Alfabeto Pasolini

Categorie

Elenco articoli con tag:

Milano

(469 risultati)

Milano, Lia Rumma / La carezza dell’arte di Ettore Spalletti

Ogni opera di Ettore Spalletti è una carezza verso l’osservatore, delicata, quasi impalpabile, sensuale come la stessa ‘polvere’ di colore che connota la produzione dell’artista. O meglio, è come una mano messa a coppetta nel duplice gesto del dare e del prendere, dell’accogliere e dell’essere accolto. È un abbraccio che, nella sua estrema tattilità, mantiene intatto il contatto con i sensi e dunque con il corpo stesso di chi la sta osservando.   Spalletti nasce nel 1940 a Cappelle sul Tavo, in provincia di Pescara. Pur essendo coetaneo agli artisti dell’Arte povera, del Minimalismo e dell’Arte concettuale, non si avvicina a nessuna di queste ricerche: la sua è, e rimarrà sempre, un’indagine in solitaria, tesa a superare l’azzeramento e lo strappo assoluto rispetto alla tradizione e alle valenze spirituali dell’arte avvenuti negli anni Sessanta, per invece reintegrare corpo e spirito, dimensione emotiva e oggetto, attraverso bellezza, tradizione e materiali sublimi come l’oro.   Libreria (particolare) 2018 ph. Matteo Ciavattella Courtesy Galleria Lia Rumma, Milano | Napoli e Studio Ettore Spalletti. Nel corso della sua vita, terminata l’11 ottobre 2019, ha tenuto...

In mostra a Milano / Lynn Saville, Dark Cities and dark profits

«Atget ha fotografato Parigi la mattina presto, prima che fosse popolata di gente (…) Saville è la sua controparte di New York, una sorta di Atget che lavora però alla fine del giorno, raccogliendo frammenti del passato nel presente, poco prima che vengano inghiottiti dalle ombre», ha scritto Arthur C. Danto, nella prefazione al libro di Lynn Saville Night/Shift. Atget si vantava di aver fotografato tutta Parigi come se fosse un raccoglitore imparziale di frammenti di realtà: dalle periferie più sconsolate, alle insegne dei negozi, alle strade del centro fino alla reggia di Versailles. Saville non ha l’obiettivo di fotografare tutta New York City, sarebbe ora francamente anacronistico. Eppure – ha ragione Arthur C. Danto – qualcosa li accomuna: entrambi rifiutano l’idea dell’autore quale creatore di immagini che scaturiscono dall’interiorità o dalle fantasie, mentre si rivelano attenti e animati da una profonda curiosità nei confronti dei luoghi intesi come spazi che riflettono la storia e la vita degli uomini.   Lontani dal ridurre l’esperienza fotografica alla semplice illustrazione di una tesi o di una ideologia, entrambi rinunciano alle prerogative di una soggettività...

Reparto femminile e genderfluid / Uncinetto a San Vittore

Mi sono sempre meravigliata che il lungo e largo marciapiedi che costeggia il muro del carcere di San Vittore sul lato di viale Papiniano sia per lo più quasi deserto. A parte le poche persone in attesa davanti alla porticina che immette ai locali per i colloqui con i detenuti e la consegna dei pacchi, sono rari i pedoni che scelgono di percorrerlo. Nemmeno le biciclette sembrano voler approfittare dell’occasione piuttosto unica di potere sfrecciare su un marciapiedi senza essere maledetti dai passanti. Tutto il consueto frettoloso andirivieni milanese si svolge di là dal semaforo, a debita distanza dall’odore di galera.   Che cosa tiene lontane le persone da uno dei luoghi più presidiati e sicuri della metropoli, mi chiedo. Istintiva repulsione per il crimine ospitato in quella enorme e sinistra costruzione, con le sue antiche garitte e le sentinelle armate, che molti infatti non vorrebbero vedere esposta in bella mostra a turbare la quiete borghese del quartiere Magenta? Fastidio per l’intrusione nel loro campo visivo di un ostacolo al tran tran dei pensieri mentre si fumano una sigaretta o portano a spasso il cane? Giacché credo che nessuno di noi, prigionieri della...

Fondazione Prada / Domenico Gnoli: pittore squisito

Cosa strega chi osserva l’arte di un irregolare come Domenico Gnoli? Improvvisamente tutti parlano della mostra alla Fondazione Prada, tutti si ricordano di lui, autore per lungo tempo misconosciuto al di fuori di una cerchia di conoisseurs. Diffidando degli entusiasmi immediati, sembra che al fondo di un istantaneo innamoramento collettivo ci sia un fraintendimento: si viene agganciati dal minimalismo monumentale delle tele dai colori eleganti, dalla quiete magnetica che irradiano, ci si ferma a instagrammare i “quadroni” con i dettagli delle capigliature e degli abiti. È il piacere sensuale di indugiare nelle texture e nei pattern dei tessuti, la sensazione di gravido appagamento che regalano le superfici impastate con la sabbia. Ci si può immergere in questa “glassa” e fermarsi alla superficie, ma fare esperienza della pittura di Domenico Gnoli significa farsi inglobare da una pittura che spicca per compattezza e sofisticazione, elusività e mistero, e che rimane a tutt’oggi senza epigoni.   La fortuna di Gnoli è stata alterna. Nato a Roma nel 1933 da una famiglia benestante e colta, si forma sui libri della ricca biblioteca di famiglia dove studia e copia l’arte italiana....

Una mostra di Luca Barcellona / A perdita d'occhio. Scrittura e immagine

«Teneva i buoi davanti a sé, arava bianchi prati, e aveva un bianco aratro, e un nero seme seminava»: alcune delle prime righe scritte all’origine del volgare italiano (il cosiddetto «indovinello veronese») parlano proprio dell’atto di scrivere, sotto mentite spoglie.  Come in ogni buona similitudine, molti sono gli elementi che si intrecciano per suscitare, in modo ingegnoso, un’immagine viva della scrittura: le mani avanzano sulle pagine bianche come buoi sul campo da arare, e il nero seme che è l’inchiostro si deposita in lettere e in parole. La forza di questa scena ci restituisce una mano nell’atto di compiere un movimento lineare, da sinistra a destra, retta e salda come un aratro ben condotto, e lo stupore di vedere depositarsi su una superficie, prima indifferente e ora ben regolata, grumi ordinati di segni.   Luca Barcellona, Skyline, 2021. Non ci sarebbe scrittura, in altre parole, senza la disciplina che organizza, riga per riga, le gocce di inchiostro in parole, e senza l’attività creatrice della mano – ed è forse in questa descrizione della scrittura come atto di produzione prima ancora che come risultato che risiede il fascino dell’indovinello veronese....

Filmmaker Festival 2021 / Amos Vogel. Cento anni di sovversione

Il nome di Amos Vogel forse non è noto in Italia quanto dovrebbe, persino fra i cinefili di lungo corso. Eppure si tratta di una figura chiave: con buona approssimazione, si può dire sia stato il più grande programmatore di film del XX secolo, un autentico “santo patrono” per chiunque faccia questo mestiere. Non a caso, in occasione del centenario della nascita (18 aprile 2021), le iniziative per ricordarlo e omaggiarlo si sono moltiplicate un po’ in tutto il mondo. Oltre a New York, dov’è morto novantunenne nel 2012, che ha visto alcune delle maggiori istituzioni cittadine fare a gara nel tributargli onori (MoMa, Lincoln Center, Film Forum, Anthology Film Archive), vale la pena ricordare la Spagna, con il festival Punto de Vista che gli ha dedicato un’ampia retrospettiva, curata dall’ex direttore della Viennale Alexander Horwath e da Regina Schlagnitweit, dall’evocativo titolo “Amos in Wonderland”; e ovviamente la sua città natale, Vienna, dove nel corso dell’ultima edizione della Viennale, ben sei curatori (Nicole Brenez, Go Hirasawa, Kim Knowles, Birgit Kohler, Roger Koza e Nour Ouayda) hanno reso omaggio non tanto all’uomo, quanto all’idea che è stata sempre alla base dei suoi...

In mostra alla Triennale di Milano / Raymond Depardon, La solitudine felice del viaggiatore

C’è una fotografia francese tutta da scoprire in Italia, almeno dal grande pubblico, una fotografia che non è quella dell’istante decisivo di Cartier-Bresson né quella più didascalicamente umanista, come è stata chiamata, e sentimentale dei Doisneau, Izis, Boubat, una fotografia casomai, se mi si permette la battuta, umana piuttosto che umanistica, che è venuta dopo quelle due, per l’appunto sulla loro critica. Raymond Depardon ne è uno dei rappresentanti eccellenti. Ora è un dato acquisito, tanto che Depardon è reporter della gloriosa e potente agenzia Magnum, ma mantiene anche al suo interno una posizione anomala, singolare. Non è reporter del tipo cacciatore di notizie e di immagini che le documentino, è soprattutto un viaggiatore, ma, di nuovo, non quello avventuroso o quello spettacolare, bensì quello della “solitudine felice”, come titola un suo libro (La solitude heureuse du voyageur, Points, 2006).     L’ha sintetizzato egli stesso nell’introduzione al suo libro Voyages (Hazan, 1998): “Di fatto, sono partito per fotografare combattenti, terremoti o principesse, e ho fotografato contadini. Poi il viaggio mi ha permesso di scoprire la mia vita, di scoprire l’amore...

Una mostra e un libro / Tullio Pericoli: un frammento di infinito

Il 13 ottobre si è inaugurata una mostra antologica di Tullio Pericoli che corona la sua lunga attività artistica con un meritato riconoscimento istituzionale nella prestigiosa sede del Palazzo Reale di Milano, la città che lo ha adottato e nella quale ha avviato la sua carriera. La mostra ha un titolo molto eloquente: “Frammenti”, che andrebbe letto non come l’indicazione di un tema, ma piuttosto come la dichiarazione, o meglio l’immagine euristica che incarna più di ogni altra il senso più vero e compiuto della personalissima poetica del pittore marchigiano. Proviamo a spiegare perché. La gran parte delle opere esposte sono dei paesaggi e in numero minore dei ritratti, ovvero attiene ai due “temi” sui quali Pericoli ha sviluppato prevalentemente la sua ricerca pittorica.   Tutti i paesaggi dipinti in ogni epoca e di qualsiasi pittore non sfuggono alla condizione di costituire dei singoli ritagli di un mondo visto o immaginato. Nondimeno ognuno di essi tende a mostrare una totalità che li trascende, ambisce a raffigurare la composizione di una molteplicità di forme e di fenomeni che tende a restituire l’immagine unitaria della natura. Il pittore di paesaggi è consapevole...

Una mostra a Milano / Carlo Mollino. Allusioni iperformali

Il dado di Mollino. Ci sono casi in cui l’eleganza di una forma, il suo ardito svettare, oppure il sinuoso intrecciarsi di alcune sue parti è reso possibile da un dado. Così come risiede in un dado il segreto dello slancio verticale (e della grazia) delle colonne della chiesa fiorentina di San Lorenzo, opera di Brunelleschi, è racchiuso in un dado anche il magico connubio fra le parti che compongono la sedia progettata da Carlo Mollino (1905 - 1973) per Casa Albonico di Torino.   Carlo Mollino, sedie per casa Albonico, 1944-46. In dettaglio, il dado bronzeo che funge da giunto fra le parti lignee. Alla Triennale di Milano è in corso la mostra Carlo Mollino. Allusioni Iperformali  (fino al 7 novembre 2021), in cui per la prima volta sono esposti al pubblico i mobili 'albonici'. Curatore della rassegna è Marco Sammicheli, direttore del Triennale Design Museum, mentre l'allestimento si deve a Bunker arc / Carlo Gandolfi - Roberto Molteni. Il catalogo, edito da Electa, con la grafica dello svizzero Studio Norm (autore anche della nuova identità visiva di Triennale, 2019), contiene testi di Enrica Bodrato, Stefano Boeri, Luciano Bolzoni, Paine Cuadrelli, Roberto Dulio,...

Milano, Fondazione Pini / Elisabetta Benassi. Lady and gentlemen

La nuova mostra di Elisabetta Benassi a Milano inizia in un vestibolo della bella palazzina ottocentesca che ospita la Fondazione Pini, a cui si giunge per un’ampia scala. La stanzetta è svuotata, c’è solo un leone di marmo nell’angolo, che vigila sui visitatori, un televisore al centro e due poltroncine d’epoca per assistere comodamente a un video. Si tratta di un documentario del 1975 realizzato in occasione della visita di Andy Warhol a Ferrara in occasione della sua storica mostra a Palazzo dei Diamanti. Perché “storica”? Non solo per l’importanza della serie che Warhol vi espose in prima mondiale, ma anche per il significato che l’episodio segna per altri versi. È noto che Benassi lavora fin dall’inizio su figure, materiali e eventi storici. Il modo in cui lo fa è uno dei grandi interessi della sua opera. Ebbene, qui si tratta di un intreccio estremamente significativo: Warhol aveva ricevuto una committenza per un ciclo di opere nuove dal gallerista torinese Luciano Anselmino per una cifra assolutamente rilevante, anzi la più alta che l’artista avesse mai ricevuto fino ad allora, ovvero 900mila dollari dell’epoca. Questo è il primo tema della mostra: il rapporto arte/denaro,...

Due maestri a confronto / Vico Magistretti e Carlo Aymonino, Milano e Roma

Da qualche tempo, l'architettura italiana della seconda metà del XX secolo è tornata ad essere protagonista delle rassegne espositive di Triennale, luogo di studio e di ricerca sulla cultura del progetto, grazie al programma che ne ripercorre la storia con retrospettive dedicate ad alcuni dei suoi grande maestri. E così, dopo Ettore Sottsass, Mario Bellini, Osvaldo Borsani, Achille Castiglioni, Giancarlo De Carlo, Enzo Mari, ecco due mostre dedicate l'una al milanese Vico Magistretti (1920 - 2006) e l'altra al romano Carlo Aymonino (1926 - 2010), entrambi tra i maggiori esponenti della cultura architettonica del novecento.   Vico Magistretti Architetto milanese    Con il ritardo di un anno dal centenario della sua nascita, causa emergenza sanitaria, Milano celebra dunque uno dei suoi progettisti più illustri, ultimo rappresentante di una famiglia di architetti che hanno contribuito a tracciarne il volto urbano, a partire dalla fase di transizione verso la modernità, ai nostri giorni.   Visitabile fino al 12 settembre 2021, la mostra Vico Magistretti Architetto milanese è stata realizzata con la collaborazione della Fondazione che porta il suo nome. Curata da...

Gadget / Gaudisney a Milano

Il gadget: oggetto sovrannumerario che vanta eredità di un certo rilievo (il feticcio) e che esclude o elude il valor d’uso (“non serve”), ma che produce forme forti o deboli di affezione (feeling) o di piacere. A volte non se ne può fare a meno (godimento). In ogni caso, aggregato alla merce come interessato “regalo”, quando non merce esso stesso. In tal caso, supplemento assoluto, portatore di una enigmatica quota di plus-valore o di plus-godere. Di incerto statuto istituzionale e formale (arte? design? semplice divertimento?) passa al di sotto di ogni forma di classificazione. Pare che oggi questa specie di oggetti proliferi, e che se ne possano trovare a ordini di grandezza assai diversi, dal minimo del pupazzetto di IKEA al massimo del Museo. Eccone un esempio.   C’è la facciata di una casa, in Corso di Porta Romana, a Milano. Dipinta in un colore giallo pallido è una casa d’epoca, di gusto vagamente barocco: in alto, un abbaino con un timpano e una finestra con cornice a rilievo che presenta un curioso fregio a occhiello. Più sotto, una finestra a forma di trifoglio, anch’essa decorata, poi una piccola apertura buia, una specie di colombaia. Ai fianchi della parte...

Milano capitale della cultura del progetto / ADI Design Museum Compasso d’Oro

Dopo decenni di riunioni, dibattiti e vicissitudini più o meno travagliate, il 25 maggio 2021 si è finalmente inaugurato il nuovo ADI Design Museum, che ospita la Collezione del Compasso d'Oro.    Il Premio Compasso d'oro   Il Premio Compasso d'Oro, curato dall’ADI (Associazione Design Industriale, fondata a Milano nel 1956) è il più antico e il più prestigioso premio per il disegno industriale al mondo. Nato nel 1954 in seno a La Rinascente, per merito di Gio Ponti e di Alberto Rosselli, esso raccoglie e amplia un'idea di Augusto Morello.  Mentre tutti sanno chi è stato Gio Ponti (se ne legga qui), la figura di Augusto Morello (1928 - 2002), purtroppo, è ricordata soltanto dagli addetti ai lavori. Torinese di nascita, con una laurea in chimica, dopo una formativa esperienza di lavoro in Olivetti, nel 1953 approda a La Rinascente, dove, fino al 1970, è a capo del mitico Ufficio Sviluppo, poi Centro Design, in cui "svolge l’inedito ruolo di design manager, ossia trait d’union tra marketing e produzione, committenza industriale e architetti designer. [...] Per sottolineare la necessaria combinazione di utilità e bellezza, Morello inventa il Premio per l’...

Due libri sulla periferia milanese / La città degli orti

Milano appare una città a più dimensioni tra loro incongruenti: decentemente integrata nel suo ristretto territorio comunale, lacerata nella cintura metropolitana denominata oggi Grande Milano. La diversità amministrativa che distingue Milano da altri grandi centri urbani, e in primo luogo da Roma, potrebbe mascherare, a uno sguardo disattento, la sostanziale analogia che invece la accomuna al resto delle cosiddette città globali: la progressiva dualizzazione del territorio urbano. Fenomeno ancor più controverso se relazionato a un contesto metropolitano soggetto ad un prolungato periodo di crescita economica, sostenuta oltretutto da una narrazione pubblica volta a magnificarne le sorti. Milano, insomma, non è solamente in controtendenza rispetto al resto del paese: è divenuta a sua volta un brand. Il lato oscuro di questo brand si è incaricato di mostrarlo la pandemia, travolgendo un servizio sanitario nel frattempo privatizzato nelle strutture e soprattutto nelle logiche aziendali. Per cogliere gli elementi di continuità e di distinzione che alimentano la morfologia urbana del capoluogo lombardo, occorre allora più che altrove un approccio transcalare, capace di muoversi e di...

Duecento anni dalla morte / Carlo Porta: un tabarro color nocciola

Milano, primi giorni di marzo del 1821. Fuori è una giornata scura, fredda e piovosa: l’inverno sembra non voler finire. Dentro, in una stanza, un uomo non si dà pace: guarda dalla finestra le piante fradice di pioggia, poi si siede sul letto, e affonda la testa tra i cuscini. Si sente di lontano, forse dalla chiesa di San Babila, una campana a morto. Il ricordo va al funerale di due mesi prima. Quell’uomo è lo scrittore Tommaso Grossi e la sua pena è il ricordo dell’amico Carlo Porta, morto il 5 gennaio e sepolto due giorni dopo al cimitero di San Gregorio.   L’è mort? L’hoo propi de vedell mai pù?… Gh’è di moment ch’el me par minga vera; passand de cà Taverna guardi su sul poggioeu de la stanza in dove l’era, e in del trovà quij gelosij saraa me senti streng el coeur, a manca ’l fiaa. No poss minga vedè on tabar niscioeura a voltà in vuna di do port del Mont, o che comenza appenna a sponta foeura di strad che gh’è lì intorna in tra duu Pont, senza sentimm a corr giò per i oss on sgrisor che me gela el sangu adoss.   (È morto? Non posso proprio più vederlo?… | Ci sono momenti che non mi sembra vero; | passando davanti a casa Taverna guardo su, | sul poggiolo della...

Gallerie d'Italia: "Ma noi ricostruiremo" / Milano bombardata

Nella notte tra il 7 e l'8 agosto 1943 l'aviazione alleata sgancia le sue bombe sulla città di Milano. Replicherà con altrettanta violenza nelle notti tra il 12 e 13 e tra il 14 e 15 agosto. La Stampa del 14 agosto, scrive: “Milano ha subito un nuovo violento bombardamento. Si può dire che nessun rione, nessuna zona, nessuna strada centrale o periferica di Milano sia stata esente dal suo doloroso e sanguinoso contributo. Il centro ha avuto deturpazioni che rimarranno a testimonianza dello scarso spirito di civiltà dei nostri nemici. La periferia e i sobborghi, dal canto loro, hanno sofferto mutilazioni tali da meritare agli anglosassoni l’appellativo di gente inumana.” Milano è stata per tutto il primo novecento una città cantiere. Per sua scelta ideologica, economica, artistica. È la città dell'Esposizione Universale del 1906, del Futurismo di Marinetti, Sant'Elia e Boccioni, dei nuovi quartieri operai affidati alle migliori menti dell'architettura razionalista, dei piani regolatori “fascistissimi” degli anni trenta. Demolire e ricostruire non la spaventava, sentendosi parte di un progetto di trasformazione talmente radicale da accettare la perdita – in una sorta di partita...

Milano Filmmaker 2020 / Il vedere commosso di Mauro Santini

«Giovedì 24 ottobre 1776: [...] la campagna, ancora verde e ridente, ma in parte già spoglia e già quasi deserta, dappertutto offriva l’immagine della solitudine e dell’avvicinarsi dell’inverno. Risultava dal suo aspetto un’impressione mista di dolce e di triste, troppo analoga alla mia età e al mio destino perché non ne facessi il raffronto.». La seconda passeggiata del sognatore solitario – ovvero del filosofo Jean-Jacques Rousseau – pare aprirsi con una placida meditazione sulla vita psichica della materia, teneramente sprovvista di alcun evento singolare. Eppure, all'improvviso, qualcosa accade: una concatenazione di eventi che qualche secolo dopo attirerà l'attenzione di un altro filosofo, Daniel Heller-Roazen, il quale dedicherà al sognatore solitario un capitolo di uno dei suoi libri più interessanti (Il tatto interno).    «Ero, verso le sei, sulla discesa di Ménilmontant» ricorda Rousseau «quasi di fronte al Galant Jardinier. Dal varco che si aprì all’improvviso fra le persone che mi camminavano davanti [...] vidi abbattersi su di me un grosso cane danese che, lanciatosi a capofitto innanzi a una carrozza, una volta accortosi di me non ebbe neanche il tempo di...

Galleria Raffaella Cortese / Franco Vimercati. Tête à tête con la zuppiera

Una zuppiera è una zuppiera è una zuppiera potrebbe essere il titolo di una delle più famose serie fotografiche di Franco Vimercati. Il fotografo ed artista milanese la realizza dal 1983 al 1992. Per dieci anni non fa altro che inquadrare questo oggetto e riprenderlo in molti modi diversi: a fuoco, sfuocata, grande quanto il formato della foto, più piccola, che emerge da un uniforme sfondo nero, ruotata sul proprio asse a differenti gradazioni, riassorbita dal bianco dello sfondo. È una piccola zuppiera sbrecciata e consunta dall’uso; la forma arrotondata e la patina opaca la rendono un oggetto immediatamente familiare, quasi legato alla terra, alla civiltà agricola, ricorda il fotografo.  La serie di circa cento scatti scatena immagini ipnotiche la cui potenza attrattiva non è affatto facile da spiegare. Sono semplici, consuete, ordinarie, eppure l’intelligenza visiva di Vimercati riesce a farne un racconto adatto per tutti gli sguardi, anche per quelli più distratti e incapaci di concentrazione. È come se dicesse: “io so chi si nasconde dietro il tuo volto, conosco la tua frenesia; so come sei frettoloso, come pretendi di comprendere ogni cosa e come sei insofferente all’...

1932 - 2020 / Enzo Mari: design della vita activa

Ero intenta a scrivere la recensione della grande mostra che Triennale gli ha dedicato, quando è giunta, improvvisa e terribile, la notizia della scomparsa di Enzo Mari. Il mondo della cultura e del design è orfano di un padre, anzi, di un gigante, come lo ha definito Stefano Boeri che per primo ne ha dato l'annuncio. Ed Enzo Mari gigante lo è stato di sicuro, e generoso per giunta, fino all'ultimo, anche nell'aver atteso, prima di lasciarci, che si inaugurasse la mostra con la quale si è congedato dal mondo, lasciandogli in eredità la sua lezione e l'esito del suo lavoro. Un dono d'amore, il suo, e di fiducia in quanti verranno dopo di lui, a camminare seguendo le sue orme (e sono già molti), oppure a contestarne il messaggio, al quale, comunque, nessuno può restare indifferente. Questa mostra, infatti, non è una semplice mostra, ma è l'annuncio della donazione che l'artista aveva recentemente fatto del suo immenso archivio al Comune di Milano, il quale lo conserverà, accanto agli altri archivi già parte del suo patrimonio, nel Casva (Centro Alti Studi sulle Arti Visive sull’Architettura e sul Design). Quello di Enzo Mari è un archivio composto da oltre 2.000 pezzi, il cui valore...

Le fotografie al Castello Sforzesco / Cesare Colombo. L’occhio di Milano

Un enorme tavolo occupa la sala del Castello Sforzesco dove si tiene la mostra di Cesare Colombo. Tante piccole lampade sono disposte sulla sua superficie. Sembra un immenso piano di lavoro costituito da due pannelli sostenuti da alcuni cavalletti che fanno venire in mente quelli usati dagli imbianchini. Lo sguardo ne è immediatamente attratto. Chi si avvicina e lo scruta con curiosità non ne rimane deluso, anzi, ne subisce un moto di empatia.   Su un lato è stampata la biografia di Cesare Colombo e sull’altro si possono leggere molti dei suoi scritti, legati all’attività di critico e curatore. La luce delle lampade crea un’atmosfera di intimità e favorisce una prossimità con l’autore. Sono lampade disegnate da Philippe Starck, le Miss Sissi, “quasi un grottesco ricordo del policarbonato delle abat-jours di un tempo”, dice l’ideatore del tavolo, Italo Lupi che con Colombo ha una lunga storia di collaborazioni. Sotto quella luce anche lo sguardo si fa caldo, aperto e disponibile a conoscere la storia del fotografo e di Milano, la sua città. Al tavolo non ci si avvicina con lo sguardo, è necessario spostarsi con il corpo ed è richiesta anche la postura del raccoglimento, quella...

Lia Rumma / Kentridge. Waiting for the Sybil

Dopo Triumphs, Laments and Other Processions, mostra monografica del 2016, William Kentridge torna negli spazi della galleria Lia Rumma di Milano con Waiting for the Sybil and Other Stories. Il sodalizio ventennale tra l’artista e la galleria si rinnova con l’esposizione del progetto commissionato a Kentridge dal Teatro dell’Opera di Roma nel 2019 per affiancare Work in Progress, unica produzione teatrale interamente realizzata da Alexander Calder nel 1968 per il teatro romano.  La performance, diretta originariamente da Filippo Crivelli (per l’occasione chiamato nuovamente alla regia), rappresentava una summa del lavoro di Calder, una danza di elementi visivi disegnati dall’artista e messi in scena da Giovanni Caradente su musiche elettroniche di Niccolò Castiglioni, Aldo Clementi e Bruno Maderna, una rapsodia di forme geometriche, attori, segni, simboli e colori.  All’esperimento teatrale di Calder, Kentridge fa seguire il suo Waiting for the Sybil, una produzione che nasce dall’osservazione dei movimenti circolari che caratterizzano il moto delle “macchine” dell’artista statunitense. Nell’omonimo video d’animazione e nei disegni presentati da Lia Rumma, Kentridge...

Mostra a Milano / Georges de La Tour, L’educazione della Vergine

Suonatori ciechi di ghironda, mangiatori di piselli, ubriachi che litigano; zerbinotti gabbati da bari e donne di mondo che si scambiano maliziosi sguardi d’intesa; soldataglie che giocano ai dadi in una taverna; santi che sembrano contadini, dalle mani grosse, le dita nodose e sporche, che impugnano come armi, o falci o randelli gli emblemi che dovrebbero farli riconoscere; donne con infanti sul grembo o in compagnia di bambine o che deridono il vecchio marito, e altre, che al lume di candela, scarmigliate, con specchi, teschi e grossi libri accanto, sembrano meditare su “trascorsi che non sarà bello tacere”, per dirla con Gozzano. Questi i principali soggetti delle opere di Georges de La Tour, ora di nuovo visibili nella mostra di Milano a Palazzo reale, finalmente riaperta e prorogata fino al 27 settembre. De La Tour in Francia è una vera e propria gloria nazionale, oggi ormai ammirato ovunque come lo era in vita, dopo la riscoperta iniziata nella prima metà del 900 che ha fatto seguito a un oblio totale di tre secoli, ma ancora per vari aspetti sconosciuto. Nonostante i ritrovamenti di alcuni documenti e i molti studi e relative scoperte e ipotesi, permangono infatti riguardo...

La sindrome del Gigi Lamera, / Tutti in bici o forse no

«How could I forget to mention that the bicycle is a good invention». In queste ultime settimane sembriamo essere tutti d’accordo con i Red Hot Chili Peppers e con le decine e decine di canzoni – per non dire delle poesie e delle pagine di racconti e romanzi – che per anni e anni hanno tessuto le lodi della “macchina a pedali”. Perché la bicicletta ha la sua bella età, oramai, su per giù centotrent’anni, ma sembra non invecchiare mai, pressoché sempre uguale a sé stessa.   La bicicletta in effetti è uno di quei prodotti dell’invenzione umana che nel suo percorso tecnico-evolutivo tutto sommato non ha modificato granché la sua forma e struttura. Se non si considerano infatti i prototipi ottocenteschi – dalla draisina al velocipede, o biciclo, o Grand-Bi, come lo chiamavano i francesi, per la gigantesca ruota anteriore al cui mozzo erano applicati direttamente i pedali – , il disegno della prima bicicletta safety bike, ovvero “la bicicletta di sicurezza”, così detta per il netto miglioramento in materia di guida rispetto ai precedenti modelli, e introdotta con rapido successo sul mercato nella seconda metà degli anni Ottanta del XIX secolo, non è poi così lontano dalle...

Diario 8 / Scatole magiche da Silvan

Nell'ultima settimana ha tenuto banco il gioco politico. Non c'è un altro modo per dirlo, anche se l'idea di gioco in un momento così drammatico risulta terribilmente cinica e, dunque, mostruosa.  Ma questo è: gioco, balletto, teatro. Si comincia con la bagarre alla Camera seguita a un intervento del deputato 5stelle Ricciardi che prova, interrotto da urla belluine (e persino sputazzi di leghisti che per farsi sentire meglio si sono anche abbassati la mascherina, e poi, nella foga del battere pugni sugli scranni, hanno pure rotto un microfono, 'sti esagitati), a esporre una critica al modello Lombardia. Non che Ricciardi dica niente di particolarmente sconvolgente, solo un'imprecisione (l'ospedale in Fiera non è stato realizzato con soldi pubblici, bensì con donazioni dei privati), ma per il resto nulla di diverso da quello che diciamo, da giorni, da mesi, in tanti. Cittadini, medici, giornalisti, famiglie dei malati, movimenti, ripetono da tempo che così in Lombardia non va bene. Non è andata bene. È sotto gli occhi di tutti.    Eppure, guai! Bagarre! Che non si parli di commissariamento, che non è il momento di sollevare questioni e obiezioni, e guai a toccare la...