Categorie

Elenco articoli con tag:

Elsa Morante

(23 risultati)

17 aprile 1919 – 17 aprile 2019 / Tutti i mostri di Wilcock

S’incomincia con un camera car lungo i sobborghi periferici di una metropoli sconosciuta. Una periferia in bianco e nero, povera e semideserta: baracche addossate le une alle altre, qualche auto parcheggiata, un paio di bambini che corrono rasente i muri, cartelloni pubblicitari. Stacco. Davanti alla macchina da presa si spalanca un grande viale, maestose rovine sbucano sullo sfondo, inconfondibili: Roma. Una Roma (ancora per poco) tardo-pasoliniana, ma forse già pronta per la flânerie a motore di Nanni Moretti.     Si fa strada sulle immagini la voce di Pino Locchi (il doppiatore storico di Sean Connery, per intenderci): Juan Rodolfo Wilcock, nato a Buenos Aires, vive ormai da molti anni in Italia, dove svolge la sua attività di scrittore. Ha pubblicato numerosi libri, tra cui ricordiamo i racconti de Il caos, le poesie spagnole, le poesie de La parola morte, le prose de Lo stereoscopio dei solitari, i racconti-saggi de La sinagoga degli iconoclasti. Ha collaborato e collabora con alcune delle maggiori testate giornalistiche italiane. Abita a Roma, in periferia, ai margini della città: di quella città spesso al centro delle sue migliori creazioni letterarie…. ...

La critica ieri e oggi / Elsa Morante e «L’anno della Storia»

Tra i libri importanti usciti negli ultimi mesi, quello di Angela Borghesi, L’anno della «Storia». 1974-1975. Il dibattito politico e culturale sul romanzo di Elsa Morante (Quodlibet 2018) risalta per impegno e ampiezza (con le sue 900 pagine, il volume è di particolare imponenza e suscita, già per questo, curiosità e attenzione). Il libro crea un doppio effetto: di prossimità e insieme di distanza rispetto alle voci di critici, giornalisti e lettori che si pronunciarono, spesso con toni radicali, nei confronti del romanzo di Morante. Da cosa dipende la prima impressione, quella di prossimità? Prima di tutto da un sospetto, da un’ipotesi di continuità e durata. Leggendo il libro di Borghesi, infatti, viene da pensare che sia cominciato tutto da lì, da La Storia, capolavoro letterario e insieme best-seller popolare che Einaudi pubblicò nel giugno del 1974 direttamente in edizione economica, vendendone in un anno un milione di copie. È proprio di fronte a quel romanzo che la critica italiana sperimentò, forse per la prima volta, contraddizioni e problemi che ancora oggi ne mettono in gioco il ruolo, nel bene e nel male. Ma, al di là di effetti e ipotesi, è certo che La Storia...

“Il cielo è rosso” di Giuseppe Berto / Se il male è superiore, l’uomo è innocente?

Nelle sacre scritture il male è il peccato, ossia la capacità dell’uomo di trasgredire. Trasgredire rispetto a cosa? Rispetto alle leggi di Dio. Ma il male è in contrasto non solo con le leggi, anche con la convenienza, con la virtù e col dovere, che sono anch’esse norme di origine divina. Il male cristiano trae origine da un atto cosciente e volontario del libero arbitrio, discende dall’uomo, e la sua unica cura è la divinità.  Epicuro, già tre secoli prima della nascita di Cristo, si domandava: “La divinità o vuol togliere i mali e non può, oppure può e non vuole o anche non vuole né può o infine vuole e può. Se vuole e non può, è impotente; se può e non vuole, è invidiosa; se non vuole e non può, è invidiosa e impotente; se vuole e può, donde viene l’esistenza dei mali e perché non li toglie?”.  Su “donde viene l’esistenza dei mali” si è interrogato per tutta la vita Giuseppe Berto. Nei suoi libri il male non ha nulla di divino – pur essendo un male sovrastante, al limite psicologico – ma è dato non solo dalla somma di tanti mali individuali, è male che genera altro male, che prolifica per gemmazione. Questo male superiore è la Storia.    Secondo una...

Antonio Scurati / M. Il figlio del secolo

La prima, fondamentale considerazione che bisogna fare sul libro di Antonio Scurati su Mussolini – il primo d’una trilogia, come da tempo annunciato – non può che essere un convinto apprezzamento. M. Il figlio del secolo (Bompiani, pp. 842, € 24), sta incontrando un notevole successo di pubblico: cosa non scontata per un libro che parla di storia, anche se inalbera fin dalla sovracoperta (ma non in copertina) l’indicazione «romanzo». Su questo punto torneremo più avanti; va detto tuttavia che, a differenza di quanto avveniva nel 1974 per La Storia di Elsa Morante, non si tratta di un sottotitolo vero e proprio, tant’è vero che non compare nel frontespizio. Sul verso, in compenso, cioè nella pagina del copyright, un’avvertenza non titolata di cinque o sei righe propone la definizione di «romanzo documentario», che forse si sarebbe potuta valorizzare di più. Fatto sta che grazie a Scurati un cospicuo numero di lettori si sono trovati a rinfrescare le proprie nozioni su vicende decisive della storia italiana del secolo scorso; anzi, in molti casi (la maggioranza, forse), le avranno qui apprese per la prima volta. L’effetto culturale complessivo è quindi largamente positivo. Di ciò...

Aldous Huxley / Rendersi unici. Psichedelia e visione

  È in corso una grande guerra spirituale. Questo libro ce la racconta, insegnandoci a combatterla fino in fondo. Proveremo a utilizzare gli scritti di Huxley sulla psichedelia per mostrare il senso di ciò che sta capitando, l’urgenza di questa guerra e la radice millenaria che la sostiene. Per farlo ci inoltreremo in radure fiammeggianti dove inciamperemo in pietre preziose, incontreremo persone sconvolgenti, arriveremo al punto aurorale in cui potremmo dire che sta iniziando qualcosa di nuovo. Non sarà una semplice passeggiata tra idee rassicuranti. Era un mattino di maggio del 1953 quando, all’età di cinquantanove anni, Aldous Huxley provò per la prima volta la mescalina, un alcaloide contenuto nel peyote, la pianta sacra del deserto messicano. Ne assunse quattro decimi di un grammo in mezzo bicchiere d’acqua ed era, ne siamo sicuri, una giornata luminosa. La mescalina gliela portò dal Canada il dottor Humphry Osmond, lo psichiatra inglese che inventò il termine «psichedelia», un uomo in tweed e occhiali, molto serio, educato e premuroso: si fece tremila chilometri per raggiungere la casa di Huxley, a Los Angeles, un viaggio che lui stesso definì improbabile. Osmond...

Babel Festival 2018 / Sola come Clarice Lispector

Non so perché ho raccontato questa storia.  Avrei potuto benissimo raccontarne un’altra.  Anime vive, vedrete come si assomigliano tutte Samuel Beckett, Lo sfrattato   Clarice Lispector è sola – «sola come Kafka», è lecito affermare, adattandole una formula famosa. Sola come Sylvia Plath. Come Anna Maria Ortese. Come un cane. E d'altra parte, come scrive in La mela nel buio, è il cane che è in noi che sa riconoscere la strada. Fin da giovane, quando era famosa per la sua bellezza e la sua eleganza da diva del cinema, tanto da far pensare a uno strano ibrido di Virginia Woolf e Greta Garbo, Clarice ci appare prigioniera di un'intensità sovrumana, assorta sul bordo di un abisso interiore, di un fuoco centrale che è anche un nulla, una mancanza, l'ombra di un perpetuo fallimento («ogni storia di una persona è la storia del suo fallimento», osserva ancora in La mela nel buio). Più ancora che nelle fotografie, questa dolorosa forza centripeta è evidente nel ritratto che le fa Giorgio De Chirico nella primavera del 1945, mentre le voci degli strilloni che annunciano la fine della guerra irrompono nella quiete dello studio romano del grande pittore, a piazza di Spagna....

Scrittrici italiane al cinema / Una gentile festa per gli occhi

Una delle più recenti acquisizioni del Fondo Morante alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma consiste in un corpus di 47 recensioni cinematografiche che l’autrice scrisse fra l’inizio del 1950 e il novembre del 1951 per la rubrica radiofonica della RAI Cinema. Cronache di Elsa Morante.  Pubblicate l’anno scorso a cura di Goffredo Fofi con il titolo La vita nel suo movimento (Einaudi, 2017), le recensioni delineano la postura critica di una scrittrice-spettatrice che guarda i film – i più vari: italiani e stranieri, di autore e di genere, drammatici e comici – con una sua sensibilità visuale, ma in virtù soprattutto di una concezione estetico-letteraria del cinema, riconoscibile, per quanto riguarda il testo presentato, dell’estate 1951, nell’affermazione che in Powell e Pressburger «il colore è espressione non soltanto di un sapiente gusto pittorico, ma anche di poesia». Altrove, questa impostazione tradisce una certa irritazione per le trasposizioni giudicate troppo disinvolte di opere letterarie in film, come Madame Bovary di Minnelli e persino Macbeth del pur amato Welles, o anche il timore che «un bel giorno la gente dalla mente pigra e passiva, che forma la...

Dieci anni senza / Fabrizia Ramondino. La scrittrice riflessa

Non sono molte le scrittrici italiane del Novecento presenti nei Meridiani Mondadori. Oltre a Elsa Morante, Grazia Deledda e Natalia Ginzburg, si contano Lalla Romano, Maria Bellonci, Alba de Céspedes, Anna Banti e le poetesse Amelia Rosselli e Maria Luisa Spaziani. Tutti nomi meritori, ma su cui pesano ancora troppe assenze, spesso per banali problemi di diritti. Se alcune autrici hanno potuto beneficiare di nuova vita grazie a singole iniziative editoriali – si pensi al recupero di Anna Maria Ortese e Cristina Campo da parte di Adelphi o a quelli, più recenti, di Goliarda Sapienza per Einaudi e Dolores Prato per Quodlibet –, c’è un’autrice ancora troppo sconosciuta, scomparsa dieci anni fa, il cui nome fatica a trovare spazio negli scaffali delle librerie: Fabrizia Ramondino (1936-2008).   Nata a Napoli, dopo pochi mesi si trasferisce con la famiglia nell’isola di Maiorca per seguire il padre console, dove affronta la prima scissione linguistica e sociale: qui impara l’italiano dei genitori, il castigliano del collegio e il maiorchino della servitù, dialetto censurato dal regime franchista. Sono anni di benessere, trascorsi nella villa di Son Batle in compagnia dell’amata...

Festival del cinema di Cannes / La spada di Lazzaro

Goffredo Fofi cita spesso una risposta di Elsa Morante a Pasolini in cui si sostiene che l’Italia negli anni del dopoguerra era uscita da un Medioevo per entrare in un altro. La modernizzazione, l’industrializzazione, lo sviluppo capitalistico non avevano avuto alcun effetto emancipativo, in particolare per i contadini e le ancora ampissime zone rurali del nostro paese, ma avevano semplicemente rinnovato – dandogli una forma nuova, ben più subdola – un rapporto di subordinazione antico. L’idea dello sviluppo capitalistico come una barbarie monocolore e del processo di modernizzazione italiana come inizio di una “mutazione antropologica” che ha tolto ai subalterni anche l’ultimo residuo di sapere tradizionale e ancestrale per integrarli in modo definitivo alla società dei consumi, è una tesi ormai molto diffusa in quel vasto arcipelago di posizioni che definiscono il senso comune di sinistra in Italia.  Modernità e modernizzazione però non sono sinonimi – se il primo termine identifica solitamente l’epoca che si è aperta con la scienza galileana-newtoniana e con il soggetto cartesiano, il secondo si riferisce più chiaramente alla transizione al modo di produzione capitalistico...

Menzogne e sortilegi della “vita nel suo movimento” / Il cinema secondo Elsa Morante

Con la pubblicazione delle recensioni cinematografiche di Elsa Morante (edite da Einaudi nel volume a cura di Goffredo Fofi, col bel titolo La vita nel suo movimento. Recensioni cinematografiche 1950-1951) si aggiunge un capitolo necessario e originale alla storia dei “letterati al cinema”, che costituisce senz’altro un aspetto significativo della ricostruzione del contesto culturale dell’Italia postbellica.La vocazione visuale della scrittura di Morante era stata già messa a fuoco nella monografia firmata da Marco Bardini (Elsa Morante e il cinema, Pisa, ETS, 2014), che esplora tale territorio di confine nella sua complessità e nelle sue tante sfaccettature, dalle sporadiche incursioni morantiane nell’ambito della sceneggiatura alle non troppo fortunate occasioni di adattamento dell’Isola di Arturo e della Storia.   Oltre a mostrare una delle declinazioni possibili del rapporto fra Morante e la settima arte, la silloge (che raccoglie i testi scritti per la rubrica radiofonica “Cinema. Cronache di Elsa Morante”, trasmessa dalla Rai per quasi due anni, dal marzo 1950 al novembre 1951) offre un modello di spettatorialità per certi versi in linea con la ricezione mainstream del...

Autobiografia per immagini / Giorgio Agamben, pittore

Come è possibile portare a termine un’opera? Se lo chiedeva Pasolini, alla fine del Decameron, quando, nei panni di Giotto, mirava la sua opera pittorica finita, ma anche, metatestualmente, il suo film, che proprio su quell’immagine terminava. Se lo chiede anche Giorgio Agamben, dopo vent’anni di lavorio del concetto, quando porta a termine i nove volumi di Homo sacer, nel 2014, con L’uso dei corpi (Neri Pozza, Vicenza, 2014). La risposta, tutta agambeniana, sta già nella prefazione: dice Agamben, riferendosi alla sua ricerca, che essa «come ogni opera di poesia e di pensiero, non può essere conclusa, ma solo abbandonata (e, eventualmente, continuata da altri)» (p. 9).   Eppure Agamben, dopo la conclusione del progetto-Homo sacer è stato molto prolifico: almeno sei libri pubblicati all’attivo, di cui l’ultimo è una autobiografia per fotografie, dal titolo Autoritratto nello studio, edito in una bella edizione Nottetempo. Immediatamente prima c’erano stati due studi, apparentemente sorprendenti per il loro inusuale oggetto: uno sugli affreschi di Tiepolo padre e figlio dedicati a Pulcinella (Pulcinella, divertimento per li regazzi, Nottetempo, Roma, 2016) e un altro dedicato...

L’ultima comunione / Esiste ancora l’emigrazione

Esiste ancora l’emigrazione. E che non sia “una cosa come una villeggiatura” ce lo ricorda, come in tutti suoi libri, Carmine Abate con le sue storie di famiglia e di emigrazione, in cui si intuiscono inquietudini e profonde paure, e spesso echi di ritorno autobiografici. Come l’assenza del padre, figurato sempre come una sorta di Ulisse minore della diaspora paesana, la cui intermittenza si trasforma per i figli degli emigrati in un’algia cronica che si incista nella carne e scende fin dentro il senso delle cose. Uno smarrimento che si insedia anche nel midollo materiale dell’esistenza, nel percezioni sensibili, nelle abitudini di vita di chi resta, come già messo a tema in uno dei suoi libri più significativi, La festa del ritorno (Mondadori, 2004).  Si racconta che negli ultimi anni Elsa Morante chiedesse a tutti: “Qual è secondo voi la frase d’amore più vera, quella che esprime al massimo il sentimento?”. Tutti dicevano grandi cose. Lei invece rispondeva: “No, la frase d’amore, l’unica, è: hai mangiato?”.    Se nei libri di Abate il padre che manca è una lama aguzza e invisibile che snerva il carattere di incertezze e di assenze destinate a durare, il padre che...

Scrivere era per lei «come abitare la terra» / Natalia Ginzburg

Prende il via questa sera a Torino l'omaggio a Natalia Ginzburg, nel centenario della sua nascita, nell’auditorium del Grattacielo della sua città, in corso Inghilterra. Tre serate (4, 10, 18 maggio) in cui Toni Servillo, Anna Bonaiuto e Lella Costa leggeranno alcune delle pagine più emozionanti della scrittrice.   Ci sono – sostiene Vittorini – due specie di scrittori: «Quelli che, leggendoli, mi fanno pensare “ecco, è proprio vero”, e che cioè mi danno la conferma di “come” so che in genere sia la vita. E quelli che mi fanno pensare “perdio, non avevo mai supposto che potesse essere così”, e cioè mi rivelano un nuovo, particolare “come” sia nella vita». Senza attribuire a questa affermazione un giudizio di valore, ma assumendola a livello puramente fenomenologico, si può dire che Natalia Ginzburg appartenga alla prima categoria. Ogni sua pagina, narrativa o saggistica e perfino teatrale, ci mette di fronte a idee e intuizioni che ci sembra sempre di avere avuto (non è detto poi che sia davvero così), ci fa incontrare figure e personaggi che ci pare di conoscere già da tempo, ci fa riscoprire il possesso di salde convinzioni che non si era sicuri di avere prima della lettura...

Libri in soffitta

Mi fa strada sulle scale, verso il solaio. Abbiamo già guardato insieme un armadio, uno di quelli antichi, grande, a due ante pesanti, con cinque ripiani pieni di libri d’arte, quelli che generalmente le banche spediscono a Natale ai loro clienti. Pittori locali, ma anche Man Ray e Van Gogh. Non mi interessano, ma al colpo d’occhio fanno una certa impressione tutti allineati e tenuti perfettamente.   Venga, dice, andiamo su. Mentre faccio per chiudere la porta, questo signore gentile, che si è presentato in negozio con due minuscoli libri di fine ottocento come campione, mi fa il gesto di lasciarla pure aperta, che tanto ormai nel palazzo ci abita solo lui. I proprietari ci metteranno dentro venti o venticinque abissini, di sicuro. Ma io spero di morire prima, dice. Davanti alla porta del solaio si gira a vedere la mia reazione alle sue parole. Sorrido, e mi vengono in mente solo frasi stupide, ridicole pezze da politicamente corretto. Taccio, perché so che i proprietari stiperanno in quello stabile, che una volta conteneva tre famiglie, almeno cinque famiglie di immigrati, stretti in camere anguste e con le finestre a un metro e mezzo dal...

Scoperte d'estate

“Ma questa è schizofrenia!”, esclamava il mio amico psichiatra mentre buttavo nello zaino La morte della famiglia di David Cooper, Il mito della malattia mentale di Thomas Szasz insieme a Il Risorgimento di Gramsci, il tomo del suo epistolario con Camilla Ravera, i Racconti di Guy de Maupassant … A me pareva, invece, proprio il contrario: un’opera di integrazione nel fuori tempo delle vacanze che cercava di unire quello che la vita aveva diviso.   Era l’epoca in cui si andava in spiaggia con le Forme economiche precapitalistiche (oggi necessita il nome dell’autore: Karl Marx), si discuteva per ore di Produzione di merci a mezzo di merci di Piero Sraffa, leggere romanzi non era politicamente corretto, a meno che ci fosse una ragione superiore, per esempio un esame. I libri parevano possedere una loro qualità intrinseca – di destra o di sinistra –, sul fumetto non c’erano dubbi, Tex in primis era un’opera di destra.   Si può fare autobiografia attraverso le proprie letture. Ricordo l’estate dei vent’anni con Le parole per dirlo di Marie Cardinal, l’anno prima avevo...

Amore che move

0. Premessa o Della lettura per diffrazione   "Haraway propone una strategia di lettura che, invece di riflettere, attui una diffrazione. Secondo Haraway, la lettura per diffrazione, che fa interagire i testi al di là di ogni legame apparente di parentela e li studia non solo insieme, ma anche l’uno attraverso l’altro, produce una nuova “coscienza critica” (una coscienza impegnata strenuamente a fare una differenza invece che ripetere la Sacra immagine) che non è interessata alla riflessione ostinata sul rapporto tra l’originale e la sua copia, ma cambia la prospettiva e vuole produrre qualcosa di nuovo".   Così scrive Manuele Gragnolati nell’introduzione di Amore che move (il Saggiatore, 2013), un saggio che si presenta non come una critica che rifletta un e su un modello, ma come una critica che si concentri sulle analogie e sulle differenze nel testo e tra i testi presi in considerazione. Perché la critica, partendo da un’ossessione o da un’intenzione dimostrativa, proietti e dunque crei legami. In questo saggio l’ossessione e l’intenzione dimostrativa sono la...

Asini, cardi e Carducci

Non li so coltivare né cucinare (quelli di mia suocera, cotti nel latte, erano buonissimi!). Così, in un angolo dell’orto, tutte le estati lascio fiorire il mio cardo gigante: una grande Menorah verde dai ceri violetti che s’innalza oltre i due metri a recitare il suo ringraziamento. Le grandi foglie grigio-argentee costolute, incise e pungenti, avvolgono un fusto legnoso che dirama in bracci con al vertice capolini squamati che allogano piccoli fiori tubolari, spiumii rossoblu.     Onopordum (pare infatti che ai golosi onagri provochino turbolenze intestinali) è il nome scientifico e sonoro di alcune varietà. Ma meglio non infilarsi nel ginepraio dei nomi di queste erbe aculeate, cugine del carciofo e pur esse commestibili: rimarremmo impigliati nelle spine di cardi, cirsi, carline, echinopi. Basti dire che sono tutte raccolte nella famiglia delle asteracee.   Dunque, per essere del tutto soddisfatta e adempiere alle richieste dell’etimo, dovrei avere in giardino anche un asino, il mio animale totem (perché, come ben dice Elsa Morante nella Storia, i ragli dei somari «sembrano accusare...

Oltre l'estetica di Calimero

Cosa ci spinge a esibire le campagne pubblicitarie di cinquanta, sessanta anni fa? A considerarle mirabili? A Roma si è conclusa la mostra Il cibo immaginario, mentre a Milano una retrospettiva su Calimero, storico testimonial del detersivo Ava, proseguirà fino al 9 marzo. Sono gli esempi più recenti. Ciò che la cultura ufficiale non dedica al linguaggio pubblicitario dei suoi anni, lo fa con vecchi poster, figurine da collezionisti, gadget ingialliti.     In effetti ogni epoca della pubblicità consente ottime selezioni su base estetica. Anche quella attuale. Le campagne degli ultimi dieci anni sarebbero altrettanto rappresentative – così come viene detto delle vecchie – dei mutamenti sociali e culturali. Però quest'altra mostra dell'oggi non può davvero avvenire. Perché? Il punto è in un fenomeno poco osservato: il cambio di natura della pubblicità nel tempo. Dentro la sua epoca essa suona invadente, aggressiva, magari anche disumana, ma lo sguardo dei posteri la rende innocente, innocuo svago, arcadia immaginaria di un consumismo sano, forma del bello....

Eucalipto. L'albero dei Felici Pochi

Ebbi in dono, da ragazza, una collana d’argento, povera e bellissima, di capsule d’eucalipto. Apprezzai la forma esotica degli involucri legnosi infilati in coppie a formare sfaccettati prismi, profumati e cilestri. Ma non sono tipo da monili, benché arborei e, presto, me ne stancai. Allora, analogie simboliche o letterarie non interferirono a rendere evocativo, e caro, l’oggetto. Non avevo, allora, letto Il mondo salvato dai ragazzini.      Nel manifesto sessantottino di Elsa Morante, gli eucalipti sono gli alberi dell’origine, le «prime creature» dell’«isola misteriosa» dove si torna adolescenti e tutto ricomincia, e l’ambiguità metamorfica è regina. Alberi edenici che presiedono all’incontro della voce narrante con il primo degli F.P. (Felici Pochi) del libro:   Sopra di lei le foglie bislunghe dell’eucalipto si spiegano in altri piccoli corpi alati vibrando per le nervature che si gonfiano di piume. [...] Il terreno è tutta una pubescenza luminosa. La piccola selva d’eucalipti, cerchia bastante a malapena ai giochi d’un...

Speciale Gianni Celati | Camminare con Celati

Per parlare di Gianni Celati devo cominciare dal camminare. Dentro e fuori le storie, storie che camminano. E camminare e raccontare. Insomma cominciare prima e un po’ lontani dalla scrittura, in una visione del mondo in movimento che precede, per chi guarda il mondo muovendosi, qualunque storia. Ci vediamo adesso forse una volta l’anno qui in Inghilterra, e neppure tutti gli anni. Ci mettiamo a camminare lungo il Regent’s Canal, verso est, dove Londra diventa un immenso svincolo stradale tra capannoni industriali, chiuse dismesse, vegetazioni acquatiche, e parliamo di tutto, a ruota libera.     Io so bene quali sono le mie difficoltà con Gianni: vorrei riassumere la mia vita, i miei progressi ma anche  ammettere che non c’è mai nessun progresso, che sono lo stesso di quando ero un suo studente. Questa è una traccia del periodo in cui Gianni era il mio professore, ma sarebbe forse più giusto dire maestro.   All’idea di scrivere e fare della letteratura un mestiere sono arrivato al Dams attraverso Gianni e, come chiunque di fronte a un mondo sconosciuto, ho cercato di capire attraverso lui...

I Coralli di Giulio

Malcolm Einaudi Humes, figlio dello scrittore americano Harold “Doc” Humes e di Elena Einaudi, presiede da quasi dieci anni la fondazione dedicata a Giulio Einaudi, voluta e sostenuta (pur sulla soglia dei novant’anni) dall’indimenticabile “ingegner Roberto”, fratello maggiore di Giulio. Malcolm “nipote e figlio” di Giulio (adottato dai nonni dopo la scomparsa della madre) porta avanti un lavoro di organizzazione delle memorie sul grande editore torinese. Lontano da riflettori e dai chiacchiericci che dalla morte di Einaudi si diffondono ciclicamente più per evidenziarne (e più spesso deformarne) i vezzi che per indagarne le competenze. La fondazione tenta invece di indagare, conservare e raccogliere la parte più complessa e profonda dell’eredità di un editore che incarnò un’impresa culturale unica ed irripetibile, in un paese culturalmente maldestro, quando non addirittura ottuso. Per il decennale della morte, insieme all’editore Nottetempo, la Fondazione Giulio Einaudi ha pubblicato una nuova edizione del libro autobiografico di Giulio Einaudi, Frammenti di memoria. Ora per il...

Catanzaro / Paesi e città

In una campagna pubblicitaria di molti anni fa, Beppe Grillo, allora in versione “solo comico”, si era prestato a fare da testimonial tv per una serie di spot dedicati allo yogurt Yomo. Era indubbia­mente una pubblicità originale per quei tempi. Grillo caz­zeggia amabilmente con un mostriciattolo - ispirato da una parodia di Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) e da ET (1982) di Steven Spielberg - che è sceso sulla terra da un’astronave solo per mangiare lo Yomo. Mentre gesticola e motteggia al suo solito modo, in questa buffa situazione (immortalata in sei o sette spot prodotti e andati in onda all’epoca), spicca su tutto l’abbigliamento del comico. Un dettaglio nella partitura delle gag aveva evidente­mente il compito di sovraesporre la già comica assurdità delle scenette. Grillo indossa una tipica felpa sportiva da college che porta scritto, ben visibile e in un inglese a lettere cubitali, il logo “University of Catanzaro”. In realtà (ci vorrebbero le teche Rai per controllare), l’espediente comico della felpa derisoria che inalberava l’improbabile vessillo “University of Catanzaro”, Grillo lo aveva indossato anche prima di quello spot fortunato. Addirittura ai suoi...

Paola / Paesi e città

C’è sempre un luogo, un nome, che conta più di tutto. Paola è un luogo con un nome di donna. È il mio paese. Quel nome per me è come il mare che ha davanti, il mare occidentale che mi ha visto nascere. Cerco sempre il mare, anche quando non ce n’è. Forse perché sono nato in questo posto di mare, e ho sempre vissuto col mare davanti. Il mare sempre. Il mare di Paola. Mi confondo col mare. Il mare grande di Paola spalancato sotto lo specchio delle montagne. Ovunque vada, più che estraneo dopo un poco mi sento naufrago. Ho quel mare dentro.È come una calamita silente che mi risucchia a sé da qualsiasi punto, che contrae il tempo e lo spazio in una cosa sola, e mi richiama a sé da ogni luogo, anche il più remoto. Una cosa è certa: Paola è un magnete, un basamento geomantico, terra e acqua a cui resto attratto. Il mio punto archimedico. L’unico, oramai. Paola è sempre lì, per me, sposa e sponda.   Sillabare a memoria in luoghi distratti e nel silenzio di certi pensieri sviati il nome di Paola mi retrocede sempre, mi riporta a destino, come un...