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Tel Aviv

(13 risultati)

La lentezza dell'umano / Abraham B. Yehoshua, Il tunnel

Con il tredicesimo romanzo, Il tunnel, appena uscito per Einaudi, Abraham B. Yehoshua dedica la narrazione a uno dei grandi temi dell’umano, tema talvolta presente in precedenti suoi titoli in maniera marginale ma qui ne è il protagonista: la malattia. E come per tutti gli altri suoi libri, con il protagonista appare anche la controparte che è sempre rappresentata dalla lotta; in ogni suo romanzo mette in scena un topos dell’umana sofferenza e come controparte la lotta per sopperire o consolare o risarcire tale sofferenza.     In L’amante, suo primo romanzo uscito in Italia nel 1990, il grande tema è la verità sotto le spoglie dell’amore, un amore che Adam, la moglie e la figlia, cercano ognuno a modo proprio. Una narrazione corale dove la lotta è il tentativo di ritrovare l’amore e dunque la verità di se stessi. In Un divorzio tardivo, uscito in Italia nel 1996, è la crisi la grande protagonista, una crisi che, a seconda dei personaggi, si declina in matrimoniale, di identità, genitoriale, religiosa; qui la lotta si identifica con l’amore che molto può unire e molto altro dividere. In Il responsabile delle risorse umane, uscito in Italia nel 2004, la compassione è...

Italia e Israele al DLD Festival / Il paese stesso è una startup

“Qui il paese stesso è una startup: l’innovazione è parte del DNA di Israele”. Così Edoardo Montenegro descrive Israele nel corso della sua prima visita a “Startup Nation”, durante il DLD (Digital Life Design): il Festival internazionale dell’innovazione che ormai dal 2011 si tiene ogni settembre a Tel Aviv. In particolare, continua Montenegro, il DLD, è un vero e proprio “ecosistema all’interno di un ecosistema” dove, aldilà dei possibili investitori, si ha la possibilità, davvero unica, di accedere a un networking dalla portata internazionale ma con un’accoglienza “mediterranea”. Infatti le giornate del DLD (3-7 Settembre 2018) non si sono limitate agli spazi istituzionali della Tachana, ex stazione dei treni di Tel Aviv e, in quanto tale, “hub” per definizione, bensì hanno abbracciato la città e i suoi cittadini varcando i confini del Museo di Arte Moderna di Tel Aviv, dove è stato possibile assistere alle sessioni plenarie attraversando i padiglioni e le diverse mostre offerte dal museo, fino a raggiungere Boulevard Rothschild, dove geek e innovatori di ogni sorta hanno allestito installazioni lungo il viale alberato e costellato di bar che, in occasione del Festival, hanno...

Leica Galerie / Michael Ackerman. Watermark

Le immagini di Michael Ackerman esposte alla Leica Galerie sembrano le pagine di un album, una mappa silenziosa. Ricordano l’atlante di Aby Warburg, sono istantanee di “forme” del pathos. Molte non hanno cornice, stanno semplicemente sospese. È lo sguardo dello spettatore che deve generare un riquadro, che cerca, nel loro silenzio, nello spazio indefinito in cui si perdono, di creare una narrazione che le tenga legate. Alcune sono puntate con degli spilli, altre disposte intorno a un’immagine centrale, da cui si parte e a cui si torna dopo aver percorso un cerchio con lo sguardo, come quando si ruota la testa, la si muove, e ad occhi chiusi si cerca di ricordare qualcosa che in quel momento sembra perdersi in un tempo fuori dal tempo stesso.    Forse Michael Ackerman vuole suggerire proprio questo: che lo sguardo si perda nelle forme, che il disorientamento sia la condizione ideale in cui ogni sguardo può davvero incontrare la propria forma. O forse è anche paradossalmente il tentativo di narrare la forma stessa del disorientamento, la possibilità di perdersi in uno spazio dentro la propria esistenza, poiché qui l’immagine fotografica riesce davvero a possedere un’...

Gerusalemme - Tel Aviv / Gay Pride in Israele

Le scorse settimane a Gerusalemme tutti aspettavano con ansia l’arrivo del neo-Presidente degli Stati Uniti che, in tempo di elezioni, per conquistare gli elettori indecisi appartenenti alla comunità ebraica, aveva promesso di trasferire l’Ambasciata Americana da Tel Aviv a Gerusalemme: gesto simbolico per avviare il discusso processo di riconoscimento della Città Santa come capitale di Israele. Nel frattempo a Tel Aviv, al posto delle bandiere a stelle e strisce, ci si preparava a issare quelle arcobaleno, perché il 9 giugno lungo le strade della Città Bianca ha sfilato, come ogni anno, uno dei Gay Pride più attesi al mondo.   Nel corso della parata, infatti, accanto alla bandiera icona del movimento LGBTQS hanno sventolato assieme dalla bandiera australiana a quella canadese, da quella russa a quella palestinese: “Gay di tutto il mondo unitevi!”, aldilà di ogna appartenenze politica e religiosa. Lo stesso Theodor Herzl, fondatore del sionismo moderno, nel 1902 illustrava in modo pionieristico nella sua celebre opera Altneuland la sua visione politica laica e democratica relativa allo Stato del popolo ebraico in Terra di Israele, sottolineando il valore irrinunciabile di una...

"L’equazione nazismo = germanismo ariano potrebbe essere fatalmente erronea" / Quelle lettere tra Jung e Neumann

Chissà se è vero che, come scrive Joseph Roth a Stefan Zweig, l’amicizia è una patria. A sfogliare il lungo carteggio tra Jung e Neumann (Jung e Neumann. Psicologia analitica in esilio. Il carteggio 1933-1959) si direbbe piuttosto un ponte che congiunge sponde opposte. A tenerle unite un centinaio di lettere che, per un quarto di secolo, viaggiano dalla Svizzera, una terra tutto sommato risparmiata dalla seconda guerra mondiale e della successiva guerra fredda, all’allora Palestina, dove parte del popolo ebraico sopravvissuto alla Shoà cercherà invano la pace. Ma questa non è che una delle tante sponde opposte dalle quali i due si scrivono; Jung, che ha 59 anni, è chiaramente il maestro del secondo, che ne ha 28 ed è il suo più promettente allievo; il primo, dal ‘33 al ’34, è anche suo analista didatta; l’uno è uno svizzero che, secondo le logiche dell’epoca, può considerarsi espressione del “germanismo ariano”, l’altro un tedesco che non può considerarsi tale perché “di razza ebraica”.   Colpisce il modo in cui i due abbracciano queste categorie, seppure in un’accezione evidentemente diversa da quella propagandata dall’ideologia nazista, che la cultura dell’epoca,...

Corrispondenti esteri

Sembra ci sia stato un lento ma continuo slittamento, durante gli ultimi due anni, dal timore che la crisi economica avrebbe condotto a un conflitto diffuso alla netta e reale sensazione che il mondo intero sia ora coinvolto in una guerra combattuta su così tanti fronti da essere paragonata alla Guerra Fredda, se non agli eventi che si susseguirono nella prima parte della seconda guerra mondiale, quando emerse contingente la realtà del conflitto. Tuttavia, anche se le segnalazioni che internet ci riporta rendono sempre più vicine le immagini del conflitto – Ucraina, IS, Siria, Libia, Gaza – come se per Regno Unito, USA e il resto d’Europa, si trattasse dell’effettivo “fronte interno” del ventunesimo secolo, la realtà della guerra stessa non è mai stata percepita tanto lontana.   Come potrebbe il mondo dell’arte rispondere a un simile scenario? Questa è una domanda che inevitabilmente richiama all’intimazione del filosofo tedesco Theodor Adorno, sullo “scrivere una poesia dopo Auschwitz”, espressa nel suo saggio del 1962 Engagement oder künstlerische Autonomie (ed...

Foreign Correspondents

italian version     There seems to have been a slow but steady shift during the last two years from the fear that the economic crisis would lead to widespread war to the very real sensation that the world is now involved in an ongoing conflict fought on so many fronts as to be comparable to the Cold War, if not to the events leading up to the early part of the Second World War, when the reality of global conflict really dawned. Yet although Internet reporting brings us ever closer to the imagery of conflict – in the Ukraine, IS, Syria, Libya and Gaza – what is effectively the twentyfirst-century ‘home front’, the UK, US and most of Europe, has never felt further removed from the realities of war itself.   How might the artworld respond to this? This is a question that inevitably evokes German philosopher Theodor Adorno’s injunction on ‘making art after Auschwitz’, set out in his 1962 essay ‘Commitment’ (and echoing a line from ‘Cultural Criticism and Society’, 1949). What is often overlooked is that later in the same essay Adorno writes that art must continue even in spite of its impossibility,...

Gli opposti conformismi e la questione mediorientale

“La soluzione possibile, quella vera, la conoscono tutti. Bisognerà solo decidere quante morti inutili di palestinesi e di israeliani vogliamo ancora mettere tra il nostro presente e la pace, quella dell'unica soluzione”. Sono passati oltre dieci anni da quando, in un auditorium del Nord Italia, a Pavia, David Grossman diceva queste parole profetiche, drammatiche, a una platea che per lo più chiedeva invece identità, e uno specchio in cui definirsi.     Capita spesso così, quando l’insopportabile eterno ritorno della violenza e della guerra mediorientale riporta in homepage questa lunga tragedia. La tragedia, una storia intricata, fatta di molti torti e di ragioni lontane e sbiadite, diventa lo sfondo lontano. In primo piano, nei dibattiti e sui social network, esplodono le grida di un tifo che, da entrambe le curve, sembra dimenticare spesso ogni senso della proporzione, soprattutto se attenzioni e parole spese vengono raffrontate con tragedie ed eccidi che, ad ogni latitudine, generano dolori insanabili e traumi nel silenzio uniforme dell’opinione pubblica occidentale. Non c’è al mondo storia...

Welcome home my brother

Un sms mette in fila quattro semplici parole che disegnano un panorama spaziale e relazionale. Restituiscono affinità e posizione ad uno spostamento mai terminato, ad un ritorno ambito da chi le riceve e chi le pronuncia. Ossia danno senso al perché fare e come farlo. Qualcosa di importante rimasto in sospeso.   Al-Feneiq, guesthouse   Le sensazioni descritte in Traslochi della mente riportano al perdersi in un nuovo ambiente, dove la potenza dei nuovi punti di riferimento è capace di risignificare in modo importante la provenienza. Un aspetto che ho vissuto immancabilmente al mio ritorno in Italia, a Bologna, la città che negli ultimi sei anni mi ha offerto un inusuale senso di casa, diventata improvvisamente aliena e colma di esperienze nelle quali rientrare si fa (a seconda dei casi) inaspettatamente straordinario, complesso o addirittura indesiderato. Confinare la mia presenza a poche occasioni collettive, dedicarmi al raccoglimento e limitare la “dispersione” di energie, mi ha portato quindi per settimane a incontrare pochi amici e saltare in tronco rassegne estive,  appuntamenti e… molti aperitivi,...

Racconti da Tel Aviv

Ieri sera sono stata a cena al Container, un ristorante trendy di Jaffa. Come suggerisce il nome, prima della trasformazione era uno dei tanti orribili magazzini che si trovano nei porti dismessi. Il porto di Jaffa era infrequentabile di sera fino ad alcuni anni fa, poi la municipalità di Tel Aviv ha pianificato un’opera di risanamento e ora ristoranti, caffè, librerie, gallerie d’arte e locali di ogni genere sono affollati anche un normale lunedì sera di maggio.   Jaffa è la parte araba della città di Tel Aviv, tuttavia tra quelle moltitudini che cicaleggiano dentro e fuori i locali del porto, non si vedono giovani donne arabe, identificabili come tali per l’abbigliamento e il capo coperto: ci sono, in giro, ma non si mischiano, passeggiano a piccoli gruppi, apparentemente incuranti di quanto accade intorno.     A poche centinaia di metri a sud del porto di Jaffa si sviluppa Ajami, un quartiere arabo cristiano e musulmano, anche questo poco raccomandato fino a qualche anno fa. Oggi, grazie alla lungimiranza di alcune famiglie e agli sforzi della municipalità, il quartiere, da sempre...

Gerusalemme. Essere donna in Israele

Ho avuto la stupida idea di salire sul pullman Tel Aviv–Ein Gedi alle otto e quindici di un venerdì mattina. Arrivata a Gerusalemme alle dieci sapevo che avrei avuto davanti un’altra ora e mezza di viaggio prima di raggiungere il Mar Morto, dato che era prevista anche una sosta in uno di quei giganteschi pseudo-autogrill disseminati in questi luoghi, disabitati e aridi, di passaggio. E così, dopo la tappa tra i dromedari, mi avvicino all’autista cercando di spiegargli che non vorrei raggiungere subito la città, meta finale di questo tragitto, ma mi piacerebbe piuttosto fermarmi sul mare, in prossimità di una di quelle “nascoste primavere” di cui mi hanno raccontato: oasi di verde e di acqua dolce che interrompono il panorama desertico e disegnato dal sale che caratterizza quest’area.   L’autista mi guarda con un certo sospetto, soprattutto dopo che lo metto a parte del mio progetto di raggiungere la città, dopo il bagno e i fanghi di rito, per visitarla nel pomeriggio, prima di tornare a sera sulla via di casa. Mi chiede se ricordo che è venerdì: lo Shabbat inizia alle tre. Lo...

Israele. Il back yard di Tel Aviv

Sono le otto del mattino. Dizengoff Street: la via del divertimento e dello shopping sfrenato, un susseguirsi di boutique, yogurterie, sushi bar e chioschi ricoperti di frutta dove gustare centrifughe giganti che aiutano a fare pace con il mondo, o per lo meno questo è l’effetto che ha su di me il mezzo litro di mango, frutto della passione e arancia che stringo tra le mani in questa calda, ancorché piovosa, giornata di dicembre. Quando sono stata qui l’ultima volta, in luglio, questo bubble tea con le sedie colorate di verde e arancione non c’era (ndr. the freddi riempiti di bolle di gelatina vegetale dal cuore di succo di frutta), e nemmeno i due negozi di scarpe da sposa distanti pochi passi l’uno dall’altro, né ricordo di avere già visto il piccolo rivenditore di accessori per iPhone. Le attività si succedono a un ritmo sconcertante, café si rinnovano e nuovi negozi di abiti firmati o prodotti tecnologici di ultima generazione si giocano lo spazio attorno agli innumerevoli supermercati della catena AM:PM, aperti ventiquattro ore su ventiquattro persino durante lo Shabbat, quando attorno tutto è...

La “protesta delle tende” a Tel Aviv

Non so se vi sia capitato tra le mani l’articolo di David Grossman, pubblicato sabato 6 agosto su “Repubblica”. Grossman, con la lucidità e la delicatezza che gli sono proprie, si interroga, come israeliano, come cinquantenne, come uomo di cultura, sulla protesta che domenica 31 luglio ha portato migliaia di persone davanti alla Knesset (“Casa del Parlamento”) a Gerusalemme.   Non sono tanto le ragioni della manifestazione a interessarlo, la richiesta di giustizia sociale o l’esigenza di vedersi garantire un più adeguato sistema di assistenza sanitaria, né le modalità, per quanto rifletta anche sul senso del suo ritrovarsi in mezzo a una folla arrabbiata e urlante. Quel che gli interessa capire è sopratutto cosa significhi un simile evento in una nazione come Israele, cosa comporti, perché accada in questo preciso momento storico, come rispondere e in che forma partecipare a questa «ri-vo-lu-zio-ne» (sic).     L’articolo restituisce appieno qualcosa su cui mi sono interrogata di recente, di ritorno da Tel Aviv. È la terza volta che vado in Israele,...