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Appennino tosco-emiliano

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Eros fame e condivisione / Ricette immateriali. Polenta alla spianatoia

I mangiatori di patate di Vincent Van Gogh può essere un quadro in qualche modo inquietante.  Eppure l’opera raffigura una condizione di antica povertà che non ci appartiene: un gruppo di persone che consuma un misero pasto intorno a un tavolo mal illuminato. Perché l’inquietudine, se Van Gogh rappresentata una condizione estranea ai nostri giorni, ormai dispersa nel ventre di un’epoca buia? Peraltro, la difficoltà che si prova a staccare lo sguardo dal dipinto indica qualcosa che va oltre ciò che di visibile resta sulla tela...   Vito Teti ha scritto che si riflette poco come la bocca è sia la sede del mangiare e del nutrirsi che del parlare. La prima funzione più caratteristica dei miseri di tutti i tempi, la seconda più consona ai ricchi di tutti i tempi. C’è in questa “coincidenza” anche una misura della civiltà che sempre va verso una maggiore condivisione di parole e sentimenti, verso un’importanza maggiore di ciò che è immateriale rispetto a ciò che è materiale, il cibo semplicemente a rafforzare parole e sentimenti. Convivialità è il nome che diamo a questo modo di dire civiltà, a questo modo di intrattenere, insieme alle persone, il tempo.   Convivialità e...

Fame chef e umiltà / Ricette immateriali. Polenta di castagne

“Rossa” come la farina di cui è fatta, era polenta comune lungo e attraverso l’Appennino Tosco-Emiliano. Per un tempo lunghissimo, una presenza quasi obbligatoria su terre dove il grano è sempre stato carente. Ma più che una ricetta è stato innanzi tutto cibo essenziale, condiviso per generazioni e intere popolazioni, succedaneo del pane vero. Solo acqua, farina di castagne e sale, nient’altro. È stato del resto proprio il castagno “l’albero del pane”, l’antidoto della fame e della carestia, almeno dove il Mediterraneo mostrava un clima più rigido, il suolo avaro e già impervio. Polenta rossa anche per differenziarla da quella “gialla”, a base di farina di mais, altro succedano del pane, consumata al posto di quest’ultimo, e come tale accompagnata in piatti semplici con l’accostamento di pancetta, latte, ricotta, formaggi.   Una ricetta che non è importante certo per la gastronomia o la storia della cucina; siamo infatti nell’orizzonte alimentare fatto di sussistenza e sopravvivenza per un piatto che pur ha nella dolcezza una delle sue caratteristiche essenziali. Ma quello che questo piatto può raccontarci va oltre la tradizione di un luogo o di una comunità, va oltre la...

Maria Tasinato

Santiago di Compostela è lontana dall’Appennino tosco-emiliano, soprattutto se il viaggio si fa a piedi, per centinaia e centinaia di chilometri, rispettando i ritmi ondivaghi, eppure precisissimi, del cammino francese. Una strada che è nel mito ormai e che del paesaggio sempre teneva conto, per dare al pellegrino riposo e sollievo, nel tempo in cui chi camminava compiva il proprio itinerario ad Deum. Maria Tasinato ha compiuto la scorsa estate il suo sogno di recuperare quel passo antico, quell’andatura filosofante, quel peripatetico discorrere con sé. Fino a tempi recenti la sua abituale scena era Padova, dove nelle aule fruste del Liviano ha per lungo tempo fatto proseliti discettando della “velenosa bellezza” (questo il titolo di un suo notevolissimo studio sull’Encomio di Elena di Gorgia da Leontini) della filosofia, tra gli splendori della sofistica e le epifanie del mondo tardo-antico. Platone è il suo nemico, perché è responsabile del maggiore crimine del sapere di Occidente: quello di concepire l’amore come frutto di mancanza e non come pienezza, “come rimedio a imbattibile melanconia e...

Dov'era la luna?

Mi era sembrata un’ottima idea concludere il triennio con una gita scolastica alternativa, soprattutto considerando il tipo di classe: ragazzi non particolarmente attratti da qualsivoglia stimolo culturale anzi, vogliosi di gioco, di leggerezza. L’agriturismo si trovava sull’Appennino tosco-emilano, adagiato in una radura verdissima e circondato sui tre lati da un fitto bosco. Il tempo non agevolava le attività che ci offrivano e infatti, nei 3 giorni di permanenza, dovemmo rinunciare ad alcune iniziative che avrebbero divertito i ragazzi. Ma ce n’era una per la quale tutti facemmo gli scongiuri perché il tempo fosse clemente: su una delle collinette che circondavano la costruzione , c’era un piccolo osservatorio astronomico che prometteva di scrutare il cielo dopo una breve lezione teorica in aula. Nonostante fosse aprile inoltrato, il freddo notturno era pungente. Scrutammo il cielo prima di cena e ci sembrò sufficientemente sgombro. Ed eccoci pronti, imbacuccati per quanto possibile, con piumini, sciarpe e guanti che miracolosamente uscirono da alcune valigie. Il buio era totale, solo la pila della guida, a tratti,...