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Viaggi

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Una conversazione / Gillo Dorfles. I paesaggi e i personaggi della sua vita

Conoscere Gillo Dorfles di persona e avere la possibilità di dialogare con lui nella sua abitazione milanese è un’esperienza impossibile da dimenticare. Innanzitutto perché si ha la sensazione di essere a colloquio con la Storia: nato a Trieste il 12 aprile del 1910, ha visto susseguirsi almeno quattro generazioni; ha assistito a entrambe le guerre mondiali; ha visto il passaggio della sua città natale dall’essere austroungarica all’essere italiana; ha partecipato alla ricostruzione del nostro Paese avvenuta dopo il 1945 ed è stato testimone e promotore di molti dei più importanti snodi culturali e artistici del ventesimo secolo.   Laureato in medicina, con specializzazione in psichiatria, fin dai primi anni Trenta si dedica a una pittura influenzata dall’antroposofia di Rudolf Steiner. Nel 1948 è tra i fondatori del MAC-Movimento per l’Arte Concreta, nato a Milano quale contrapposizione al realismo politicamente impegnato e agli influssi irrazionali dell’informale. Dal 1956 decide di passare dalla pratica pittorica alla critica d’arte per poi riprendere a esporre i suoi dipinti solo nel 1986, in occasione della personale tenuta allo Studio Marconi di Milano. Professore di...

Scrivere in India

Se fossi uno scrittore, mi dico, scriverei anche in mezzo a tutto questo. Ai clacson delle macchine che combattono qualche improvvisa congestione sulla strada davanti a casa. Alla banda musicale di ragazzi e ragazze che suonano e marciano, marciano e suonano nel grande spiazzo davanti alla strada di fronte a casa. Ai ragazzi che giocano a cricket sulla stessa distesa polverosa. Alle loro urla “bbbball baaaall!” quando la palla finisce lontano. Alle urla dei venditori ambulanti di verdura. Alla vibrazione dell’aria condizionata o del ventilatore. Ai cani, ai corvi, quando cala la notte. Ai cani che rispondono ai corvi quando la notte sta per finire.   Gowalia Tank   Se fossi uno scrittore, riuscirei a scrivere pur stando al centro di una stereofonia di decibel tra i due appartamenti che ci affiancano al piano terreno di un centenario edificio di Gowalia Tank, Mumbai; nella zona un tempo nota come “black city”. Se fossi veramente uno scrittore siederei dritto e indifferente ai vicini troppo vicini, le loro televisioni perennemente accese su soap opera indiane (canale destro) o dibattiti politici al limite dell’isteria (canale...

Pasticcerie

In un’agenda Moleskine nel cassetto della mia scrivania annoto, da anni, gli indirizzi dei luoghi in cui ho fatto colazione. È un’agenda ordinatissima divisa per nazioni, città, quartieri (nelle sezioni Parigi, Istanbul e Stoccolma c’è un’ulteriore suddivisione in isolati). Accanto a ogni indirizzo ci sono indicazioni sul genere di appartenenza (pasticceria, caffè con i tavolini all’aperto, libreria con cucina…), due righe di descrizione e la segnalazione dell’eventuale presenza di croissants al burro di particolare rilievo. Ho sempre attribuito a questa agenda un valore nevrotico, da brava settecentista non potevo che finire per elencare, catalogare, sistematizzare tutto quanto mi capita a tiro. Poi, col tempo, ho capito che di nevrotico qui in realtà c’è poco. La Moleskine “Pasticcerie e caffè” non è affatto un tributo all’ansia enciclopedica, quanto alla cura di me. Di fatto, la colazione è un momento mio estremamente intimo di raccoglimento e rinascita al mondo. All’interno di quella bolla ovattata fatta di scones con burro e marmellata a parte, non penso a nulla, non programmo nulla, esisto come semplice presenza sensoriale, pura felicità silenziosa nel qui e ora del vapore...

Mia madre e l'Expo

Mentre scrivo un elicottero mi sorvola la testa. A poche centinaia di metri da me cerca di riposare Michelle Obama con le due figliole. È lei la prima rockstar ad arrivare in città per EXPO. In queste settimane sono passati Putin, con la sua auto blindata, insieme a Renzi e con il quale ha bevuto una kvas, David Cameron, il presidente dell’Irlanda, un poeta che pare abbia fatto un bellissimo discorso sull’importanza che questa generazione non scarichi sulla prossima il problema della fame nel mondo; è in arrivo Hollande e molti altri.   Quasi tutti vanno direttamente ad EXPO senza fermarsi in città. Diversa la scelta della first lady americana che ha requisito due piani di un albergo centralissimo, ha visitato il Cenacolo vinciano, ha preparato un’insalata di pollo con gli studenti della scuola americana di Milano, concedendo alle sue ragazze uno shopping tour nella zona di corso Como. I cronisti l’hanno descritta stanca, ma sorridente. In maniera non troppo percettibile il numero dei visitatori sta aumentando. Queste le principali tipologie da me ravvisate: solidi americani in short e zainetto, giapponesi in fila indiana...

La vita a volte è sopportabile. Ritratto ironico di Wisława Szymborska

Pubblichiamo un estratto di La vita a volte è sopportabile. Ritratto ironico di Wisława Szymborska, libro + dvd, scritto da Katarzyna Kolenda-Zaleska, regista del Film.       Ho conosciuto Wisława Szymborska in viaggio. Ci siamo incontrate a Palermo e in seguito abbiamo visitato splendidi angoli di Sicilia, colline toscane assolate, misteriose falesie in Irlanda, stradine strette a Amsterdam, piazzette a Bologna, Padova, Ravenna e in molte altre cittadine italiane. Ci siamo viste spesso anche a Cracovia, sua e mia città natale. Ricordo Szymborska come un’infaticabile cacciatrice di cose belle o insolite che si entusiasmava per ogni nuova scoperta. Quei viaggi assieme hanno cambiato sia me sia il mio modo di guardare il mondo, perché grazie a lei ho potuto vedere sotto un’altra luce molti luoghi che già conoscevo, e imparare a goderne in tutt’altro modo.   Wisława Szymborska amava il caffè nero, non troppo forte e con una gran quantità di acqua. “Caffè lungo”, insomma. Con il caffè, necessariamente, una sigaretta. Ma il caffè non si può bere così,...

Los Angeles di Barcellona

Succede che si viaggi, che si abbia voglia ogni tanto di cercare un giardino più verde. Da quando la rucola al suo apparire copiosa sulle nostre tavole diversi anni fa si è insinuata, per lo più nella modalità di letto, nella nostra vita trascinandosi dietro prima i pomodori pachino, poi l’aceto balsamico, e poi i birrifici regionali, e i masterchef, e i vini docg e, giù giù, i voli low-cost, le piste ciclabili, il car-sharing, e insomma tutta l’omologazione degli stili di vita della società italiana, che è liquida, non legge e non ha laureati, il desiderio di spostarsi un po’ più in là può essere in certi momenti anche impellente.   E quando uno esce di casa per qualche giorno spera di trovare un giardino un po’ diverso, un po’ più verde, appunto, ma non è così facile, poiché sembra che il maglio cosmico del marketing abbia ridotto in poltiglia ogni folklore. Sono ancora pieni di energia i versi secchi e importanti di qualche anno fa del Cielo di Patrizia Cavalli “Ah, come è misero il destino dei viaggi / Dei milanesi in terre...

Lo sguardo di Valentine

Ecco un dipinto del pittore svizzero Ferdinand Hodler. Quando tempo fa mi è cascato sotto agli occhi, grande è stato il mio disinteresse: un paesaggio spoglio e convenzionale, esteticamente scialbo, ancor più se considerata la data d’esecuzione, 1915. All’epoca c’erano già le avanguardie, i collages, il cubismo e sulla Svizzera stava per abbattersi la tempesta dada che spazzerà via l’idea di arte in voga sin dal Rinascimento. Nell’occhio del ciclone, Hodler non trova niente di meglio che piantare il cavalletto ai bordi del lago Lemano (o di Ginevra) e dipingere il sole che scompare dietro le montagne – un rigurgito impressionista mi viene da pensare, come una cartolina inviata dalla zia da un resort vacanziero. Un’opera marginale rispetto alla storia della pittura ma anche rispetto a quel poco che conosco dell’artista. Il mio conto con Hodler è presto chiuso.   Per caso o per serendipità qualche settimana fa ritrovo lo stesso dipinto. Identico il mio sentimento di sufficienza, ma questa volta guardo meglio e leggicchio qualcosa. È così che Coucher de soleil sur...

Il piroscafo Conte di Biancamano

Bergamo, Città dei Mille nei primi anni Sessanta. La scuola non era lontana da casa ma bisognava comunque attraversare via Statuto, poi scendere lungo viale XXIV Maggio, prendere a sinistra via Mazzini e poi subito a destra via Cadorna, arrivato: Scuole Elementari “Armando Diaz”. Il maestro Angelo era un po’ manesco e anche fissato con i canti risorgimentali e ci faceva suonare sulla melodica Hohner le note della Bella Gigogin e Addio, mia bella addio, tutti e trentacinque quanti eravamo sull’attenti, in braghe corte. Al pomeriggio, partitella nel campetto di via Diaz contro i nemici storici di via Legionari in Polonia. Tutta la seconda infanzia così, in quel quadrilatero dai toponimi patriottici. La prima raccolta di figurine, quando però abitavo ancora a Pavia, era stata quella dei garibaldini del Corriere dei Piccoli. Negli anni della Diaz, invece, erano i ragazzi di Curtatone e Montanara ad accendere la mia fantasia, quasi quanto i Tigrotti di Mompracem. Poi la lunga marcia nell’adolescenza e la rimozione, prima, e quindi il rifiuto di quella cosa, finanche della parola. Come a quasi tutti quelli che conoscevo allora,...