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Apple

(23 risultati)

Schermi

In uno degli spot pubblicitari con cui la Apple presenta i suoi prodotti – vere e proprie opere d’arte contemporanea e insieme “testi” ideologici della azienda di Cupertino –, uscito nel 1984, una platea guarda su un grande schermo un personaggio che parla senza tregua. Poi entra una ragazza e lancia un martello contro lo schermo.   Nell’interpretazione che ne dà Vanni Codeluppi, all’inizio del suo L’era dello schermo (Franco Angeli), lo schermo rappresenterebbe il “nemico” di quel momento, l’IBM, mentre la ragazza è Apple stessa che combatte il Grande Fratello. Il risultato di quel colpo è mandare in mille pezzi lo schermo. Da allora la profezia si è realizzata: oggi siamo in presenza di tanti piccoli schermi, dall’iPhone all’iPad, dai tablet allo smartwatch, quest’ultimo presentato pochi giorni fa. Le persone oggi trascorrono molto tempo davanti agli schermi presenti in casa e in ufficio, in viaggio, lungo le strade, nelle stazioni, nelle piazze. Siamo sempre davanti a uno schermo sia che scriviamo o che comunichiamo, che guardiamo la pagina Facebook o cerchiamo...

Garage

Nel suo recente viaggio in California Matteo Renzi non è andato in pellegrinaggio al 2066 Crist Drive di Palo Alto per scattarsi un selfie davanti all’ingresso del bianco garage della famiglia Jobs. Lì, in questo luogo molto americano, West Coast, è sorta la leggenda di Apple, una delle marche più famose del mondo, il brand più prestigioso dell’età del personal computer. La mancata visita non ha nessuna importanza, perché nel brand-Renzi la parola garage probabilmente c’era già: rimanda all’idea di due ragazzi californiani, Steve Jobs e Steve Wozniak, che hanno cambiato il mondo nella autorimessa dei genitori, progettando e assemblando i primi cinquanta esemplari dell’Apple I, usando come progettisti, operai e promoter, se stessi, la sorellina di Jobs, Patti, e i figli dei vicini. Una sorta di bricolage casalingo che è diventata una delle icone del XXI secolo, con i suoi annessi e connessi di leggende metropolitane.   Trasformando la Leopolda.05 in un garage, Renzi prosegue la sua politica di marketing, dove il messaggio vale più di ogni altra cosa, quasi avesse mandato a...

I tuoi occhi non sono sulla tua pancia

Quando si inizia un lavoro nello studio di Frank Horvat, a turno qualcuno pone agli altri una domanda: oggi che lingua parliamo? Di solito si riescono ad incastrare tre lingue: inglese, francese e italiano. Vengono utilizzate a seconda della complessità dell’argomento: più tecnico o più riflessivo, si scherza in francese, per gli aneddoti preferiscono tutti l’inglese e via così. Frank Horvat sa cambiare in fretta registro, nell’utilizzo delle parole così come nella fotografia, dove è passato dall’analogico al digitale senza rimorsi. Oggi vanno molto di moda due tipi di fotografi: quelli che disprezzano il digitale e quelli che si affrettano a dire di essere stati i primi a utilizzarlo. Ma una cosa è usare una scheda di memoria al posto un rullino, un’altra è concepire un’App come Horvatland, in cui la doppia dimensione orizzontale e verticale viene sostituita dal concetto di tempo e profondità di ricerca e navigazione. Quando ho chiesto a Frank Horvat di raccontarmi un momento della vita in cui gli è capitato di scegliere e non avere alcun rimorso, immaginavo mi parlasse...

Net-neutrality addio

Net-neutrality della Rete addio. È la prima valutazione del voto in base al quale il «Federal Communication Committee» statunitense ha approvato il piano presentato ieri dal suo presidente, il democratico Tom Wheeler, nella sessione di lavoro per discutere le nuovo norme per regolamentare l'accesso al Web. Il nuovo regolamento, che è il primo di una serie di interventi della Fcc per rendere operativo il progetto chiamato spavaldamente «Open Internet», acquisisce molte delle richieste da parte dei grandi fornitori di accesso al web di una differenziazione della velocità di navigazione nella Rete in base il costo di connessione. Una logica in base alla quale «più paghi più vai veloce» che, secondo imprese come Comcast, Verizon, Time Warner Cable e At&t, oltre a rendere Internet più appetibile per società che basano il loro business sulla Rete, può favorire strategie imprenditoriali che tendono all'innovazione di prodotto e di processo.   Una posizione, questa degli Internet provider, fortemente contestata da altre major della Rete e dai social network (Google, Facebook,...

Steve Jobs, Buddha e Gesù Cristo

Il titolo del piccolo libro di Antonio Guerrieri – novantasei pagine nella collana Il caffè dei filosofi – è almeno in parte fuorviante. La Premessa (pp. 7-13) e il primo capitolo (Apple come ‘culto del brand’ ed ‘esperienza religiosa’, pp. 13-53) mettono il lettore di fronte al fatto che la scelta del nome Apple fu in buona sostanza frutto del caso (p. 12) e che dietro il nome esperienza religiosa si cela una definizione volutamente ampia. Eccola: Una definizione della religione dovrebbe tener conto del fatto che in genere i fenomeni religiosi presuppongono una relazione triangolare da un dato teologico o ideologico (la dimensione della parola sacra, della credenza, della dottrina, della riflessione teologica), un dato pratico o rituale (la dimensione dell’azione) e la base sociale delle credenze e delle pratiche (dal momento che non esiste una religione individuale). Ciò che dà vita a questo sistema di relazione è una peculiare esperienza, quella religiosa sulla quale ritorneremo tra poco, che rimanda alla centralità della dimensione emozionale. Su questa base sono naturalmente possibili varie...

Scuola digitale

La storia dell’introduzione delle tecnologie digitali nella scuola italiana è fatta tutta o quasi di paradossi, nei modi, nei tempi, nelle convinzioni dei protagonisti. Un esercizio utile per non rimanerne intrappolati potrebbe allora essere quello di prescindere di netto dal quadro di realtà: fare “come se” la maggioranza delle classi disponessero di infrastrutture adeguate a utilizzare contenuti e strumenti digitali, gli insegnanti fossero formati e motivati a guidare il processo di innovazione, gli editori scolastici fossero a loro volta pronti e ben disposti ad assecondare il cambiamento e infine il quadro legislativo fosse chiaro, coerente, accompagnato da opportune azioni di sistema e soprattutto stabile.   Viceversa, per tacere del resto, la legislazione che obbliga al passaggio dal cartaceo al digitale si barcamena tra accelerazioni e frenate, tra l’aspirazione a una forte discontinuità (nella convinzione implicita che un’istituzione conservativa come la scuola non possa cambiare per un processo naturale) e la necessità di mediare con gli interessi degli editori, l’ostilità e l’...

Interfacce: da Brunelleschi a iOS8

Un'importante riflessione contemporanea è come la tecnologia, e più specificamente le interfacce, possa dare forma alle nostre modalità di percezione e interazione, e quindi alla nostra realtà quotidiana, attraverso le proprie narrative e forme di rappresentazione. È un tema vasto, e questo breve articolo si concentrerà sulla evoluzione della GUI (Graphic User Interface) della Apple confrontandola con l’evoluzione della rappresentazione dello spazio tridimensionale nell’arte occidentale per derivarne alcune conclusioni – e anche porre alcune domande.   Nel 1984 Apple lanciò il primo personal computer Macintosh dotato di Graphic User Interface, e con esso, il primo sistema operativo reclamizzato in una pubblicità di Ridley Scott ispirata al romanzo di George Orwell 1984:     Il sistema operativo includeva la ora onnipresente metafora della scrivania: una narrativa che costruisce la finzione del computer come continuazione della scrivania “materiale”, nella quale gli utenti hanno cartelle in cui tenere i documenti, un cestino per buttare via la spazzatura, e cos...

Dal white cube all’Apple Store

Artelibro, il festival del libro d’arte che si tiene a Bologna, è giunto quest’anno alla sua decima edizione. E, per celebrare l’anniversario, si è aperto ai nuovi media ospitando una mostra dal titolo L’arte nell’editoria digitale tra educazione e sperimentazione. La sezione è a cura di Michela Arfiero, editor del magazine interdisciplinare per iPad Fruit of the Forest.   Parte delle app, dei periodici e degli e-book presenti in mostra sono sviluppati da case editrici e istituzioni museali di spicco in ambito artistico, mentre il resto è costituito da vere e proprie opere in formato digitale. Benché la panoramica non si possa considerare esaustiva (poco più di venti i progetti inclusi), l’esposizione ha il merito di portare in Italia, forse per la prima volta, alcune delle esperienze in cui il connubio tra arte contemporanea ed editoria digitale si rivela più proficuo.   Mousse Magazine   Curiosando tra le varie app e i vari magazine forniti da musei e case editrici, si ha la netta impressione di trovarsi in un periodo di passaggio: è assente uno standard, o...

Quando il lettore diventa utente

Il “futuro del libro” non è mai passato di moda. Per decenni scrittori, editori, informatici e designer si sono interrogati senza sosta sulle possibilità rivoluzionarie offerte dal libro elettronico in termini di ipertestualità, inclusione di contenuti multimediali e variabilità del testo. Mentre gli e-reader, primo tra tutti il Kindle, hanno reso possibile un’esperienza di lettura immersiva in ambiente digitale, l’iPad ha gettato nuova benzina sul fuoco del libro come app. Gran parte dell’attenzione è rivolta dunque alle opportunità relative alle modalità di fruizione e all’arricchimento dei contenuti, tuttavia ciò che effettivamente subisce le più radicali trasformazioni è il contesto dell’editoria digitale. Tali trasformazioni investono il significato profondo della lettura e le modalità attraverso cui il lettore si relaziona al libro sia come oggetto culturale che come bene commerciale.   Pur non essendo evidente, nell’ambito dell’editoria digitale il “futuro” è già qui (un’ottima ragione per smettere di...

“Esalta da 34 a 46″

Sin dall’invenzione del telefono il tasso di innovazione nel campo delle comunicazioni è andato aumentando senza soluzione di continuità, fino a giungere oggi allo smartphone, che ha ormai ben poco in comune con il suo celebre antenato.   Tanto per citare alcune delle straordinarie caratteristiche di questo strumento ormai considerato “comune”, oggi chiunque può disporre di un navigatore satellitare, di una connessione Internet, di una fotocamera ad alta risoluzione, il tutto integrato in un vero e proprio computer da portare sempre con sé, sufficientemente potente da far girare qualsiasi tipo di software. Così, se siamo in vacanza possiamo muoverci per la città con il navigatore, cercare un ristorante per la sera, prenotare un tavolo con il numero di telefono che troviamo su Google Maps o cercare un punto di interesse che ci hanno consigliato. Se la scritta su un cartello, un’insegna o un menù attira la nostra curiosità, basta scattare una foto perché ne venga estratta la parte testuale, venga elaborata per eliminare l’effetto prospettico e inviata a un traduttore.  Certo...

Gli agnostici dell’utopia digitale

Gli hacker stanno ridisegnando il volto delle società liberali contemporanee. Non solo perché sono protagonisti dell’evoluzione delle tecnologie digitali e della rete, che hanno un ruolo cruciale nell’economia e nelle vite di miliardi di individui. Ma anche perché le azioni degli hacker sono in grado di portare una critica fondamentale all’interno della struttura politica delle nostre società basate sulla conoscenza e sull’informazione: una critica che, seppur basata su di un pilastro del pensiero liberale, come la libertà di parola, è diretta ad altri fondamenti di questo stesso pensiero, come il diritto di proprietà intellettuale.   Lo scontro tra questi due diritti è visibile in decine di avvenimenti della storia più recente, ed è uno dei sintomi più evidenti delle contraddizioni insite in un modello di società in cui il diritto relativo alla proprietà privata si è espanso a tal punto da condizionare le nostre possibilità di leggere, scambiarci una canzone o produrre e condividere cultura. È quello che sostiene Gabriella Coleman,...

Michele Dantini. Apple cosmica

La libreria di doppiozero continua a crescere, con un nuovo titolo da scaricare e leggere su tablet o su carta, stampando il pdf.   Oggi vi proponiamo un testo di Michele Dantini, Apple cosmica. Come le narrazioni fantascientifiche modellano il design e il marketing della Mela. Qui il link per scaricarlo.    L’autore ripercorre la storia di Apple e dei suoi prodotti attraverso l’indagine dei rapporti esistenti tra design, marketing e cinema di fantascienza. Avvicinata dal punto di vista degli studi culturali e indagata con riferimento alle figure di Jobs, Ive e Esslinger, l’azienda di Cupertino corrisponde a (o produce) uno spostamento forse epocale nei territori della creatività. Nel pretendere (spesso con formidabile successo) di modellare lifestyle e processi cognitivi, Apple rivela più di ogni altra azienda oggi, se non la nascita dell’artista collettivo, certo l’adozione di pratiche estetiche e narrazioni mitografiche sin nel cuore di contesti corporate.   Saggista e critico d’arte, Michele Dantini è professore di storia dell’arte contemporanea presso l’università del...

La pelle dell’iPad

Uno dei percorsi o modi di cui dà conto Stefano Micelli in un libro di qualche anno fa, mentre raduna e riordina le tracce di un patrimonio troppo spesso taciuto, o mal compreso, nell’auspicio che venga davvero un “futuro artigiano”, è quello che segna un apparente paradosso: esisterebbe, alla radice di oggetti come l’iPad o come i portatili della solita mela – indubbi prodotti di una filiera globale – una singolare disposizione artigiana. Questo perché a monte della produzione, nella progettazione del prodotto, si lascia rinvenire con chiarezza un’artigianale passione per il materiale, una curiosa disponibilità a trattarlo spingendo la lavorazione ai limiti del fattibile, attraverso un lavorio di prove ed errori teso a sondarne virtualità e ricchezze. Proprio così insegnavano da noi i maestri vetrai e i gioiellieri, i fabbri, gli ebanisti d’arte e i non meno virtuosi costruttori degli stampi per la produzione industriale, come in principio fu Giovanni Sacchi da Sesto San Giovanni, poi noto come il modellista per eccellenza al fianco dei più affermati designer italiani.  ...

Il peggior IPO di sempre? Riflessioni sul futuro di Facebook

“The worst IPO ever”. Questo il giudizio di Bloomberg sull’IPO Facebook del 17 Maggio scorso. Oggi, una decina di giorni dopo il lancio in borsa del social network, le azioni sono crollate del 25 per cento - da 38 $ a 29 $ - bruciando in totale 25 miliardi di dollari: più o meno il valore complessivo della banca Morgan Stanley che aveva gestito l’IPO. L’andamento di Facebook in borsa non solo ha vanificato le speranze di una nuova ripresa delle borse USA guidata da un terza dot.com boom, ma ha rivelato la natura ormai disfunzionale e autoreferenziale dell’attuale sistema finanziario. All’IPO di Facebook è capitato di tutto: dal malfunzionamento del software di trading Nasdaq che ha disturbato seriamente l’andamento dei cruciali primi momenti del lancio, alle soffiate non ufficiali ad alcuni investitori che contraddicevano le stime ottimistiche di operatori vicini a Facebook e Morgan Stanley. È da quest’ultimo che è derivata l’accusa a Facebook e Morgan Stanley di aver gonfiato il valore e le prospettive della società di social networking oltre ogni possibilità reale, perseguendo...

iMac / Michelangelo

Due mani si protendono una verso l’altra, appaiono come sospese nell’aria, bloccate a qualche centimetro l’una dall’altra, prima (?) che i polpastrelli dei loro indici si tocchino reciprocamente, vengano a contatto, o, molto più verosimilmente, un attimo dopo che le due mani si sono separate: i due arti sono stati dipinti da Michelangelo Buonarroti al centro del soffitto della Cappella Sistina e fanno parte della scena relativa alla creazione dell’uomo. Uomo che, secondo il racconto biblico, Dio creò modellandone la forma a sua immagine e somiglianza da una massa informe di argilla. Una modalità senz’altro familiare a Michelangelo, quello stesso processo di modellazione plastica che gli scultori ripeteranno per millenni in ogni angolo della terra. I polpastrelli delle due dita, l’indice della mano sinistra di Adamo e quello dell’indice della mano destra di Dio, possono essere interpretati tanto come la visualizzazione dell’atto finale dell’evento, quanto come l’attimo immediatamente precedente l’imminente e successivo contatto tra il Creatore e la sua creatura. In entrambi i casi il...

I dead media ed il futuro del libro aumentato

Il libro sopravviverà all’e-book? Fra dieci anni dalle case saranno scomparsi i volumi dagli scaffali? Oppure il libro resisterà e si troveranno nuove forme di distribuzione e di consumo in grado di rinnovarlo? Sembra che non ci sia modo di sfuggire al dibattito sulla morte del libro. È un discorso perseguitato dallo spettro dei dead media, i media defunti: quei supporti che sono stati dati per scontati per tempi relativamente lunghi e sono poi scomparsi velocemente, a causa di  trasformazioni strutturali nelle sfere tecnologiche ed economiche. Relegati, improvvisamente, al ruolo di mere curiosità o oggetti di culto. È il caso delle musicassette, dei VHS, dei floppy disk e – prossimamente – dei CD, soppiantati da tecnologie di maggiore qualità, più economiche o facilmente distribuibili.      Nell’immaginario dei dead media gioca un ruolo fondamentale la nostalgia. Per la mia generazione, quella dei trentenni, la musicassetta aveva svolto un ruolo centrale non solo nella costruzione della cultura musicale, ma anche e soprattutto nella diffusione di piccole comunità di...

Leggere: il futuro e noi

Da qualche settimana il “Guardian”, il prestigioso quotidiano inglese, ha inaugurato una sua pagina Facebook. Non è la solita pagina FB, che promuove la fidelizzazione al giornale attraverso i social network, bensì una vera e propria pagina del quotidiano che contiene notizie e articoli del giorno. Apri e vedi il menù di quella mattinata con i pezzi principali. Se ne clicchi uno, i tuoi amici di FB riceveranno istantaneamente la notizia che stai leggendo proprio quel pezzo, e chi vorrà potrà a sua volta cliccarlo. Si tratta di un passo ulteriore verso il trasferimento del quotidiano stesso, o almeno di sue parti significative, nelle pagine di FB, sposandone in pieno la logica di funzionamento.   “The Guardian” è un quotidiano molto letto sul Continente, e spesso capita che una notizia pubblicata lì diventi il giorno successivo un pezzo su un giornale italiano; perciò suppongo che ben presto i quotidiani italiani, in particolare i loro supplementi culturali, più facili da trasferire nella logica FB, adotteranno la strategia del social network, e migreranno lì sopra. Del resto,...

La baby aerodinamica

Mettiamo il caso che il primo di gennaio, poco dopo essere tornato dal veglione di Capodanno, pieno di alcol e bollicine, mentre cerco faticosamente di infilare la chiave nella toppa della porta, mi si pari davanti un ometto verde che mi chiede nella nostra lingua: Chi è il terrestre che bisogna interrogare per capire questo vostro stranissimo mondo? Interrompendomi un attimo dall’immane sforzo di centrare il buco, non avrei il minimo dubbio e gli direi: Tom Wolfe! Gli metterei in mano – facendolo entrare in casa – il volume: La baby aerodinamica kolor karamella, anno 1965. Lì c’è tutto: l’invenzione della giovinezza, la musica dei Beatles, l’arte pop, l’America dei magnati, un manuale per comportarsi in pubblico e conversare felici e contenti, le istruzioni per il party perfetto, Playboy e la pornografia di massa, i mass media e Mister-il-medium-è-il-messaggio, e altro ancora. Certo, è il mondo occidentale; ma fino a che i nuovi padroni del mondo, là in Oriente, non avranno prodotto il loro T. W. con gli occhi a mandorla, beh, fino ad allora lui è ancora un faro.   Tom Wolfe...

Cool

“Dentro o fuori la televisione? […] non sai che non si esce vivi dagli anni ‘80? / non si esce vivi dagli anni ‘80”, cantavano gli Afterhours nel 1999. Gli anni ottanta, affettuosamente spesso denominati Eighties, possono dirsi il decennio in cui l’oggetto – che fosse di design o tecnologico, accessorio di moda, cosmetico o medium per la comunicazione – ha rivestito una tale importanza all’interno della dinamica socioculturale segnata dalla distinzione e dalla imitazione, da acquisire, invecchiando, lo status di feticcio come mai era accaduto in precedenza o da essere addirittura disseppellito a distanza di tempo e ciclicamente riproposto in chiave contemporanea.   La decade ottanta, a suo tempo decisamente non cool, è il deposito dell’attuale coolness, il luogo sociosemiotico da cui l’oggi trae ancora ispirazione attingendo dalla complessità e dalla contraddittorietà che l’ha caratterizzata. Il cool è stato una conquista, come afferma Thomas Frank in The Conquest of Cool. Business culture, counterculture and the rise of hip consumerism (1997, clik), iniziata con gli...

IBM / PC

International Business Machines, ma per tutti IBM o anche Big Blue, sta al mondo dell’informatica come la Coca Cola sta a quello delle bibite gassate: è il grado zero, un punto di riferimento ineludibile, soprattutto per aver sviluppato soluzioni e tecnologie che poi sono diventate lo standard di mercato. Il suo ruolo è consistito a lungo nel mostrare dove si poteva arrivare, fino a che punto i muscoli elettronici di un elaboratore si potessero spingere. Non a caso, i suoi supercomputer sono più volte stati in vetta all’esclusiva classifica dei più potenti del mondo (attualmente il primo è cinese).   La sua storia comincia molto presto: nel 1911 la fondazione ufficiale della società, ma ampie e consistenti premesse alle tecnologie che poi sarebbero confluite in Big Blue esistevano già a partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento. A quel tempo il concetto di elaborazione automatica delle informazioni era quasi impensabile, come potrebbe esserlo oggi il teletrasporto, eppure la sua necessità era già palese, come dimostravano i problemi legati al censimento della popolazione americana che la...

Lampi nel web

  Ci sono libri che appena li vedi ti viene subito voglia di averli, di correre a casa, gettarti sul divano e leggerli. La voglia è così forte che già per strada, fuori dalla libreria, cominci a compulsarli, poi sul tram, in metrò, li sfogli, catturi qualche frase qua e là, un pensiero, un capitolo, alla rinfusa. Così è questo libro che ho tra le mani. Un titolo accattivante, il sottotitolo ancor di più, e quell’immagine di Balla, Compenetrazione iridescente…   “Stai per cominciare a leggere il nuovo saggio di Albert-Làszló Barabási Lampi. La trama nascosta che guida la nostra vita. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo sfumi nell’indistinto…”. E no! Fermi tutti. Già al secondo capitolo c’è qualcosa che non va. Anche il primo non è un gran che, ma forse, mi dico, il bello deve ancora venire. Ma non è lo stesso Barabási di Link. La nuova scienza delle reti? Certo che sì, un libro non male, anzi, a tratti persino entusiasmante, almeno per chi, come me,...

Intervista video a Giovanni Anceschi

Giovanni Anceschi è un incrocio, un trivio o più probabilmente un quadrivio: arte programmata, scuola di Ulm, grafica di pubblica utilità, insegnamento universitario, dal Dams di Bologna allo Iuav di Venezia. La sua persona ha attraversato, ed è stata attraversata, da mezzo secolo di cultura italiana, quella che ha praticato l’innovazione dei linguaggi e delle forme espressive nel modo più utile e sintetico: mediante il fare. Anceschi rappresenta la linea lombarda, come recita il titolo di un libro del padre, il grande Luciano, filosofo, studioso di estetica. La sua casa nel cuore di China Town, a Milano, è ingombra di scatoloni e pacchi: ha appena ristrutturato ed è ancora per aria. Ci sediamo nella cucina-ingresso-sala, ad un tavolo quadrato. Sopra, in bella vista un pieghevole della mostra che si è appena aperta alla Galleria Nazionale d’Arte Modena di Roma: Gli Ambienti del Gruppo T. Dentro una fotografia che ritrae i giovanissimi Gabriele Devecchi, Davide Boriani, Gianni Colombo e lui. Tengono tra le mani un lungo tubo di plastica. In alto, in un ovale, Grazia Varisco, che s’unì in seguito....

Personal computer

“S-a-l-v-e p-r-o-f-e-s-s-o-r F-a-l-k-e-n”. La voce, metallica e monocorde, si diffonde nella stanza da un piccolo altoparlante dalle forme talmente retrò che oggi si potrebbe trovarlo facilmente in un negozio di design. Alla scrivania, un giovanissimo Matthew Broderick guarda preoccupato l’oggetto che ha davanti e comincia a digitare su una tastiera. Nessun codice particolare, solo parole del linguaggio comune con cui il piccolo genio dell’informatica dialoga con il potente mainframe del Pentagono, cercando di dissuaderlo dal proseguire un “gioco” cominciato qualche sera prima che risponde all’inquietante nome di “Guerra termonucleare globale”. Il punto è che il computer, da brava macchina, ha preso molto seriamente la cosa, portando effettivamente il mondo sulla soglia di un vero conflitto. È il 1983, e la scena che abbiamo descritto è una di quelle del film WarGames. Se abbiamo deciso di aprire questo articolo evocandola, non è perché negli anni Ottanta prospettare che un computer intervenisse sulla realtà, pilotasse dei missili o si connettesse a un altro calcolatore fosse...