura ed entrare nell’universo. Sembra spalancare una dimensione più vasta, legata alle forze potenti e incommensurabili della natura. Perché questo nuovo libro ha una dimensione cosmica e in certi momenti persino panteista. È una cosmogonia moderna e attualissima, innestata nelle immagini contemporanee della città, delle automobili, della fotografia. Ma si avverte la presenza dei poeti antichi – greci e latini – con cui Corrado Benigni condivide il senso di una metamorfosi perenne, di un movimento vorticoso, di una danza eterna della vita con la morte, come i sacri funerali del secondo libro di Lucrezio, in cui i lamenti degli anziani si mescolavano alle grida dei neonati e ciò che nasce irrompe in ciò che si conclude.   La parola sepolta   È dunque una cosmogonia antica e insieme moderna ed è soprattutto una cosmogonia legata al grande tema...

La poesia del nostro tempo / L’italiano della canzone

Oltre alle più note come Arlecchino o Brighella, tra le maschere della commedia dell’arte ce n’è una apparentemente marginale ma altrettanto memorabile (almeno per me): il dottor Balanzone. Pingue e rubizzo, verboso, incappellato e paludato di nero alla maniera degli accademici, Balanzone incarna la figura del saccente, del pedante, del ciarlatano. All’occasione, è in grado di discettare su qualsiasi argomento; nel suo latinorum, anche i più terra-terra si sublimano, si gonfiano, si levano in volo sotto gli occhi stupiti dei villani. Di tortellini discute come si discuterebbe di teodicea o di macchie lunari.  Ecco: i libri sulla canzone – sempre più numerosi negli ultimi anni – mi sembrano caratterizzati da quello che chiamo “effetto Balanzone”.  Questo effetto – molto prevedibile, quasi inevitabile – nasce dal contrasto involontariamente comico tra la leggerezza (e a volte la futilità) dell’oggetto studiato e la gravità dei mezzi utilizzati per studiarlo. Sparare ai fringuelli col cannone. Lo studioso – che ha formato i suoi strumenti sulla tradizione letteraria più alta – si trova ad applicarli a “opere” che sembrano per loro natura estranee e anzi refrattarie a tanta...

Progetto Jazzi / Al vento stanno le bandiere

  Continua l’intervento di doppiozero a sostegno del Progetto Jazzi, un programma di valorizzazione e narrazione del patrimonio culturale e ambientale, materiale e immateriale, del Parco Nazionale del Cilento (SA).   Al vento stanno bandiere, aquiloni, preghiere, saluti per i nomadi, vele che viaggiano, teli che proteggono, panni che asciugano: una differente famiglia di parole che tiene vivo negli occhi il racconto di ogni uomo.   C’è un’ora del giorno in cui l’umidità diventa un elemento materiale, non più vapore gassoso ma calore percepito, sostanza complice dello stare in un luogo. È quello il momento che definisce il passaggio dal pomeriggio al tramonto, quel repentino calare della temperatura che altera la presenza d’acqua, soprattutto nelle vicinanze del mare. È stato quello il momento d’inizio di Voce a vento, opera site-specific di Claudia Losi sul Monte Bulgheria. Si tratta del primo intervento artistico promosso dall'Associazione Jazzi, in cui Claudia Losi propone un’azione poetica di carattere visivo e sonoro. L’intento è percepire e raccontare i luoghi, restituendo spazio e senso ad un immaginario collettivo del territorio. Si tratta di...

Su due poesie d'amore del Novecento italiano / Il cuore che non dorme

Chi volesse allestire un’antologia di belle poesie d’amore del nostro Novecento, magari per disporre di un bacino di citazioni a uso anche privato, non avrebbe la strada facile. Non, almeno, se pretendesse di trovarsi tra le mani un canzoniere che celebra l’eros nella sua pienezza – l’eros al tempo stesso eccezionale e quotidiano, inconfondibile e universale. Chi dispiega apertamente il suo canto amoroso, se si escludono l’ossessivo riduzionismo efebico di Sandro Penna e la meteoropatia emotiva della penniana Patrizia Cavalli? Ci sono, è vero, lirici suggestivamente terrestri e sensuali, perfino in senso linguistico, come Gatto, Betocchi e certo Caproni, non a caso cresciuti anche loro, accanto a Penna, sul rovescio del tessuto ermetico: ma finiscono quasi sempre per diventare o troppo domestici o troppo sfuggenti, ripiegando su una freschezza insieme patetica e pudica e partendo per la tangente del manierismo. Ci sono, ancora, poeti erotico-famigliari alla Sanguineti o alla Giudici, che non esitano a palpare i corpi e a immergerli nella vita di tutti i giorni: ma lo fanno esibendo preventivamente il falsetto, il passaporto di una vezzosa diplomazia crepuscolare; così come il...

Oggettivare la soggettività / Curriculum

Che tipo di testo è un curriculum? La questione, avendo investito Giuseppe Conte, nostro Premier prossimo venturo, è tutt’altro che accademica. E la risposta, stando agli innumerevoli usi che dei curricula si fanno oggigiorno, e alla miriade di sue manifestazioni semiotiche – dalla versione narrativa a quello sotto forma di elenco, da quella cartacea a quella on line, dagli endorsement di Linkedin alle videopresentazioni di cui è stracarica Youtube –, è meno ovvia del prevedibile. Soprattutto meno facile e immediata. Sembra un po’ come il solito tempo per Agostino: una cosa che tutti sappiamo cos’è, ma quando dobbiamo definirla ecco che scappa da tutte le parti. Così, internet è piena di gente che ti dà consigli sul miglior modo di stilarlo, di saputelli che sciorinano le regole d’oro per la sua compilazione ideale, ma non c’è quasi nessuno che riporta, non so, le sue origini storiche, le sue trasformazioni nel tempo descrivendo, appunto, la sua forma testuale. L’unica cosa di cui si è certi è che si tratta di un che di freddamente istituzionale, di mediamente azzimato, che fa della persona che esso deve presentare una sommatoria di stereotipate competenze ritenute socialmente...

7 gennaio 1912 – 22 gennaio 1990 / Giorgio Caproni: “edificante” o spaesante?

Nel giugno 2017, alla prova scritta di Italiano della Maturità (fatico ancora a chiamarlo Esame di Stato), veniva proposta come traccia per l’analisi del testo una poesia di Giorgio Caproni, Versicoli (quasi) ecologici, tratta dalla raccolta postuma Res amissa (1991, a cura di Giorgio Agamben):    Non uccidete il mare, la libellula, il vento. Non soffocate il lamento (il canto!) del lamantino. Il galagone, il pino: anche di questo è fatto l’uomo. E chi per profitto vile fulmina un pesce, un fiume, non fatelo cavaliere del lavoro. L’amore finisce dove finisce l’erba e l’acqua muore. Dove sparendo la foresta e l’aria verde, chi resta sospira nel sempre più vasto paese guasto: “Come potrebbe tornare a essere bella, scomparso l’uomo, la terra”.    Come riportavano i quotidiani del giorno dopo, i poveri maturandi erano perplessi e preoccupati. “Caproni? E chi è? Chi l’ha mai fatto?”. Già. Nell’ultimo anno delle nostre superiori, i poeti più “moderni” che si fanno sono di regola Gozzano, Saba, Ungaretti, Montale. Tutti nati nell’Ottocento. Alla scuola italiana uno come Caproni, che è del 1912, sembra ancora oggi troppo “nuovo”, troppo “giovane”. Intendiamoci, nei...

Come l'ho conosciuto e l'ho amato / Sandro Penna: un poeta della vita

Nel maggio del 1961, per il mio dodicesimo compleanno, un parente (che evidentemente sopravvalutava i miei mezzi) mi regalò l’antologia Poesia italiana contemporanea 1909-1959, a cura di Giacinto Spagnoletti, uscita nella collana “La Fenice” di Guanda.  Non era un fucile, o una bicicletta, ma a me quel regalo faceva piacere. A stimolarmi era soprattutto, nel titolo, l’aggettivo contemporanea. Nelle scuole medie in quegli anni (gli ultimi prima dell’“unificazione” del 1962) la poesia si spingeva al massimo al D’Annunzio più decorativo e al Pascoli più lacrimoso. Io avevo la fortuna, grazie a un’insegnante molto speciale, di aver letto (e in qualche caso studiato a memoria), oltre a Dante, Virgilio e Catullo, testi di Montale, Ungaretti, Saba, Cardarelli, Quasimodo; chissà cosa scrivevano gli altri poeti del nostro secolo.    Nei mesi seguenti (estate, ero in vacanza) cominciai ad aggirarmi per quelle mille pagine senza altra guida se non la mia curiosità. L’apparato critico, che si riduceva a una Premessa e a un’Introduzione del curatore, era quasi impenetrabile per un alunno di seconda media. I testi dei sessantadue autori erano preceduti da poche pagine di (auto)...

Ma perché proprio Pasolini? / Pier Paolo Pasolini come caso di ascesa sociale

Anch’io come innumerevoli altri appartengo alla setta. Sono uno dei tanti adepti. Pratico il culto pasoliniano. Mia moglie dice che P.P.P. è ormai come uno di famiglia, tanto lo cito, a proposito o (sempre secondo mia moglie) a sproposito. Le stesse cose, più o meno, diceva mia madre a suo tempo. Sono infatti un fedele di lunga durata. E di rigorosa osservanza. La notte tra il primo e il due novembre, per me e tutti gli altri aderenti al folto gruppo di devoti, non è solo la notte tra i Santi e i Morti, ma è, soprattutto, il punto di passaggio tra la mortalità e la santità di P.P.P., celebrato ogni anno e per nulla sbiadito dal trascorrere del tempo, da quel fatidico 1975. Anzi vivificato sempre più nel ricordo, quasi (o senza quasi). Ma perché proprio Pasolini? Per quale motivo, questo poeta, romanziere, saggista, regista, uomo di teatro, polemista e personaggio pubblico controverso, criticato, osteggiato, odiato e persino perseguitato in vita, è stato pressoché divinizzato dopo morto?   Me lo sono naturalmente chiesto anch’io. Ce lo chiediamo in parecchi. Sulle prime, la risposta ho creduto di trovarla nella teoria sacrificale di Walter Burkert, quella esposta in Homo...

Sessant'anni dopo / Le ceneri di Gramsci di P. P. Pasolini

Giusto sessant’anni or sono, nel giugno del 1957, uscivano per l’editore Garzanti Le ceneri di Gramsci, quello che di solito viene considerato il più importante volume di versi di Pier Paolo Pasolini. Il poeta medesimo lo giudicava una delle sue massime riuscite. Lo scrive esplicitamente nel novembre del 1973, recensendo su “Tempo” Calderòn. Il fatto che si tratti di un’auto-recensione dovrebbe far riflettere. Del resto Pasolini non era nuovo a questo procedimento. Già due anni prima, il 3 giugno del 1971, aveva recensito lui stesso quello che poi risulterà essere il suo ultimo libro di poesie italiane, cioè Trasumanar e organizzar.   Se un autore è costretto a questa pratica, significa che non gode certo del favore popolare, e nemmeno di particolare attenzione da parte della critica. Ma questa è una questione ben nota, che già nel 1980, a soli cinque anni dalla morte del poeta, Arbasino, nella prima edizione di Un paese senza, aveva sintetizzato come meglio non si poteva e una volta per sempre: “Pasolini, vivo, veniva commiserato e insultato proprio dai medesimi che lo proclamano Vate da morto”. Ne accenniamo solo perché, ogni volta che si celebra Pasolini, andrebbe sempre...

Properzio

"Catastrofica illeggibilità": così sentenziava, a proposito di Properzio, un poeta italiano contemporaneo di cui non faccio il nome. Sono passati alcuni anni da quella sentenza di condanna inappellabile. Ma i versi di Properzio, nonostante tutto, continuano ad essere letti. Quelli del poeta italiano contemporaneo un po' meno. E perché mai poi dovrebbe essere illeggibile un poeta come Properzio? Nessuno ha descritto meglio di lui il sonno della donna amata. Neanche Omero. Neanche Proust.     Cinzia dorme, abbandonata alle onde del sonno come Arianna, come Andromeda, come una baccante che ha folleggiato sui monti tutta la notte, ed ora è sfatta dalla fatica. Properzio, vedendola così inerme sul letto, è preso da un forte desiderio. Ma preferisce solo contemplarla. La guarda rapito con occhi intenti (sic intentis haerebam fixus ocellis). Le ricompone i capelli arruffati. Spia i suoi sospiri. Cerca d'indovinarne i sogni. Finché un raggio di luna la sveglia. Cinzia era così bella che non aveva bisogno di vesti preziose e trasparenti, per aumentare la sua bellezza. Non aveva bisogno di trucco. Non...