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Andrea Zanzotto

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Pazienza. Per Roberto Roversi

Il tuo destino è oscuro Italia trenta, trenta. Ogni viottolo un tumulo d’antichi guerrieri ogni cima una fortezza abbandonata nelle vallate cunicoli di trincee mani di vecchi soldati affiorano fra i sassi. Con il fuoco nel cuore e il suono dolente di una campana all’orecchio. Chi vincerà le tue battaglie? Ancora una volta per te? Il futuro ti aspetta…   Termina così – in prospettiva futura, con punti interrogativi e punti di sospensione – l’ultimo dei trenta pannelli che scandiscono la quarta e ultima parte dell’Italia sepolta sotto la neve, il poema cui Roberto Roversi lavorava da un trentennio circa: uscita nel giugno del 2011, ad Ascoli, per l’incondita sigla Sigismundus animata dal giovane poeta Davide Nota. Il titolo suona Trenta miserie d’Italia. In copertina (ma non al frontespizio), un’indicazione di quelle in genere relegate, a caratteri piccoli, in coda al colophon: “duecento esemplari numerati e firmati”. Quasi uno slogan: a segnalare subito, non senza fierezza, la più notoria “differenza”...

La regina delle friches

Se si potessero commissionare poesie, ne avrei richiesta una per la buddleia (Buddleja davidii) a Andrea Zanzotto, il poeta dei topinambur, dei papaveri e delle vitalbe, dallo sguardo attraversante il paesaggio, gettato oltre, al suo dietro e ai suoi margini. Come i topinambur anche la buddleia è caparbia, invasiva, colonizza le aree residuali dell’antropizzazione sconsiderata, le prode scoscese delle nuove tangenziali, i ritagli di terra abbandonati in città o in periferia, medica le ferite e i veleni di fabbriche o cantieri dismessi rivestendoli d’argento e di lilla.     Cinese d’origine, si è diffusa in Europa a scopo ornamentale fin dal Settecento. Dedicata al reverendo e botanico Adam Buddle (1660-1715), autore di un prezioso erbario, la buddleia è nota anche come lillà estivo (benché con la Syringa vulgaris abbia poco a che fare) per i numerosi piccoli fiori tubolari lilla, dall’occhio aranciato, riuniti in fitte pannocchie pendule. Gli inglesi la chiamano anche butterfly bush: il dolce profumo è irresistibile per le farfalle. Arbusto vigoroso, poco esigente, dai rami elegantemente...

Piero Camporesi

Riga, una collana che avvicina ai grandi innovatori del Novecento   Riga è nata nel luglio del 1991 senza nessun particolare programma. Volevamo piuttosto fare la rivista «che ci sarebbe piaciuto leggere». Una rivista dedicata al contemporaneo, ad autori e temi che ci sembravano rilevanti nel corso dell’ultimo secolo, ma non solo. Una rivista che conservasse la memoria del passato, e insieme che si protendesse sul futuro.   Marco Belpoliti, Elio Grazioli     “Chi è Piero Camporesi?”, si chiedeva nel 1983 sulle colonne del «Corriere della sera» Giorgio Manganelli recensendo il suo ultimo libro, Le officine dei sensi. Il pezzo proseguiva con un “Cosa è Piero Camporesi?” Silenzio. Fossimo in una spaziosa chiesa barocca, sentiremmo il pio, sparuto sussurro dei fedeli. Perché, veramente, dire che cosa è mai Piero Camporesi non è facile”. La risposta poche righe dopo, non senza aver detto che è uno scrittore e un letterato “è un lettore malizioso di testi seicenteschi, e anche, direi, scrittore di testi di quel secolo”. Dieci anni...

25 aprile | Cosa significa resistere, cosa significa ricordare

È il 1968 quando esce La Beltà di Andrea Zanzotto. I muri del mondo, in quei mesi, sono pieni di scritte che rappresentano, e insieme performativamente sono, la rivoluzione in atto. Durerà poco, quel momento di sospensione e trascendentale rilancio della storia; ma ciò non toglie che sia stato (lo dimostra il fatto che fa ancora incazzare tanta gente). E in effetti le scritte sui muri – attraverso le quali, aveva profetizzato Lautréamont, un giorno saremmo stati tutti poeti – non cessarono allora di esistere. Sono rimaste un luogo simbolico e performativo di grande importanza, nella formazione e nella vita politica delle generazioni più giovani; nonché, a ben vedere, un efficace tramite di memoria intergenerazionale. Cioè di storia.   In quel libro atroce e sublime di Zanzotto – il più importante, se non il più bello, della nostra poesia contemporanea – si rincorrono non a caso diciotto grandi poesie-tableaux che recano il titolo complessivo di “Profezie o memorie o giornali murali”; poche pagine prima, invece, si legge un grande componimento dal titolo “...

25 aprile | Poesia e memoria della Resistenza

Quando si pensa alla letteratura della Resistenza, viene subito alla mente la prosa narrativa o memorialistica; solo in un secondo momento la poesia. Forse perché, come dice Calvino nell’introduzione a Il sentiero dei nidi di ragno, in tutti vi era una “smania di raccontare”, di farsi storytellers sui treni, nelle osterie, sulla pagina. Manca del resto un poeta che si sia completamente identificato con la Resistenza, come potrebbe essere Fenoglio per il racconto. O ancora un libro di poesia della Resistenza paragonabile a L’Allegria di Ungaretti che è il libro di poesia della Grande Guerra. E tuttavia un buon numero di grandi poeti del secondo novecento ha fatto il partigiano o ha fiancheggiato attivamente i gruppi clandestini: Zanzotto, Caproni, Fortini, Gatto, Solmi. I primi due hanno preferito rielaborare la propria esperienza post ’43 nella narrazione breve, mentre in poesia se ne rinviene traccia nella centralità del paesaggio per il primo, o, per il secondo, negli inseguimenti spaesati e nelle cacce caratterizzanti le ultime raccolte.   Quanto agli altri, forse per essenza stessa della poesia, poche sono le...

Cosa raccontano le nostre autostrade

Tutto ciò che prima era una ferrovia, un’autostrada, un ponte, è diventato grande opera. Stavo scrivendo Grande Opera in maiuscolo, come se fosse un marchio consolidato, un logo stampato nel cielo o inciso nella terra, a traccia. Dal 2001 la Legge Obiettivo - forse sarebbe stato più eloquente chiamarla Obiettivo Legge - stabilisce gli interventi prioritari, la semplificazione delle procedure, la modalità di progettazione e finanziamento per le grandi opere considerate sempre strategiche.   La grande opera, nell’intento di chi ne detta il respiro, è l’autorità, il ritorno all’evidente, al monumentale che difende dalla tendenza inesorabile al frammento, alla scomparsa, voluta, peraltro, proprio da chi coltiva la dismissione e, contemporaneamente, la grande opera. Ogni marchio, nonostante sia invasivo e subito riconoscibile nella sua rappresentazione, esercita un potere anche neutro, e ha bisogno della lingua: che sia slogan o sermone, oggi come nel 1964 domina il timbro politico travestito da equidistanza tecnica, ciò che Pasolini criticava dopo il discorso di Aldo Moro all’...

Zanzotto decabrista

Nella poesia, diceva Andrea Zanzotto, “si trasmette per una serie di impulsi sotterranei, fonici, ritmici, ecc. Pensate al filo elettrico della lampadina che manda la luce, il messaggio luminoso, proprio grazie alla resistenza del mezzo.” Il filo sottile oppone resistenza alla corrente elettrica ed è proprio questa specie di attrito che produce il fatto strano della luce.   Per quanto riguarda la poesia di Zanzotto, ripercorrendo l’opera con l’ausilio della lunga e attenta introduzione di Stefano Dal Bianco a Tutte le poesie, che la sorte con geometrica tempestività ha fatto uscire da Mondadori nei giorni in cui l’autore se ne andava, trovo tutti gli argomenti di questo effetto dispiegati in bell’ordine, un panorama composto e pacificato di un’umanità straordinaria. Lalìe primordiali messe in gioco con i nervi tesi di certi by-pass mentali, vertigini e shock della lingua, che hanno costruito brani di mondo, attraverso vere e proprie prove d’esistenza a cui il poeta, che ha pagato non poco in termini di dazio psichico, si è sottoposto per portare in salvo il paesaggio, direbbe lui....

L’Eresia della felicità di Marco Martinelli

Ti circondano. Sono una sessantina, tra gli undici e i diciotto anni. Tutti con una blusa gialla “cucita con tre metri di tramonto” come quella di Vladimir Majakovskij, il poeta cubo-futurista che voleva strappare la gioia ai giorni venturi. Hanno i colori della primavera esplosa e nomi da neo e paleo italiani i ragazzi dell’Eresia della felicità di Marco Martinelli, una scheggia della “non scuola” di Ravenna, impiantata per la prima volta a nord, anzi a nord-est. Vengono da Asseggiano, una zona periferica di Mestre, dal centro vecchio di Venezia e da Marghera, città-fabbrica in crisi. Si chiamano George, Jiko, Vajit, Chiara, Kevin, Nicolò, Nina, Elisa, Alvise, Adil, Albulena, Damiano, Dan, Zeno, Jennifer, Snizhana, Marco…     Cinema-teatro Aurora di Marghera, a destra della stazione di Mestre, guardando verso Venezia. Sera di venerdì 31 marzo. Sul viale si incontrano pochi passanti, principalmente immigrati. Qui la sala è piena di amici, genitori, appassionati di teatro, insegnanti. È uno di quei luoghi dove si continua caparbiamente a fare teatro dialogando con chi abita nelle...

L’ironico esistenziale di Lucia Calamaro

Questa stagione ce la ricorderemo come l’anno dell’“Orgoglio drammaturgico”. Dal nord al sud non si fa altro che parlare di nuova drammaturgia tanto che certe compagnie, le pugliesi a esempio, avrebbero tutto il diritto di dire “guardate che noi la nuova drammaturgia ormai la facciamo da anni”. Bisognerebbe interrogarsi proprio su quell’aggettivo che la precede: quanto è determinante o urgente oggi parlare di nuove forme? Dopo aver destrutturato le unità narrative e dialogiche compartimentando gli spettacoli in insiemi autonomi, dopo aver disintegrato il concetto di personaggio, attraversato il dispositivo in ogni suo meandro mostrandone al pubblico ogni ingranaggio, dopo aver benedetto l’ennesima stagione del Teatro Immagine, questa volta votata al digitale, in definitiva cosa rimane se non lo scheletro? Ecco forse bisogna iniziare a ricostruire i muscoli.     Non a caso gran parte della scrittura britannica (da Caryl Churchill a Tim Crouch), che spopola nei teatri di tutto il mondo, è una drammaturgia profondamente ancorata al reale inteso come fitta rete di relazioni interdipendenti...

Motta di Livenza / Paesi e città

Mita, Mota, Mata, da due fiumi sei bagnata dal Livenza e ‘l Montegàn, tuti i mati i sta in Alban.   Parto da questo motto-scioglilingua locale, dal bilinguismo italiano-dialetto, per parlare del mio paese, perché in esso è contenuta, in geografia e idioma, tutta la mia vicenda umana. E incomincio dai versi centrali dello stesso: il paese in cui vivo è bagnato da due fiumi, il, o meglio, la Livenza, al femminile come qui si usa (fiume dalla duplice sorgente di natura carsica sita nella località friulana di Polcenigo; sinuoso il suo corso, verdastro, assiepato di salici, con continue morbide anse sino alla foce di Caorle) e dal Monticano, che di sorgenti ne ha addirittura tre, sulle pendici del piccolo monte Piai, presso Vittorio Veneto; fiume che, a due passi da dove vivo, viene a confluire proprio nella Livenza. Parto dai fiumi anche perché hanno una certa rilevanza nella storia dello stesso: la Livenza circoscrive il nome del paese, altrimenti abbastanza comune (secondo la maggioranza degli storici l’etimologia del toponimo deriverebbe da Motha, altura, dosso di terra; secondo altri da palude fangosa, mota) in una...

Il lutto del tutto

Amore e morte, per eccellenza, sono i temi della poesia. Uniti in un vincolo tenace, stabile proprio perché soggetto a tutte le metamorfosi, tutte le contraddizioni. Ed è così almeno da quando i fondatori della nostra lingua, nonché della poesia moderna, Dante e Petrarca, hanno avuto in sorte la “grazia ben formidabile” (così una volta, più tagliente che mai, Edoardo Sanguineti) del fatto – storico quanto mitobiografico – che “l’amata muore”.   Poeta per antonomasia petrarchesco si è mostrato, sin dagli esordi di Dietro il paesaggio (1951), Andrea Zanzotto. Così lo presentava infatti, nel ’54, il suo primo grande sponsor Ungaretti: di fronte al “segreto d’un panorama”, ogni giorno riscoperto e nondimeno sempre uguale, non si poteva che pensare al “Canzoniere del Petrarca dove da sonetto a sonetto appare sempre lo stesso fantasma, ma l’animo da sonetto a sonetto si modula a un grado diverso”. Esibitamente e quasi provocatoriamente Petrarca, dunque: nel tempo, il secondo Novecento, del massimo culto per Dante. Così fra l’...

Ciao Zanzotto

Zanzotto è sempre stato ammalato: il disturbo di essere nel corpo il disturbo di essere nel paesaggio mentre viene divorato festeggiamolo in ogni modo: il poeta vive sempre sulla punta di un chiodo.

Stefano Dal Bianco. Alla mia stufa, alla fatica

  Questa rubrica raccoglie una serie di interventi che esplorano il tema delle forme, della bellezza/bruttezza, da punti di vista molto diversi fra di loro. Ne parleranno storici dell’arte, scrittori, critici, scienziati, musicisti, filosofi, esperti di paesaggio.   Stefano Dal Bianco ha abitato a Padova, Milano, Torino e ora vive in provincia di Siena, dove è ricercatore all’università. Il suo ultimo libro di poesia è Ritorno a Planaval, (Mondadori 2001). Ha pubblicato studi sulla metrica di Petrarca, Ariosto e Zanzotto. Di Zanzotto ha anche curato il Meridiano Mondadori nel 1999.      Alla mia stufa, alla fatica     Per poterla riattizzare presto la mattina dopo e trovare anche la stanza meno fredda ogni sera faccio in modo che si crei un bel letto di braci per il ciocco che vi depongo prima di chiudere la presa d’aria.   Questa sera le braci sono molte, anzi moltissime: una vera montagna incandescente con tutte le valli, a ombrìo e a solatìo e con torrenti e fiumi e laghi rossi e neri sbuffi e feste di paese…   Io mi sono fermato...

Chatillon / Paesi e città

Ci fu un tempo - e non era al Tempo dei Tempi ma appena due generazioni fa - che il mio amato paese (4.948 anime attuali) era, in tutta la sua lunghezza, una staffetta di osterie. Né caffè né birrerie, ma osterie. Cioè: osti, ostesse, vino ed amanti del vino. Di vino erano impregnati banconi e tavoli e sedie, e i muri ormai traspiravano vino. E facce da vino avevano i loro frequentatori, e ritmi da vino, e discorsi da vino.   Se si vuole capire e non cadere in anacronismi, bisogna pensare che in quei luoghi non si beveva ma si ministrava un rito: il rito del vino, appunto, antico come il mondo occidentale e sacrale come quel mondo sapeva essere. E chi nell’arco di una giornata le avesse percorse tutte, quelle osterie, dall’estremo occidente all’estremo levante del paese, e le avesse contate, avrebbe saputo che erano in numero di quattordici (come le stazioni di una rossa via crucis), sarebbe giunto all’ultima (“È sepolto. Dopo tre giorni risorge”) in uno stato di mistica alcolica, e quindi sarebbe stato riportato a casa da una moglie rassegnata o furibonda.   Come in ogni rito vero, agivano...