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Roma

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Il nuovo volume della collana Supernovae / Incontri Internazionali d’Arte. Una storia da raccontare

Si presenta oggi  al MAXXI di Roma alle 18:30 (Sala Graziella Lonardi Buontempo) il libro di Luigia Lonardelli Dalla sperimentazione alla crisi. Gli Incontri Internazionali d’Arte a Roma, 1970-1981, nuovo titolo della collana Supernovae edita da doppiozero. Introdotti da Margherita Guccione, direttore del MAXXI Architettura, intervengono l’autrice assieme a Stefano Chiodi e a Maria Grazia Messina.   Ugo Mulas, Vitalità del negativo nell'arte italiana, 1970   Sin dalla sua fondazione, a Roma nel 1970, e per più di tre decenni, l’associazione Incontri Internazionali d’Arte ha rappresentato al tempo stesso un’eccezione e un modello più volte imitato nel campo della produzione e dell’esposizione dell’arte contemporanea. Un’eccezione rispetto a un panorama che nei primi anni Settanta appariva ricchissimo di fermenti e novità sul piano creativo quanto carente su quello delle istituzioni; musei pubblici e spazi di esposizione tradizionali rimanevano sostanzialmente estranei alla produzione artistica più recente, sia pure con qualche felice eccezione, specie dopo la rottura al tempo stesso culturale e generazionale verificatasi intorno al 1968. Un modello, d’altro canto,...

Una mostra d'arte contemporanea a Roma / Esercitare il classico: «Par tibi, Roma, nihil»

Si è inaugurata nei giorni scorsi a Roma la mostra Par tibi, Roma, nihil, allestita in un settore dell’area archeologica del Palatino (la Domus Severiana, lo Stadio Palatino e la Domus Augustana) riaperto al pubblico per l’occasione. Video e installazioni di artisti contemporanei provenienti dalla collezione della Nomas Foundation – tra cui quelle realizzate appositamente per l’occasione da Kader Attia, Daniel Buren e Sislej Xhafa – vi sono messe a confronto diretto con alcune delle rovine più illustri della città antica, in prossimità fisica con la scala monumentale delle architetture romane e in relazione problematica la loro contraddittoria sopravvivenza. Se il titolo scelto dalla curatrice Raffaella Frascarelli – “nulla è pari a te, o Roma”, citazione da un componimento latino di Hildebert de Lavardin, il vescovo di Tours che visitò l’Urbe nell’XI secolo – riecheggia la fascinazione che le rovine hanno esercitato su generazioni di visitatori, gli artisti sembrano oggi in realtà assai poco impressionati, o nel caso intimoriti, dal confronto con la grandezza e la decadenza del mondo antico, visto casomai attraverso i filtri della sensibilità politica del nostro tempo, dell’...

L’arte a vapore sui muraglioni del Tevere / L’Italia di Kentridge

Una processione. Niente di più italiano. Italiani, un popolo di credenti, nonostante tutto, un popolo di romantici e nostalgici. E per fortuna. Qualcosa ancora c'è rimasto. La nostra memoria, storica e attuale, la nostra cultura, ciò che vivifica ancora oggi il senso comune.   A ricordarcelo è William Kentridge, un artista sudafricano ormai noto in tutto il mondo che l'Italia la ama e che risiede ora nella capitale per seguire i lavori del suo Triumphs and Laments: un progetto per Roma, un'opera urbana di cui si parla da tempo, voluta e ideata da più di tre anni grazie all'invito rivoltogli dall'Associazione Tevereterno. Maestro della tecnica e delle tecniche, sperimentatore indisciplinato che passa dal disegno all'animazione, dalla scultura al teatro, questa volta Kentridge è invitato da un'altra artista, Kristin Jones, direttore artistico dell'associazione e del progetto, ad adottare una nuova tecnica, già nota ai graffitisti più "bio", l'arte del vapore, sì, proprio come la vaporella che si usa sui vetri di casa... solo su grandi, grandissime dimensioni, per mezzo di stencil alti fino a 12 metri.   Con questa tecnica una squadra di volontari, che ha prima ripulito dai...

Il commento al Pasticciaccio di Carlo Emilio Gadda / Gadda. Sfogliare il carciofo

Gran parte della critica gaddiana ha dovuto affilare le sue armi all’estero, soprattutto in Svizzera. A lungo svolse il suo magistero all’università di Friburgo Gianfranco Contini, a cui si deve nel 1934 il primo saggio sul pastiche linguistico in Gadda. Dante Isella, curatore delle Opere nell’edizione Garzanti, per lunghi anni fu docente a Zurigo; la preziosa edizione commentata della Cognizione del dolore (Einaudi, 1987; una nuova se ne annuncia per Adelphi) è opera di Emilio Manzotti, che insegna a Ginevra. In Scozia, Federica Pedriali ha dato vita all’Edinburgh Journal of Gadda Studies, un sito ricchissimo che include la Pocket Gadda Encyclopedia, dove decine di voci ricostruiscono per frammenti il multiverso del Gaddus. A dirigere a Basilea il dipartimento di Italianistica è Maria Antonietta Terzoli, che ci consegna ora il mirabile commento a Quer Pasticciaccio brutto de via Merulana, due volumi di 1200 pagine, per l’editore Carocci. Apparso una prima volta a puntate sulla rivista “Letteratura” nel 1946 e composto in contemporanea al pamphlet anti-mussoliniano Eros e Priapo, il Pasticciaccio è edito in volume nel ’57, con notevoli varianti e dopo un faticoso lavoro di...

Il sentimento del per sempre nel Teatro delle Ariette / Tutto quello che so del grano

In questi tempi di pornografia psico-filosofica, di stanca fame di realtà e di fuffe linguistiche, il Teatro delle Ariette sembra una zona franca in cui deporre incartamenti e livore.Inchiodati sul confine tra la resa e la voglia di trovare uno slancio, indecisi su cosa fare delle nostre vite e della nostra fiducia, su cosa pensare e sentire – se sia meglio vivere liberi o in coppia, se la carne faccia male o no, se convenga crescere i figli in campagna o in città, se sia bene leggergli solo favole gender friendly, se il biologico sia poco meno di una truffa, se l'arte e la storia siano morte col romanticismo o meno, se abbia ragione Heidegger o Bloch, se sia meglio il manicheismo o il relativismo, se il teatro sia parola, gesto, o tutte e due, o nessuna delle due... – guardiamo Stefano, Paola e Maurizio che in scena impastano, cuociono, tagliano, servono, mentre raccontano la loro biografia di uomini donne e artisti, dandoci la sensazione che sappiano esattamente cosa stanno facendo con le mani, e che qualsiasi cosa uscirà dal forno o dai pentoloni sarà sicuramente, incontrovertibilmente, straordinariamente squisito e sano. E noi li guardiamo, appunto, come profeti di una vita e...

Sul deserto delle nostre strade (Pigneto)

La notte che ha preceduto il giorno del mio giro al Pigneto mi è venuto qualche pensiero, perché il giro al Pigneto avevo deciso di non volerlo fare, perché del Pigneto non si può più scrivere né se ne può parlare, il Pigneto è come uno che gli è venuto un esaurimento nervoso e non sai mai come ti si presenterà all’appuntamento. È un problema che a me pare complicatissimo ma che tuttavia mi tocca affrontare se ho questa pretesa di mappare i quartieri di Roma.    Io ci vado spesso al Pigneto, ci vado la sera, come più o meno tutti, ne ho perciò una visione non già astratta, bensì pragmatica, ma comunque vagamente allucinata. È di questa morfina che devo sgombrare la mente. Perciò ho chiesto a N. di accompagnarmi, le ho detto: “Scegli un giorno un po’ meno sfavorevole”, e lei ha scelto un venerdì, le ho chiesto di supplire alle manchevolezze della cronaca e del costume e di mostrarmi il quartiere nella sua versione metafisica, ossia al mattino, e lei mi ha scritto: “Io purtroppo devo consegnare un pezzo entro la giornata, quindi non ho moltissimo tempo. Però sarebbe bello se venissi presto, appena lasciato tuo figlio a scuola. Insomma, alle nove”.  N. abita al Pigneto...

V&C

Le vittime e i carnefici si somigliano, hanno gli stessi capelli, gli stessi miti borghesi. Così la pensava Pasolini, ed è la prima cosa a cui vien da pensare oggi, leggendo di questo nuovo episodio dell’orrore, l’omicidio di Luca Varani, talmente insensato e spiazzante da rimandare a un film, una serie tivù, un videogioco. E c’è difatti nelle sale il Jeeg Robot con Santamaria, rapinatore prima e poi pronto a “salvarli tutti” per la promessa fatta alla sua bella in punto di morte: intanto quanti ne ha massacrati, scazzottati, lasciati secchi dopo combattimenti all’ultimo schizzo di sangue. Sembra un film anche questo delitto, ennesimo dopo quelli che ogni mercoledì ripropone accanitamente Chi l’ha visto: il giovane Marco Vannini a cui spara proditoriamente e senza una ragione il suocero in una sera qualunque, i due fidanzati di Pordenone giustiziati dopo la palestra dagli amici fanatici, la professoressa di francese strangolata dall’ex studente: ti carichi di forza e poi colpisci e l’invulnerabilità è arbitraria, a volte dai un colpetto e stendi, altre volte devi colpire pi...

Museo del fascismo a Predappio: perché sì, perché no o perché forse?

La notizia di un “Museo del fascismo” in programma, lanciata da «La stampa» ha aperto un dibattito tra storici e addetti ai lavori di diversa formazione e generazione. Il fatto che Predappio sia da sempre luogo di devozione per i nostalgici del fascismo ha indotto il sindaco Giorgio Frassineti a proporre un progetto museale sul fascismo caratterizzato da rigore scientifico e documentario e da capacità comunicativa e didattica. Si tratta di un progetto educativo per fare i conti con quel passato a partire dalla maturità della dimensione valoriale della Costituzione della Repubblica, nata dalla Resistenza. Fin qui è tutto semplice e condivisibile. Ma trasformare un luogo di memoria nostalgica in luogo di riflessione, in un paese attraversato da un mai sopito dibattito sull'antifascismo e sul postfascismo (di più, sull'anti-antifascismo e sul post-antifascismo) è una impresa che suscita, legittimamente, anche dubbi. In particolar modo sul come. La questione “sì o no al Museo del fascismo” pare mal posta e semplificatoria, inadatta alla complessità del tema. Diversi sono gli interventi di...

Una raccolta di scritti sull'arte di Tommaso Pincio / Le carte del caso T.P., ovvero come si diventa se stessi

Come è ormai d’obbligo in questi casi, devo qui premettere un disclaimer: dei fatti, delle persone, dei luoghi di cui si tratta in Scrissi d’arte di Tommaso Pincio, mio peraltro coetaneo, sono stato testimone e in alcuni casi anche complice. Mai imparziale comunque. Ma se questo potrà rendere al mio punto di vista la sua implicita dose di partigianeria, resta che da questo libro riemergo con una netta sensazione di sorpresa. Ero pronto a una lettura piuttosto conciliante – un’autoantologia di scritti dispersi, dedicati a un ambito, l’arte visiva, tutto sommato tangente al dominio letterario in cui Pincio è oggi saldamente acquartierato (si veda, uscito nel 2015, il più recente suo romanzo, Panorama) – e invece eccomi a riferire di quella che Andrea Cortellessa chiama nel risvolto “un’autobiografia per interposta quadreria”, una narrazione dove l’arte degli altri, scrive Pincio, diventa un’occasione per raccontare se stessi, e, aggiungerei, un tentativo di comprendere il carattere della propria generazione e più in generale quello di una Roma (e di un’Italia) colta a un tornante decisivo della sua vicenda recente.   Alighiero Boetti, Autoritratto (1993)   Ovvero, e solo...

La targa del “Pasticciaccio”

A Milano una ne ricorda la nascita, «nei pressi della casa del Manzoni»; a Firenze un'altra ne ricorda il decennale soggiorno, fra «anni bui» e «scelte amicizie»; ma a quanto mi dicono, nessuna targa è stata posta sull'ultimo domicilio di Gadda in via Blumenstihl 19, nella zona di Monte Mario a Roma: «luogo ameno e salubre», scriveva l'Ingegnere, «presso il manicomio di Nostra Signora della Pietà, che confido abbia pietà anche di me».   Esclusa la tomba al cimitero degli inglesi, per trovare una testimonianza di Gadda nella Capitale non rimane quindi che visitare il luogo dove volle ambientare il suo romanzo più celebre.   Poche settimane fa, durante una visita-lampo a Roma in compagnia di alcuni amici, decidiamo insieme di recarci al “Palazzo degli Ori”. Puntiamo sicuri verso il 219 di via Merulana: ci troviamo davanti un videonoleggio e una copisteria, ma nessuna traccia di lapidi o targhe. Percorriamo la strada in su e giù; qualcuno di noi rispolvera persino sepolte competenze storico-filologiche, ricordando che nella prima versione del...

Miglior film 88ª edizione: Spotlight

La gestazione è durata all'incirca 14 anni. È il tempo che separa l'inchiesta del Boston Globe sui preti pedofili di Boston dall'uscita di Spotlight, film di Tom McCarthy che quell'inchiesta racconta, la cui pubblicazione, avvenuta il 6 gennaio del 2002, innescò una reazione a catena i cui effetti si riverberarono nel resto del mondo fino a lambire piazza San Pietro: centinaia di vittime, infatti, trovarono il coraggio di denunciare gli abusi subiti da sacerdoti cattolici. Il Boston Globe diede loro voce pubblicando, nel corso del 2002, altri 600 articoli sull'argomento. A galla affiorò un sistema fatto di violenza, omertà e corruzione al cui vertice risiedeva il cardinale Bernard Law, uno degli uomini più potenti della Chiesa statunitense. 249 fra preti e frati dell'Arcidiocesi di Boston furono accusati di pedofilia. Mille furono le vittime stimate a Boston, una città grande come Palermo. Law cercò in un primo tempo di arginare la crisi pagando 30 milioni di dollari alle famiglie delle vittime. Ma la maggioranza dei cattolici, secondo un sondaggio promosso dal Boston Globe, criticò il tentativo...

“Com’era nuovo nel sole Monteverde Vecchio”

Ho chiesto a T. di fare una passeggiata con me a Monteverde. L’ultima volta che ci siamo visti è stato a Torino sette mesi fa. Siamo andati a cena in un ristorante vicino alla stazione di Porta Nuova. Il cameriere ci portava le cose e ci diceva: “Grazie”. Noi provavamo a dire “grazie” prima di lui, ma il suo “grazie” era prevaricatore, era un “grazie” che non lasciava scampo. T. è uno scrittore. “Ci torniamo anche quest’anno”. Intende dire nel ristorante vicino a Porta Nuova. Intende dire durante i giorni del Salone del Libro. Lo dice mentre mi indica la strada. Sono passato a prenderlo in macchina a casa sua perché fa freddo e lui abitualmente si muove in motorino. È domenica mattina, e c’è il mercato di Porta Portese, ma T. conosce le scappatoie per raggiungere Monteverde senza restare intrappolati nelle deviazioni del traffico. “Cominciamo da via di Donna Olimpia?” dice, dove i ragazzi di vita di Pasolini passavano i pomeriggi “a giocare al pallone lì sullo spiazzo tra i Grattacieli e il Monte di Splendore, tra centinaia di maschi che...

Il Vangelo di Pippo Delbono

All’inizio, sul palco del Teatro Argentina di Roma ci sono soltanto undici poltroncine foderate di rosso disposte sulla linea del proscenio (due ai lati, le altre nove al centro) e un grande pannello bianco alle loro spalle. Vuote e promettenti, aspettano i corpi che le devono occupare. In avanscoperta entra un uomo elegante, allure da maturo tanguero, che le sistema e le accarezza come un cerimoniere: è Pepe Robledo, uno degli attori storici della Compagnia di Pippo Delbono. Poi gli invitati arrivano, uomini in abiti da sera, donne con mise smaglianti e vistose, pettinature curate e parure di gioielli scintillanti, si siedono e osservano la sala incuriositi, sono tutti perfettamente in parte, anche Nelson Lariccia che, lunghi capelli rossi e un lampo di ironica follia nello sguardo, ricorda Peter O’Toole in un vecchio film che si chiamava La classe dirigente. È una perlustrazione muta e imbarazzante, un vuoto felice prima che irrompa la musica che negli spettacoli di Pippo Delbono sutura ogni intervallo, totalizza ogni durata, drammatizza ogni immagine accrescendone la temperatura drammatica o sgretolandola in un’euforica polvere di stelle....

Balduina, Roma. Che cosa sono venuto a cercare?

Due giorni fa mi ha scritto F.: “Ci vediamo a Belsito. C’è un’edicola, si chiama Lo Strillone, è in viale delle Medaglie d’Oro 429. Non ci sarà nessuno, sarà bellissimo”. F. è la mia guida, è cresciuta fra queste strade, ha insistito affinché ci vedessimo di domenica per fare il giro del quartiere: “A Balduina è una perenne domenica pomeriggio”. Belsito è la zona di piazzale delle Medaglie d’Oro che si affaccia sulle pendici del parco della Vittoria, rientra nella categoria dei toponimi confidenziali (Roma ne è piena: “piazza Quadrata”, “l’Esedra”, “la Rotonda”…), ossia è uno di quei nomi propri di luogo che fanno riferimento ad antiche definizioni sopravvissute al progresso, in genere chi ne fa uso tende a rimarcare la propria appartenenza territoriale. Ma F. non è tipo da “appartenenza territoriale”, il sentimento che prova verso il clima sonnacchioso che ammanta il quartiere è netto: “Qui l’atmosfera è da strage nella bifamiliare”.    ...

I clichés di Balthus

La nuvola Balthus   L’opera di Balthus – il pittore più crudelmente anacronistico del XX secolo – vive di una prodigiosa imbalsamazione. Le adolescenti dei suoi dipinti sembrano provenire da un mondo senza vita, la loro natura esangue non stemperata dalle pose maliziose. Le superfici sono trattate come fossero un affresco, con quell’impasto di olio, calce e caseina steso prima di applicare il colore. Ancora, il conte Balthasar Klossowski de Rola ha avvolto la sua pittura e la sua figura in un alone di mistero creato ad arte, opposto ma complementare all’aura di Andy Warhol: la reclusione del primo e la forsennata esposizione del secondo, il silenzio spocchioso e la fenomenale logorrea, il kimono o la rustica lana e la parrucca o il giubbotto di pelle, il Castello e la Factory e così via. Balthus e Warhol: due artisti abilissimi nel mantenere viva l’equivocità riguardo al senso della loro opera, due maschere dell’arte del XX secolo, due irresistibili “impostori”.       Un’ultima patina è stesa infine dalla letteratura critica: Artaud e Rilke, Pierre Klossowski e...

L'autunno a Parigi

Strano constatare quanto la realtà e la sua crudezza necessitino di risuonare attraverso la memoria per trovare le parole. Cerco di mettere ordine tra i pensieri di questa stagione costellata di cadaveri mentre ascolto in maniera compulsiva “Sign O' the Times”, una canzone di trent'anni fa che parla di AIDS e di ragazzini fatti di crack, di fucili mitragliatori e di bombe atomiche, di destino, di ingiustizia e di speranza. Questione di pochi giorni, poi come al solito va a finire con i Sangue Misto a ripetizione, come se la chiave per uscire da questo labirinto di morte e di follia stesse nascosta in qualche piega degli anni ‘90, in quei concerti improvvisati negli spazi dismessi delle borgate, nei miei viaggi in motorino verso le periferie di Roma alla scoperta di interi universi dei quali, essendo cresciuto al centro della città, non sospettavo nemmeno l'esistenza.    Réamur - Sébastopol, Paris 2013   E dunque, di nuovo a parlare dei fatti propri? Ancora in prima fila a dire "c'ero anch'io"? Va bene, la nostra civiltà sta declinando verso un delirio di egotismo; va bene...

Visita a Testaccio

Tempo fa, a Testaccio, mentre languivo in macchina alle pendici del monte dei Cocci, passò una carrozza trainata da un cavallo, e udii la voce del cocchiere che borbottava: “Daje che nella prossima vita io so’ er cavallo e tu er vetturino”. Il cavallo era schiantato dalla calura, e in quel momento il pungolo del padrone dev’essergli sembrato l’unico conforto. Per tratteggiare con una battuta una scena che si svolge in un’era futura di reincarnazione, dove cavallo e vetturino si scambiano i ruoli in una forma di compensazione delle fatiche terrene, ci vuole un dialogo delicato, una teatralità tutta romanesca, nutrita da scherno, affetto e sapienza popolare. La romanità in questo è molto simile alla napoletanità, con una sola, sostanziale differenza: il teatro della romanità non prevede un pubblico. E in effetti il cocchiere testaccino pronunciò la sua battuta dal sedile della botticella da cui non poteva vedere me, che me ne stavo rinchiuso in macchina, e insomma, a eccezione di me e del cavallo, nessuna creatura vivente era in grado di assistere alla commedia, il che depone a favore della sua...

Storia di un elemento architettonico / Architettura del baldacchino

Che cos’è un baldacchino? L’etimologia del nome è di quelle capaci di farci compiere un giro del mondo (o quantomeno, di una bella porzione di esso) in una sola parola. Baldacchino deriva da Baldac, o Baldacco, che in origine indicava una stoffa proveniente da Baghdad, uno dei principali centri di produzione della seta e di altri tessuti preziosi del mondo antico. Ed era appunto un pezzo di stoffa quadrato, sostenuto da quattro aste di legno, a costituire la forma originaria del baldacchino. A che cosa questo servisse è abbastanza evidente: si trattava di un riparo, qualcosa come una tenda trasportabile sotto la quale avere un provvisorio ricovero. Il baldacchino, dunque, era un soffitto portatile, una protezione più vasta di un ombrello e soprattutto dotata di un ben maggiore valore simbolico. Chi stava sotto un baldacchino aveva e insieme assumeva una speciale dignità e importanza, al pari di chi – nell’iconografia tradizionale, a tutte le latitudini – stava seduto in confronto a chi stava in piedi. E non è un caso che spesso le due condizioni si trovassero unificate.  Da sinistra: Barca sacra egizia, Tomba di Sennefer, XVIII dinastia Sheikh Abd el-Qurna; Taddeo...

L'Expo e il giubileo

L'Expo e il Giubileo non sono la stessa cosa, anzi. L'Expo (o esposizione internazionale) è un evento promozionale a carattere economico-politico, costituito allo scopo di mettere in vetrina alcuni aspetti culturali, scientifici e tecnologici raggiunti dall'epoca che tale esposizione organizza, finanzia e presenta. Si svolge a partire dal 1851 in luoghi diversi, assegnati in virtù di una specie di concorso. L'esposizione del 2015 si è svolta a Milano e ha celebrato questioni di nutrizione e alimentazione. Il giubileo è invece un evento religioso, concernente la comunità dei credenti della chiesa cattolica coi suoi funzionari, che si svolge dal 1300 sempre nello stesso posto, a Roma, cui non partecipano rappresentanze di diversi paesi e che poco ha a che fare con la società civile e la democrazia secolare. È un'occasione di pellegrinaggio nel luogo santo di una religione monoteista (la cattolica «romana», appunto) e serve a purificare l'anima dai peccati. È una festa anche, ma di questo in seguito. Date tali eclatanti diversità delle due realtà, non si capisce bene in base a...

Indelebile Alberto Sordi

La targa, per una casa che non c’è più, si trova in via di San Cosimato a Roma. Proprio di fronte all’edificio demolito, dato che il palazzo che ne ha preso il posto è un’enorme costruzione d’epoca fascista di proprietà del Vaticano, che gode della extraterritorialità. Perciò la lapide che ricorda la nascita di Alberto Sordi (15 giugno 1920) è sulla casupola trasteverina proprio sopra a un cartello di pubbliche affissioni e una cassetta che custodisce verosimilmente contatori del gas o dell’acqua. Ma che importa, Sordi è Sordi, per quanto le vicende delle sue abitazioni non siano così semplici: sui giornali di questa settimana imperversa la questione annosa della sua villa in via Druso e della contesa eredità, con tanto di truffa della domestica e dei soldi ricevuti alla morte dell’attore. Sordi e le truffe? Quanti personaggi al limite dell’illegalità, della cialtroneria, dell’inganno e della menzogna ci sono nella galleria dei suoi ritratti degli italiani? La vigliaccheria sembra uno dei dati comuni a molte delle sue maschere. La targa posta dal Municipio (...

Lungo la Via Traiana

Anno 109 d.C., Calende di giugno       Il cavallo si impennò. Se Quinto Pompeo Falco[1] non fosse stato un cavallerizzo provetto, lo avrebbe di sicuro disarcionato. «Buono, buono» gli mormorò accarezzandogli la folta criniera nera lucente. Il magistrato era uscito in ricognizione lungo la strada, fortemente voluta dall’imperatore Traiano, che si stava costruendo per collegare Benevento a Brindisi con un tracciato perfettamente rettilineo in grado di dimezzare i tempi di percorrenza richiesti dalla Via Appia, più lunga e più tortuosa. Per ora ne erano state messe in cantiere due sole tratte, quella che da Benevento arrivava ai Monti della Daunia e quella che da lì si dipartiva per raggiungere Aecae[2]. Ma i lavori fervevano.     Quinto Pompeo era a Benevento da due sole settimane e già non vedeva l’ora di ritornarsene a Roma: la vita di provincia lo annoiava. Si era imbarcato a Miseno e il suo naviglio, solcato un breve tratto di mare, aveva imboccato il fiume Volturno alla sua foce, navigandolo poi controcorrente sino a poche miglia dal capoluogo sannita, dove, deviato per il suo...

Declinazioni del presente

Il presente, il tema affrontato quest'anno da Fotografia - Festival Internazionale di Roma, ha il duplice merito di trattare una caratteristica specifica del medium fotografico e di riflettere su una dimensione temporale che oggi si è dilatata fino a riempire tutto il nostro spazio esistenziale. I dilemmi sociali di quest'epoca, dilaniata fra la problematica di un pianeta al collasso naturale da una parte e le crisi politico-culturali dall'altra, assegnano al futuro una connotazione fortemente precaria: non rimane che il presente in cui rifugiarsi, lenendo con un numero enorme di possibili gratificazioni immediate – offerte in buona parte dalla rete virtuale – l'angoscia di poter creare progetti stabili per il domani.   Sabrina Ragucci e Giorgio Falco, Trenta novembre   La fotografia si costituisce come cristallizzazione del presente: ogni immagine, prima di essere un segno del passato, è una rappresentazione di un “adesso” che si è mantenuto identico arrivando a noi senza mai evolversi, se non unicamente sul piano linguistico e non visivo della sua interpretazione. In virtù dello stato eternamente...

Nostalgia

Nel Quarticciolo, ex-borgata romana, ex-estrema periferia, ex tutto, mancano anche le latterie, quelle con le diacce luci al neon. Però in quel luogo disperato vive una specie di mondo del futuro, civile sul serio. No, non si tratta qui della vecchia mitologia delle borgate: il mondo del futuro civile è piccolo e sta rinchiuso nella scuola “Benedetto Croce”, dove c’è dentro una strana Preside bella e allampanata, e forse un po’ malata, giovane e magra, molto ma molto pallida. È lei che ha chiesto che venisse un ebreo per raccontare ai suoi bambini le antiche tragedie “micenee” della prima metà del secolo scorso. Ed eccomi qua, al Quarticciolo, ancora una volta a fare da capra, “una capra dal viso semita…” perché quei bambini sentano “querelarsi ogni altro male, /ogni altra vita”… (Umberto Saba, “La capra”. Da “Il Canzoniere” ed. Einaudi, 1957).   Nelle campagne d’una volta, quando bussava il povero, e bussava in un certo modo convenuto e nell’ora prestabilita, la contadina avvolgeva il pane secco nel grembiule, non lo faceva...

Transformers

Per il secondo anno consecutivo, doppiozero organizza a Roma un ciclo di incontri in collaborazione con il MAXXI - Museo delle Arti del XXI secolo. Il ciclo Potenziali di trasformazione chiama critici, studiosi, artisti a riflettere insieme su come la rete sia capace oggi di offrire nuove opportunità alla creazione letteraria e artistica, di produrre nuovi luoghi di partecipazione, critica e commento, esplorando le diverse forme di scrittura che rigenerano e trasformano lo sguardo sul mondo contemporaneo.   In occasione del primo apppuntamento, Come si diventa indipendenti (oggi pomeriggio alle 18 presso la Galleria 3 del MAXXI), pubblichiamo un estratto dal testo di Hou Hanru pubblicato nel catalogo Transformers, edito da Corraini Edizioni, che ci è stato gentilmente concesso.   Didier Faustino, Body in Transit     La nostra epoca è piena di cambiamenti, addirittura mutazioni. Non solo la nostra percezione del mondo si sta spostando dalla “realtà analogica” alla “realtà virtuale”, ma il mondo reale in cui viviamo si sta rapidamente trasformando in una nuova realtà, in cui...