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Andy Warhol

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La toletta segreta di Warhol

Lontano dalla Factory   Un armadietto senza ante in un bagno dalle piastrelle bianche. Sui cinque ripiani (il sesto in alto non è visibile) medicine e prodotti di bellezza, raddoppiati dallo specchio retrostante a parete intera. Si riconoscono alcune marche: Chanel, Pantene, Clinique, Kiku, Interface, Guerlain, Halston, Vitabath, Vaseline. In vetro trasparente, i ripiani danno l’impressione che i flaconi siano sospesi nel vuoto. Una fotografia degli anni ottanta, una come tante, eppure non smetto di guardarla. Mi dico che è per via del suo effetto caleidoscopico o forse della sua somiglianza con i Medicine Cabinets di Damien Hirst realizzati nel 1988, un anno dopo la pubblicazione di questa foto sull’Observer Magazine, un giornale inglese con cui collabora l’autore dello scatto, David Gamble.   Grande è la sorpresa quando leggo che si tratta dell’appartamento privato di Andy Warhol e di un servizio esclusivo commissionato da Fred Hughes, business manager dell’artista. Nel 1959 Warhol acquista il suo primo appartamento a New York, una casa a schiera a 1342 Lexington Avenue dove vive con la mamma; nel 1974 si trasferisce nell’Upper East Side, 57 East 66th St., al secondo...

Osservatori osservati / Gatti nell'arte

I gatti sono gli animali domestici più diffusi al mondo. Negli Stati Uniti se ne contano circa 87 milioni, in Indonesia 30, in Brasile 15. E sono in crescita. Gli abitanti di Gran Bretagna, Canada, Germania, Francia, Giappone e Cina ospitano nelle loro case tra gli 8 e gli 11 milioni di mici. Nel corso dei secoli, la domesticazione è stata più lenta di quella dei cani ma, come si vede, procede spedita e da cacciatore di topi il gatto si è ormai definitivamente affermato come indiscusso pet e animale da compagnia. I gatti vanno forte anche su Internet: foto di micetti e meme di gattini spopolano su twitter, instagram e sulle homepage di giornali, migliaia di umani autoproclamatisi “schiavi dei gatti” si ritrovano in gruppi e pagine più o meno satiriche su facebook, le notizie con la parola “gatto” nel titolo sono garanzia di click. I felini trionfano pure in libreria. E anche nell'arte, tanto che è frequente trovare nei bookshop dei musei deliziosi volumetti dedicati ai gatti presenti nei quadri delle varie collezioni.  Con la loro grazia, la capacità di assumere le forme più assurde, le pellicce dalle diverse texture e sfumature, gli ipnotici occhioni colorati, i gatti sono...

Marielle Heller, “Copia originale” / Quando un falso diventa vero

Potrai mai perdonarmi? sarebbe stato il suo titolo – Can You Ever Forgive Me? – tradotto quasi alla lettera, e sarebbe stato meglio di Copia originale, scelto dai distributori italiani per questo interessante film di Marielle Heller. Perché è la citazione di una lettera (vera o falsa?) di Dorothy Parker, co-protagonista assente di questa storia, vera, ci dicono i titoli di testa, ma basata molto letterariamente sull'eterna dialettica vero-falso.     La regista, non ancora quarantenne, ha scelto un soggetto in linea con alcune sue precedenti prove non troppo riuscite ma stavolta, grazie a una meditata e raffinata sceneggiatura, mettendo meglio a fuoco i personaggi e scegliendo la via dell'essenziale ha realizzato un film originale e coraggioso. La storia inizia nel 1991, in una New York che non sembra avere più nulla dell'epoca che l'ha suscitata e preceduta, vale a dire la città di Truman Capote, Andy Warhol e compagnia bella. Per citare film e libri leggendari di quell'epoca ci vorrebbero pagine. La New York in cui vive, o sopravvive, la protagonista del film, l'autrice di biografie Lee Israel perfettamente interpretata da Melissa McCarthy, è una città vuota, una...

Al Whitney Museum di New York / Le profezie di Andy Warhol

È istruttivo osservare come Andy Warhol (1928-1987), con la sua oeuvre e persona pubblica, abbia anticipato lo stato attuale dell’arte contemporanea. Nel cogliere desideri, illusioni e angosce germane a modelli di vita tuttora influenti nelle società iper-moderne, egli ha introdotto visioni e strategie operative che di lì a poco verranno acquisite, deliberatamente oppure no, da una schiera di artisti che si collocano sulla sua scia. Il passare degli anni conferma, e probabilmente continuerà a confermare, la lungimiranza di Warhol, la sua capacità di approntare modalità idonee al confronto prima con la cultura di massa e in seguito con l’era dell’informazione e dell’imperialismo tecnologico globale.   Gli ultimi decenni sono stati segnati, in principio negli USA e poi a livello planetario, dal boom di un’arte disinibita rispetto al proprio carattere imprenditoriale e commerciale: una “market art”, come l’ha chiamata nel 2016 l’artista-sociologo Hervé Fischer. Quantunque il rapporto tra arte, denaro e potere sia consolidato da tempi immemorabili, di recente qualcosa è cambiato. Oggi, quel nesso costituisce un elemento profondamente saliente di ciò che un’opera d’arte è o fa, e...

De arca archa / Ontologia della scatola

Nella farraginosa evoluzione di una philosophia perennis che si affanna a inseguire le seduzioni tecnologiche di una rivoluzione che dematerializza la memoria nella illusione platonica che siano le idee a donarci l’immortalità, le cose sopravvivono silenziose, pesanti, impolverate, ingombranti. Le loro migrazioni dagli scaffali dove si offrono alla voluttà dei loro futuri possessori al degrado di cantine e solai, per non parlare di discariche e di inceneritori, sono la memoria fisica di storie forse mai raccontate, ma non per questo meno reali. Pur nella sua vuotezza – se non fosse vuota non sarebbe una scatola, un contenitore – la scatola è una cosa che esprime la sua funzione in maniera inequivocabile, che non lascia ambiguità. Anche se il suo nome, in italiano, è metatesi del latino medievale castula, di origine germanica dove skata indica tesoro, perché skatts è in gotico l’oro.   Tra box e boîte, ma anche Box in tedesco, non c’è molta differenza perché la loro origine nel lontano medioevo associa queste parole al latino buxus: le scatole erano di legno. Chissà perché le scatole italiane avevano un’origine dorata e quelle mitteleuropee solamente legnosa? A questo punto...

Bergamo, Palazzo della Ragione / Jonas Mekas: il quotidiano filmato

Nel 1962, Jonas Mekas si era ritrovato a guardare per la prima volta tutto il suo materiale girato. I filmati avevano registrato la vita quotidiana, nei momenti stessi in cui accadevano al di là della cinepresa, gli avvenimenti della città e ciò che era attorno alla sua vita familiare e pubblica, con ritratti di persone frequentate o incontrate di sfuggita: “Le immagini che pensavo non avessero collegamento, improvvisamente incominciarono a sembrare come notebook con molti parti di congiunzione. Dal momento in cui stavo studiando queste immagini, divenni curioso nei riguardi della forma del diary film e questo certamente incominciò a influenzare il mio modo di girare, il mio stile. E in un certo senso ciò mi aiutò a unire alcuni miei pensieri. Mi dissi: “Bene, molto bene, se non ho tempo di spendere sei o sette mesi per fare un film, non voglio soffrire per questo; filmerò brevi annotazioni, giorno per giorno, ogni giorno” (da un’intervista in: P. A. Sitney, Visionary Film: The American Avant-Garde, Oxford University Press, New York, 1974, p. 190).   Attratto dal mistero di qualcosa che si rivela in modo casuale, immaginò le varie riprese in un modo tale che si...

Un'analisi degli oggetti della cultura di massa oggi / Critica

La tradizione di pensiero della modernità ha attribuito un ruolo importante alla capacità dell’essere umano di esercitare un ruolo critico verso la cultura della società in cui vive. Ciò è risultato evidente soprattutto nelle riflessioni che sono state sviluppate nei confronti della cultura generata dai media. Roland Barthes, ad esempio, ha fatto vedere già negli anni Cinquanta, nel celebre testo Miti d’oggi, come sia possibile criticare i miti della cultura di massa. Ha mostrato cioè che si può tentare di «demistificare» i messaggi dei media e dell’industria culturale. A dire il vero, prima ancora di Barthes, era stato Marshall McLuhan a indicare già nel 1951, con il volume La sposa meccanica, che i messaggi della cultura di massa potevano essere trattati esattamente allo stesso modo dei testi letterari e dunque sottoposti a una rigorosa analisi critica. E dopo McLuhan e Barthes, com’è noto, anche Umberto Eco e altri intellettuali hanno fatto vedere la possibilità di un’analisi critica dei messaggi della cultura di massa. L’approccio sviluppato da Barthes ha influenzato anche l’attività di ricerca esercitata dalla cosiddetta “Scuola di Birmingham”. Scuola dalla quale è derivato...

Cosa ricorderemo? / La fine della memoria

Nel 1968 Andy Warhol pronunciò la celebre frase: “In futuro tutti saranno famosi per 15 minuti”. Era una profezia, e come tale non bisognava prenderla alla lettera. Non è vero che tutti sono diventati famosi; ma è evidente che la sostanza e le motivazioni della fama sono cambiate radicalmente, nella seconda metà del ‘900. Prima di allora si diventava famosi per azioni meritorie o malvagie; oggi i media confezionano celebrità il più delle volte immotivate e dalla consistenza esilissima. Spesso si gode di popolarità mondiale senza una ragione, come suggerisce una folgorante battuta che gira sul web: “Paris Hilton è famosa perché è famosa”. Warhol non conosceva ancora internet e la sua bulimia comunicativa. Viveva in un mondo in cui le comunicazioni di massa erano un sistema gerarchico e verticale, lontano dall’orizzontalità (democratica o populista, a seconda delle opinioni) della rete. Perciò credo che oggi Warhol completerebbe la sua frase più o meno così: “Tutti saranno famosi per 15 minuti; ma nessuno, dopo, si ricorderà di loro”.  Io sono un autore e il tema della memoria mi angustia. Mi chiedo, per esempio, se altri registi, scrittori, artisti, compositori si fanno la...

Il controllo dell’aria e dell’atmosfera / Arte e denaro. Da Duchamp alla “foam city” contemporanea

Il 22 gennaio 2017 è morto l’artista statunitense J.S.G. Boggs, specializzato, a partire dagli anni’80, nella creazione di banconote personalizzate, i Boggs Bills, con le quali cercava di pagare beni e servizi, usandole come vero denaro. La riproduzione della banconota era affiancata da scritte decontestualizzate, come “Do you hear anything being said here, or am I empty now? Is anybody home? Hello?”.Queste opere erano funzionali a vere e proprie performance che declinavano la tipica interrogazione contemporanea sul valore artistico nella sua intima dialettica con il valore economico.   Se da queste banconote, che coprono per intero lo spazio dell’opera, si tornasse indietro per fare una caccia al tesoro in cerca della luccicante presenza del denaro nella tradizione artistica, si rischierebbe, letteralmente, di non finire mai e di dirigersi fino all’inizio, fino all’invenzione del quadro come oggetto separato e incorniciato per potere transitare anche nel mondo dei commerci. Il denaro si è sempre intrecciato con la produzione artistica, sia nel soggetto sia nella costituzione stessa dell’opera attraverso la committenza, il collezionismo, i mercati, che non sono accidenti...

Inventare qualcosa di insincero / Marcel Broodthaers

C'è una poesia intitolata La clef de l'Horloge, è tratta da un manoscritto di Marcel Broodthaers datato 1971 ed omaggia Kurt Schwitters; i primi versi recitano così: Il y a ce tableau avec une roue placée/ sur le pôle d'une trajectoire./ Surprise qu'elle ne soit pas peinte./ Une roue de chariot? /... Elle est la roue de l'espace […].    Pense-Bête, 1964   C'è una ruota nello spazio, dunque, sorella degli orologi il cui movimento rompe l'immobilità del quadro e produce una meccanica rigorosa, trasporta pezzi di legno al posto di stelle e insieme ad essi vecchi chiodi, tickets d'autobus e tutto ciò che la Vita abbandona ... il resto del testo suona più o meno così; così come Broodthaers percepisce il Merzbau dell'artista tedesco vissuto qualche decennio prima di lui e la cui casa andò distrutta durante la guerra.    Dall'opuscolo stampato in occasione della presentazione della prima versione del Jardin d'hiver durante la mostra Carl Andre, Marcel Broodthaers, Daniel Buren, Victor Burgin, Gilbert & George, On Kawara, Richard Long, Gerhard Richter, Palais des Beaux Arts di Bruxelles, 1974. L'opuscolo è stampato in edizione limitata, 28 pagine per 120...

Donald Trump, Andy Warhol / Un biondo alla Factory

New York anni ottanta. Tante le immagini che vengono in mente. Per limitarci alla scena musicale rock, il music club CBGB nell’East Village sfornava talenti quali Ramones, Talking Heads, Blondie, Patti Smith. Nel 1981 si formano due band che stravolgono la storia del rock quali i Sonic Youth e i Beastie Boys; nello stesso anno viene lanciata l’emittente MTV e si tiene il processo per la morte di John Lennon. Tuttavia gli anni ottanta sono anche quelli del boom di Wall Street, che vedono proliferare allo stesso tempo yuppie rampanti – come quel Patrick Bateman, protagonista di American Psycho di Bret Easton Ellis – e una massa grigia di disoccupati e senzatetto. Il 1981 è inoltre l’anno in cui esce il film Fuga da New York di John Carpenter e in cui Reagan diventa il 40esimo presidente degli Stati Uniti.   Warhol, Trump Tower.    Nel 1981 Andy Warhol incontra Jean-Michel Basquiat. Un incontro decisivo per la carriera del giovane artista ma anche per la reputazione di Warhol, criticato da diverse parti per essere ormai un “business artist”. La Factory del resto, che chiuderà i battenti nel 1984, non era più frequentata da Nico e i Velvet Underground, e quella scarica...

Gettare Dante nel mondo / Dante: l'icona e il volto

Una sorta di leggenda famigliare vuole che mio nonno – classe 1908, tappezziere e socialista – fosse entrato in possesso di una riproduzione a colori di un noto dipinto di Henry Holiday, Dante e Beatrice (1883). Non è chiaro come l'avesse ottenuta: qualcuno dice l'avesse ritagliata da un giornale illustrato, altri che l'avesse ricevuta come gratifica per un lavoro particolarmente ben fatto. In ogni caso, l'aveva fatta incorniciare (o, come sostengono alcuni, aveva fabbricato di persona la cornice) e l'aveva appesa nel salotto di casa, dove sarebbe rimasta per più di trent'anni. Poi il nonno morì, e, come spesso accade, fra una ristrutturazione e l'altra dell'appartamento, della stampa si persero le tracce. Personalmente non ho idea se mio nonno nutrisse una particolare venerazione per l'autore della Divina Commedia (un fatto del tutto plausibile per un uomo della sua generazione), né se ammirasse la pittura preraffaelita inglese (e questo è già un po' meno plausibile). D'altra parte, anch'io su Dante sapevo poco o nulla quando, intorno ai dieci anni, me lo vidi comparire con tanto di alloro in capo nelle ultime pagine de L'inferno di Topolino (1949-50). Il Sommo Poeta era...

Ritratto di una leggenda / Franco Vimercati

La prima volta che ho sentito parlare di Franco Vimercati è stato da parte di Mario Gorni, direttore di Care/of, allora a Cusano Milanino, quasi in confidenza, come se ne dicesse solo a chi pensava che potesse apprezzarlo. Ne parlò come di una figura semileggendaria di artista chiuso in casa da dieci anni che fotografa un unico oggetto, una zuppiera, come una specie di monaco zen che l’aveva scelta quale oggetto di meditazione. La cosa mi aveva colpito, ma poi non lo sentii mai più nominare e passarono anni finché seppi che una nuova galleria, quella di Raffaella Cortese a Milano, ne aveva fatto una mostra personale. Anche quella galleria era nuova, aveva aperto appunto con quella mostra, che però era ormai finita. Volli andare a chiedere, per vedere finalmente le opere di questa leggenda. Fui accontentato con premura. Raffaella e la sua segretaria di allora – ricordo ancora il suo nome, Ornella – andarono a prendere una scatola e, facendomi indossare i guanti – una sorpresa per me, segno della cura che prestavano a quegli oggetti –, mi lasciarono maneggiare le opere.   Monforte d'Alba, Pettinatrice, 1973, Courtesy Galleria Raffaella Cortese, Milano (C) Eredi Franco...

Una filosofia politica dell’Uomo Qualunque / Populismi per il XXI secolo (II parte)

3. Una filosofia politica dell’Uomo Qualunque    Boris Kustodiev, Il Bolscevico (1920).    Le diverse declinazioni iconiche dello Everybody, con le loro ambiguità, possono illuminare anche il suo percorso storico e il suo ruolo politico. Da quattro secoli, questa figura si trova all’incrocio tra tradizioni di lunga durata e rotture storiche e ridefinizioni. Con la Rivoluzione francese, diventa protagonista della scena politica e si istituzionalizza. Dal momento in cui la sovranità appartiene del popolo, una figura come lo Everybody, l’Uomo Qualunque, lo incarna assai più efficacemente di figure astratte o delle istituzioni repubblicane. Successivamente l’uomo qualunque si riflette nelle definizioni “nazionali” o di classe (“il proletario”).   Gilbert & George, The Red Sculpture (1975).    Con l’avvento della modernità, Everybody diventa il cittadino medio, riflettendo la cultura dell’impiego che si afferma negli anni Venti e Trenta. Il cammino verso il suffragio universale cambia progressivamente lo status e l'immagine dell’uomo qualunque. I Nobody (i Nessuno) vogliono diventare e diventano anch’essi Everybody, entrando nell'agenda politica...

David LaChapelle. Dopo il Diluvio

Celebrating di Veronica Vituzzi   La fine di una civiltà porta sempre con sé un cumulo di macerie, cadaveri, rovine semi carbonizzate di un'epoca colma di corpi e oggetti. Dopo il Diluvio, retrospettiva sul lavoro di David LaChapelle in mostra fino al 13 settembre al Palazzo delle Esposizioni di Roma, cattura in immagini il crollo fantasticato della nostra cultura ipermediatica e lo racconta secondo quello che a prima vista potrebbe essere considerato il canone estetico più diffuso del nostro tempo, ovvero quello di una società dello spettacolo estremamente fotoritoccata. La trasposizione nel contesto del presente di un'icona o un topos narrativo sedimentati nella coscienza culturale è un evento necessario per estrapolare dal passato quei dati emotivi o concettuali che continuano ad agire dentro l'essere umano; e la morte di una civiltà presuppone, ben più degli specifici decessi biologici, la fine delle idee, dei pensieri, e soprattutto della capacità di immaginazione di un popolo, lasciando solo i resti dei prodotti culturali da esso realizzati. In Il diluvio, David LaChapelle descrive la distruzione...

New York 1964: la pop art

È stato da poco ripubblicato da Laterza Pop Art di Alberto Boatto, il libro che ha fatto conoscere al pubblico italiano uno dei momenti decisivi nel panorama artistico dell’ultimo mezzo secolo. Alla sua prima apparizione, nel 1967 presso l’editore Lerici, la lucida e documentata analisi di Boatto rappresentò una vera boccata d’ossigeno: nel clima culturale di quegli anni, in cui le forti riserve o l’aperta ostilità della critica, specie quella di orientamento marxista, si saldavano all’opposizione all’imperialismo americano, la pop art veniva spesso considerata espressione diretta del potere culturale ed economico statunitense, un sorta di manifesto del capitalismo consumista. La vittoria di Robert Rauschenberg alla Biennale di Venezia del 1964, lo stesso anno del viaggio a New York di Boatto, rappresentò in effetti un vero spartiacque nella vicenda culturale, non solo italiana, di quel decennio: l’inizio di un rimescolamento radicale che presto avrebbe prodotto un paesaggio integralmente nuovo, dove alla vicenda modernista, ai suoi “ismi”, al sentimento di continuità storica e politica, all...

La società facciale

Thomas Macho, filosofo tedesco tra i più acuti e influenti, per quanto ancora poco noto in Italia, ha scritto che viviamo in una “società facciale”, la quale possiede la prerogativa di produrre volti senza sosta. A ogni angolo di strada, su ogni tabellone, la pubblicità c’insegue con volti, così che “senza un volto, nulla osa più invadere lo spazio riservato alle affissioni”. Che dunque la nostra sia una società fondata sulle facce, lo storico dell’arte e iconologo Hans Belting lo dice sin dalle prime pagine del suo ponderoso saggio, Facce. Storia del volto (tr. it. di C. Baldacci e P. Conte, pp. 359). E con ogni probabilità lo studioso tedesco non conosce, o ricorda, la celebre espressione berlusconiana “metterci la faccia”, che ha segnato una intera stagione politica ed elettorale. Ma a noi basta accendere la televisione e guardare un qualsiasi programma, da X Factor a Masterchef, per ricordarci che è così: lo spettacolo come la politica è invasa dalle facce. I volti sono stati commercializzati e politicizzati, ribadisce giustamente l’iconologo nel suo...

Jeff Koons è un aspirapolvere

È una semplice misura di sicurezza per smistare la fila dei visitatori all’ingresso delle esposizioni, o meglio delle due più grandi retrospettive dell’anno al Centre Pompidou: Marcel Duchamp e Jeff Koons. Identiche e speculari le segnalazioni: una freccia a sinistra per Duchamp, una freccia a destra per Koons. In questo bivio sembra decidersi qualcosa di più che la visita di una mostra – è in gioco il destino stesso dell’arte contemporanea. Allora, Duchamp o Koons? Scelgo Koons.   Ai sensi di colpa – su cui è costruita parte dell’opera di Koons (come Made in Heaven) – si aggiunge presto la paranoia di essere riconosciuto mentre mi pettino davanti a Moon(light) (1995-2000), uno specchio lucidato in acciaio inossidabile che non ha niente da invidiare alle sculture di Anish Kapoor. In una postura coquette lontana dallo spirito critico, penso che non è in queste sale – mai così aperte, quasi senza ripartizioni interne rispetto al percorso serpentino di Duchamp – che vorrei incontrare i miei ex-insegnanti, i miei colleghi, i miei studenti.   Duchamp oppure Koons: se...

Warhol a Milano

Vorrei proporre un’interpretazione privata e a tratti “esoterica” di Warhol, solo in parte libertina. La mostra milanese della collezione di Peter Brant si presta bene a rinnovare l’immagine dell’artista (a Palazzo Reale fino al 9 marzo 2014).     Che ne è del divo distaccato e metallico del primo periodo della Factory, immancabilmente attivo dietro alla macchina da presa, nei disegni a china, foglia d’oro e nastro degli anni Cinquanta? O dell’istrione luciferino e scarmigliato negli affettuosi esercizi di copia dall’Ultima Cena di Leonardo di metà anni Ottanta (eh sì, proprio non prevedevamo di usare l’aggettivo “affettuoso” in relazione al produttore dei Velvet Underground...)? I biografi persuasi della religiosità di Warhol, cattolico di rito ortodosso, attribuiranno il gusto per l’immagine devozionale, agghindata da finiture lustre e sbalzate, alla familiarità con gli ex voto della fede popolare e le iconostasi delle chiese di rito ortodosso.   Partiamo dal gatto. Paffuto, ronfante e compiaciuto, è l’animale prediletto: popola i...

La decostruzione dell’espressione

Anticipiamo un estratto dal nuovo numero di Riga Le scarpe di Van Gogh a cura di Riccardo Panattoni ed Elio Grazioli   “Le scarpe della contadina”   Inizieremo con una delle opere canoniche del modernismo avanzato nelle arti visive: il celebre quadro di Van Gogh che ritrae le scarpe di una contadina, un esempio che, come si può immaginare, non è stato scelto innocentemente o a caso. Voglio proporre due modi di leggere questo dipinto, che in un certo senso ricostruiscono entrambi la ricezione dell’opera in un processo in due fasi o su un duplice livello.   Innanzi tutto, vorrei osservare che, se quest’immagine abbondantemente riprodotta non intende scadere a livello di pura decorazione, bisogna ricostruire una qualche situazione iniziale da cui emerga l’opera finita. Finché questa situazione – che si è dissolta nel passato – non viene in qualche modo ricostruita mentalmente, il dipinto resterà un oggetto inerte, un prodotto finale reificato, e non potrà essere colto nella sua prerogativa di atto simbolico, come prassi e come produzione.   Quest’ultimo...

Sotterranei di velluto. Per Lou Reed

Con la celebre banana di Andy Warhol in copertina, vera icona dell’arte del consumo e del consumo come arte (niente dura così poco sugli scaffali come le banane), nel 1995 uscì Peel Slowly and See, “Pela piano e guarda”, il cofanetto “definitivo” dei Velvet Underground. Oltre ai quattro album in studio conteneva numerosi demo, outtakes e registrazioni dal vivo. E quando si ascolta la prima versione di Venus in Furs, cantata dal solo John Cale con accompagnamento di chitarra, si rimane sbalorditi.     Possibile che quella gentilissima ballata inglese—dalle parole un po’ singolari, sì, e dove un certo Severin non vede l’ora di sottomettersi alla sua spietata dominatrix come nel romanzo di Sacher-Masoch, ma che suona pur sempre come una canzone “folk”— sia la stessa che ascoltiamo in The Velvet Underground & Nico? La versione definitiva è forse la song più “viziosa” mai concepita, ancora più di Vicious che Reed avrebbe scritto pochi anni dopo (“Sei vizioso, mi colpisci con un fiore, lo fai a tutte l’ore”; l’idea,...

Lou Reed: un cuore da rock'n'roll

Lou Reed se n’è andato lasciandoci il grande rimpianto per delle bellissime canzoni, borbottate o urlate con un’aspra voce e suonate con un’energia che faceva facilmente dimenticare la non eccelsa tecnica chitarristica, ma anche l’interrogativo su perché tanti di noi hanno amato uno così antipatico e scostante, e si sono profondamente identificati con le sue ribollenti storie di abissi umani. Pongo la domanda da un punto di vista personale: perché un borghese come me, che non ha manco per sbaglio fumato nemmeno una canna, non ha mai provato un soffio di turbamento per un uomo e si è sempre tenuto lontano da bettole e bassifondi, si sente così vicino a Lou Reed e “rappresentato” dalle sue canzoni?     Può bastare come spiegazione il ricorso a Dostoevskji e la facile constatazione che è l’ombra ciò che crea la luce e non viceversa? Fa più riflettere che il Cardinal Ravasi, alla notizia della sua morte, abbia twittato proprio i due versi conclusivi di Perfect day, mostrando con una citazione evangelica (“Non fatevi illusioni: Dio non si...

Arthur Danto in memoriam

Poco dopo aver ricevuto la notizia della dipartita di Arthur Danto e l’invito a scriverne qui, scusatomi di essere in viaggio e di non poter far fronte alla richiesta, entro in visita al Convento dei Cappuccini di Via Veneto, a Roma. È la prima volta e, confesso, non so che cosa mi aspetti, per cui, immerso in pensieri di “morte dell’arte”, di determinati percorsi e teorie dell’arte, tesi fondamentale di Danto, mi trovo in quel luogo di fronte a due aspetti opposti, per me entrambi scioccanti, di riflessione sulla morte.   Il primo incontro, in ordine di percorso nella visita, è il San Francesco in meditazione del Caravaggio. Lo shock consiste in questo: lo vedo solo io, è una mia proiezione, o i buchi e le pieghe sulla manica del santo disegnano un volto, un po’ deformato e grottesco ma senza essere anamorfico? Non è questo volto a cui il teschio sembra rivolto – stavo per dire: che sta guardando, se mai un teschio può possedere uno sguardo (Lacan, dove sei? E Giacometti...?) – a sua volta fissato da san Francesco in una triangolazione inattesa (e secondo me ribadita dalla particolare...

Yayoi Kusama. Infinity Net

Due parole: Infinity Net. Un titolo icastico con cui l’artista Yayoi Kusama firma la sua autobiografia, ora tradotta e pubblicata anche in Italia (Infinity Net. La mia autobiografia, Johan & Levi Editore). Non si tratta solo del racconto di particolari che ricordano gli eventi della sua esistenza: il paese in cui nasce nel 1929, un Giappone chiuso e arretrato da cui vuole fuggire, a cui fa ritorno nel 1975, o la sua famiglia appartenente all’alta società, con una madre tradizionalista e un padre libertino, o la scuola in cui non riesce a trovare il proprio spazio, o ancora le allucinazioni visive e auditive di cui è afflitta, conseguenza della sua condizione tormentata.        Vi è dell'altro. Si comprende da subito che ogni dettaglio su cui Yayoi Kusama si sofferma, è un passo verso il delinearsi della sua folgorante carriera che coincide con la parte più oscura di se stessa. Tutto ha inizio con un libro scoperto in un negozio di Matsumoto, la città in cui vive, un testo con i dipinti di Georgia O’Keeffe, la moglie del fotografo americano Alfred Stieglitz, che in quegli anni...